{"numero_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_sha256": "3babd066c13a62e47099178da4e18ea6d9d166fd69ef33a0a5d482fe047ab2dc", "source_tei": "https://github.com/Princeton-CDH/bluemountain-transcriptions/blob/main/periodicals/bmtnaai/issues/1906/10_01/bmtnaai_1906-10_01.tei.xml", "source_mets": "https://github.com/pulibrary/BlueMountain/blob/main/metadata/periodicals/bmtnaai/issues/1906/10_01/bmtnaai_1906-10_01.mets.xml", "url_numero": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01", "articles": [{"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c004", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c004", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "n. p.", "page_fin": "n. p.", "image_debut": 4, "image_fin": 4, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.4", "titre_corps": "{PubInfo}TERZO CONCORSO", "titre_sommaire": "{PubInfo}TERZO CONCORSO", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 4, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.4", "debut_caractere": 2996, "fin_caractere_exclue": 3239, "texte": "TERZO CONCORSO\nbandito da \"POESIA,, per uno\nSTUDIO CRITICO SU GIOVANNI. 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Marinetti", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 5, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.5", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 3793, "texte": "II Vincitore del II.º Concorso di “POESIA„\nENRICO CAVACCHIOLI autore dell'INCUBO VELATO\n\nLa presentazione alla Università Popolare e alla Famiglia Artistica\nfatta dal nostro Direttore F. T. MAR IN ETTI.\nSignori e Signore,\nMi è grato l'officio di presentarvi il poeta En-\nrico Cavacchioli.\nEgli sta per leggervi alcuni frammenti contenuti\nnell'« Incubo velato», il suo primo volume di\nversi, da noi giudicato meritevole del premio di\n« Poesia ».\n« Poesia », la nostra rassegna internazionale, di\ncui l'opera divulgatrice, oggi, non sembra sia stata\nvana; poiché, in due anni di vita, ha potuto ri-\nsvegliare i pigri spiriti della gioventù italiana.\nCi fu principalmente norma di giudizio, nell'as-\nsegnare il premio, non già un pedantesco esame,\nche si arrestasse alle forme e alle poche durezze,\ntalora inceppanti il fluido andamento d'una strofe\no d'un verso, ma bensì un esame piuttosto sintetico\nche sommario; e facemmo gran conto del fascio\ndi sensibilità nuova, e della personale interpreta-\nzione della natura, e del calore della emozione,\nche sono a parer nostro, le qualità precipue di un\npoeta, massime se giovine.\nNon è forse la giovinezza piena di mirabili pos-\nsibilità?... In essa, appunto, sono riposte le no-\nstre più ardenti speranze.\nPer ciò mi piace ora di condurre a voi, ascol-\ntatori attenti, un fervido poeta, ventenne.\nUn soffio nuovo d'arte e di poesia corre la pe-\nnisola assopita nell'abbraccio armonioso dei suoi\ndue mari, ventando in faccia i troppi dormienti,\nnel dormitorio delle Accademie.\nSoffio di vita novella, non tutta nè sempre bene\nespressa, ma pur contenuta negli scritti di alcuni\ngiovani, come un presentimento avvertito dagli in-\ntelletti più vibranti e più fini.\nFra questi scritti, il più notevole è senza dubbio\nr « Incubo velato » di Enrico Cavacchioli, poiché con-\ntiene più che un presentimento nella sua audace\nprogresisione di forza e di sensibilità originale.\nPiù che la ricerca di nuovi effetti armonici, di mul-\ntiformi atteggiamenti metrici, esso racchiude l'espres-\nsione sincera di una personalità giovine, tutta fresca\ned originale, che non ha alcuna influenza di scuole\ne di poeti e che, partita da un semplice principio di\nserenità, ha complicato la sua visione in un paradosso\nsimpatico ed ha associato a questo paradosso uno\nsforzo di sensibilità ed una grande passione.\nLa psiche di questo poeta nuovo, che si allon-\ntana dalle vie battute con un ardimento quasi bru-\ntale è una psiche complessa e degna di studio.\nIl Cavacchioli si è poco occupato di quello che\navrebbe potuto dire il pubblico, che di malo ani-\nmo si sofferma a giudicare la fatica dei nuovi\nper la paura di essere canzonato, e si è proposto\ndi generare uno stato d'anima che egli crede debba\nin tutti avere la medesima intensità di suggestione.\nPerciò, la sua opera risulta di una nobiltà com-\nplessa anche se può apparire ribelle, e ribelle nel\nsenso d'arte e di svolgimento d'arte che ha inteso\nsignificare.\nL' « Incubo velato » è diviso in varie parti. Ne\nformano l'inizio « Le appariscenze terrene » : una\nvisione sintetica ed espressiva di certi aspetti, di\ncerte colorazioni, di certe anime della natura che\nsi rivelano a noi in modi diversi ed in forme strane\nper quanto comuni.\nIn queste Appariscenze, la forza naturale e spon-\ntanea dell' immagine, che si sussegue in una pro-\ngressione rapida ed agile con un impulso selvaggio\nè veramente notevole.\nOgni figurazione ha una forma tangibile di evi-\ndenza: è quasi affinata cerebralmente fino al punto\ndi apparire come in un gigantesco « charivari » che si\nrinnova, si moltiplicai e torna a suddividersi.\nAllora balza fuori la vera personalità del poeta,\nuna specie di sognatore beffardo, di idealista ma-\ncabro, di anacronista visionario che ha foggiato\ni suoi sonni ed i suoi sogni, intessendoli di eie-"}, {"page_pdf": 6, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.6", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 5311, "texte": "menti formali che escono dal comune per la stra-\nnezza della concezione.\nQuesta stranezza non pregiudica affatto l'estetica\nbrutale della sua opera di suggestione; il poeta ven-\ntenne scrive senza velature false e senza ricami\neccessivi : è un temperamento di. eccezione che si\nsbizzarrisce e si compiace di esserlo; un cervello\ncomposto a differenza degli altri, che accentua nel\nsuo procedimento dei caratteri fondamentali e fissi di\nuna sensibilità eccezionale,\nLa robustezza della sua lirica, robustezza deri-\nvata anche da una forma di pensiero filosofico un\npo' ironico, un po' mordace nei rapporti che in-\ntercedono fra gli uomini, ed in quelli che passano\nfra la natura e l'uomo, tra l'infinito ed il finito,\ntra l'esigenza e la negazione, tra il simbolo formale\ne la necessità di vita, è quindi più robustezza di\nconcezione che di organismo e non si può dubi-\ntare della sua sincerità.\n*\n* *\nVisioni serene e di solitudine, piccoli drammi\nche si svolgono sullo sfondo illusorio dell'Eternità,\nlotte di « animali » contro il loro destino, clamori\ndi giganti e di pigmei che vogliono innalzarsi al\ndi sopra della loro testa, simboli umanizzati nella\nloro credenza misteriosa: di tutto questo si com-\npone 1' « Incubo velato ».\nGià nelle « Appariscenze terrene », in cui fanno\nstrano contrasto degli stati d'anima particolari con\ndegli atteggiamenti di stagione, di luogo, di tempo,\nsi nota un avvicendarsi di nuove forme che sembra\nsovrastino a tutto quello che apparisce di evi-\ndente e di veroi, come delle cattive o delle buone\ninfluenze : l'anima delle cose.\nE questa anima dolorosa nel suo significato, che\nè tutto un significato logico di ironia e di scherno\npassata a traverso le visioni più o meno serene di\npoesie quali « La Sosta », gli « Uomini del Mare », la\n« Procellarie », la « Vedetta », le « Lucciole », la « Can-\ntica del sole e della luna », fino al « Flauto » ed alla\n« Ballata delle acque », che diventa anche più osses-\nsionante e malvagia nei « Flagelli », la seconda parte\ndel volume.\nOra, la visione è tragica d'orrore; ha una potenza\ninfernale di fantasmagoria.\nIl « Lamento di Tisifone » ha una veemenza ef-\nficace di odio contenuto; in questa lirica esiste\nqualche cosa di sbrigliatamente selvaggio: forse un\npensiero, forse una crudezza incisiva di descri-\nzione e d'espressione che incatena.\nE nella « Febbre » questa crudezza diventa anche\npiù brutale e - sintetizza un sentimento universale,\nferocemente umano.\nCosì tutto il macaco e l'orrido grottesco di queste\nfigure un po' paradossali che si imperniano nella\nconcezione ridicola del « ladro » che raccoglie in\nse stesso tutte le esigenze della vita, ed al quale\nil poeta strappa il suo sogno che ancora sogna\ne vuole sognare ; del « Convito platonico » in cui la\n«Rabbia» mangia e stintigna e si lascia cadere dalle\nlabbra il cibo simbolico; del «Dolore» che si la-\nmenta, ululando con una voce che non ha bocca\ne non ha denti; della «Fame», questa grossa car-\ncassa immonda, floscia, vuota, debole, che vela con\nle spatole lunghe che le fanno da mani gli occhi\nsanguigni e stellari per non vedere l'orrore del-\nl'abbondanza che la circonda, ha un valore ecce-\nzionale e persuasivo di arte che fa di queste li-\nriche dei gridi vibranti pieni di note calde, di\ncolori, di fiammate, di seapellate violente.\nIl sentimento del poeta si è intensificato, ma è\nanche divenuto meno normale e nella « Danza\nmacabra » la terza parte del volume, ha raggiunto\ndegli effetti strani, ha preparato delle situazioni ri-\ndicole nel loro esagerato senso di spavento, e le\nha risolte in un modo che tiene il lettore quasi\nafferrato da un'onda frenetica di lirismo.\nEnrico Cavacchioli non ha i falsi pudori del lin-\nguaggio di maniera. Egli dice quello che sente e\nla sua sincerità tanto più è lodevole in quanto va\ncontro alle vecchie formule accademiche e tradi-\nzionali che hanno fatto della poesia un elemento\nesclusivo di serenità.\nMa da questa serenità, che sembra nasconda tutta\nla tempesta annunziata dai cirri minacciosi d'E-\nstate, egli si fa riprendere nell'« Incubo velato»,\nnel quale tutta l'insaziabilità umana, disperatamente\numana, si affaccia, si cela, torna ancora a mo-\nstrarsi con la prepotenza di un'ossessione.\nGli « Idilli sentimentali » mettono una nota di\ncalma nel fervore pessimista dell'autore. Ma la nota\nironica persiste. In « Domani » il cuore umano non\nè altro che un alchimista inutile di sè stesso; nel-\n1' « Ospite » che profana il letto per il quale sono\npassate generazioni di vecchi abitatori che com-\npariscono in un incubo terribile, l'uomo non\nè che una cosa misera, uno strumento di vo\nlontà soprannaturali, passibile di obbedienza e di\npentimento; in «Armonia grigia», nell'« Orto delle\nrose », il sentimento più raffinato e snobistico si\nribella; nel «Ritorno», Don Giovanni che a pri-\nmavera batte a tutti i cuori, fa aprire tutte le\nfinestrelle, anima e rianima le cose di un novello\nimpulso d'amore o di dolore, di foia o di pas-\nsione tragica ed avvolgente, rappresenta la sensibi-\nlità umana che rifiorisce come le rose ai tepori\nnovelli.\nIl volume si chiude con un « Congedo », poesia\nalta di ispirazioni e di aspirazioni, un congedo\nche è il bicchiere dellja staffa, dofpo un'orgia\nsentimentale da cui stiamo per uscire non so se\nmeravigliati di noi stessi o di quella.\n\nF. T. Marinetti."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c007", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c007", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "n. p.", "page_fin": "n. p.", "image_debut": 6, "image_fin": 6, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.6", "titre_corps": "Fochi Montani : Une anthologie des Poëtes français contemporains.", "titre_sommaire": "Fochi Montani : Une anthologie des Poëtes français contemporains.", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 6, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.6", "debut_caractere": 5313, "fin_caractere_exclue": 7140, "texte": "Fochi\nMontani\nUne anthologie des Poëtes français contemporains.\nL'exemple de notre directeur F. T. Marinetti,\nporterait — il des fraits ? Un écrivain hollandais\nM. G. Walch a entrepris, pour la gioire des poetes\nfrancais une anthologie en trois volumes, dont le\ndeux premiers viennent de paraitre simultanèment\nà Paris, chez Delagrave, à Leyde, chez Sijtoff.\ndans un large ècletisme, elle s' étend des\nParnassiens anx symbolistes, des tradionnalistes\naux vers-libristes. Et ces deux premiers volumes ou\nse trouvent rénnis le noms de Sully Prudhomme,\nVerlaine, Mendès, Arthur Rimbaud, Hèrédia et,\nTristan Corbière, Laforgue, Mallarmé, Gustave Kahn\nle createur du vers-libre, Moreas, Moeterlink, Paul\nFort, Comtesse de Noailìes, Yerhaeren, Viélé Griffin,\nFrancis Jammes, etc., nous sont un sur garant des\ntomes à venir où. toutes les ècoles modernes seront\nreprèsentées. C' est une Anthologie, entée sur\nun pian nouveau, tous les poètes actuellement vi-\nvants ayant choisi eux-memes dans leurs oeuvres les\npièces qu' ils ont jugées les plus dignes de les re-\nprésenter.\nChaque auteur y figure, outre ce choix de vers,\npar une biographie détaillée, une bibliographie com-\nplète et un autographe reproduit en « fac-simile ».\nCette Anthologie, absolument originale, peut étre\nmise dans toutes les mains; elle est à elle seule\nune bibliothèque contenant la synthèse de tous les\nvolumes de vers parus depuis 50 ans, puisqu'elle en\ndonne toutes les pièces remarquables. Nous ne sau-\nrions trop la recommander aux personnes désireuses\nde se tenir au courant du mouvement littéraire actuel\net de l'évolution de la poèsie francaise moderne.\nCet ouvrage est appelé à avoir un grand reten-\ntissement à l'étranger comme en France, car il y\nfavorisera rextension des lettres et éta-\nblira leur influence sur le mouvement littéraire mon-\ndial."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c009", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c009", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "n. p.", "page_fin": "n. p.", "image_debut": 7, "image_fin": 9, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.7", "titre_corps": "\"L'ESILIO\" ROMANZO DI PAOLO BUZZI : ELOGIATO DALLA STAMPA", "titre_sommaire": "\"L'ESILIO\" ROMANZO DI PAOLO BUZZI : ELOGIATO DALLA STAMPA", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 7, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.7", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 7325, "texte": "“L'ESILIO„ ROMANZO DI PAOLO BUZZI\nELOGIATO DALLA STAMPA\nDalla, Sera, :\nNoi abbiamo avuto, a poca distanza di tempo,\nun nuovo poeta ed un nuovo editore : il poeta\nè Paolo Buzzi vincitore dei penultimo concorso\ndella rivista internazionale «Poesia»; l'editore è\nlo stesso direttore della rivista, il poeta F. T. Ma-\nrinetti, il quale con una collana di volumi vuol\nfar conoscere ai pubblico molti giovani che finora\nnon sono noti die agli eietti lettori della sua aristo-\ncratica rivista.\nPaolo Buzzi non; è sconosciuto ai lettori del no-\nstro giornale i quali più volte, in brillanti cro-\nnache, ne hanno ammirato lo spirito e la cul-\ntura; dei resto la sua reputazione ha passato le\nAlpi e s'è diffusa in Francia, come si può com-\nprendere dai seguente giudizio dell'illustre roman-\nziere Charles Henry Hirseli che scriveva nel mas-\nsimo organo delia letteratura francese, «Le Mer-\ncure de France»:\n« Il est juste que nul n'ignoro de ce cote des\nÀlpes que le prix de 500 lire de Poesia vient\n-df echoir a un grand poète, Paolo Buzzi qui est\nun jeurie homme d'un talenfc vraiment exfraordinaire\net d'une originalité étonnante ».\nL'ambiente studiato nel romanzo di Paolo Buzzi\nè dei più interessanti.\nTrattasi della vita turbinosa e feconda che si\nva sviluppando nella metropoli Lombarda con tutti\ni suoi problemi etnici, morali, economici e sociali.\nPaolo Buzzi con acume, e non comune ori-\nginalità di tocchi e manifesta competenza sociolo-\ngica, dipinse un quadro palpitante delle lotte di\nclasse tra il giovine proletariato in evoluzione, il\nfervido capitalismo commerciale e la vecchia so-\ncietà ambrosiana.\nL'autore studia anche la ripercussione di quelle\nlotte nella campagna lombarda dove le medesime\nsi complicano dell'elemento religioso.\nNel gran quadro vi è poi uno studio partico-\nlareggiato della piccola borghesia locale alia quale\nappartiene il protagonista dei libro, Ignazio Lan-\nf ranchi.\nEgli come i protagonisti anche di celebri autori,\nè un giovine di grande ingegno il quale da una\nfamiglia modesta parte alla conquista di un sogno\ndi dominazione attraverso le battaglie supreme del-\nl'arte e della politica.!. 11 libro è la minuta e pure\ngrandiosa storia delle lotte indicibili che l'eroe sop-\nporta con sè stesso e col mondo angusto che lo\ntortura per arrivare ad un attimo di liberazione\nspirituale, attimo che pur troppo, date le commo-\nventissime e drammatiche vicende del romanzo, non\nypuò logicamente essere dato se non dalla morte.\nPaesaggio, una delie più dolci e ancora abba-\nbastanza romite plaghe di Lombardia: l'aita Brian-\nza verdazzurra che inizia dall'altura dei Camal-\ndolesi di San Genesio sopra l'Adda e finisce ai\nlaghetti del Pian d'Erba còsi cari alla primavera\ndell'arte Segantiniana.\nPaolo Buzzi descrive vari aspetti della Milano\nantica e moderna che porta i contrasti de' suoi\ncentomila tetti, del suo Naviglio, del suo candido\nduomo trionfale, delle sue varie folle assidue ed\naffacendate.\nForse nuoce a questo libro una voluta sovr'ab-\nbondanza di episodi e di narrazione che non di\nrado rompe la bellezza e la prontezza degli ef-\nfetti ; forse nuoce altresì una certa involutezza di\nstile che specialmente pel racconto di semplici av-\nvenimenti è tutt'altro che opportuna.\nI tre libri di questo romanzo (« Verso il ba-\nleno » — « Su l'ali del nembo » — « Verso la fol-\ngore ») sono fregiati da tre suggestive originalis-\nsime copertine dovute al pennello del pittore Sac-\nchetti.\nCon la pubblicazione dell' « Esilio » di Paolo Buz-\nzi, il direttore di : « Poesia », F. T. Marinetti ini-\nzia una serie di eleganti ed artistiche edizioni ita-\nliane e francesi, che per il nome e l'ingegno de-\ngli autori sono destinate al più grande successo\nnel mondo intellettuale.\nPare che si legga ancora in Italia...\nGa\nDal Meffcsire de FPJÌMW :\nLa presse, qui s'occupe trop de ces écrivains\n« arrivés », n'a presque plus de place pour signaier\ndes oeuvres, où un talent puissant, se révéìant\ntout d'un coup, se montre cependant digne d'attirer\nles regards du grand public, ne fùt-ce que le long\nd'une colonne de quotidien. Une de ces oeuvres\nest sans doute l'« Exii », de M. Paolo Buzzi.\nUn poète francais, M. F. T. Marinetti — un\njeune — s'est donné, depuis deux ans, une tàche\ndifficile et belle, qui n'est pas seulement celle de\nréunir des talents en un faisceau trimestriel, mais\ncelle, beaucoup plus grave, d'en découvrir. Le sort\nlui a été favorable. Et voici apparaìtre sur les\nhorizons de la littérature une force nouveile, un\nromancier-poète d'exception, vainqueur du premier\nconcours international de « Poesia ». Peu de temps\naprès, le deuxième concours de la mème antho-\niogie a révélé un poète de vingt ans, M. Giosuè\nBorsi, auteur d'un poème : « le Sang », dont le style\nserré, sonore et pur, et la volonté subtile d'une\ncompréhension de la vie entière, dans une esthé-\ntique qui est vivifiée par des éléments physiolo-\ngiques, comme chez d'autres elle l'est par la méta-\nphysique, témoigne d'un organisme poètique duquel\nil faut beaucoup attendre. Le poème de M. Borsi\nnous fait penser à l'Intégralisme profond et noble\nde M. Adolphe Lacuzon.\nL' « Exil » de M. Paolo Buzzi est un roman-poème.\nNous bonnaissons en France quelques talents d'élite,\naussi, parmi les plus jeunes, qui suivent depuis\nquelques années une tendance analogue, et ont déjà\nréalisé, ou vont réaliser, des oeuvres puissantes.\nCe n'est plus la poésie verbale qui enveloppait\nparfois le drame psychologique de nos aìnés :\nl'élément poètique est dans la conception mème\net dans la construction du roman, est dans son\narchitecture et dans ses détails, autant que dans\nl'esprit mème qui l'inspire et l'anime. L'écrivain\nne cède pas à l'émotion d'un « fait » de la vie,\nobservé ou imaginé, mais il est ému originairement,\npar une « vision » de la vie, c'est-à-dire par une\ngénéralisation iyrique d'un complexe de « faits ». Cette\ngénéralisation élève son esprit au-dessus des phé-\nnomènes éphémères, saisit l'ame des choses, et\nl'oeuvre d'art, une fois réalisée, piane au-dessus de\ntoutes les thèses sociologiques, des sitnations psy-\nchologiques, des contingences innombrables d'a-\nmour et de baine, que pourtant elle contient. Le\nroman ainsi à la manière de poème embrasse\nune étendue de vie toujours beaucoup plus vaste\nque tout autre roman, où l'écrivain se bornerait\na représenter seulement quelques complications de\nla vie humaine, et mettrait, comme but idéal à toute\ngénéralisation, la réalisation d'un type ou de quelques\ntypes humains. Le roman-poème ne représente plus\ndes « types » et n'évoque plus des « forces », mais\nil réunit dans sa composition des éléments de réa-\nlisation empruntés à la poésie et à la musique.\nLe style y est imagé et rythmique. L'écrivain est\ntoujours un poète, son oeuvre est toujours bien\nplus d'évocation que de définition. Par cela mème\nelle est très vaste.\nC'est ainsi que,- dans l'« Exil », M. Paolo Buzzi\npeut faire l'histoire d'un esprit jeune, exalté par\nla formidabie poussée de désirs individuels et colle-\nctifs de notre vie contemporaine, et, tout en suivant\nle protagoniste, qui n'est plus qu'un noeud de vie\nse déplacant dans un espace très grand, l'espace\nde ses rèves, il peut évoquer, toujours autour d'un\nhomme ou d'un couple, l'ame vigilante, sympathi-\nque ou hostile, harmonieuse ou ennemie, du temps\ndans lequel les protagonista vivent toute leur vie"}, {"page_pdf": 8, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.8", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 7304, "texte": "exubérante, dans trois étapes fatales : « Vers l'Eclair »,\n« Sur les Ailes de l'Orage », « Vers la Foudre ».\nL'ceuvre est d'un pessimìsme farouche. Le jeune\nfils de la bourgeoisie italienne, issue de la révo-\nlution Dationale, meurt, parce qu' il voulut trop vivre\net il ne sut vivre. Il se plie sous le choc de\ndeux amours qui à un moment de sa vìe tumul-\ntueuse et complexe tourmentaient son àme profon-\ndément analytique. Dans un paysage merveilleux,\nadmirablement évoqué, il se pend à une croix du\nchemin, avec une corde, qui, dans les mains en-\nfantmes de celle qu'il avait oubliée et- qu'il ne\npeut plus aimer, était un jouet. Avec lui, après\nune journée tellement remplie de rèves, et tant\nremuée par les voix des collectivités qui tour à\ntour l'enveloppaient, c'est une génération entière\nqui semble monter sur la croix, la génération des\nItaliens qui furent les premiers-nés d'une bourgeoisie\nencore toute sanglante.\nJRicciotto Canudo.\nDal FJeramosca •\n« L ESILIO » di Paolo Buzzi. — Paolo Buzzi un\ngiovane colto e d'invidiabile ingegno ha liberato alle\nstampe per i tipi di «Poesia» la nota rassegna,\ninternazionale di versi diretta dal poeta F. T. Ma-\nrinetti, l'autore di « Destruction » e di « Roi Bom-\nbance», un suo poema in prosa sotto forma di\nromanzo intitolato «L'Esilio».\nL opera del Buzzi è di quelle che non si pos-\nsono ammirare se dominati da preconcetti d'arte\ne di scuola. Perchè questo giovine audace la rompe\naddirittura con tutte le retoriche e tutti i vincoli\naccademici.\nEgli è solo forte della sua fantasia inesauribile\na cui si abbandona con tutto l'impeto.\nI suoi caratteri però, i tipi che egli crea sono\nmolto veri.\nIgnazio, il sognatore, è robustamente scolpito\ne condotto logicamente al suo fine.\nGiara è una figura dolcissima che non si può\nfacilmente dimenticare. Clotilde e Nanda sono vi-\nvacissime, il parroco è una macchietta magi-\nstrale.\nMa l'intrico drammatico al più alto grado di\nquesto poema romantico, come più propriamente\navrebbe dovuto chiamarlo l'autore, non serve che a\ndar agio al Buzzi di lumeggiare con giocondo pen-\nnello una serie interminabile di quadri uno più\nsmagliante dell'altro, e che si succedono in una\nmagnifica continuità musicale dall'alba tenue del\nlibro fino al suo fine orrendo.\nLa descrizione di certi paesaggi campestri,\nquella di Milano di notte, alcuni episodi, l'interno\ndella casa di piacere, sono tali squarci di prosa\nlirica che non si possono più dimenticare.\nII Buzzi è un ispirato e un impulsivo perchè è\nun poeta; ma questa sua qualità non può nocer-\ngli affatto.\nQuando egli avrà disciplinato un po' i suoi en-\ntusiasmi quando si sarà levato di dosso le scorie\ndi certi d'Annunzianismi, il Buzzi ci darà senza\ndubbio il suo capolavoro.\n*\nF. JPaolieri.\nDal Piccolo della Sera :\n*\nPer questi più illuminati occhi, il libro dell'anno\ndovrebbe essere, a mio giudizio, il romanzo poe-\ntico di uno scrittore ancora poco noto : « L'Esilio »\ndi Paolo Buzzi, cui è argomento appunto la com-\nplessità della vita. Il libro fu rivelato da un con-\ncorso che ebbe a bandire la rivista « Poesia », e\nfu da questa pubblicato senza paura per la mole\ninsolita dei suoi tre volumi. •\nCome opera d'arte ha molte potenze e molte im-\nperfezioni. Ma il vasto romanzo soggettivo racchiuso\nin questo smisurato poema, ha un impareggiabile va-\nlore quale confessione di un giovane dei tempi\nnostri.\nIl libro è eminentemente rappresentativo: l'azione\nperturbatrice della filosofia e del misticismo mo-\nderno, dei movimenti sociali, delle raffinatezze sen-\nsorie, della musica, della poesia individualistica,\nsopra una di quelle giovani anime contemporanee\nsensibili ad ogni impressione e disguidate dalla\nstessa affaticante nevrosi che imperversa nella\nloro intellettualità fatta centro del mondo, vi è\nesposta, a parte le altisonanti ondate liriche, con\nuna acutezza e con una peregrinità di analisi che\ndànno a questo poema il rigoroso valore di do-\ncumento scientifico.\nE così «Poesia», come già altre riviste letterarie,\nsi fa editrice. Buona fortuna !\nSilvio Monco.\nDal Charlvari s\nPAOLO BUZZI. — u L'Esilio n. — Edition de « Poesian.\nMon ami, le bon poète Martineau, me vint voir\nl'autre jour, et comme il pénétrait dans mon ca-\nbinet les bras chargés de livres qu'il m'offrait, du\ngeste je crus d'abord qu'il me venait proposer\nl'achat d'un fond de bouquiniste et je me ré-\ncusai.\nMais vous 11'y ètes pas, protesta Martineau.\nC'est ici rpuvrage que «Poesia», la belle revue\nitalienne, a couronné... Et notre ami Thomas vou-\ndrait que vous en rendissiez compte aux lecteurs\ndu « Charivari »...\n— Ce cruel Thomas et le directeur du « Cha-\nrivari » veulent donc ma mort, avec phrases, hé-\nlas! fis-je en prenant les trois tomes du livre.\nLa couverture me déplut. Me dépiurent aussi les\ntitres des trois parties de l'ouvrage. I. Vers\nl'éclair. II. Près de l'éclair, III. Vers la foudre.\n— « Poème en prose ».\n— Hélas ! où sont les « poèmes en prose » d'an-\ntan, ceux-là qui étaient « petits »...\nMais nous avons tort en France de nous moquer\nd'abord. Ce poème en prose est, au vrai, un\nrornan, et un excellent roman. L'action y est assez\ntènue et il est remarquable que l'auteur puisse\ntenir l'intérèt en éveil à travers mille pages et\nplus sans le secours d'une intrigue ejmbrouillée.\nC'est qu* il ne disserte pas froidement; son livre\nest une agglomératìon, si je puis dire, de petits\ncontes qui se font suite, dont chacun pourtant\nfait « tableau », et que de concrètes, de vivantes\nanalyses éclairent.\nLe héros marche à la catastrophe à travers un\ndèdale de menus événements, de courtes aven-\ntures, simples et pourtant complexes et le drame\nresuite de la somme de ces petites choses comme\nil arrive dans la vie où il est bien rare qu'un\névénement se produise qui soit tout, uni et porte\nimmédiatement toutes ses conséquences.\nJ'engage vivement ceux de nos lecteurs qui\nentendent l'italien à lire cet ouvrage, très per-\nsonnel de ton, sympathique et chaud, qui sans\ndoute eut gagné à ètre condensé mais qui enfin,\ntei qu' il est, fait honneur aux lettres italiennes.\nEt non moins vivement, je supplìerai M. Buzzi\nd'avoir à l'avenir pitié de ses critiques et de\n« faire plus court » à leur intention.\n• • • . . . .\nEuffène Marsali*\nDal Journal des Debats i\nA L* Esilio », par PAOLO BUZZI, roman en trois\nvolumes, couronné per la revue « Poesia ». —\nMilan, 1906.\nLa revue «Poesia», que dirige le distmgué poète\nF. T. Marinetti, avait organisé, récemment, un con-\ncours auquel ont pris part un grand nornbre d'é-\ncrivains et dont en fin de compte M. Paolo Buzzi\nest sorti vainqueur avec un roman en trois vo-\nlumes intitulé «L'Esilio». Ce roman retrace la vie\nagitée et féconde de Milan et traite les problèmes\nethniques, économiques et sociaux qui se posent\naujourd'hui dans la métropole lombarde. La lutte\nqui se déroule entre les diverses classes de la\nsociété milanaise, l'ancienne aristocratie jadis si\npuissante, les capitalistes récemment enrichis, le\nprolétariat ambitieux ayant pour lui la force du\nnombre est décrite dans le roman de M. Buzzi\navec un incontestable talent. Ce livre inaugure une\nserie d'ouvrages publiés en italien et en frangais\nsous les auspices de la revue « Poesia ». Le pro-\nchain volume à paraìtre est une réimpression de\n« La Conquète des Etoiles », le poème de M. F. T.\nMarinetti.\n• ••••••••«\nMaurice Mnret."}, {"page_pdf": 9, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.9", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 6916, "texte": "Dal Piccolo della. Sera:\n« Poesia », r audace e brillante rivista milanese,\npensata e animata da F. T. Marinetti, che i let-\ntori del « Piccolo » conoscono per quanto fu scritto\nin queste colonne del suo strano e possente poema:\n« Roi Bombance », ha ne' suoi scorsi numeri affidato\nall'ali della fama i nomi, fino a ieri ignorati, di\n. alcuni giovani valorosi: Giosuè Borsi, vincitore del\nconcorso internazionale di « Poesia », Enrico Cavac-\nchioli, che ottenne un altro premio, pure quale\npoeta, e Paolo Buzzi, autore di un romanzo\n« L'Esilio », esso pure ora premiato. Parliamo oggi\nqui di quest'ultimo, perchè i lettori lo cerchino e lo\nconoscano; rare volte avranno avuto da un nuovo\nromanzo italiano, impressioni più forti, anzi più\nviolente. Novità di concetti e stranezze di forme\nche non è possibile analizzare, come non è facile\nraccogliere sull'angusto telaio d'un articolo di gior-\nnale, la vasta tela del romanzo; d'altra parte poco\nconta l'intreccio di un libro nel quale l'autore non\nha avuto evitendemente lo scopo di aggrovigliare\nuna solita matassa di casi per dipanarla poi sotto\ngli occhi del lettore, più o meno ingenuo e paziente,\nonde ne sia divertito e commosso. Il romanzo pre-\ntende contenere — è palese — un grande quadro\ndi vita moderna, che ha per sfondo ora le dolci\nplaghe dell'alta Brianza, ora le vie e le piazze\ndella metropoli lombarda; mira a riprodurre il\ndramma delle coscienze nuove, il complesso, oscuro\ne terribile dramma tra le cui spire soffrono ane-\nlanti gli uomini non volgari della nostra genera-\nzione ; mira, con felice superbia, a far parlare le\ncose che dominano l'uomo. Lo sforzo dello scrit-\ntore per materiare d'arte gli elementi più ribelli\nad essa, per raggiungere l'espressione perfetta e\nsquisita, colorita e musicale di tutto ciò che nella\nvita è vita e realtà, ma non bellezza patente, è\nuno sforzo così assiduo, così insistente da apparire\ntalvolta eccessivo e doloroso; ma che importa, se\nin verità l'intento di questa — vorrei dire —\nspiritualizzazione estetica della prosaica e banale\nessenza materiale di vita è quasi sempre raggiunto?\nIl Buzzi è, io credo, assai giovane d'anni, e nei\nlavori dei giovani si deve tenere anzitutto conto\ndegli intendimenti, perchè, se anche questi non\ntrionfano interamente vittoriosi la prima volta, danno\nguarentigia di vittoria, nelle opere della maturità.\nOra, gli intenti artistici del Buzzi sono nobilissimi,\ninceppati parzialmente solo dalle esuberanze di un\ntemperamento solitario e ribelle. La stessa gran-\ndiosa proporzione del disegno è in questo romanzo\nla prova di una vastità di visioni giovanilmente ma-\ngnifica, e l'opera d'arte è in ogni sua parte la\nrivelazione di una volontà nuova, di un'aspirazione\ninquieta e ardente. Sebbene a' suoi primi passi, lo\nscrittore non è pago delle solite pitture di paese.\nEgli vuole che il paese si animi, per ospitare il\ndramma immaginato e sceglie, un paesaggio presso-\nché negletto sinora da tutti gli artisti, scrittori e\npittori della sua terra lombarda, e — come il Fo-\ngazzaro fece ne' suoi primi romanzi della diletta\ne ignorata Valsolda —( il nuovo pittore ci trattiene\nsulle alture sovrastanti il pariniano Eupili e, allor-\nché è indotto a scendere nella rumorosa e indu-\nstre Milano, non sa rinunciare al richiamo di una\nmetropoli antica, ricca di valore e di poesia, di\nsfarzo, d'arte e di violenza. Ma l'autore non è\nun dilettante di sapienza e di bellezza, nò un acca-\ndemico e neppure un romantico : è un agitatore di\nidee, un combattente, un avvenirista della vita; e\nla sua arte, come pentita di indugi, penetra nella\nfamiglia borghese moderna, scruta nelle volgarità\ndegli interessi, si gitta nel conflitto aspro e cru-\ndele dell'ora che tutti viviamo, lottando più acca-\nnitamente di quanto non lottassero i nostri avi, pur\ndi ferro vestiti. Ma sebbene il Buzzi scriva in prosa\ne il suo lavoro sia premiato, quale romanzo, egli ha\ninteso di dettare un poema' e in realtà ci ha dato\nil poema della vita moderna, — poema in cui sono\narmonicamente composti gli elementi epici, super-\nstiti nell'anima nostra e nella vita che troppo in-\ntensamente pulsa e muta intorno a noi, e insieme\nquanto avvi di eternamente bello e di vero nella\nnatura. Dei tre volumi, in cui si divide il romanzo:\n«Verso il baleno, «Su l'ali del nembo», «Verso\nla folgore », quest'ultimo; è certamente il più rude,\nil più formidabile. Ignazio e Clara, che in una torva\nboscaglia di rovi, al cospetto dei cieli, si abbando-\nnano alla legge rovente dell'amore pagano, dopo\navere tutte e a lungo proclamate le superbie della\nsolidarietà intima e pura dei cuori, e in un'ora si\ninebbriano alle dolcezze della vita e alle bellezze\ndel creato, — sono creature di una plasticità magi-\nstrale, come è di una tristezza poeticamente de-\nsolata, sino a dare anche al lettore più calmo\nl'ambascia del pianto represso, il dilagare fatale\ndel disamore, nell'anima inferma del protagonista,\ne l'abbandono in cui lascia la sua povera fanciulla...\nresa madre. Ignazio, cioè l'uomo tipo pensato dal\npoetai, è come folle per il rinascere improvviso di\nuna dormiente passione giovanile, e questa Io so-\nspingerà al suicidio, lassù, sulla vetta, di fronte\nall'alba che ascende dai monti, impiccatosi alla so-\nlitaria croce alpina, colla corda da gioco della\nbimba di un giorno, ritrovata per caso, inerpican-\ndosi verso il volontario Calvario. Ora, così come\nvive e come muore-, egli non è più la figura pre-\ncipua di un romanzo, ma il simbolo di una terri-\nbile lotta perduta;, è il martire della crudele nemesi\nmoderna, la vittima dello spietato contagio che si\nannida nella psiche contemporanea. I/autore che\nquesto ha nutrito nella fantasia e nel pensiero filo-\nsofico, farebbe temere del proprio squilibrio este-\ntico e filosofico. Ma l'arte del Buzzi tranquillizza,\nassicura della assennatezza serena dello scrittore.\nPochi giovani, come lui, anche se meno audaci, hanno\nquanto egli lo rivela; il senso esatto della vita, ed\nintuiscono e rendono il contrasto tra la realtà e\nl'idealità, vestendolo di armonie d'arte. Ma non fos-\ns'altro che per questo, anche il Buzzi dovrebbe ricon-\nciliarsi alquanto colla vita e cogli uomini, che gli\noffrono materia di così nobili esercitazioni! Ad onta\ndel suo disdegno delle umane sorti, egli non è\nun mistico, nò un leopardiano, che non veda al\ndi là della felicità personale; egli intuisce l'impor-\ntanza di quelle misteriose forze sociali che non\nsono governate dal caso, ma da leggi sfuggenti an-\ncora alla nostra comprensione, non alla nostra in-\ntuizione. E poiché già arditamente penetra nei mi-\nsteri delle anime, così riuscirà a penetrare nei se-\ngreti della dinamica sociale, e ci darà un più com-\npleto poema sociale moderno, che in un'artistica sin-\ntesi rappresenti l'epoca nostra, epoca che la storia\ngiudicherà forse più benignamente di quello che\nnoi, impenitenti autocritici, non ci ostiniamo a vo-\nlere amaramente giudicare.\nA. uffusto M"}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c010", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c010", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "n. p.", "page_fin": "n. p.", "image_debut": 9, "image_fin": 9, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.8", "titre_corps": "IN PREPARAZIONE:", "titre_sommaire": "IN PREPARAZIONE:", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 9, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.9", "debut_caractere": 6918, "fin_caractere_exclue": 6934, "texte": "IN PREPARAZIONE:"}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c011", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c011", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "n. p.", "page_fin": "n. p.", "image_debut": 10, "image_fin": 11, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.9", "titre_corps": "Il trionfo di \"Roi Bombance\" : Giudizi della stampa italiana ed estera", "titre_sommaire": "Il trionfo di \"Roi Bombance\" : Giudizi della stampa italiana ed estera", "signature_source": "Jules Bois ; Emile Bernard", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 10, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.10", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 8612, "texte": "Il trionfo di “Roi Bombance„\nGiudizi della stampa italiana ed estera\n(La continuazione al prossimo numero).\nDal Gii Blas :\n*\nM. F.-T. Marinetti a de quoi rendre jaloux Sten-\ndhal; il est né à Milan et il est poète — poète\nNon content d'avoir publié deux volumes\nde vers d'un lyrisme éperdu sous ces titres : la\n« Conquète des Etoiles » et « Destruction », il èdite\nune revue internationaie : « Poesia », consacrée aux\nMuses de tous les pays, surtout aux latines, j'en-\ntends la frangaise et l'italienne. Il a un enthou-\nsiasme débordant, une jeunesse plantureuse, une\ngentillesse invincible. Il vient de s'essayer en prose,\net c'est un succès incontestable parmi les lettrés\nde toutes nationalités. « Le Roi Bombance », tra-\ngèdie satirique en quatre actes, a ce mérite de\nne pas prétendre à ètre joué. Aucun théàtre, d'ail-\nleurs, ne s'y risquerait, car l'action formidable se\ndéploie hors de tous cadres dans un monde sym-\nbolique, à la fois abstrait et singulièrement ma-\ntériel. Comprenez que le « Roi Bombance » est un\nroman fantastique dialogué et l'oeuvre la plus ra-\nbelaisienne qui ait été forgée depuis Rabelais lui-\nmème.\nIl faut remarquer que le curé de Meudon a été,\nen somme, peu imité ; Gargantua, Pantagruel, Pa-\nnurge, Gargamelle, avec leur fantaisie outrancière,\nleur énorme symbolisme satirique, restent isolés\ndans le musée de la littérature. Ces grotesques,\nsi humains, mais humains démesurément, ont dé-\ncouragé les écoliers. Aujourd'hui surtout par l'éloi-\ngnement ils apparaissent titanesques. D'ailleurs,\nnous faisons petit, à quelques exceptions près.\nNous avons peur des géants. La jeune génération a\ncourte haleine. — On se limite. On cultive de\ngrèles jardins. L'orgie est redoutée. Candide, re-\ncroquevillé et lassé de ses frasques, a fait école.\nLes muses portent gilet de flanelle et bonnet de\ncoton. Le nain est bien vu. Le petit homme fait\nloi. Aussi, est-ce une joie peu ordinaire quand une\npersolinalité se déchaìne, lorsqu'une tempète ver-\nbale ravage les clòtures soigneusement cultivées.\nAu lieu de l'arrosoir, voici l'orage, et ses gouttes\nlourdes, ef son tonnerre. M. F.-T. Marinetti a brisé\nl'outre d'Eole. Il en sort un ouragan.\nCe « Roi Bombance » n'est pas un chef-d'ceuvre,\ncar il titube comme un silène ivre. Les mots\nqu'il emploie nous choquent ou nous étonnent. Il\nparie avec l'intestili; c'est un ventriloque impoli. Le\nvocabulaire rabelaisien est presque réservé à coté\ndu sien. Le Dieu Crepitus l'inspire. N'importe !\nPartons pour le pays des Bourdes où il règne.\nNous y trouverons de vieilles connaissances, sous\nune mascarade qui fait songer à un mardi gras\ncabriolant dans une féerie.\nLa tragèdie parodique de M. F.-T. Marinetti af-\nfecte des intentions de satire sociale. De ce point\nde vue, elle nous fait songer aux drames philo-\nsophiques, injouables aussi, de Renan. La « Ten-\ntation de saint Antoine », de Flaubert, lui sourira\ndans les bibliothèques comme à un puìné prodi-\ngue et le nez taché de sauce. Edgar Poe et Vil-\nliers, en leurs eienx ironiques, l'enconragent d'un\nrire bienveillant. Swift froncera un peu le sourcil\net Banville le traitera d'impertinent.\nGomme l'explique fort bien un critique avisé,\nM. René Wisner :\n« lei tout prend, ainsi que dans les contes d'en-\nfants, aspect de comestibles : les chàteaux sen-\ntent le chocolat, rayonnent de beurre, s'adornent\nde fruits confits ; sous leurs voutes succulentes,\ndes ripailles s'y donnent; des macaronis s'étirent;\ndes boucbées à la reine nagent dans leurs co-\nquilles d'or : des croutons surplombent, tels des\nphares, la mer des haricots ; les dindes offrent\nleurs ailes, touchées par la gràee des sauces; le\nSauterne jaunit en sa bouteille poussiéreuse; le\nClos-Yougeot rosit sous le maquillage de son éti-\nquette ».\nLes personnages sont Sainte Pourriture, « grand\nfantóme spiralique de brume », le « Roi Bombance »,\nau vaste nez bourgeonnant, aux favoris d'étoupe,\nson sceptrexfourchette en main et sous le mentori,\nune serviette orfrazée, sorte d'Ubu Roi sans sce-\npticisme; le Pére Bedaine, chapelain pareil à une\nbonbonne; Tourte, Syphon, Béchamel, marmitons\nsacrés, cuisiniers du Bonheur Universe!; Vachenra-\nget, premier conseiller du Roi, suritendant des cui-\nsines; Poulemouillet, suritendant des caves, second\nconseiller; Estomacreux, chef des affamés; An-\nguille, conseiller de tout le monde comme il faut;\nl'Idiot, poète de son métier, en maillot bleu con-\nstellé d'étoiles d'or; un vampire, etc.\nPas de feixkmes !\nAu début du livre, les Bourdes les ont chassées,\nafin d'ètre debarrassés des soucis de l'amour et\nde la race et de se consacrer au « grand pro-\nblème intestinal du monde ». lei. la satire dévie,\ncar dans l'Etat futur, intestinial ou non, les femmes\njoueront un ròle capital. Et les fonctions digestives\nne sont que la moitié du ventre... Passons.\nLes estomacs affamés menacent les repus. Sé-\nditions et complots. Ripaille, le cuisinier de Bom-\nbance, vient de mourir. Les marmitons sacrés pac-\ntisent avec le socialiste Estomacreux... Le Palais\norgiaque est assiégé. Bombance et ses vassaux\npérissent. C'est la grande curée; mais le Désir est\npére de la Destruction. Après avoir avalé Bom-\nbance, Anguille, l'Idiot, Bedaine et les vassaux sa-\nlés et marinés, les Bourdes s'entredévorent. L'in-\ndigestion fait éclater leur estomac, d'où ressortent\nceux qu'ils ont happés, mais qu'ils ne digèrent point.\nCe sera donc à recommencer, mais inversement.\nLes mangés mangent les mangeurs, qui les reman-\ng-eront, et il en sera ainsi jusqu'à la consommation\ndes siècles, pour la plus grai\\de joie de sainte\nPcurriture.\nAu courant de ces agapes d'anthropliages, le\nPére Bedaine exprime les tendances critiques de\nce livre à la fois antiréactionnaire, anticlérical et\nantirévoiutionnaire.\nEcoutons-le :\n« Sire, je vais entrer dans le ventre de mon dis-\ncours. (Le roi se rendort). En vérité, l'estomac hu-\nmain n'a jamais cru que sa faim présente fut nor-\nmale!... il a toujours cherché en arrière ou en\navant un festin paradisiaque... Jadis, tout en rè-\nvant des sances dorées abolies ou disparues, il fai-\nsait sa soumission à la médiocrité des pitances !\nC'est, la civilisation de l'estomac pai'enL.\n« Le Christ, qui n'entendait rien à rhygiène, habi-\ntué qu' il était à dévorer des sauterelles avec Jean-\nBaptiste dans le désert, vint révolutionner la di-\ngestion universelle, avec des recettes saugrenues !...\n« Pour comble de malheur, à la notion de la\nmerveilleuse ripaille déjà savourée, il ajoute la\nvision d'un mirobolant dìner futur...\n« On placa tout d'abord ce dìner sur la terre,\npuis, pour plus de sureté, dans l'au-delà, dìner\ncéleste, invention d'une astuce merveilleuse!... Les\nEstomacs pendant plusieurs siècles n'en demandèrent\npas davantage. Hélas ! des philosophes, c'est-à-dire\ndes individus occupés à cuisiner d'indigestes in-fo-\nlios et qui s'étaient d'ailleurs aplati l'épigastre con-\ntre l'arète de leur tablei à écrire, voulurent malheu-\nreusement ressusciter lf idée fàcheuse du Christ !...\n« Décidément, déclarèrent-ils, le Festin futur sera\nterrestre et non pas còleste!... Il se réalisera pro-\nchainement dans le temps et 1' espace. » Ce fut une\ngrande imprudence culinaire. Depuis ce temps,\nl'Estomac humain attend, ne voit rien venir, et par-\nfois se révolte !...\n« Cette nuit, les Bourdes se persuadèrent qu'ils sa-\nvouraient le Festin Idéal.... Les Brutalités adve-\nnues ne furent pas autre chose que la colóre d'un\nenfant déQu.\n« Bret, le progrès rèvé par l'estomac humain est\nyaln, parce que le palais et la langue, étant doués\nd'une infinité d'appétits et d'aptitudes, sont neces-\nsairement insatiables !.... Nulle amélioration, dans\nle bonheur digestif n'est possible!... Rien ne con-\ntente les estomacs parce que rien ne les remplit!..\nLes Estomacs gàtés exigent une nourriture plus\ndélicate et plus variéeL. Leur sensibilité est d'au-\ntant plus impérse qu'on leur obéit. L'abstinence\nengourdit l'Estomac universel.... l'abondance le\nsnrexcite.... »\nL'Idiot reproche aux Bourdes d'ignorer « que la\nsplendeur des choses ne vient que de l'ardeur\nqu'on a pour elles... que la saveur d'une pulpe\nest dans la bouche et non dans la chose mangée,\ncomme les beautés de la nature sont dans les\nyeux qui les contemplent. » Bref, l'auteur oppose la\npliilosophie de Kant et de Hegel, l'idéalisme su-\nbjectif au grossier matérialisme de Bombance et\ndes Bourdes. Mais ce système ne peut guère passer\npour une solution sociale. C'est de l'individualisme\nà tous crins, de l'égoisme transcendant, qui ne\nsaurait contenir le débordement d'un socialisme col-\nlectiviste, barbare, enfantin et inexact, comme celui\nque suppose notre jeune Milanais."}, {"page_pdf": 11, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.11", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 9213, "texte": "*\n* *\nM. F. T. Marinetti n'a pas dégagé très nette-\nment la morale de son tumultueux drame. Je sais\nbien que Sainte Pourriture a le dernier mot. Toute\ncette mangeaille finit en fumier, mais, cela, nous\nle savons déjà, depuis que le monde est monde. Le\nbonheur n'est pas dans notre ventre, nous ne 1' i-\ngnorons pas. Mais où est-il? Le cerveau ne donne\nguère le bonheur. Il apporte des joies et des dou-\nleurs comme l'intestin; les unes et les autres sont\nsouvent méme plus vives. Pourquoi en ce concert\ntrop digestif, n'entendons-nous pas la voix du coeur?\nCe muscle génère les sentiments et il donne une\nvie rouge à l'Idéal. Marinetti semble Tavoir oublié,\nou, più tòt, il n'a pas pensé à nous montrer un jour\nl'humanité meilleure, et moins infortunée, quand elle\nsera « organisée » enfin.\nUn jour viendra, espérons-le, où toutes les classes\nauront leur part dans le festin social ; tous les\norganes s'équilibreront, l'homme, n'ayant d'autre mai-\ntre que sa propre harmonie, réalisera tout le possible\nque renferme en lui ce concept à la fois physiolo-\ngique et sociologique : l'exercice de nos fonctions\naccordées entre elles et l'harmonie des classes tra-\nvaillant ensemble. Yoilà le vrai socialisme, celui des\nphilosophes. Il est vrai que ce n'est pas comme\nl'autre, celui d'Estomacreux — pour prendre la for-\nmule du poète milanais — un tremplin électoral.\nEn somme, malgré les erreurs et les seeousses,\nnous nous péniblement vers cettje société\nfuture, nous n'atteindrons sans doute jamais le but,\nmais nous nous en approcherons toujours plus. En\ntous cas, je ne vois pas que depuis l'avènement\nde la troisième république, l'intellectualité, l'art,\nl'amour aient perdu leurs droits. Bien au contrairje.\nRappelons-nous que le vrai roi Bombance, ce n'est\npas le socialisme, mais Louis XIV, l'homme qui\nposséda, au dire des médecins qui firent son au-\ntopsie, l'intestin le plus long. Que de plats y furent\nengouffrés! Il en mourut. Et voilà un historique\nsymbole des excès de l'assiette au beurre.\nMais laissons la parole au jeune Rabelais italien.\nIl fait chanter un joyeux « de profundis » à Sainte\nPourriture sur les corps inanimés mais bientòt re-\nnaissants de Bedaine (le prètre) et de Bombance (le\nRoi). En voici un verset:\n« G'est moi qui accouple les fleurs obscènes, plus\nchaudes et désiderantes que des vulves ! Et je me\nnaissants de Bedaine (le prètre) et de Bombance (le\ncomposition d'un cadavre, dans le sourire d'un\nenfant et dans le hurlement d'une tigresse en\nrutl.... Quand je parais, le de la vie s'ac-\ncélère frénétiquement, et la Destruction hàte ses\nravages! Ne dites pas: «Nous mourrons demain...\nJe visi J'étais morti» Mais dites plutòt :«Je suis\nune parcelle du cadavre éternel et vibrant de la\nnature ! »\nLe livre se termine par le triomphe du vam-\npire et d'Estomaceux.\n«LE VAMPIRE, se réveillant un instant pour con-\ntinuer à réciter sa legon.\n« D'àge en àge, la race des Bourdes va perfection-\nnant ses màchoires, dans l'art de s'entre-dévorer,\navec une grandissante agilité.\n« Voilà le seul progrès possible I\nESTOMACREUX\nMàchons le Roi\nporteur de lois ;\nmàchons Bedaine (le prètre)\nfarci de chaìnes !\nSAINTE POURRITURE\n« Et màchez-les donc! Cela ne calmerà pas votre\nappétit. Et vous n'aurez pas une once de bonheur\nde plus ! Le Bonheur est ailleurs ! (Avec un grand\ngeste vers l'horizon.) Ptio! Ptio! Réveille-toi !... (En\ndésignant le cràne broyé de l'Idiot.) Veux-tu manger\ncette bianche cervelle imprégnée d'azur?\nLE YAMPIRE\n« Non, elle me dégoùte... comme les autres, petite\nmère!... Et j'ai fait une indigestion de Bourdes....\nJe suis.... fatigué. (Il s'endort.) »\nCette conclusion pessimiste n'est faite pour sati-\nsfaire ni les sociologues, ni les politiciens; mais\nelle est la revanche des idéalistes pressés qui\ntrouvent que le règne de la Beaulé est aussi long\nà se réaliser — sinon plus — que le triomphe\ndéfinitif de la Justice.\nJules JBoìs*\nDalla Reiiovatioii Estetique :\nLe « Roi Bombance », que publia voici quelques\nmois notre confrère et ami F.-T. Marinetti, est une\ntragèdie de haute satyre qui participe de Sha-\nkespeare et de Rabelais. Il en faudrait donner une\nlongue et détaillée analyse pour en faire sentir\ntoute la portée essentiellement actuelle. Le roi\nBombance est combattu par ses cuisiniers qui à leur\ntour sont vaincus par le peuple symbolisé par un\ncertain Estomacreux et les Bourdes, mais la Mort,\nla Pourriture, le Vampire s'emparent du tróne du\nmonde et toute révolte est vaine, et sainte Pour-\nriture conclut : le bonheur est ailleurs ! ! ! et le\nsang coule, rideau de thèàtre, closant la tragèdie.\nEn gros tei est le sujet, éternel cercle vicieux\ndes nations, acceptation de la hiérarchie Bom-\nbance, usurpation des chefs tenant la cuisine ou\nanarchie populaire dont le sang et la mort sont\nl'imposante apothéose. Il faudrait s'apesantir sur\nles types admirablement trouvés, voici au total leurs\nnoms étranges et suggestifs : Pére Bedaine, Va-\nchenraget, Poulemouillet, Estomacreux, Anguille, Al-\nkama, l'Idiot, Massue, Requin, Gueuleton, Butor,\nles Bourdes, etc...\nAnguille n'est autre chose que Gavroche, il pè-\ntille d'esprit, d'à-propos, d'improvisation satirique\net joyeuse; il dit du Pére Bedaine: « On le dirait\nenceinte, ah ! son ventre oscille, son ventre lui\néchappe d'entre les bras, et' quels brasL. on di-\nrait des jambonneauxL. » Crouton, autre gavroche,\nriposte : « Je te jure que son ventre est détaché\nde lui, c'est sa brouette à provision» et Anguille:\n« 11 a l'air d'un esclave qui porte son maitre dans\nses bras pour traverser le gué d'un torrent im-\npétueux ». *\nL'Idiot, qui personnifie le Poète, est non moins\nverveux et lyrique, Dans un discours aux Affa-\nmés, il leur parie de l'Idéal: «J'ai vécu cent ans\nau Manoir de l'Impossible; cent ans avant d'attein-\ndre au continent des Bourdes! C'est un palais aux\nmille portes d'airain rouge qui tonnent d'heure\nheure comme des marteaux sur l'enclume, màchant\net pilant le silence éternel! C'est un palais orgueil-\nleusement cramponné àu bout d'un prómontoire\nmaudit! Ses tourelles véhémentes, toutes chevelues\nd'ét.oiles sont couchées à la renverse comme des\ntètes épouvantées... et néanmoins le Manoir brave\nhéroiquement face à face l'Océan illimité et les\nsoleils déments qui, tous les soirs, le menacent\nd'un grand geste rouge avant de quitter l'horizonl\nDurant la nuit, le palais boit à pleine gorge de\ntous ses souterrains, par ses mille et mille fe-\nnètres gloutonnes, la plénitude furibonde de l'Océan\navec ses lourds ricanements et ses sanglots ton-\nnants !... Parfois d'un coup de reins, l'Océan sou-\nlève jusqu'au ciel son dos crénelé de caméléon\ncolossal, tout ruisselant de braises violettes ; puis\nil développe monstrueusement son cou et son mufle\nde fumèe dans la hauteur de la tourelle supreme,\net plaque enfin un grand baiser noiràtre sur la\nsublime vitre d'or en le flicflac rebondissant de\nses lèvres épaisses!.., C'est ainsi que chaque nuit,\nl'Océan s'empare du Manoir, ondoyant lourdement\nson ventre multiforme de cétacé dans la profon-\ndeur retentissante des salles immensurables 1... ».\nMais l'attention donnée à l'Idiot par les Affamés\nest bien vite enlevée par Estomacreux qui veut\ncondamner V Idiot à mort « pour avoir » détourné\nl'Estomac des Bourdes de toutes les lois intesti-\nnales ». Il serait trop long de suivre les aventures\ndu « Roi Bombance » mangé par les usurpateurs et\nrevomi par eux. Estomacreux n'en pouvant plus\nle rend enfin à la lumière dans le quatrième acte\ndédié à « Sainte Pourriture ».\nM. Marinetti est un créateur inattendu et sin-\ngulier, son verbe abonde en pittoresque et en ima-\nges; il déroule sa grande toile qui serait à la fois\nde Tintoret, de Dorè et de Goya, avec une désin-\nvolture toute naive et toute grandiose. J'aime la\nconstruction de sa tragèdie et j'en aime beaucoup\nla liberté et la vie; il excelle à dire avec force:\n« 0 ma cithare pàmée d'amour, je ne caresserai plus\nl'échevelement de tes cordes brulées d'orage et de\nluxure; je me souviens encore de tes beaux rires\nstridents quand je tàchais de vriller de la logique\ndans ta téte en tournant violemment toutes les\nclefs de métal qui modèrent ta folie discordante ».\nIl abonde en trouvailles si ingénieuses qu'elles\npourraient bien ètre le génie. D'aucuns lui font le\nreproche d'écrire à la diable sous le fouet de sa\nviolente improvisation... Ce ne saurait étre un re-\nproche, puisque nul ruisseau n'est sans pierres,\net plus est puissant le torrent, plus il charrie de\ndétritus; mais il est beau d'ètre un torrent et de\npeindre en trempant sa brosse dans le safran des\naurores et le carmin des crépuscules. C'est une\noeuvre en vérité toute crépitante que ce « Roi\nBombance » et si des encens noirs s'enroulent à\nses derniers feuillets, on en garde comme un\néblouissement de force jeune et innombrable qui\nélève l'ouvrage à l'importance d'une découverte.\nOn peut tout attendre d'une imagination si fé-\nconde en évocations et en peintures, car elle brille\ncomme un diamant aux mille facettes où le soleil\nardent se multiplie éblouissamment.\nParmi la monotonie puérile du petit art de sen-\nsations qui actuellement sévit en littérature com-\nme eri peinture, la fresque du « Roi Bombance »\ns'impose et persiste, grandiose et magistrale.\nEmile Bernard."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c012", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c012", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "n. p.", "page_fin": "[8]", "image_debut": 13, "image_fin": 20, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.10", "titre_corps": "GIOVANNI PASCOLI : STUDIO CRITICO di EMILIO ZANETTE premiato nel III concorso di POESIA", "titre_sommaire": "GIOVANNI PASCOLI : STUDIO CRITICO di EMILIO ZANETTE premiato nel III concorso di POESIA", "signature_source": "Emilio Zanette", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 13, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.13", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 3512, "texte": "GIOVANNI PASCOLI\n\nSTUDIO CRITICO\ndi EMILIO ZANETTE\npremiato nel III concorso di POESIA.\nSiamo abituati, parlando di un artista, a considerarne\nnon la facoltà espressiva che è l'essenza dell'arte, ma la\nmateria esteriore, non il soggettivo che lo individua ma\nl'oggettivo che lo confonde. Diciamo altri, poeti «descrit-\ntori » intendendo quelli che si occupano delle cose sensibili\ncome del duomo di Milano o della luce di luna — altri\n«'narratori» che lavorano sopra un oggettivo storico, come\nla guerra di Troja e le geste di Garibaldi — altri «ero-\ntisi» che scrivono d'amore, e così via: luce di luna, guerra\ndi Troja, amore, che servono per farcene conoscere l'arte?\nServono quanto il sapere di tutti costoro, quando nacquero\ne dove morirono — ci danno delle classificazioni, degli\nelenchi, dirò più volgarmente e meno italianamente, dei\nruoli di poeti, non mai le loro fisonomie estetiche. Dire,\nper esempio, che il Pascoli è cultore delia poesia bucolica\ne georgica è dire una banalità; perchè, presi a sè, questi\naggettivi non esprimono un'arte ma una materia bruta,\npresi in senso storico, cioè riferiti ad altri poeti che si\noccuparono di campagne e di prati, di capre e di cavoli,\nrilevano non la genialità, l'originalità, cioè l'arte dei poeta\nromagnolo, ma il suo confondersi almeno per un verso\ncon l'arte altrui, cioè la sua mancanza di originalità -—\nbel complimento! Allo stesso risultato, con tal metodo, si\narriva quanto al « pensiero » del poeta ; divisa la poesia\nastrattamente in poesia, mettiamo, descrittiva, narrativa,\namorosa e di pensiero, il Pascoli trova anche un posto\nfra i poeti « di pensiero » poiché egli mette in versi del\npessimismo secondo un critico illustre, il Muret, o del-\nl'ottimismo, secondo un parimenti illustre professore, Vit-\ntorio Gian: il critico d'arte però studia in un poeta non le\nopinioni, ma le intuizioni di esse, non il « pensiero » ma\nla parola — anche questa determinazione dunque è buona\nsolo per gli elenchi e per i ruoli. Sicché seguitando per\ngii amminicoli della classificazione, si otterrebbe un Pa-\n0\nscoli (ahimè, non vorrei dirlo!) squartato in una specie\ndi quaternario poetico: un Pascoli, cioè, intimo, un Pascoli\ngeorgico, un Pascoli sociologo e un Pascoli cosmologo —\ne il Pascoli propriamente poeta non si avrebbe !\nIo non intendo affatto di commettere con la mia cri-\ntica una simile carneficina: né la vita famigliare del poeta\ncon tutte le circostanze che la informano, nè la sua cor-\ndiale simpatia di uomo per la campagna, nè i suoi principi\netici e colitici .e scientifici si devono pigliare per la sua\narte, che sarebbe uno scambiare il materiale con l'opera; si\ndeve solo tenerne conto in quanto ci si presentino come\nelementi di essa. Per conto mio dunque rinunzio in questo\nlavoro ad ogni classificazione dei « generi letterari » nei\nquali il poeta possa essersi esercitato ; io intendo proprio di\ncercare non dei generi ma un genere solo, quello del Pa-\nscoli, cioè, per dare in un bisticcio, un'arte sui generis.\nTuttavia, come la comodità dell'esprimersi consiglia, adope-\nrerò ancora i termini tradizionali indicanti le categorie este-\ntiche, come bucolina, georgica, poesia civile, poesia sociale,\npoemi, poemetti, odi, inni; i quali termini, vuoti d'ogni va-\nlore scientifico, non rappresentano nè significano se non\nraggruppamenti empirici di opere letterarie formati per ac-\ncidentali approssimazioni.\n* &\nMontiamo il primo scalino. 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Un poeta, intendia-\nmoci, non cessa dì essere tale se invece che sbottarla,\ndico banalmente, a barili, ci spilla la sua poesia soltanto\na decilitri, se invece di possedere quel famoso pindarico\nimpeto «monte decurrens velut amnis» ha un semplice\nfilo, purché chiaro, serenissimo, filo di acqua — poiché\n1 arte non si misura, come l'acqua potabile, a metri cubi.\nMa quanto al Pascoli, un poeta il quale crea una visione\nesclusivamente sua della famiglia, crea un'intera psicologia\ndei bambini, degli uccelli, della vita agreste, della natura\ninanimata; che crea a sé una visione sociale e una visione\ncosmologica, questo poeta ha veduto e ha mostrato un\nbel pezzo di mondo —* egli è un esploratore da tenersene.\n*\n* *\nLa famiglia del Pascoli è più di morti che di vivi :\ndue sorelle delle quali una,, Maria, è la carissima sua com-\npagna, ne sono con lui l'avanzo desolato. Dopo l'assassinio\ndel padre, tragedia prima, le altre tragedie, cioè la morte,\nad un anno, della madre, e, successivamente, di vari fra-\ntelli, hanno scavate nello spirito del poeta ferite profonde\ndi dolore che egli venne sfogando in una serie di espres-\nsioni artistiche fra cui parecchie di una felicità indiscu-\ntibile. La visione dell'immane sventura si attua in lui con\nquegli elementi espressivi d'imagine e di sentimento che\nsono la sostanza, di tutta l'arte pascoliaua. Vi si trova già\ncol suo tono caratteristico tutta l'etica a così dire angelicata\ndei Primi Poemetti e. dei Canti di Gas tei ve echio : la voce\ndel poeta e dei suoi esce dalle povere gole accorata, non\nirosa, non mai irosa, e quando tenta di essere tale, l'espres-\nsione- accilecca. Cosa dicono i due versi\noh ! d'un pianto di stelle lo inondi\nquest'atomo opaco del Male!\nniente, perchè non sono l'arte del Pascoli ; ma quando il\npadre assassinato, morendo, prega Iddio e unisce in una\ncomune benedizione i suoi figliuoli col suo assassino, al-\nlora dalla penna commossa balza una terzina stupenda ;\nche sia felice; fagli le vie piane,\ndagli oro e nome, dagli anche l'oblìo\ntutto.,., ma i figli miei mangino il pane.\nDi eguale suggestività la voce materna\nvoce stanca voce smarrita\nche trattiene il poeta, dal suicidio, che in lui oppresso\ndalle sventure e stretto dal bisogno, attutisce col monito\ncristiano le acerbe amarezze, le momentanee ribellioni.\nTutta questa lirica di famiglia esprime dunque la mitezza\ndel poeta ed è un elemento della concezione eucaristica\ndell'universo che gli si svilupperà nelle creazioni succes-\nsive. Le figure che formano questa famiglia hanno tutte\nuna espressione altamente morale : il carattere della madre\ncome quello del padre, dei fratelli come delle sorelle\nesprime, ispira, insegna rassegnazione. Non è buona sol-\ntanto la madre ; tutti sono buoni ! Margherita che mentre\nnella cameretta\nvana\nl'ombra formicolava di paura,\nandava al letto dei fratelli minori « soave e piana » per\ncalmarli e farli dormire; Giacomo, il maggiore di tutt?\nche può dire di sè :\ndestinai de' pani\nil più piccolo a me ch'ero il più grande,\nnon differiscono da quelle due superstiti fanciulle che sulla\nsera dopo aver tutto il giorno, senza mormorare, aguc-\nchiato :\ndicono, ora, in ginocchio un po' di bene ;\nnè dà lui, il poeta, che da ogni verso de' suoi volumi\ninvita gli uomini a benedire con parola che « potrebbe\nessere di odio e è d'amore ». Ora tale mitezza etica che\nsi fonde in emozioni spesso vivissime e dà a tanti cuori\nrappresentati la voce supremamente una di un cuore solo,\ntrova la sua significazione correlativa nel tono della pa-\nrola, nella materialità dell'elemento acustico : la parola del\nPascoli non tuona e non grida, essa mormora, essa bi-\nsbiglia con la devozione della preghiera detta; a bassa voce ;\nchi recita le sue poesie alzando la voce le guasta; si\nsente che quasi dappertutto sono morti che parlano, ta-\nluno anche\nper dir tante cose e poi tante,\nma le parole poi finiscono in un soffio — « quel soffio\ndi voce», come dice il poeta, che ci richiama il tenero\n«obmutescit» dell'Agnello vaticinato da Isaia.\n* *\nSi può domandare : tale affettiva mitezza che i morti e\ni vivi parenti del poeta dimostrano, è ed era in loro o\nsolo nel poeta? Ma la domanda è, rispetto all'arte del\nnostro, oziosa; sia e sia stata (com'è credibile) in loro,\nessa è però intuitiva nel poeta perchè informa tutta l'o-\npera di lui. È in lui la facoltà estetica del mite senti-\nmento e quindi della mite parola, che lo esprime; per\ntale facoltà appunto egli ha potuto evocare un mondo\nfanciullesco cosi ricco e così intensamente espressivo; per\nessa anche ha potuto riuscire a crear molte psichi e\nnessun volto, molte etopeie e nessuna prosopografia. Lo\nvedremo subito; una moltitudine di particolari realissimi\ncolti e resi con tocco delicatissimo riguardano appunto la\npuerizia e l'infanzia. Il morticino che non ha potuto met-\ntere «le scarpe d'avvio » fattegli da mamma la quale In"}, {"page_pdf": 15, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.15", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 4604, "texte": "filato per esse « sei notti e sei dì » ; il bimbo che dorme,\nsognando dopo i pii discorsi materni\ni rami d'oro,\ngli alberi d?oro, le foreste d'oro:\n0 l'altro che «piange, il piccol dito in bocca» e intanto\ncanta una vecchia, il mento su la mano;\nil malatino abbandonato che mentre la Vergine gli va\ndicendo: è finito il tuo dolore —, sospira il sonno sul\ncaro seno dì mamma e «va, desolato, in Paradiso»; lo\nscolaretto che, metaforico agricoltore,\nara bel bello,\nguida l'aratro con la mano lenta;\nsemina col ano piccolo marrello,\ne quello che legge nel suo pur metaforico «Campetto»\nbianco di grano nero in lunghe righe;\n1 due fratelli che azzuffatisi «con stupor dei tigli» si\ndicono «parole grandi più di loro» e la mamma li ca\nstiga a letto e poi, ritornata nella camera,\nbuoni oltre il costume\ndormir li vede l'uno all'altro stretto\ncon le sue bianche alucce senza piume;\ne il buon Valentino «vestito di nuovo» che, mancando alla\nmamma, i denari, è rimasto senza scarpe\nnudo i piedi come un uccello,\nsono figurine le quali nei vari atteggiamenti ritraggono\nsempre lo stesso carattere etico che informa la famiglia\npascoliana : i bimbi sono tutti « buoni » : buoni, intendia-\nmoci non a così dire intellettualmente ma affettivamente,\nnon chiamati tali ma tali rappresentati e sentiti dal poeta;\nmolto diversamente buoni insomma da quei famosi\nspose e mariti, popoli e troni\ndi cui parlava in una celebre «cena» Giovanni Prati —\nil quale pare che qualche volta avesse voglia di ridere!\nMa la loro mite affettività che richiama sempre cosi\nda vicino l'indole del loro artista creatore è ottenuta gene-\nralmente con una visione complessa: non c'è mai il bimbo\nsolo — accanto alla figura di lui c'è sempre un'altra figura\nche la completa o la illumina; una mamma, una nonna,\nun uccellino. Una mamma che «nel vespero vermiglio»\n(ho già accennato questo motivo) dice al figliuoletto, mo-\nstrandogli il cipresso oro oro fino:\ncosì fatto è lassù tutto un giardino;\nuna mamma che ritorna (e ritorno anch'io al già detto)\nnella camera ove sono i fratellini castigati, col lume\nvelato un poco dalla rosea mano\ne vedutili l'uno all'altro stretto.\ncon~ un sorriso il letto;\nuna mamma che compone i! «morto giovinetto» suo fi-\nglio nella cassa ma prima lo pettina, adagio, per non\nfargli male. Una mamma dunque — o anche una nonna:\ncanta, presso il letto dell'orfano, «il mento sulla mano»;\nammira il nipotino che scrive «piccolo aratore» e che\nlegge «piccolo mietitore»; e alla nidiata che le chiede,\ndopo il rosario, le novelle, dice («eli'è pur buona»)\nla più lunga, la più bella\nfinché\nciondolare\ngià comincia una testina;\ndue sonnecchiano....;\ne in mezzo ai « biondi corimbi » quel capo d'argento par\nche dica\ncol tremito,\nsì,pictoli,\ne col suo tremulo « sì » assiste il bimbo ammalato in cam-\nbio del quale offre e dà la sua vita. Anche, ho detto,\nun uccellino e farò subito vedere.\n*\n* *\nQueste figure buone, sempre buone, solo buone, tutte\nbuone di genitori, di fratelli, di mamme, di nonne, di\nfanciulli, di bimbi, di morti e di vivi paiono ripetersi con\ntale carattere psicologico nel mondo degli esseri irragio-\nnevoli ed inanimati. Il poeta ha comunicato se stesso non\nsolo alle psichi umane, ma altresì agli animali ed alle\ncose, cioè è penetrato, come Neast dice, nel mondo\nsubcosciente e ne ha tratto voci molteplici di esseri, ignote\nal nostro orecchio, postille di anime impenetrabili alle\nnostre pupille. La famiglia degli uccelli è quella di cui\nil poeta ha particolarmente saputo plasmarci le psichi con\nla proiezione od oggettivazione della sua visione famigliare\ned etica sul loro microcosmo, onde gli uccelli sentono e\nperciò si esprimono come le persone pascoliane e quei\npulcini non sono per nulla dissimili dai bambini che noi\nabbiamo già veduti, e c'è fra loro le stesse mamme e\ngli stessi babbi buoni, miti, provvidi, generosi, laboriosi\nora lieti ed or accorati, ma 11011 mai troppo lieti nè mai\nirosi o piagnucoloni, che dal Pascoli già abbiamo impa-\nrato a conoscere.\nNotiamo, ora! L'uniformità etica e affettiva di questo\nche ho chiamato microcosmo, mentre è tutta, come ho\nosservato, del poeta, non ne fa scapitare la realtà ogget-\ntiva: i tocchi che dei piccoli esseri aerei determinano il\ncostume esteriore, le voci, i voli, tutto quello che non s'in\nterpreta con l'occhio interno ma si coglie con l'esterno,\ntutto vi è ritratto con tale verità di rappresentazione che\nrasenta il documento ; e tale coerenza nella parola del\npoeta fra il loro interno e il loro esterno dimostra l'unità\ne perciò la vita possente della visione.\nTale realismo arriva per le voci fino alla onomatopea"}, {"page_pdf": 16, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.16", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 4813, "texte": "— al «videvitt» della rondine, allo «scilp» del passero,\nal « tac tao», al «tin tir) », al «fine fine», peggio ancora,\nallo «zisteretetet», peggio che mai, al « tellterelltelltell-\nteliteli» di capinere, di pettirossi, di fringuelli, di cingal-\nlegre, elementi che fanno saltare a talun critico nasuto\nla mosca al naso' e che io trovo profondamente inerenti al-\nl'arte pascoliana che essi esprimono spiegano e completano\ncome l'ultimo tocco dato alla rappresentazione, come il dis-\nsolversi vero e proprio del vocabolo nell'espressione che lo\ndistrugge e lo oltrepassa per emergere dalle rovine di-\nesso. Sono esempi classici sotto questo rispetto « The ham-\nmerless gun» dei Canti di Castel vecchio e «La Cincia» dei\nPrimi Poemetti, nei quali la vita degli uccelli entro un\nbosco ò resa con un'impressione sintetica di suoni e di\natti immediata : si vive nel bosco insieme col cacciatore,\nsi diventa anzi il cacciatore stesso giungendo a quell'i-\nsolamento massimo dal nostro mondo di lettori, dal nostro\nio, dopo il quale non si avrebbe più l'arte (ch'è impres-\nsione riflessa e relativa) ma la diretta impressione delle\ncose cioè la distruzione dell'arte:\nE me segue un tac tac\ne me segue un tin tin di pettirossi,\nun zisteretetet di cincie, un vere\ndi cardellini. Giungo dove il greto\ns'allarga, pieno di cespugli rossi\ndi gridìi, pigolìi, scampanellìi,\nche cessa a un tratto. Uhammerless m'ha visto\nun fringuello, che fa: zitti! sii sii\n(sii sii è nella lingua dei fringuelli\nquello che kitsch o stili, o Percy, in quella\ndi mamma: zitti! tacciano i monelli....)\nTutti còiti dal vero i seguenti particolari di uri solo\nuccello — la rondine ; particolari eli voci e di voli : s'avanza\nil temporale; nell'apprensivo silenzio che lo precede\nrondini ad ali aperte\nfanno echeggiar la loggia\nde' lor piccoli scoppi;\nun uomo s'avvicina alla spiaggia del mare,\nma lui vedendo, ecco di subito una\nrondine deviò con uno strillo.\nCh'ella tornava;\nè dunque primavera e i passeri, nostri casigliani, tornando\ndalla città ai campi vi trovano, venuta d'oltremare,\ntrovano, te, che scivoli, che sbalzi,\nrondine, e canti\ned è un verso che vola come una rondine veramente;\nvola anche il seguente, simulando con l'agilità di una tri-\nplice arsi i lanci di altri uccellini :\ned ecco\nch'elle frullano azzurre cinciarelle....\nImpressioni acustiche magistrali evoca il passero so-\nlitario con l'accorta determinazione delle tre note risonanti\nin un sito di raccolte solitudini e paragonate alle tre note\nsolitarie evocate sull'organo di un tacito monastero da\ntenui dita monacali:\ndi tra un silenzio immenso\nmandi le tue tre note,\nspirito solitario.\nCome impressione ottica, invece, efficacissima è l'ap-\nparizione di una civetta in una grotta :\nvide due rilucenti Hyllo stateri\nd'oro, nell'ombra, e s'appressò; ma l'oro\nnon c'era più; poi li rivide i due\nfìssi e tondi nell'ombra occhi d'uccello.\nMa spesso, come ho poco fa avvertito, la visione del-\nl'uccello si fonde con una visione di fanciullo a cui con-\nferisce maggior tenerezza. Aggiungiamo alle\npur possono servire, altre citazioni; ecco un ragazzetto\nche studia i paradigmi del Curtius:\npovero bimbo! di tra i libri, via\nappare il bruno capo tuo, scompare;\ncome d'un rondinotto quando spia\nse torna mamma e porta le zanzare.\nE ancora, anche nei seguenti versi, quelle benedette ron-\ndini insieme con i fanciulli!\ned \"era a tutti, l'aurea cetra a cuore\ncome a bambino infante un rondinotto\nmorto, che così morto egli accarezza\nlieve con dita inabili e gli parla,\ne teme e spera che gli prenda il volo.\nQuesti i canti, i voli gli atti che il senso intuisce; ora,\nle loro anime, le anim|e dei piccoli esseri, quali sono se\nnon quelle, come ho già avvertito, delle persone pasco-\nliane? ho avvertito, ed ora, appunto, dimostro. Radissima\ne fugace, si noti, l'apparizione di uccelli rapaci nel mondo\ncreato dal Pascoli : la violenza non vi ha libero ingresso,\no noi vi troviamo soltanto dei passeri, dei pettirossi, dei\nfringuelli, delle cutrettole in comunione di vita con l'uomo,\ntalvolta vittime della sua potenza, eppure senza odio e\nsenza mormorazioni nel cuore — si lamentano con voce\npiana, a basso, come, nè più nè meno, per portar un\nesempio ovvio, il padre del poeta, morente :\nTin tin, anche te ? che c' invidi\ndue pippoli e due gremignoli ?....\nsi viene, tu vedi, da bianche\nmontagne, da boschi d'abeti,\ncon l'ali, puoi credere, stanche...\nsapessi che fame!.... Sii buono.\nSì, l'uomo è anche buono e i passeri a sera lo ringra-\nziano: , I i : ti\n9 ' I i I ! I '\ngiorno per giorno, rompi tu buono,\ncon i tuoi denti stessi il pan secco\ne rie spargi le briciole dalla tovaglia\nma un po' lontano, come è nei voti\ndi questi buoni tuoi peccatori;\nessi sono dunque dei peccatori buoni, dei ladroncelli e\nlo riconoscono:\nAhimè ! talvolta di noi ti duoli !\nsei [giusto,..."}, {"page_pdf": 17, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.17", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 4967, "texte": "ma troppo severo anche ! È una madre o un padre che\nparla così? forse l'uno e l'altro; sono i capi di una ni-\ndiata o vogliamo dire famiglinola e paiono invocare da\nlui il comune sentimento materno e paterno, con la con-\nfidenza di chi sa che può essere capito:\nor che i novelli tengono i capi\nsotto le alucce, vicino al cuore,\nlo dico, mentre tacciono l'api,\nle mosche, i ragni, tutto : si muore !\nCome, tra parentesi, ben preparato quel « si muore » che\npar detto all'uomo in un orecchio ! L'uomo dunque se ne\nva (egli era capitato vicino al cipresso, l'aerea casa dei\npiccoli) e la madre con atto ineffabilmente materno toma\nai figliuoletti- che fanno zitto; — ora è andato, essa dice,\nsu, la zampina.... non e' è più5 figli.\nGran confidenza che i bricconi si prendono talvoltaI ecco\ncome un po' burlescamente essi riprendono il poeta uscito\ncon lo schioppo « inghilese » contro di loro :\nfra i ginepri c' è un merlo che mi fischia\nE un forosiepe: Eh tu torni.... so dove\nOh il tuo bel nido, che neramen ci piove !\nCosì, come al principio di questo paragrafo dicevo, il\nmondo degli uccellini vive nelle nostre fantasie senza per-\ndere niente di quella realtà oggettiva nella quale noi, fuori\ndel verso pascoliano, comunemente lo intuiamo; vive per\nquella finezza d'interpretazione psicologica onde dall'este-\nriore vita dei piccoli nomadi* dell'aria il poeta penetra\nnell' interiore. Dalle voci varie, dai trilli, dai chioccolìi,\ndai frulli sommessi, dai\ngridii, pigolìi, scampanelìii,\ndai voli, dal costume, egli indovina —< o crea — i senti-\nmenti dei cari esseri che ama) e li indovina eoa tale feli-\ncità, con coerenza così piena che noi non potremmo im-\nmaginare quelle creaturine a parlare o sentire in altro\nmodo.\n*\n* *\nContinuo a dimostrare l'unità affettiva ed estetica delle\nfigurazioni pascoliane. Lo stesso psicologismo fin qui esa-\nminato informa dunque anche le cose — l'inanimato poi\nanimandosi riflette la psiche dell'animato, ossia, come sem-\npre, quella del poeta eh'è del suo mondo l'uno e il mol-\nteplice. Anche le cose, come gli uccelli, come i bambini,\ncome le mamme, sono buone, miti, contente del poco,\ngenerose ad altrui, rassegnate alla volontà della natura;\nanche nel mondo delle cose l'interpretazione delle psichi\nè fatta in accordo perfetto con i caratteri percettibili.\nÈ noto che il Pascoli lasciò da una parte i «grandi\nsoggetti», gli argomenti «nobili» che costituivano i solenni\nrepertori dell'arte accademica, e ha mostrato una risoluta\nattitudine per i soggetti « umili », quelli che le rettoriche\ndefiniscono ancora materia di stile puramente tenue o,\ntutt\"al più, mediocre; per lungo tempo non s'è veduto\nin quelle sue pagine che galli, galline, cani, rondini e\nrondini e rondini, siepi e fiori di campo, case di con-\ntadini, pievi, cacciatori, capocci e massaie, stalle e ve-\nglie «tra il sordo rimastico mite dei bovi», fusi e arcolai,\nranno, lucerne a olio «pendenti alla fumida trave», gra-\nnate : nessuna faccia d'eroe antico o contemporaneo, no-\nstrano od estero — gli eroi son venuti dopo e vedremo\ncon che merito — nessuna faccia pulita di cittadino in\nguanti, non poltrone, non luce elettrica, neanche il fumo\ndi una sigaretta della regia a centesimi tre, neanche una\nserata di ricevimento una miseria! Ciò basta per far\ncapire come si sia potuto dare al Pascoli dell'arcade. La\n« grande arte », brava signora, ama i pennacchi e le fan-\nfare e quindi\nintererit satyris paullum pudibunda;\nessa non vuol capire come non è il soggetto che fa la\npoesia, ma il poeta, e che quindi non è nei soggetti la\nmiseria ma negli autori, e che quando questi sanno espri-\nmere, ogni soggetto diventa di per se stesso «grande arte»\nsia esso l'umilissima granata cara al bambino\nche viene e la vuole a cavallo,\n0 sia la poltrona storica o la omerica lancia « dalla bron-\nzea punta». Il vero è appunto che nella poesia pasco-\nliana anche i soggetti umili sono alta poesia poiché le\ncose vivono e parlano e, come ora ci preme osservare,\nhanno la solita eloquenza mite, serena, rassegnata, spi-\nrante virtù e laboriosità. Proprio quella povera granata\n(le donne contigiate faranno qui alcuna smorfia) assurge a\ndignità di esemplare e di monito etico con la sua ope-\nrosità rassegnata e modesta:\ne in casa tu resti, in un canto,\nnegletta qui come laggiù ;\nma niuno è di casa pur quanto\nsei tu....\nIl poeta la riguarda con rocchio onde guarda le persone\ne le cose del cuore; per cui essa non differisce affettivar\nmente ed eticamente da quella sorella buona di lui, Maria,\n1 cui occhi\ntoccano a pena\nle cose, due poveri a cena\ndal ricco, ignorati dai più....\nTanto umile e tanto utile e cara — al bambino che la\nmonta e alla gallina «che ai costi le sbalza ed i grani le\ninvola», mentre nella casa, per suo merito pulita, ella in-\nsegna\neh' è bella, se pura, la vita.\nQuelle foglioline morte che indugiandosi sul ramo si ri-\nvolgono alle nuove, non paiono le ancora vive sorelle del\npoeta tutte intese ad agucchiare o Margherita, la tenera"}, {"page_pdf": 18, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.18", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 5038, "texte": "morta, che andava a quetare i fratellini paurosi nel loro\ntettuccio, o Giacomo, il fratello più grande, che teneva per\nsè la parte più piccola?\nNoi e' indugiammo dove\nnascemmo, un po', ma era\nper ricoprir le nuove\ngemme di primavera....\nE la lucernetta, al sole che le si vanta, dice altre parole\nse non di umile affetto, come buona, sorellina rnaggioie,\nper il bimbo presso cui una mamma, forse, 1 aveva posta ?\nstavo velata e trista\nper fargli il ben non vista.\nVicino ai buoni fanciulli i buoni vecchi. Il vecchio casta-\ngno sa il suo passato e indovina il suo futuro — perchè\nc' è lì presso un piccone ed un'accetta : dopo la secolare\ngenerosità di ombre e di frutti, essere atterrato, fatto in\npezzi, servire al metatello del capoccio, diventai cenere\nper il bucato della massaia ; ma esso non legge « l'Avanti 1 »\nne la «Critica Sociale» e perciò, lieto del bene che ha\nfatto all'uomo, subisce senza lamentarsene la sua immo-\nlazione : , ,\nil fusto\nè marcio e non può darsi clie ìjbutti.\nGli dia 1' accetta e l'accettino. E giusto.\nSolo prega che si conservi un suo rimessiticcio, ma non\nper sè, o uomo, bensì a tuo vantaggio.\nti farà le mondine pe'tuoi figli.\nL'animato dunque in tutta la poesia pascoliana in\nvolge compenetra vivifica l'inanimato; il linguaggio\nl'assoluto razionale — serve ad esprimere l'assoluto irra-\nzionale e la natura inconscia vive per tal modo nella in-\ntuizione del poeta in un aspetto originale : dappertutto, nella\nparola dell'uomo come in quella dell'animale e della cosa,\nc' è la voce profondamente affettiva della bontà. L accon-\ntentarsi del poco, il dare altrui tutto quello che si può,\nil sottomettersi alla necessità della natura sono i senti-\nmenti che spirano dalle cose - dico i sentimenti non i\nconcetti: un amore intenso universale ci distilla da tali\nsentimenti nel cuore, ci si riempie l'anime* di una sincera\ngratitudine verso la benigna natura e il, nostro essere in\ntero si esalta in una suprema e indefinita aspirazione a\nbene.\n*\n*\n# &\nIl lettore deve seguirmi in questo rilievo eh io tento\ndi dare all'arte pascoliana con l'analisi degli elementi che\nla compongono; mi è ora necessario uscir fuori totalmente\ndalle psichi varie degli esseri ed esaminarne particolar-\nmente le modificazioni esterne per vedere se la coerenza\nrappresentativa che c' è fra uomini, animali e cose\nancora tra essi e le relazioni sensibili in cui vengono\npresentati. Voglio insomma far di proposito ciò che ho\nfatto qua e là indirettamente, esaminare quali impressioni\nsensibili il poeta ci dia. Comincio col rilevare in gene-\nrale la coerenza del sensibile generico col sensibile spe-\ncifico e con l'ultrasensibile ricordando cbe le sue impres-\nsioni egli ricava solo dalla vista e dall'udito, i due sensi\nche tenendo a distanza i loro oggetti sono più capaci della\ncastità, tranquillità, mitezza proprie alle psichi del mondo\npascoliano, e quindi riescono meno suscettibili della scom-\npostezza e della violenza a cui il gusto, il tatto e 1 olfatto\nespongono il soggetto senziente. È ovvio rilevare nel no-\nstro poeta l'assenza totale di impressioni gustative così\ncomuni nell'opera dannunziana. La polenda che fa Rosa\ndà impressioni visive auditive e muscolari nitide e ra-\npide :\nstacciò: lo staccio, come avesse l'ale,\nfrullò tra le sue inani ] e la farina\npialla com' oro nevicava uguale.\nNe sparse un po' nell' acqua, ove una ima\ntela si stese. TI bollor ruppe fioco.\nElla ne sparse un' altra brancatina.\nE poi spentala tutta a poco a poco,\nmestò. Senza bisogno di garzone,\ninginocchiata nel chiaror del fuoco,\nmestò, rumò, poi schiaffeggiò il pastone,\nfin che fu cotto ; e lo stacciò bel bello,\n1? ammucchiò nel paiuolo, col cannone\ndi pioppo ] e lo sbacchiò sovra il tarvello.\nSi vede si ode con nitidezza e rapidità, si ha una im-\nmediata impressione muscolare, ma dove comincerebbe a\nprevalere altro senso la rappresentazione cessa e chi ha\nfame cerca invano al suo naso e al suo palato qualche\nconforto. Un altro luogo caratteristico che mette in evi\ndenza questa atonia dei sensi secondari, nel poeta, è «La\ncanzone del girarrosto». Impressioni sintetiche visivo-au-\nditive felici :\nE già la massaia ritorna\nda messa ;\ncosi come trovasi adorna,\ns* appressa :\nla brage qua copre, là desta,\npassando, fvr, come in un volo\nspargendo un odore di festa,\ndi nuovo, di tela e giaggiolo.\nEcco in ultimo di passaggio un'impressione olfattiva: ma\nche tenuità e che purezza! non c'è da fare costì per la\nditta Bertelli. Continuano particolari di circostanza: si ve-\ndono delle pentole, delle teglie, un girarrosto — solo non\nsi vede e meno che mai si sente olfattivamente l'arrosto;\nnominato, sì, ma come un particolare affatto estraneo alla\nrappresentazione, onde niente di più indifferente per noi\nche sentire poi l'invito finale della docile macchina: «in\ntavola, in tavola».\nMa più evidente la coerenza fra spinti, cose e modifi-\ncazioni esterne di esse risulta dalla natura delle impres-\nsioni visive e uditive: «temperanza di vapori» <?ssomma\nle visive — la sordina è tono normale delle uditive; mi"}, {"page_pdf": 19, "page_imprimee": "[7]", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.19", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 4721, "texte": "spiego. Dicendo «temperanza di vapori» ossia modera-\nzione di luci non intendo notare un difetto bensì vera-\nmente un modo particolare o una serie di impressioni vi-\nsive: sono colori il grigio come il rosso e sono luce il\nsole come la luna; significa «temperanza di vapori» che\noggettivamente i colori nel Pascoli sono piuttosto miti che\nvivaci, c' è più raggi di luna che raggi di sole, le cose\nsono sempre più nelle penembre e nell'ombre che nella\nluce, nei crepuscoli incerti che nei fulgori meridiani; gli\neffetti di luce vi sono numerosi quanto potenti, ma più\nnotturni che diurni « tacitae per amica silentia lunae » la\nquale luna messa alla porta da Enotrio, come si vede,\nrientra in Parnaso, con il beneplacito del Pascoli, e ci vor-\nrebbe poco ad accusarlo, come prima di arcadia, così ora\ndi stinto romanticismo... Ma è una luna la sua che non-\nassomiglia a quella di nessuna scuola. Torniamo a noi.\nIl poeta in un meraviglioso lavoro con cui si aprono i\nCanti di Castelvecchio definì con sicurezza divinatoria\nquesta sua facoltà di cogliere effetti di ombre e di lume\ntemperato :\nio sono una lampada, eh' arda\nsoave !\nla lampada, forse, che guarda,\npendendo alla fumida trave,\nla veglia che fila;\ne ascolta novelle e ragioni\nda bocche\ncelate ne l'ombra, ai cantoni,\nlà, dietro le soffici rocche\nche albeggiano in fila....\nTutti gli elementi visivi (lampada, fumida trave, ombra,\ncantoni, rocche che albeggiano in fila) e auditivi (novelle\ne ragioni da bocche celate, veglia che fila) fusi in una sin-\ntesi felice d'impressioni, sono, come si vede, penombre\ne mormorii, semioscurità e tenui soffi. Nella stessa poesia\nun altro effetto di luce — notturna anch'essa — bellis-\nsimo : la lampada\nche sboccia sul bianco, e serena\nsull' ampia tovaglia sta luna\nsu prato di neve.\nAltrove sono, come qui, messe a confronto due luci fioche\ne modeste come le anime buone dei morti pascoliani:\nsplendea la luna su quel gran lenzuolo\ncandido, come, accanto un letto, il lume\ndimenticato....\nOmbre grandi, come si vede, dappertutto, nella stalla,\nnella camera, nella notte lunare e ombre sempre:\ndopo breve ora. tacita, pian piano,\nvenne la madre, ed esplorò col lume\nvelato un poco dalla rosea mano....\nDi notte anche qui, in una camera] ; e in una camera nella\nseguente strofa:\nognuno è sorto dal suo giaciglio ;\naccende il lume sotto la trave:\nsanno quei lumi d'ombra e sbadiglio,\ndi cauti passi, di voci gravi.\nSi può insomma affermare che su cento descrizioni, no-\nvantanove sono ombre, penombre, lampade fioche e luna\ne che questo è il dominio visivo del poeta in cui nessuno\nlo può eguagliare. Ultimo esempio:\nper tutta la notte s'esala\nl'odore che passa col vento.\nPassa il lume su per la scala;\nbrilla al primo piano : s' è spento.\nMa le impressioni visive non sono mai isolate; c'è\nun richiamo continuo intimissimo fra l'occhio e l'orecchio\nfra le visive e le uditive, il separare le quali è possibile\nsolo astrattamente come le due facce d'una moneta; i\nparticolari uditivi dunque devono avere una decisa effi-\ncacia sulle impressioni visive e gli esempi ora portati lo\ndimostrano: sbadiglio, cauti passi, voci gravi aiutano nella\npenultima quartina l'evocazione del lume sotto la trave.\nIn un'altra poesia «il sole e la lucerna» un silenzio effi-\ncacissimo attempera l'effetto luminoso :\nin mezzo ad uno scampanare fioco\nsorse e battè su taciturne case\nil sole, e trasse d'ogni vetro il fuoco.\nÈ ovvio constatare che la taciturnità dà il rilievo a tutta\nla visione.\nOra esaminiamo le impressioni uditive. In un mondo\ndove l'animato e l'inanimato parlano parole così piane, così\nmodeste, così buone di remissiva bontà non potranno natu-\nralmente udirsi quelle «voci alte.... e suon di man con elle»\nche Dante assordarono alla trista riviera d'Acheronte. Ma\nc'è nella poesia del Pascoli più di un temporale — sicuro\ne noi vedremo subito com'egli ce li rappresenti. Ec-\ncone uno :\nun bubbolio lontano.\nRosseggia 1' orizzonte,\ncome affocato, a mare:\nnero di pece a monte,\nstracci di nubi ehiare:\ntra il nero un casolare:\nun'ala di gabbiano.\nNessuno nega che l'impressione visiva è colta con una\nserie di rapidi particolari potentissimamente ; ma dov'è di\ngrazia, quello che Salvatore Camarrano chiama, con mu-\nsica di Gaetano Donizzetti, «il furor degli elementi»? Un\nbubbolìo lontano, che serve di preludio — detto, non reso,\nnon sentito; è dunque un temporale quale potrebbe essere\npercepito da un sordo. Tutti elementi acustici formano\nquello contenuto nei Canti di Castelvecchio; al pastello\nsottentra l'orchestra: rondini che\nfanno echeggiar la loggia\nde' lor piccoli scoppi ;\nsbattere di battenti e d'imposte e canti solitari di ca-\npinere :\nserrano. Solitaria\ns'ode una capinera,\nlà, che canta, che canta...."}, {"page_pdf": 20, "page_imprimee": "[8]", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.20", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 4546, "texte": "e la si sente cantare perchè c'è un gran silenzio, non\ndetto ma intuito : tutto ciò non è temporale, e quello che\nlo dovrebbe essere, poco esprime:\nchiaro un tuon rimbomba....\nun tuon sgretola l'aria....\na scosse\nv'entrano urlando i venti....\ncresce in un gran sussulto\nl'acqua dopo ogni rotto\nschianto ch'aspro diroccia....\nHa il poeta saputo rendere neppure in minima parte\nla violenza «clamorosa» del fenomeno? i suoni sono più\nnominati che uditi: rimbomba... sgretola... urlando...\nschianto... diroccia -— esuberanza di vocaboli forti che non\ndanno ciò che devono. *Ecco ora la chiusa:\nappena tace il tuono,\n(che quando alfìn già pare\nfa tremare ogni vetro)\ntra il vento e l'acqua, buono,\ns'ode quel croccolare\nco' suoi pigolìi dietro.\nChi è? una chioccia sotto l'acquazzone. Ecco dunque un\ntemporale dove una sola impressione violenta è resa for-\ntemente, mentre tutto il resto risulta, in quanto è vera\narte, di elementi estrinseci al fenomeno, umani ed ani-\nmali, con la temperanza di suoni ch'è loro propria.\nTenuità dunque di suoni, come di luci — che non\nvuol dire insufficienza di rappresentazione, ma un certo\nordine di suoni rappresentati, che si dicono tenui : dove\nnon c'è tamburi non ci possono essere rulli e del tam-\nburo l'arte pascoliajna ne ha tanto poco! Abbiamo invece\nmolti pigolìi, sibili, soffi di voci di morti, vocine di bimbi,\nparlottare piano piano di uccelli nelle macchie, sui ci-\npressi ; e nello sfondo di queste note così basse, così\nmoderate, sempre un grande, diffuso, sensibile (se così\nmi posso esprimere) silenzio; anzi tali note mi riescono\nspesso non espressioni definitive ma mezzi di espressione,\nservono cioè a evocare a determinare in noi l'impressione\ndel silenzio. Il Pascoli è il gran poeta del silenzio.\nDei suoni, mezzi ad intuire il silenzio?\no Giove ha sbagliato\noppur ci minchiona....\nNon minchiono ma confermo. Bisogna naturalmente lasciare\nda una parte la concezione metafisica, che non avrebbe\nvalore, e fermarci alla nozione empirica che del silenzio\nha ognuno di noi: una impressione di silenzio si ha sem-\npre per rilievo, ed il rilievo deve necessariamente essere\nun suono — piccolo fin che si vuole, ma percettibile; il\nsibilo di una foglia che prilla, la mosca che vola, il rodio\ndi un tarlo, lo sfrigolìo di una pentola — ma un suono\nci vuole:\n*\nE dorme nella zana di vetrici\nla bimba, e gli altri piccoli dormono :\ns'inseguono al buio con ali\ndi mosche i lor aliti uguali.\nUguali uguali, passano tornano\ncon ronzìo lieve, dentro le tenebre\ncercandosi; e l'anime ancora\nsi cercano, sino all'aurora....\nE scoppia sul fare del giorno\nl'allegro vocìo del ritorno.\nIl silenzio c'è, ma per gli aliti uguali, per il ronzìo, per\nil vocìo — dall'antitesi la tesi. C'è anche nel seguente\npasso ove il poeta apostrofa il suo «buono malato fan-\nciulle tto » :\ncontento almeno, se per te traluce x\nl'uscio da canto, e tu senti il respiro\nuguale della madre tua che cuce;\nil respiro o il sospiro: anche il sospiro:\no almeno che tu oda uno in faccende\nper casa...\nC'è sicuro, ma è dato dal respiro, dal sospiro, dalla per-\nsona in faccende: anche qui la tesi dall'antitesi, il silenzio\ndal romore. E così, per terminare, in questi versi :\nlaggiù nella notte, tra scosse\nd'un lento sonaglio, uno scalpito\nè fermo,\nil silenzio è squisitamente determinato dal sonaglio e dallo\nscalpito.\nIl quale silenzio, però, non è dato da un solo ele-\nmento, il suono: una sensazione e quindi una impressione\nartistica è sintesi; nell'ultimo esempio stesso sopprimete\n«laggiù» ch'è una determinazione spaziale e quindi vi-\nsiva e avrete distrutto l'effetto uditivo. In un altro passo\ngià. riferito (e alla più corta e meglio ripeterlo qui)\nascolta novelle e ragioni\nda bocche\ncelate ne l'ombra, ai cantoni,\nlà dietro le soffici rocche\nche albeggiano in fila\ngli assidui bisbigli perduti\nnel sibilo assiduo dei fusi\nil silenzio è posto in rilievo dall'impressione visiva di om-\nbra, dalle impressioni di sito odi lontananza: «ai cantoni,\nlà dietro.... ». Un semplice atteggiamento di persona servo\naltrove allo stesso effetto:\ndov'ero? le campane\nmi dissero dov'ero,\npiangendo, mentre un cane\nlatrava al forestiero\nche andava a capo chino;\nil raccoglimento pensieroso dell'uomo richiama irresistibil-\nmente il raccoglimento delle cose. L'effetto, nella terzina\nseguente, risulta invece da una duplice relazione spaziale\nin cui è coito un suono unico:\nLa casa aveva aperta ogni impannata.\nPassò lontano, ripassò vicino\nlo stridulo fruscio della granata.\n(Continuazione e fine al prossimo fascicolo\n\nEmilio Zanette."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c013", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c013", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "n. p.", "page_fin": "n. p.", "image_debut": 13, "image_fin": 13, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.10.1", "titre_corps": "EMILIO ZANETTE : (disegno di Romolo Romani).", "titre_sommaire": "EMILIO ZANETTE : (disegno di Romolo Romani).", "signature_source": "Romolo Romani", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 13, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.13", "debut_caractere": 3514, "fin_caractere_exclue": 3556, "texte": "EMILIO ZANETTE\n(disegno di Romolo Romani)."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c021", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c021", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "15", "page_fin": "15", "image_debut": 27, "image_fin": 27, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.18", "titre_corps": "LA VECCHIA : POEMA IN PROSA", "titre_sommaire": "LA VECCHIA : POEMA IN PROSA", "signature_source": "Neera", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 27, "page_imprimee": "15", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.27", "debut_caractere": 8, "fin_caractere_exclue": 2183, "texte": "LA VECCHIA\nNeera.\nPOEMA IN PROSA\nSola,\nnel suo letto, la vecchia non dorme. Volta rivolta le povere\nossa, vorrebbe non pensare, ma una fìammolina le sta accesa\nnel cervello che mai non cheta. La testa è pesante, i lombi\nstanchi, i piedi diacci e la fìammolina va e viene continua-\nmente. L'agita una musica che esce dalle finestre di una casa\nvicina; è per questo che non dorme.\nDice la musica: Bella è la vita quando sotto il cielo\nazzurro si snodano le treccie bionde, quando a passeggiare\nin due lungo le siepi si colgono insieme rose e baci.\nPensa la vecchia: Ahi! come erano bianche le mie\nbraccia, morbido il mio collo e la mia vita sottile!...\nGiunge insieme alla musica uno strisciare cadenzato\ndi passi accompagnanti nella visione notturna il molle on-\ndeggiamento dei corpi giovani. Si sente, attraverso l'inseguirsi\nvorticoso delle note, il braccio virile saldamente stretto al\nfianco femmineo ; si indovina, sul femmineo petto, morire\ncoll'ultimo profumo la freschezza del giacente fiore.\nAhi ! — sospira la vecchia mentre la sua mano passa\ntremando sugli stinchi intirizziti — come mi piaceva il\nwalzer !... Tutti i vecchi walzer di Giorza e di Strauss, i\nwalzer delle vecchie opere... Vecchia donna, balli vecchi...\nOhe strazio questa musica! Potessi solamente appoggiare\nl'altro orecchio contro il guanciale, da uno sono sorda! ma\ndall'altra parte i denti mi fanno male e non soffrono di es-\nsere compressi. Ahi! ahi! i miei vent'anni! Ahi! i miei tren-\nt'anni ! Se potessi avere solamente trentanove anni... Felice\nchi ha trentanove anni; la piena forza, la virilità consciente,\nuna donna ancora!... Forse — (la mano, dagli stinchi intiriz-\nziti, sale paurosa alle desolate devastazioni del seno) — anche\nquaranta, anche quarantacinque... (le sue spalle erano così\nopulenti a quarantacinque anni !)\nL'immaginazione eccitata percorre una piccola scala\ndi numeri... si arresta... par che le manchi il respiro... pro-\nsegue, coli'ugola che le trema fra le cartilagini secche del\ncollo, prosegue... ah !\nColpita da una visione orrenda, ossessionata da una\napparizione mostruosa — i suoi anni ! i suoi anni ! — la\nvecchia nasconde il capo sotto le coltri e piange."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c022", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c022", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "16", "page_fin": "17", "image_debut": 28, "image_fin": 29, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.19", "titre_corps": "LA MOSCA", "titre_sommaire": "LA MOSCA", "signature_source": "Francesco Chiesa", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 28, "page_imprimee": "16", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.28", "debut_caractere": 8, "fin_caractere_exclue": 2089, "texte": "LA MOSCA\n\nI.\nFiera spiccossi giù nel primo smorto\nbarlume dalla livida parete...\nL'omicida dormìa greve, contorto.\nE la mosca l'assalse, aspra di sete;\nfin che il naso diè un fremito, e si schiuse\nl'occhio, oscillando in una sottil rete\ndi sangue. Ella feroce il succhio infuse\nin un angolo, in un luccichio d'acque\ncupe, lungo le palbebre contuse.\nMa se ne disdegnò tosto, le spiacque\nl'acre sapore; e volò via rigando\nil silenzio che più muto ritacque.\nVisitò sale, orti, sporcizie; e quando\nun bue passò, sulla paziente schiena\ns'assise, ove cader suole il comando\ndell'uomo, ove sì dolce è il bere appena\npiombato il colpo : ivi ristette china\nspiando gli orli d'ogni nuova vena.\nSazia di quella facile, supina\ndolcezza, indi cerconne una più ghiotta:\nquella che s'erge con la punta fina\nsu dal suo fango, e attoreigliata lotta\ncon qualche agrezza, e ambigua s'esala\ndal marciapiede quando il sole scotta;\nquella che, fuori, appiccica la fiala\ndel piacer; quella che riman d'un bacio,\ne una lagrima poi scende e la sala...\nVisitò il miele, la salsiccia, il cacio.\nII.\nIndi, tratta dal suo vago destino,\nentrò dove sul bianco letticiuolo,\nfra le rose dormiva il morticino.\nQuesto dormiva, poi che col suo volo\nfresco la Morte quella febbre ardente\ngli avea sgombrata ; dormìa buono, solo,\ncon le manine placide, contente\nd'un flore, con la povera boccuccia\nsocchiusa dietro la sua voce assente.\nSazia ogni sete. Nella lieta buccia\nun'arancia lucea sul cassettone,\ninvano... E i suoi giuochi anche, ogni cosuccia\nsua, la frusta, la trottola, un bottone\nd'oro... E tutto giacea come perduto\nnel giro d'un'allucinazione.\nE la mosca entrò subito nel muto\naer, che ne rabbrividì... Per quale\nvia? Cuspidata del sagace fiuto,\nla mosca entrò. Sul placido guanciale\nristette un poco, la silenziosa\ncamera attraversò come uno strale,\nin alto, in basso, in mille sensi, irosa,\nlucida, come a tessere una lieve\norrida sua malìa da cosa a cosa.\nPoscia sul bimbo piombò dritta, greve,\nsulle piccole labbra stupefatte,\nun po' socchiuse, come di chi beve,\ned ei beveva l'aria buona e il latte."}, {"page_pdf": 29, "page_imprimee": "17", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.29", "debut_caractere": 8, "fin_caractere_exclue": 1096, "texte": "III.\nOra ella è qui. Nella svogliata e fosca\ncoscienza, odo battere il martello\nsordo del sangue e stridere te, mosca.\nStridi e ti pasci. Più non mi ribello,\npiù non m'adiro ; m'abbandono come\ngià cadavere al tuo rude succhiello.\nScacciarti ?... Un'altra è sempre qui, che ha nome\npensiero ; un'altra che ha più stridule ali\nsospende gli occhi vividi e l'addome.\nTu nel sangue e nei fior mesci i brutali\npasti; dalla lronte umida che pende\nsulla quotidiana opra, tu cali\nnel letemaio. Miti cose e orrende\nin te componi. Ma quest'altra è peggio ;\npiù strane compie antitesi e vicende.\nQuesta, s'io credo, pungemi il dileggio\nsuo nella fede ; vellica l'istinto,\nse l'occhio innalzo, se la bocca aspreggio.\nPunger la sento; ma se mi dò vinto,\nella, sdegnosa ch' io la riconosca,\nsi dilegua in murmure indistinto.\nElla è Psiche, non più farfalla: mosca;\nnon dritto voi, ma turbine e miscela\ndi voli e guizzi dentro l'aria fosca.\nGuizza come ago, luccica e si cela ;\nda quel che muore verso quel che nasce\ntorna, ricuce in una sola tela\nbianca i lenzuoli funebri e le fasce.\n\nFrancesco Chiesa."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c024", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c024", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "18", "page_fin": "19", "image_debut": 30, "image_fin": 31, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.21", "titre_corps": "L'ARSURA", "titre_sommaire": "L'ARSURA", "signature_source": "Giovanni Borelli", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 30, "page_imprimee": "18", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.30", "debut_caractere": 8, "fin_caractere_exclue": 3150, "texte": "L'ARSURA\n\nAlla signora Lisa Spada\nomaggio rispettoso.\nNoi c' incontrammo altra volta in altra\nstagione e portavamo l'altre\nmaschere, più ferme, più scaltre.\nPiù scaltre a non mentir come facciamo :\n*\nvoi lieta in suoni sordi\nun poco come a sorvegliare\ngli echi del riso e i motti lordi\nche il riso accende sulle bocche amare ,\nio stanco più che l'ora attuale,\nsazio di me e dell'altra\nvostra giovinezza e sereno,\nlibero come un sazio a un funerale,\nLieta eravate di una curiosa\ncontinenza e serenità,\nbella anche in un azzurro sotti! sangue\nd'astinenza maliziosa\nche sulle labbre pallide fioriva,\naspretta e sospirosa,\nuna nostalgia d'angue\ntentatore, un sapore di saliva\nnon baciata, non saputa, una\nnostalgia di verginità.\nCosì ci conciliammo e non mentimmo.\nIo vi fui grato d'aver spento\nin me l'attesa senza odiarvi;\nvoi, ilare alla luna\ndi queir idillio senza vento\nsotto la fredda chiarità stellare\ndella rinunzia, del riposo,\nancor faceste senz'amore amarvi.\nRicordo il mio geloso\ntimor di il sangue non mi ridestare.\nCosì ci conciliammo e non mentimmo.\nPartiste una mattina con licenza\ndel mio ancor geloso timore.\nAlle soglie vi accomiatai\ncol passaporto dell'oblìo e un fiore.\nVi dovevo la libertà,\nla guarigion del senso,\ndal corruttore femminile incenso,\ndalla .donnesca lebbra e vi baciai.\nCome s'apersero le chiare\npupille vostre innanzi\nla via della verginità\nche il mondo intatto sotto cieli quali\npiù teneri e più schietti mai\naprile aveva visto dispiegare\nvi gettava: voi metteste Tali\nverso la pùrità\ndel mondo in cerca della vostra\nche avevate sepolto nella chiostra\ndella mia conquista ed era\nignara a voi la sepoltura\npartendo verso la chimera\nrinnovellata a vostra inconscia arsura.\nBuon viaggio. Vidi esitare\nun poco il passo in riva\nal lago ove l'acque in ombra\nsfacevano il turchino in pece\ngrigia gelando tutta primavera.\no o o\nUn attimo e moriva\nsenza l'ironia d'una prece,\nal suo sbocciare la chimera.\nAndiam Joujou; la via del mondo è\n[sgombra.\nCome tornaste e quando? Eccoci stretti\nin fondo al buio ove rimena\nl'arsura che tutte fontane\ndella lussuria attinte in vostra piena\nfuria del mondo non placarono.\nL'assenza rese vane\nle forze fredde della sazietà.\nA mano a mano che vi ripensavo\ninconsciamente come a divertire\nil mio superbo ozio, l'ignavo\nimpero della libertà,\ndal limbo remoto filtrarono\ndella memoria aromi vostri ignoti,\ndiabolici aromi e divini\nche mi sentii salire\nle vene ascose ed irretire\ntutta tutta la carne in moti\nbalzanti, repentini\na ogni fiato d'aprile, ad ogni fruscio\ndi fronda, là giù nel chiuso orto\nove i rosai non più tocchi avean chiuso\nda vostra lunga assenza\nlor bocche ed era morto\nil sol nel viale sull'uscio\nond'usc-iste quel dì della partenza.\nSalìan gli aromi dal mio esser tondo\ntortuosamente a ogni poro\ne la vecchia esca le faville\nal perfido lavoro\nridava in novi e strani fuochi e mille\nlingue riaprenti ferite\ndimenticate. Il vostro odore,\npure sol vostro, non m'aveva dato\nmai il morso vivo, il fiotto\npurpureo d'Afrodite\nal cervello d'ora, ne voltato\nil sangue con l'èmpito in cuore\nd'ora, ne rintracciato il filo sotto\nla pelle dell'intrigo\nfolto onde la malìa"}, {"page_pdf": 31, "page_imprimee": "19", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.31", "debut_caractere": 8, "fin_caractere_exclue": 3302, "texte": "ch'è nel tepore, nel colore\ndiafano di vostra carne avvolse\nla mia fredda carne all'incontro\nprimo, in ginocchio sulla via.\nRinascevate nei meandri\ndel labirinto interiore\nper atti impercettibili\ndel sangue, mostruosa creatura\nintrusa, tornata all' incontro\nd'una fatalità oscura\nfuori di me e contro,\nda bande opposte imperseguibili,\nliberticida assurdo mio castigo.\nRifiutai conoscervi in quella\nmaschera del ritorno;\nmi dissi ebro, ammalato, folle\ne corsi sotto la procella\nal flagello dell'acque\nper scabre forre e pantanose zolle.\nInvano : la rete dell'acque\nnei vortici del vento\ntalor formava per inseguimento\nmio, una ambigua larva\nserpentina ; l1 imagin scrosciava\ncome se ardesse in un cachinno enorme\ne innumeri sonagli\ntrillassero nella bufera.\n11 rombo del cachinno, dei sonagli\nmartellava mie vene e forme\na miriadi della larva\nondeggiavan nel vento, nell'acque.\nRicordo un giorno: il fango\nsotto la nebbia, sul selciato\ntransluceva lamine bieche\ndi smorto piombo ; io vidi\ncorrermi innanzi ad ogni passo\nnel variar del sasso\nil lampo sinistro d'un riso\nsu due labbra in cui era\nnel tondo del muscolo inciso\nil fior del mio sangue versato.\nIl riso, le labbra, la larva\nerano di voi rimbalzante\ndalle misteriose forze cieche\ndel senso in violente\ngrida di preda: sibilante\nruppe, rispondendo, con gridi\nnon mai uditi, forse di un demente,\nil mio sangue subitamente, a fiotti.\nI cieli piangevano dirotti\ned io, ad un che venne\nm'incontro con fùneri penne\ndissi : « esultate che esulto e ne piango ».\nD'allor ne piango sì che il vetriolo\ndi mie lagrime scava solchi\nche rompon la maschera ed atrocemente\nsi svela il solo\nmio martir; non vai che si corchi\nil sol; la notte urla alla foce\nuna fiumana torva e il mar respinge\nil flutto che s'abbatte\nin gialle cateratte\nalle sponde, le fende, innonda\nla livida pianura e l'impaluda.\nIo scivolo la sponda\na poco a poco ed agonizzo al lento\nincanto della morte\nche chiama alto e forte\ne non vuole il cielo si chiuda\nsul naufrago prima che estinta\nsia la fonte della sua arsura\norrenda. Così spegneremo\ninsiem la fonte e l'arsura,\nMadonna ritornata\ncon le furie dell'errar vano\nimplacata nel vento\nche aveva riportata\nl'angoscia di me vinto a voi più vinta.\nDall'ora del vostro tornare\nl'impronta menzogna palese\nsulla maschera nostra,\ns'arrovella in far gare\ne una codarda giostra\ndi cieche parole sorprese\nal caso, per noi ingannare.\nSappiam la condanna prescritta:\nmai più, mai più liberi, ili sino\nalla fine, avvinghiati al ferro\nrovente che scuoia le palme,\na questa lussuria più ritta\nancor nella sconfitta\n*\ndel nostro senso nauseato,\nin queste sorde calme\ndel polso che aspetta l'agguato\ndel sangue come sgherro\nalla macchia. Arderemo\ndi sete senza refrigerio\ncon la bocca alla coppa\nsenza riposo, che la coppa\nabbevera di febbre il secco labbro\ne dà bragia per refrigerio\nal fuoco come la fucina al fabbro.\nLa tisi dell'arsura,\nbocca con bocca sigillata,\nnoi scalzi esalerem per strade\nselciate di solfo ; la paura,\nl'unica macabra paura\nmia, è eh' io vi consumi a morte\nprima di me e stia sulle porte\ndell'Ade, fuori, con la mia arsura\nvedova. Niun castigo l'Ade\nserberebbe alla mia\nlussuria abbandonata\nmaggior di questa superstite follìa.\nMadonna, siete ritornata\nper morir della sete infame mia.\nMarzo, 907,\n\nGiovanni Borelli."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c026", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c026", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "21", "page_fin": "21", "image_debut": 33, "image_fin": 33, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.23", "titre_corps": "LA MORTE DI PARSIFAL", "titre_sommaire": "LA MORTE DI PARSIFAL", "signature_source": "A. J. Sinadinò", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 33, "page_imprimee": "21", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.33", "debut_caractere": 1507, "fin_caractere_exclue": 2296, "texte": "LA MORTE DI PARSIFAL\nA. J. Sinadinò.\n\\\nE lamentazione\nAlle fronde : — il Folle\nPuro è morto. —\nIn Monte di Salvazione\n— solo. —\nEgli è morto nel saero recinto\nDella Foresta e nel succèdere\nDe' fili d'erba : poca musica, divino\nIncantesimo.\nSolo, ma la Donna la Eosa\nCaduca dai petali neri\nCon Lui.\nMoriente, redimeva gli uccelli\nLe piante le\nPietre le tremate\nVite che sàlgono, tremano\nSalendo nella luce di Dolore.\nAlla Pietà del gesto deduceva\nLa mano cava piena\nDi sanatrice acqua lacustre.\nLa Donna l'ha sepolto con i bàlsami\nNella foresta.\nA sera, un cigno viene con ascéndere\nLieve di gàmme:\nSi posa\nSu la tomba e, come,\nLa cova.\n— Il selvaggio Hyla è passato. —\n— Su la tomba del Puro ha pregato. —\n— Il semplice l'ha calmato. —\nA notte, il Cigno era là.\nIl Cigno bianco dormiva là."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c028", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c028", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "23", "page_fin": "23", "image_debut": 35, "image_fin": 35, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.25", "titre_corps": "LA GIOIA", "titre_sommaire": "LA GIOIA", "signature_source": "Enrico Cavacchioli", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 35, "page_imprimee": "23", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.35", "debut_caractere": 8, "fin_caractere_exclue": 1536, "texte": "LA GIOIA\nEnrico Cavacchioli\nO fiammate sui monti a cui mi scaldo !\nTurchine vette su la valle bassa\nchinano il sogno, ecl il sogno sorpassa\nla visione in un lampo eli caldo.\nIrromper di campane, da lontano\nperò che l'alba sorse illividita\ne sfece gli astri nell'arca infinita\ncome farina al palmo della mano !\nSchiantar di rame e fremere di fiumi\nche giù per monti come sonagliere\nsquillano ! E frulli d'ale avide e nere\nnaviganti in un mare di profumi;\nrazzi di luce in prismi multivari\ntra greggi, in occhi attoniti diffusi,\nPrimavera i suoi orti à già conclusi !\nPrimavera atteggiati à suoi labari !\nFaccie grottesche sorgon come funghi\nora, nell'ombra e nella luce informi,\ne per bocche avvizzite, aride, enormi\nfiatano al vento con sorrisi lunghi.\nRidono. E scuote ! E scuote il riso pazzo\nalberi e cose ! Pare il sol si spaccili !\nToccano intanto stormi di batacchi;\ns'erge al suono un demonio alto e cagnazzo\nStreghe vestite di zampe di gatto,\nadornate di denti viperini,\naccorrono facendo mille inchini,\nin un cocchio scolpito d'oro matto.\nSi fermano. Ora, immobili anche i giorni.\nTutta una chiarità madreperlare\ngiuoca col sole all'alba, all'annottare\ncon la luna che mostra argentei corni.\nFesta degli occhi! Cuori senza spine\ne senza sangue, aperti come sogni,\nlargo alla danza ! Odore di cotogni\nè già fiorito tra le vostre trine !\nOgni anima vecchia si ringoia !\nOgni uomo più alto è di sua testa !\nEide e smascella pure chi calpesta:\nalle fonti del sogno oggi è la Gioia !\nVincitore del IP Concorso di « Poesia »."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c029", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c029", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "24", "page_fin": "27", "image_debut": 36, "image_fin": 39, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.26", "titre_corps": "I POETI DELL'ABBAYE : CENÀCOLO D'ARTISTI ALL'AVANGUARDIA DELL'ARTE DI FRANCIA", "titre_sommaire": "I POETI DELL'ABBAYE : CENÀCOLO D'ARTISTI ALL'AVANGUARDIA DELL'ARTE DI FRANCIA", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 36, "page_imprimee": "24", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.36", "debut_caractere": 8, "fin_caractere_exclue": 84, "texte": "I POETI DEL L'ABBAYE\nCENÀCOLO D'ARTISTI ALL'AVANGUARDIA DELL'ARTE DI FRANCIA"}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c039", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c039", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "30", "page_fin": "31", "image_debut": 42, "image_fin": 43, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.36", "titre_corps": "L'OSPITE IN MONTAGNA : (DAL ROMANZO INEDITO SATURNO)", "titre_sommaire": "L'OSPITE IN MONTAGNA : (DAL ROMANZO INEDITO SATURNO)", "signature_source": "Silvio Benco", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 42, "page_imprimee": "30", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.42", "debut_caractere": 8, "fin_caractere_exclue": 3506, "texte": "L'OSPITE IN MONTAGNA\n\n(DAL ROMANZO INEDITO Saturno).\n— T'annoiavi dunque ?\n— No.\n— Soffrivi ?\nAlla stazione: si erano appena veduti: dalla fìguretta\ndell'uomo giunto appena, che gli giungeva sì e no alle spalle,\nsaliva a Alassimo uno sguardo esplorante.\n— Se non ti annoiavi e se non sottrivi, come liai dunque\nsentito il bisogno di aver con te la miseria?\nMassimo volle cozzare con una voce rude:\n— Da quando in qua sei tu un medico ed essa un me-\ndicamento ?\n— Voce autoritaria da principe!\n— Taci — tu che viaggi, con un bagaglio da Faraone!\nE Massimo accennava una certa valigia di gran mole,\nche un ragazzotto si teneva in ispalla-, seguendoli, affannato\ne sbilenco atlante.\n— Con un bagaglio da fuga in Egitto. E la mia mer-\ncanzia: tutta. L'ho portata meco. Ohe vuoi? Sono povero. Mi\nsi offre un mese di cura alpina : io sò lo sloggio sulla mia\ncatapecchia. Guardo torno in città ne trovo un'altra: stanze\nin soffitta e posti all'inferno, ce n'è per chi comanda!\nSeduto ormai nella carrozzella Tullio Manca batteva le\nmani per allegrezza come un fanciullo. La sua povera fronte\nluceva di un tono d'avorio al sole stesso che ne le cime delle\nmontagne incominciava a poetare le grandi' chimere del\nvespro. Saliva quella fronte fino al cocuzzolo spelato del\nmingherlino : la barbetta nazzarena, le gambe troppo corte,\nl'inclinar vizioso da un lato per l'abitudine di aver sempre\nsotto il braccio « la sua signora » — la sua cassetta di mer-\neiaio ambulante — davano a quel suo corpo la contrazione\nrachitica di uno scorcio di forme e di età umane. In tanta\nsproporzione, perduti, due bellissimi occhi, sensi di azzurrità\ncome smalti, capaci d'infinito come squarci eli cielo allo\nspiovere. La sua voce era di quelle che hanno il lamento\nnel riso; forse il lamento del tempo che Tullio fantasticava\npitture, ozioso, semi-affamato, tra un perpetuo fumo di siga-\nrette: le sigarette, pittrici d'aria nelle mani inerti!\n— Tu sei vissuto — egli invidiò — in un mondo imaginoso!\nE si spaziava con le piccole braccia, nuotando nella ri-\nvelata natura, con lo sgomento, un poco, di quell'oceano\nconcesso alla gioia del forte. E Massimo, con il tremito di\npassione che ne scuoteva la voce come l'uragano scuote tutte\nle fibre di una foresta:\n— Sì, un mondo imaginoso ! Un mondo in traspirazione\nper l'arte nostra! Mi si è dato come se mi aspettasse da\nmille migliaia d'anni ! Io non so perchè, quando muore taluno\ndi noi pochi, che abbiam saputo comprendere ed amare, non\nsi laceri l'ombra di una valle, non precipiti una montagna,\nnon cessi d'esistere una parte almeno di ciò che ebbe la vita\ndel sentimento ! La natura è bella, ma ingrata ed immemore.\n— Io, tuttavia, la assolverei con lode....\nLa valle, nella serenità della sera imminente, era, in lon-\ntananza, non più chiarore, ma trapunto di luci fra le boscaglie ;\ne da quel gioco magico di un giorno ancora vivo, sprigionato\nin isprazzi di tra graticci d'ombra, si levavano le nudità dei\nmonti e nitevano superbe. In mezzo ai seminati, il campanile\ndel villaggio, con la sua cuspide di lavagna e il gallo d'oro,\nstava in vedetta tra i grandi smutamenti dell'ora : di qua\nondate nereggianti di boschi, di là rocce proterve con accol-\ntellamenti di mille lucide lame, come una disordinata materia\nche facesse impeto al cielo : e i torrenti statici delle lavine,\ncol loro ciottolame bianco e schiumoso: e in fondo, il sog-\ngiorno degli dei, le maestà olimpiche assise sui loio troni\nin ammanti azzurri sensibili a rifrazioni di colore senza nome :"}, {"page_pdf": 43, "page_imprimee": "31", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.43", "debut_caractere": 8, "fin_caractere_exclue": 3079, "texte": "le alte cime, tutte di pietra, con corone di neve, con corazze\ndi ghiaccio, con pennacchi di nembi, con chiarori di roghi.\nLa cupa asprezza degli abeti vigilanti sul contorno frasta-\ngliato della valle regolava la prospettiva, rendeva più miste-\nriosamente remoto il nascimento terreno di quelli dei vestiti\ndi azzurri, dei gialli tumidi e sulfurei, di ermellini e di por-\npore, meravigliosi per lo scintillìo dei loro elmetti e per\nl'agilità delle loro moli nel cielo crudo.\n— O che è quello che sembra una torre di Babele, rosso\nbrunito, con la luce nel corpo, come una carata di vino\nvecchio? — chiese Tullio, che per la prima volta vedeva un\nsiffatto colosso.\nMassimo a quel colosso diede un nome.\n— E quello che è tagliato da un piano di nubi turchi-\nnicce, come se fosse decapitato ? La gran cima bionda che\nha più luce nelle sue ombre che non tutti i nostri pittori nei\nloro generi di biacca ?\nMassimo disse il nome : indi ad uno ad uno nominò tutti\ni denti delle creste che ridevano al roseo occiduo e gioca-\nvano a parer diafane e leggiere come morgane. —■ Nulla è\npiù lieve dei monti — disse : — ogni raggio li penetra e ogni\nnube li cancella : tutta la materia terrestre è al loro co-\nspetto più opaca, più immutabile e più vile. — Ma, oh,\nguarda! — esclamò Tullio, interrompendolo per mostrare a\ndito qualche cosa che li portò dal cielo in terra e fe' ridere\nentrambi, fraternamente. — È questo un municipio ? — Se\nsta scritto ! — Difatti, sovra una bianca bicocca di un piano\nsolo, tre finestre e sei metri di facciata, era scritto a carat-\nteri elefantini il civico orgoglio: — Municipio. — Le vostre\nistituzioni rispettano almeno lo spazio — mormorò Tullio,\nnella sua gaiezza. Entrambi, di fazione politica, erano per\nistinto anarchici. Massimo concluse, alzando le spalle: —\nPoca gente, poco sputo.\nMa come se il trascolorante idilio della sera volesse tutte\nle cose rapidamente commiste, gli cascarono tosto le parole\nin dolcezza :\n— E guarda dunque i miei figli !\nEnid e Rinaldo, già guadagnati all'ospite per la singo-\nlarità dell'avvenimento che portava qualcuno nella loro casa,\nerano venuti incontro alla carrozzella: Massimo li prese con\nse, su le ginocchia, empiendo loro gli orecchi di quella sua\nallegria chiassosa, che un poco dilagava in loro anime e un\npoco li sgomentava, come una briacatura di babbo triste.\nTullio, dopo tanta grandiosità di bellezze eccelse, ora, al\ncospetto delle sue belle creature innocenti, si sentiva come\ntutto redento dal pattume del suo destino : credeva gli si\naprissero le porte di una casa di rilucente cristallo che da\nogni parte avrebbe ritiesso ogni purezza del pensiero. Cercò\nnel viso di Massimo la felicità di lui, e gli sembrò inespli-\ncabile che non si trovasse fra quei tratti una sola linea di\nquiete, una sola virgola di sorriso senza sforzo.\n— La tua anima è piena di bestemmie — gridò — se\nnon ti chiami felice !\nMassimo rise e affrontò quei suoi chiari occhi che vole-\nvano farsi indovini :\n— O tu che mi chiedevi or ora se mi annoio e se soffro,\ncàvami dunque la verità dal cuore !\n\nSilvio Benco."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c045", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c045", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "33", "page_fin": "33", "image_debut": 45, "image_fin": 45, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.41", "titre_corps": "IL MELO", "titre_sommaire": "IL MELO", "signature_source": "Guido Verona", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 45, "page_imprimee": "33", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.45", "debut_caractere": 1243, "fin_caractere_exclue": 3061, "texte": "IL MELO\nGuido Verona\nIl tronco basso e nodoso cresceva da un'aiuola breve,\nsopra un quadrivio di sentieri, ed all'altezza di una fronte\nd'uomo si pendeva in due tronchi minori che poi divergevano\nalquanto e s'innalzavano prolificando un'alberatura vasta,\nintricatissima, sovrabbondevole, corno l'immagine di un ser-\npaio gigantesco, invaso da una follìa di contorsione. Appena\nfra gl'interstizi appariva il tenue verdeggiare delle foglie,\nma su la vetta dei rami e nel loro spessore, a ciuffi, a pen-\nnacchi, a mazzi, a stelle, a rose, a ghirlande con una profu-\nsione inverosimile, con una densità più folta che non sia\nl'erba nei prati selvaggi, la rosea fioritura del melo eserci-\ntava su la pianta madre una specie di soffocazione, con uno\nsfoggio ed uno sperpero di colore così eccessivo ch'esso\npareva comunicarsi anche all'aria circostante, anche all'ombra\ndelineata sul terreno, anche a tutte le cose che poi si guar-\ndavano, rivolgendo le pupille un po' ebbre da quella ma-\ngnificenza floreale.\nAvevano per l'aria quelle innumerevoli corolle un'ap-\nparenza di filigrane delicatissime, una tinta di quei pallidi\ncoralli che paiono dissanguati nel latte, una leggierezza d'ali\ndi farfalle, che il vento faceva palpitare con frequenza, met-\ntendo in quel roseo come una specie di scolorimento, un'im-\nprovvisa oscillazione bianca.\nE tutto, per una zona intorno al melo, era invaso da\nquella esuberanza folle: cadendo ingombravano le foglie,\npendevano dalle congiunture dei rami si addensavano entro\nle cavità del tronco, aderivano alla corteccia muscosa, oscil-\nlavano su le tele dei ragni, coprivano di un tappeto soffice\nla terra e l'erba e le siepi, spandevano all'aria balsamica\nuna fragranza di miele, parendo simboleggiare una imma-\ngine di eterna, dionisiaca primavera.\n(Dal romanzo « Il feudo perduto »)♦"}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c046", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c046", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "34", "page_fin": "35", "image_debut": 46, "image_fin": 47, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.42", "titre_corps": "IN MORTE DI GIOSUÈ CARDUCCI : Elegia.IN BOLOGNA", "titre_sommaire": "IN MORTE DI GIOSUÈ CARDUCCI : Elegia.IN BOLOGNA", "signature_source": "Paolo Buzzi", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 46, "page_imprimee": "34", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.46", "debut_caractere": 8, "fin_caractere_exclue": 2547, "texte": "IN MORTE DI GIOSUÈ CARDUCCI\n\nELEGIA.\nA. F. T. MARINETTI ...\nA. NOTARI\nA GUSTAVO BOTTA\nMECO ASTANTI\nIN BOLOGNA\nCiel d'Italia in tempesta. Catastrofe buia ululante :\nfollia di lampi estrema : morta la terra al tuono :\ntutte le cose vane : e gli esseri curvi in un sonno\ndi livid' ombra uguale : pioggia furente negra :\nfreddo : al diluvio deste, singhiozzano l'ultime madri,\ntendono i già doi'mienti dolci lor nati al cielo.\n— O Poesia, o Patria ! — Le foci travolgon le fonti,\ni fuochi incendian l'acque, gelano, i morti, i vivi.\nI ceppi antichi stridono gocciando le ruggini atroci\ndi sangue e di vergogna. Orrida l'ombra romba.\n— O Madre mia, è un sogno ? Ma bacia la tempia pulsante\ndi cui ti nacque a morte ! Fermagli il voi del cuore !\nFermagli il voi degli anni ! Oh l'attimo eterno gli reca,\nnel petto, Madre ! E sia canto che duri il flato !\nNon teodie, spettri dai volti ove manchino fronti,\ne nari, e labbra, e solo gli occhi traguardin biechi :\nnon croci, no : le odiava il Morto più vivo che i vivi\nanco nel sol fiammanti come le rama a Pan !\nXon quercie, ch'egli od ava : non lauri che odiava più anche !\nFategli il bosco, intorno, di resine e d'ombre perenni,\ndi pampini con grappoli fategli la ghirlanda !\nE dategli fanciulli e dategli vergini, intorno !\nAbbia sue note prische il Carme Secolare,\nabbia suoi pianti e risi ! La dolce coorte vocale,\nignudorosea, biancovestita, filómela eterna,\ntorni, dai dì d'Orazio, a 1' ora d' Enotrio cbe dorme.\nÈ< quel di Eoma il cielo e l'anima è d'Italia !\nDagli angeli, dai dèmoni che gli angeli sono ribelli\nma forti e dolci ancora, ma più che umani tanto,\ncorre un vetusto fremito, scatenasi un empito nuovo,\ne squillano le trombe — ecco i grandi echi intorno.\nL'etra è un concento immane: dai mistici golfi del Caos\nmetallico singulta l'alito armoniale.\n— E' nostro ! — dice Satana — Cantò l'umana Anima avante !\nDice Michele — E' nostro ! Cantò a la Donna l'Ave !\nIncrocian l'ignee spade, sfavillan le scherme tifane,\nstrepono i colpi, l'aure alte ime rimbombano,\n— E' nostro ! — dicon l'anime che fanno degli atomi l'orbe\ndove il sereno adombra, dove, l'ombra serena.\n— E' nostro ! — E il sole inalba di gioia, di gloria più vivo :\ne più le stelle, a sera, la cava urna trapuntano.\nE' la divina pace. Le bionde Marie, forse, pregano\ntutte, la fronte bella curva sul casto seno.\nForse, nel cor tremendo, matura Leviathan (dove ?)\nuna sua nota tetra pel Canto de l'Amore.\nGli eroi, gli spettri ai culmini de 1' Alpi salite ; i cavalli\nde le canzoni al cielo, de le speranze al mare;"}, {"page_pdf": 47, "page_imprimee": "35", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.47", "debut_caractere": 8, "fin_caractere_exclue": 3773, "texte": "i martiri dal sangue fiumante, dai giùgoli neri\ndove la corda impresse i segni aeri del lino,\ne vomitar, le lingue, bestemmie che parvero fati\nai più morenti lividi d'empio terror carnefici;\ni fuochi d'ogni sole sui fuochi d'ogni camposanto,\ni fiori, i fiori, i fiori ti fan la gloria intorno.\nO Trovator di fiamma, ti fanno la gloria coorti\nd* inni, via da Bacchilide al vostro altro Mameli :\ne il popolo percote gli scudi de l'anima al canto,\nalza la melodia pel fondo arco dei cieli.\nFuggon, di tra le gotiche paure dei templi, cercando,\nl'anime negrotinte, la sacristia secreta :\nvibra, sui vetri, il sole, l'eterno satanico dardo,\nentra soffiando: spegne il picciol astro ai ceri.\nVedova di cruore, la figlia sabauda ripete,\nnonna, il pennuto alcaico inno girante tuo :\ne le pupille in pianto su perdonsi agli alti sereni,\ntrovan la bionda stella di Venere canuta.\nLa macchina de ferri (volava a' suoi dritti destini)\nor, d'improvviso, impenna fra' mani dello Stato\ne scontra, e trebbia vite agli uomini e par catapulta\ndi chi sa mai qual guerra nostra civile infame.\nTorna, l'Italia, guelfa. Sognavi la mina. La miccia\nnon arde. Il Prigioniero sogna i domini antichi\npiù che inai, sempre : e finge : e fingono intorno, i devoti\n\\\nitaliani : ed hanno, sul Ee, F imperatore.\nNoi non abbiam che gli astri, Novissimo il Tuo scintilla\ne nomasi Josue, ben noto nome ai soli.\nE par, le sere, brilli sul dorso ner tondo del Monte\nche Michelangiol fece e disfaremo Noi.\nNo. Conciliarsi è vano. Attende sue folgori il Foro,\naltitonante copresi di nubi sacre il cielo,\nBasti la vita eterna. Bisogna la vita d'un ora !\nIl pan di rosa è dolce : tutti mangino il pane !\nNo, non esiste il dopo. Lo spirito è fango: lo spettro\nche torna è fola. Amate, Ombre, la voluttà !\n\"V\nE bello il corpo ignudo che lotta, a le arene, d'amore\ne sa morir nel sangue per un' Iddia che ride !\nFremon le corde ai plettri, le coppe tintinnano, i cuori\n- bevon l'aroma, grande canta la Poesia.\nE bello, è bello, o mondo, tu brutto vestito di sacco,\ninondo dei senza canto, mondo dei senza cuore !\nE bello tornar Greci, è bello tornare Romani:\nma più volar, volenti, nel centro del giusto Avvenire:\nesser gli umani è bello sotto il seren stellato.\nOr chi diè il f uoco al ghiaccio de' nostri cimiteri ?\nArse il tuo rogo santo ne l'ora notturna più alta,\nPadre ! Le tue faville popolari lo Zenito.\nNon più di marmo selve a l'Unica d'oro: d'intorno\nbatte la vaga Venere i tacchi oltredannati:\nne chi disfama, diva di cantici l'anima, odiando\nla mensa ebbra di gioia ai crassi ventri ignavi.\nIl nuovo Mondo sorge : la breve Giustizia carnale,\nuna pietà gigante. Ombre di ciò che siamo.\nTu veglierai, tra nembi, o Luce precipua degli Evi:\nnoi la sappiam ch'esiste l'ultima Quarta Eoma.\nNoi, che là ti .seguimmo, cadavere senza latàne,\nsotto la Garisenda cui ben percesse Dante :\ne il pomeriggio in sole non era che porpora ed oro\ne stavan muti i bronzi in loro antri di mostro.\nL'anima Tua cantava, su l'arpa convulsa de' cuori,\nquella soltanto, o Padre, l'anima d'Italia!\n•v\nE noi pensammo. — E il mare, è il vento, è il vomir dei vulcani,\nè il cozzo vostro, o Dio, o Popolo, tal canto !\nOr dov'è il Re ch'è giovine? L'Uom nato d'Istoria nostrale?\nDove Colui, se ha fatto il Capo del domani? —\nE noi pensammo — A l'ora, necessitali grandi gli Eroi :\nquesti, ch'è morto, vive ; nascan altri Immortali ! —\nDolce paese infesto, pensammo a le messi future,\nai nuovi templi, ai nuovi presuli e sacerdoti.\nE de le turbe l'onda s'udiva terribile ansare :\nE su le Torri, in vero, l'azzurro annuvolàvasi.\nSì, che, agli astanti, il ritmo del Carro di gloria ben parve\nl'estremo Pie' del Verso che squarcia Anime e Cieli.\nIn Bologna, il 18 febbraio del 1907.\nVincitore del I, Concorso di POESIA*\n\nPaolo Buzzi."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c048", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c048", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "37", "page_fin": "37", "image_debut": 49, "image_fin": 49, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.44", "titre_corps": "I REGNI DELLA MORTE : LA MORGUE", "titre_sommaire": "I REGNI DELLA MORTE : LA MORGUE", "signature_source": "Rosario Altomonte", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 49, "page_imprimee": "37", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.49", "debut_caractere": 8, "fin_caractere_exclue": 3826, "texte": "I REGNI DELLA MORTE\nRosario Altomonte.\na)\nLA MORGUE12'\nIsola strana di S. Bartolomeo che pesi sul fiume, eterna\ned immòbile, come il destino sulla corsa del tempo ! Isola\nstrana impastata di morte, tu sei sazia di morte. Ti piange\nin ogni luogo l'anima cupa dei suicidi. Tatto che si aggira\nin te ha la sinistra faccia dell'enigma. Nulla si comprende e\nnulla si vede. La vita del mistero starnazza con ali invisi-\nbili : s'intuisce come la fuga di lugubri collere, bestemmie\ndi spiriti mali. L'aria soffoca ed ha della tregenda. Il silenzio\npesa enorme. Le creature sono mute, sono stanche, sono\nstrane. Hanno un ghigno nel sorriso, un gran vuoto nello\nsguardo. Sono luride, quasi imbrattate di melma, la melma\ndel fiume. Sono malvagie, hanno durezze beffarde di becchini\nSono fosche, hanno lampi truci di delitto. Sono malate, hanno\nfebbri di paludi putrefatte. Sono grottesche, hanno contor-\nsioni di cadaveri guasti dal fiume. Il fiume, il morto fiume\ndella perfìdia, attira le creature perfide. Il giallore terreo\npassa dall'onda all'essere. Tatto scolora, smuore, svanisce....\nIl moto è inerzia, la luce è ombra. I violenti tacciono anche\ncome in un'aria di delitto. Idioti e abulici entrano nella\n« morgue » come ad un ritrovo : ridono mefistofelicamente. Lo\nsfacelo morale e lo sfacelo fisico : due identità orrende. E\nuna donna scalza e sudicia tresca con l'amante ebreo, figlio\ndella mala vita. Il cadavere lardellato e gonfio dice sul freddo\nmarmo il ghigno dell' enigma. Isola strana di S. Bartolomeo !\nFate bene fratelli, si legge su una porta d'ospedale. Ma\nl'obolo non viene e rimane vuota la cassetta. I fratelli della\nmorte, i pellegrini della Morgue non hanno bene da donare,\nhanno male, tanto male da curare. E sono morti, morti an-\nch'essi come il fiume che non soffre il suo male, che non ha\npietà di alcun male. Sono morti, morti anch'essi come il\nmarmo che non freme, che non trema al contatto del suicida.\nCupi tocclii suona a volte la campana. Muta passa una let-\ntiga. Mute passono le larve e non si scoprono. Isola strana\ndi S. Bartolomeo !\nUn mendico sta sul ponte. « O Madonna del consolo, non\nlasciate i bastimenti alla furia della corrente; per la pace\ndei naufragati, date un obolo al mendico ! » E la stessa voce\nio 1' udii in una notte di uragano per la marina del Gargano.\nE quel volto d'idiota io lo vidi nella Morgue, gonfiato e pao -\nnazzo. senza luce e senza vita, sulla tavola ghiacciata che\nsi imbratta di melmosi suicidi. Isola strana di S. Bartolomeo !\nAlla notte il fiume piange e il suo gorgo porta in fondo\nuna favella di suicida. E quando urla e corre il vento tra-\nvòlgendo pietre e frane ? Allora la lampa della pena\nin alto, come un ciglio di terrore. Aloni passano, indefinibili,\nd'incantamento. Fendono 1' aria lugubrmente tristi avvoltoi\ne la civetta dannasi sulle tettoie. Se cade un'ora dalla cam-\npana, fischia nel vento come un lamento. Orava, mistero, l'im-\nmensità. Isola strana di S. Bartolomeo !\nO nero gorgo che porti in cima una favella di suicida,\ndimmi che pensi sulla finestra del maleficio, sulla finestra che\nbianca s'apre sopra la tavola dei mutilati ! Dimmi che gemi,\ndimmi che parli, se il pentimento, se l'esultamento. Dimmi\nse trovasi, nei fondi tristi, la pace eterna senza dolori. Dimmi\nse trovasi, nell'acqua sporca, una notte bella, una notte pura.\nE dimmi, favella, gli strazi lunghi dei naufragati, i cuori\nrotti e le anime dannate, le dolci labbra già deturpate, le\nsane membra già divorate, le vele bianche, le vele buone <ì< i\nso°'ni arditi, visti e non visti, nell'attimo sfioriti, nell attimo\nperduti colla marea.\nIsola strana di S. Bartolomeo!\n' (!) D. I turni e le Olone, pria,» vola™, in cor» di M. Biblioteca UI.MM. MI. rivista V M». f 1«\"»» * « «•»*•\n(2) Parlo della Morgue romana, che sta nell' isola di S. Bartolomeo sai Tevere."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c049", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c049", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "38", "page_fin": "38", "image_debut": 50, "image_fin": 50, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.45", "titre_corps": "LA VOCE DEI CIELI", "titre_sommaire": "LA VOCE DEI CIELI", "signature_source": "Alfredo Baccelli", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 50, "page_imprimee": "38", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.50", "debut_caractere": 8, "fin_caractere_exclue": 1134, "texte": "LA VOCE DEI CIELI\nAlfredo Baccelli.\nVanno i placidi armenti, vanno le timide greggi\nPer l'aride sabbie sterminate : vanno.\nNel grigio deserto non ala di vento, nè suono\nDi voce : immoto, alto silenzio ed ombra.\nScintillano ardendo nel cielo le fulgide stelle :\nAnch'esse mute : muta la notte e il Fato.\nPensoso e fioco per lunga solitudine, il cielo\nL'errante Pastore dimanda a le, stelle.\n*\n— Ohi sono ? Onde vengo ? Ove va(io ? Ohe è vita ? Ohe morte ?\nBrillano eterni gli astri ? Ohi regge il cielo\n%\nOhi popola il verde suolo ? Ohi l'infecondo mare ?\nOh parla, parla, o muto, fulgido Cielo !\nE parlò il CieJo e disse : — Unica Essenza di luce\nIl lampo accende come le stelle e il sole.\nUnica Essenza di Vita l'uomo, gli alati, le fiere\nE i pesci forma come le selve e i fiori.\nUnica Forza i venti move, i flutti sonanti\nE Luna e Sole ne l'azzurro e le stelle.\nL'Unica Somma Possa ama in silenzio : ti prostra.\nLa senti fIntenderla non isperar già mai.\nE tutta raggiando il Creato la grande parola,\nSubito lampo, fulse l'Idea divina.\nFulse ; e l'Errante Pastore, di Dio fatto Profeta,\nD'amore ardendo creò le turbe e disse."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c050", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c050", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "38", "page_fin": "38", "image_debut": 50, "image_fin": 50, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.46", "titre_corps": "STORNELLO", "titre_sommaire": "STORNELLO", "signature_source": "Goffredo Bellonci", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 50, "page_imprimee": "38", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.50", "debut_caractere": 1136, "fin_caractere_exclue": 1732, "texte": "STORNELLO\nGoffredo Bellonci.\nEisero nel mattino le campane,\nargutamente, in cima al campanile\ne per il cielo limpido d'aprile\nle risa dileguarono lontane.\nEra un mattino limpido d' aprile\ne corse per il cielo uno stornello :\n« sol nella trista vita amore è bello »\n— risero nubi sopra il campanile —\n« Sol nella trista vita amore e bello,\n« soli i fioretti allietano le prata,\n« fior è T amor di età l'innovellata »\nTal corse per il cielo uno stornello.\nFior è l'amor d' età rinnovellata :\ngiovini, amate nel novello aprile\nmentre gioioso canta un campanile,\nquando i fioretti allietano le prata."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c052", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c052", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "39", "page_fin": "39", "image_debut": 51, "image_fin": 51, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.48", "titre_corps": "SONETTI FALLICI ALL'ANDROGINE", "titre_sommaire": "SONETTI FALLICI ALL'ANDROGINE", "signature_source": "Ricciotto Canudo", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 51, "page_imprimee": "39", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.51", "debut_caractere": 8, "fin_caractere_exclue": 2135, "texte": "SONETTI FALLICI ALL'ANDROGINE\nRicciotto Canudo\na ELENA\n\nI.\nL'Urna.\nUrna di angoscia, infocata e oscura,\nche con 1' ali piegate la mia fiera\ngiovinezza circonda, e dove spera\ntregua la mia pavida sciagura ;\nUrna di angoscia, dove la paura\ndella vita si estingue, e la Chimera\ndel Sasso apre la sua bocca nera\nche 1' empito del mio sangue misura,\n10 t' amo e t' odio per quella feroce\nbocca che beve in un liquido foco\n11 mio valor, tra sospiri di morte,\nurli di vita ! e questa mia sorte\nselvaggia e dolce, annuncia a poco apoco...\nO terribile bocca senza voce !\n\nII.\nIl Fiore piacente.\nFiore fosco a due pètali, profondo,\ntepido in giù de la sottile ciocca\nd' esili steli che 1' amore accocca\ndove si annoda ogni desio giocondo;\nin te, per te, ne 1' empito fecondo,\nla scintilla di vita umida scocca,\ne tu l'accogli, o Urna, o Fiore, o Bocca,\nnel tuo mistero, in che si eterna il mondo.\nSta in te 1 insidia della Vita, e trarne\n1' essere può la sua perpetuità\nnell' aspra scherma della voluttà.\nE vive l'universo armonioso\nnelle pieghe del tuo calice ascoso.\n0 bipetalo Fiore della Carne !\n\nIII.\nLa Bocca mistica.\nBocca tu sei la forma che la Terra\ntolse per esser mossa e fecondata\nnel ritmo della gioia disperata\nche regge la lussuriosa guerra.\nQuella bocca che mastica, rinserra\ndell' esser la fòrza e la durata\nma della Specie la vita è celata\nin te, mistica Bocca, augusta serra.\nSe dall'ardente stelo della Vita\nbalza la calda opale in te che fremi,\nla favola del mondo si rinnova.\nPoi che per sempre la tua febbre cova\nla Forma, e ne matura i mille semi.\nCibelea Bocca, breve ed infinita !\n\nIV.\nL'Iniziazione.\nSalde carni di femine, attorcenti\nmembra di eroi lussuriosi e invitti ;\nche sulla bella preda ardendo, infìtti\ni denti e l'unghie, in rauchi rotti accenti\nchiedete che non tregua ai violenti\ncolpi sia data, ma più fieri e fìtti\nesultino le febbri prepotenti,\nSin che la morte impietri gli sconfitti !\nCarne ! Carne di l'emina, che infuria\nl'ardua foja dei muscoli contorti,\nnello eroico amplesso spasimando !\nQuanto l'impeto vostro è miserando,\nora che 1' Andrògine le forti\nlabbra mi hàn rivelata la Lussuria!"}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c054", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c054", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "39", "page_fin": "39", "image_debut": 51, "image_fin": 51, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.48.1", "titre_corps": "I. L'Urna.", "titre_sommaire": "I. 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Carne di l'emina, che infuria\nl'ardua foja dei muscoli contorti,\nnello eroico amplesso spasimando !\nQuanto l'impeto vostro è miserando,\nora che 1' Andrògine le forti\nlabbra mi hàn rivelata la Lussuria!"}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c058", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c058", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "40", "page_fin": "41", "image_debut": 52, "image_fin": 53, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.49", "titre_corps": "BALLATA SARCASTICA", "titre_sommaire": "BALLATA SARCASTICA", "signature_source": "Domenico Giuliotti", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 52, "page_imprimee": "40", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.52", "debut_caractere": 10, "fin_caractere_exclue": 2179, "texte": "BALLATA SARCASTICA\n\nSe qualche notte, a levarmi d'impaccio,\ndalla finestra, con al gozzo un laccio,\nnel vuoto mi lasciassi dondolare,\nchi di lì sotto venisse a passare\nvedrebbe in alto pendere uno straccio,\nvedrebbe al vento uno straccio danzare.\nE, (poiché, sempre, dinanzi alla morte,\nfu saggia cosa puntellar le porte)\ntorcendo gli occhi dal funereo sacco,\nil viatore batterebbe il tacco\ne gli parrebbe aver le gambe corte\ne gli parrebbe esser poco vigliacco.\nMa vedendomi un tratto rivivente\nin quello specchio dell'Onnipotente,\nin quella invano provvida ranocchia\nche ad ogni salto s'inginocchia,\nringrazierei le Parche coralmente\nd'avermi scisso dalla lor conocchia.\nE divenendo l'Anima gioconda\nnel veder pensolar sotto la gronda\nla vota gabbia dove battè l'ale,\nsi canterebbe in tono augurale :\n« Mercè del laccio che m'ha fatto monda,\nehè i beccamorti non ti faccian male.\nBicordi tu, poetica cicala\nquando, salendo una malfida scala\nd'imagini, di sogni e di parole,\nla tua candela struggesti nel sole !\nOr, se taluno a terra non ti cala,\npotrai nel vento riudir tue fole.\nAlta la mira sovra a te ponesti ;\nma se dall'arco, qua e là, traesti\nlucidi dardi, con mano maestra,\nquando, dovunque, incontro alla balestra,\nvóto bersaglio l'Infinito avesti,\nfreccia veruna nel volar fu destra.\nAnco pensavi : « La fronda che agogno\nnon sarà mai bastante al mio bisogno,\nfinché le mani non mi saran tronche ».\nE preparavi all'opera le ronche ;\ne l'ali d'oro che t'apriva il sogno,\nnon t'accorgevi ch'eran braccia monche.\nPure ti lodo per quell'atto savio\nonde la vita che t'era d'aggravio\ne a me faceva di sue fila intralcio,\ncacciasti nella tomba con un calcio.\nMa come fare che non pianti Bavio\nsulla tua fossa un ramoscel di salcio ?\nFrattanto sappi che se il giorno schiari\ne qui vengano a frotte i tuoi compari,\nciascun con una lacrimetta ai cigli,\ngiù, nella melma, faran lor bisbigli,\nfaranno meraviglie e ragionari\ne l'uno all'altro celerà gli artigli.\nAnche tua madre ci sarà, pentita\nd'aver nutrito la tua grama vita\ncon erbe amare e con punti di cardi ;\ne tra gli amici subdoli e bugiardi\ni parenti saran della partita\nnell'atteggiare a mestizia gli sguardi."}, {"page_pdf": 53, "page_imprimee": "41", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.53", "debut_caractere": 9, "fin_caractere_exclue": 709, "texte": "Strappati allora alla tua corda e piomba,\nputreolento nunzio della tomba\nsu quella schiera d'azzimati morti :\nCiascun si fuggirà con occhi torti\ne gran mercè se la tua spoglia immonda\nsolo tua madre di suo duol conforti ».\nCosì direbbe l'Anima alla spoglia\nche, pensolando dalla triste soglia,\ndondolerebbe come un lume spento.\nNè sarai più risibile giumento\nche pei sentieri va di mala voglia\ne dell'estive mosche è nutrimento.\nQuesto mio riso e questo mio lamento\ngiungano a voi che mi foste compagni\ne mi donaste piombo per argento.\nMa se, raggiunto l'ultimo convento,\nle mie ferite un Angelo ristagni,\npregherò Dio che non istrappi il vento\nle vostre vanerelle opre di ragni.\n\nDomenico Giuliotti."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c059", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c059", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "41", "page_fin": "41", "image_debut": 53, "image_fin": 53, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.50", "titre_corps": "GESU'", "titre_sommaire": "GESU'", "signature_source": "Arnaldo Cervesato", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 53, "page_imprimee": "41", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.53", "debut_caractere": 711, "fin_caractere_exclue": 2597, "texte": "GESU'\nArnaldo Cervesato.\n(1)\nIl bel Pastore. — Dal limite del deserto alla via degli\nulivi, la sua figura fu prodigiosa come l'apparita della pri-\nmavera. Il bel pastore \"mostrò agli uomini come crescono i\ngigli dei campi, cui non è invidia della gloria di Salomone\ne come vivono gli uccelli sulla siepe e come il figlio uscito\ndalla casa materna per pascolare il gregge avesse trovato il\nmesso di Dio che lo ungeva re.\nBel pastore dell'anima nostra smarrita, la comparò al\nseme e al lievito e la chiamò a un tempo il regno di Dio:\npoiché ciò essa è, e null'altro, vale a dire tutto. Così la similò\nalla perla da scoprire nel profondo e il messaggio della via\ndiritta scoperta por ritrovarla chiamò « Buona novella. »\nChi possiede la perla dell'anima sua à ogni consapevo-\nlezza altresì e, conoscendo il potere di ognuno di trarla dalla\nsua coscienza, può ammonire con Lui : « Rendetevi simili a me ».\nEgli fu più che un uomo o meritò di esserlo, ma noi lo\namiamo specialmente perchè fu simile in tutto all'uomo nel-\nl'amore e nel dolore, nel dubbio, nell'angoscia, nell'ira, nel\nsenso di giustizia e di verità; perchè fu simile all'uomo\ngiusto, odiato a torto, calunniato, tradito.\nMa, poiché ogni cosa tramutava in bellezza, così egli\nmostrò anche la bellezza, traendola alla luce, d'ogni soffe-\nrenza che si celava ; quella del muto e quella del lebbroso\ne ne dichiarò agli uomini, quale sale silenzioso a Dio, l'ar-\nmonia suprema — della purificazione operata dal soffrire.\nPerciò egli è il contemporaneo perenne e i mandriani\ne i labri che Io amano e lo adorano vestito dei loro medesimi\nabiti, sono di tanto vicino a lui di quanto chiunque lo deve\ninclamidar nella toga per riconoscerlo, gli è remoto. Per essi\nè il conterraneo, l'inseparato, il presente. — Per ogni altro,\nuna figura della storia lontana.\n(1) Dal Piccolo Libro dei Misteri d'Occidente, di prossima pubblicazione."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c060", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c060", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "42", "page_fin": "43", "image_debut": 54, "image_fin": 55, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.51", "titre_corps": "IN TONO MINORE", "titre_sommaire": "IN TONO MINORE", "signature_source": "Marcello Taddei", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 54, "page_imprimee": "42", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.54", "debut_caractere": 11, "fin_caractere_exclue": 1945, "texte": "IN TONO MINORE\n\nI.\nPRELUDIO BREVE.\nAccorda la chitarra,\naccorda la mandòla....\nC'è il vento che sul mare,\nno a so, forse mi narra\nqualche storia d'amore...\nEd io voglio cantare\nuna canzone sola\nin un tono minore.\n\nII.\nSE IL RE...\nSe il Re m'avesse dato\nRoma la sua città,\nma io fossi obbligato,\nbimba, di lasciar te,\ni) n'andrei dal mio Re\ne gli direi «Maestà,\n« Maestà, mercè !....\n« Riprendi Roma: ma\n« lascia che sempre sia\n« per me la bimba mia.., »\n\nIII.\nMAGGIO ODOROSO.\nTrema nell'aria il Maggio.\nSale un odor di rose\nIo da nn lungo viaggio\nritorno,... E sono stanco.\nMa guardo il cielo chiaro\nsmarrito dietro un bianco\n/\nvelo, che batte al vento\nin lieve ondulamento....\nLieve : che sa di rose.\nSì, sono immoto ancóra\ne il maggio m? è lontano\nMi piace come odora\nma non lo inseguirò.\nLa barca è senza vela...\nIo sono un prigioniero\ne volar via non so...\nMa il carcere è una tela\ndi ragno... E chiude in vano.\nx\nMaggio odoroso, parli\ntu di speranze? I voli\nalti degli usignoli,\nmaggio, sai tu intrecciarli ?\nLa mia speranza trema\nforse nelle tue rose ?\nSogno un'acqua che gema\nda fonti armoniose...\nNon so : sento un leggero\nbrivido, maggio, e spero.\n\nIV.\nFURIA DI VENTO.\nFerma, premi sul cuore,\nbimba., le tue man buone\nOdi l'ansia marina.\nPiccola, odi il lamento\nfolle nel tenebrore\nE' l'anima ferina\ndel vento.\nOdi. È la mia canzone.\nOdi, E il mio amore.\n\nV.\nLA PRIMA PIOGGIA.\nOdi la pioggia? Cade\nsì fresca a goccie in mare.\nE ti vedo tremare,\npiccola, e ti sorrido.\nSai? d'un mio sogno strano\nvorrei segnar le strade\ntra le gocciole rade,\nlente... Ma non mi fido.\nVorrei dirti... Ma guarda\nla pioggia: canta lene-\nPiccola maliarda,\ncanta eh' io ti vo' bene.\n\nVI.\nMANDOLINATA MINIMA.\nPel bosco v'è un odore\nfresco... Non so dov'è.\nSon certo le viole\nbrune che stan nascose.\nFelici esse son sole,\nfelici e dolorose.\nCosì anche nel mio cuore.\nSoffro... e non so il perchè.\nx\nDal muricciuolo, assiso,\nio guardo l'orto in fiore."}, {"page_pdf": 55, "page_imprimee": "43", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.55", "debut_caractere": 9, "fin_caractere_exclue": 2566, "texte": "I gelsomini bianchi\nfioriscono di stelle.\nSuonan di ritmi stanchi,\nchiari, le fontanelle...\nVedi : anche il mio dolore\nfiorisce d'un sorriso....\n\nVII.\nDUBBIO.\nMi ricordo. Sul mare\nvidi certi occhi neri\nche mi facean sognare.\nOr nell'oblio vo lento:\nma non so s'è tormento\no se è scacciapensieri...\n\nVII.\nMEGLIO TARDI CHE MAI.\nPartivo : e c' era tanto\ndolor negli occhi suoi...\nPer me ? Ma no ! Ella ha pianto\nperchè partia l'amore !\nEd eccomi dottore\nnella « scienza del poi... »\n\nIX.\nDISILLUSIONE.\nE piove: io mi credevo\npieno d'una mia gioia\nstrana... Ma piove : e io levo\ngli occhi alle nubi, guardo,»\ne m'accorgo, in ritardo,\nche l'allegrezza è noia.\n\nX.\nRIVEDENDO LE MURA.\nLa città? Che gran cosa!\nLe vo' intonare un canto\ndi tre sillabe in prosa...\nTutto quel che m'inspira\nquesta vita che gira\ne mi rigira accanto...\n\nXI.\nPER LA VIA.\nIo cammino, nel fango :\nsotto la pioggia lene,\nvile, nell'ombra, io piango...\nVile nell'ombra amica\nio cerco chi mi dica\nch'ella ancor mi vuol bene...\n\nXII.\nOCCHI SOCCHIUSI.\nUn boccio aperto: un breve\nramo che trema : un frassino :\nun turbinio lieve\ndi bianche ali cli'3 passino\n0 di fiocchi di neve...\nUna collina e prati\nverdi: e cespi .di roveri...\nun convento : e, vegliati\ndal campanile, i poveri\norticelli dei frati...\nUn rivolo che scende\ntra le vigne sottile :\nun tralcio che distende\n1 bracci in lunghe file...\nFiabe, canti, leggende....\nTutto un nodo: un groviglio\ndi piccole delizie :\nla chiarità d'un giglio\nnell'alba: la blandizie\nd'un tramonto vermiglio...\n\nXIII.\nFURTIVA.\nIo mi volgo. Un fruscio, sì, m'ha sfiorato.\nMamma? è di là. La mia sorella? dormo.\nEra un fruscio di vesti ? Erano forme\nvane, un'ombra di qualche trapassato?\nIo non so. Tutto è in'ombra, ora. Mi pare\nche su ia fronte un alito mi tocchi...\nSpero, io non so: sogno d'aver su gli occhi\nle tuo misteriose dita care.\n\nXIV.\nPICÇOLA SERENATA.\nCantar vuoi la serenata\nper me solo in riva al mare :\nper me solo vuoi cantare\nsu la riva abbandonata?\nC'è un odor d'alghe e di mare\nnella breve serenata.\nEcco : lieve, all'ombra, accorda\nnel silenzio la mandòla:\nodo gemere una corda\nper me solo, ora, una sola.\nPiccola occhi - di - viola\nla mandola, per me accorda!\nIo t'ascolto; c'è sul vento\nun odor d'acque salmastre :\nluci sorgono rossastre\nentro il mar che canta: lento....\nCon l'odor d'acque salmastre\nsorga il canto tuo sul vento.\nlo ti ascolto : il mare è grande :\nla tua voce esile; e pure\ntatto il mare non si spande\ncome le tue note oscure...\nIo vi bacio, o labbra pure,\nse le note son domande...\nForte dei Marmi\n\nMarcello Taddei."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c061", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c061", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "42", "page_fin": "42", "image_debut": 54, "image_fin": 54, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.51.1", "titre_corps": "I. PRELUDIO BREVE.", "titre_sommaire": "I. PRELUDIO BREVE.", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 54, "page_imprimee": "42", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.54", "debut_caractere": 27, "fin_caractere_exclue": 223, "texte": "I.\nPRELUDIO BREVE.\nAccorda la chitarra,\naccorda la mandòla....\nC'è il vento che sul mare,\nno a so, forse mi narra\nqualche storia d'amore...\nEd io voglio cantare\nuna canzone sola\nin un tono minore."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c062", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c062", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "42", "page_fin": "42", "image_debut": 54, "image_fin": 54, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.51.2", "titre_corps": "II. 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MAGGIO ODOROSO.", "titre_sommaire": "III. MAGGIO ODOROSO.", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 54, "page_imprimee": "42", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.54", "debut_caractere": 466, "fin_caractere_exclue": 1167, "texte": "III.\nMAGGIO ODOROSO.\nTrema nell'aria il Maggio.\nSale un odor di rose\nIo da nn lungo viaggio\nritorno,... E sono stanco.\nMa guardo il cielo chiaro\nsmarrito dietro un bianco\n/\nvelo, che batte al vento\nin lieve ondulamento....\nLieve : che sa di rose.\nSì, sono immoto ancóra\ne il maggio m? è lontano\nMi piace come odora\nma non lo inseguirò.\nLa barca è senza vela...\nIo sono un prigioniero\ne volar via non so...\nMa il carcere è una tela\ndi ragno... E chiude in vano.\nx\nMaggio odoroso, parli\ntu di speranze? 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LA PRIMA PIOGGIA.", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 54, "page_imprimee": "42", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.54", "debut_caractere": 1376, "fin_caractere_exclue": 1679, "texte": "V.\nLA PRIMA PIOGGIA.\nOdi la pioggia? Cade\nsì fresca a goccie in mare.\nE ti vedo tremare,\npiccola, e ti sorrido.\nSai? d'un mio sogno strano\nvorrei segnar le strade\ntra le gocciole rade,\nlente... Ma non mi fido.\nVorrei dirti... 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MANDOLINATA MINIMA.", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 54, "page_imprimee": "42", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.54", "debut_caractere": 1681, "fin_caractere_exclue": 1945, "texte": "VI.\nMANDOLINATA MINIMA.\nPel bosco v'è un odore\nfresco... Non so dov'è.\nSon certo le viole\nbrune che stan nascose.\nFelici esse son sole,\nfelici e dolorose.\nCosì anche nel mio cuore.\nSoffro... e non so il perchè.\nx\nDal muricciuolo, assiso,\nio guardo l'orto in fiore."}, {"page_pdf": 55, "page_imprimee": "43", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.55", "debut_caractere": 9, "fin_caractere_exclue": 153, "texte": "I gelsomini bianchi\nfioriscono di stelle.\nSuonan di ritmi stanchi,\nchiari, le fontanelle...\nVedi : anche il mio dolore\nfiorisce d'un sorriso...."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c067", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c067", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "43", "page_fin": "43", "image_debut": 55, "image_fin": 55, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.51.7", "titre_corps": "VII. DUBBIO.", "titre_sommaire": "VII. DUBBIO.", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 55, "page_imprimee": "43", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.55", "debut_caractere": 155, "fin_caractere_exclue": 306, "texte": "VII.\nDUBBIO.\nMi ricordo. Sul mare\nvidi certi occhi neri\nche mi facean sognare.\nOr nell'oblio vo lento:\nma non so s'è tormento\no se è scacciapensieri..."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c068", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c068", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "43", "page_fin": "43", "image_debut": 55, "image_fin": 55, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.51.8", "titre_corps": "VII. MEGLIO TARDI CHE MAI.", "titre_sommaire": "VII. MEGLIO TARDI CHE MAI.", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 55, "page_imprimee": "43", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.55", "debut_caractere": 308, "fin_caractere_exclue": 488, "texte": "VII.\nMEGLIO TARDI CHE MAI.\nPartivo : e c' era tanto\ndolor negli occhi suoi...\nPer me ? Ma no ! Ella ha pianto\nperchè partia l'amore !\nEd eccomi dottore\nnella « scienza del poi... »"}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c069", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c069", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "43", "page_fin": "43", "image_debut": 55, "image_fin": 55, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.51.9", "titre_corps": "IX. DISILLUSIONE.", "titre_sommaire": "IX. 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Ma piove : e io levo\ngli occhi alle nubi, guardo,»\ne m'accorgo, in ritardo,\nche l'allegrezza è noia."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c070", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c070", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "43", "page_fin": "43", "image_debut": 55, "image_fin": 55, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.51.10", "titre_corps": "X. RIVEDENDO LE MURA.", "titre_sommaire": "X. RIVEDENDO LE MURA.", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 55, "page_imprimee": "43", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.55", "debut_caractere": 665, "fin_caractere_exclue": 832, "texte": "X.\nRIVEDENDO LE MURA.\nLa città? Che gran cosa!\nLe vo' intonare un canto\ndi tre sillabe in prosa...\nTutto quel che m'inspira\nquesta vita che gira\ne mi rigira accanto..."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c071", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c071", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "43", "page_fin": "43", "image_debut": 55, "image_fin": 55, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.51.11", "titre_corps": "XI. PER LA VIA.", "titre_sommaire": "XI. 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OCCHI SOCCHIUSI.", "titre_sommaire": "XII. OCCHI SOCCHIUSI.", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 55, "page_imprimee": "43", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.55", "debut_caractere": 1002, "fin_caractere_exclue": 1520, "texte": "XII.\nOCCHI SOCCHIUSI.\nUn boccio aperto: un breve\nramo che trema : un frassino :\nun turbinio lieve\ndi bianche ali cli'3 passino\n0 di fiocchi di neve...\nUna collina e prati\nverdi: e cespi .di roveri...\nun convento : e, vegliati\ndal campanile, i poveri\norticelli dei frati...\nUn rivolo che scende\ntra le vigne sottile :\nun tralcio che distende\n1 bracci in lunghe file...\nFiabe, canti, leggende....\nTutto un nodo: un groviglio\ndi piccole delizie :\nla chiarità d'un giglio\nnell'alba: la blandizie\nd'un tramonto vermiglio..."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c073", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c073", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "43", "page_fin": "43", "image_debut": 55, "image_fin": 55, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.51.13", "titre_corps": "XIII. FURTIVA.", "titre_sommaire": "XIII. FURTIVA.", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 55, "page_imprimee": "43", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.55", "debut_caractere": 1522, "fin_caractere_exclue": 1849, "texte": "XIII.\nFURTIVA.\nIo mi volgo. Un fruscio, sì, m'ha sfiorato.\nMamma? è di là. La mia sorella? dormo.\nEra un fruscio di vesti ? Erano forme\nvane, un'ombra di qualche trapassato?\nIo non so. Tutto è in'ombra, ora. Mi pare\nche su ia fronte un alito mi tocchi...\nSpero, io non so: sogno d'aver su gli occhi\nle tuo misteriose dita care."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c074", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c074", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "43", "page_fin": "43", "image_debut": 55, "image_fin": 55, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.51.14", "titre_corps": "XIV. PICCOLA SERENATA.", "titre_sommaire": "XIV. PICCOLA SERENATA.", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 55, "page_imprimee": "43", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.55", "debut_caractere": 1851, "fin_caractere_exclue": 2548, "texte": "XIV.\nPICÇOLA SERENATA.\nCantar vuoi la serenata\nper me solo in riva al mare :\nper me solo vuoi cantare\nsu la riva abbandonata?\nC'è un odor d'alghe e di mare\nnella breve serenata.\nEcco : lieve, all'ombra, accorda\nnel silenzio la mandòla:\nodo gemere una corda\nper me solo, ora, una sola.\nPiccola occhi - di - viola\nla mandola, per me accorda!\nIo t'ascolto; c'è sul vento\nun odor d'acque salmastre :\nluci sorgono rossastre\nentro il mar che canta: lento....\nCon l'odor d'acque salmastre\nsorga il canto tuo sul vento.\nlo ti ascolto : il mare è grande :\nla tua voce esile; e pure\ntatto il mare non si spande\ncome le tue note oscure...\nIo vi bacio, o labbra pure,\nse le note son domande...\nForte dei Marmi"}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c075", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c075", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "44", "page_fin": "44", "image_debut": 56, "image_fin": 56, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.52", "titre_corps": "TRITTICO", "titre_sommaire": "TRITTICO", "signature_source": "Alberto Orsi", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 56, "page_imprimee": "44", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.56", "debut_caractere": 11, "fin_caractere_exclue": 2197, "texte": "TRITTICO\nAlberto Orsi.\nIn morte di GIOSUÈ\nI.\nConvennero i ritmi, convenner le rime in quell'ora,\nlamine d'argento percossero a martello : ,\nangelo di ventura nunziò la squilla sonora\nla cuna del Poeta nella Val di Castello.\nDalle viscere della Terra, dall'intimo delle\ngelide dell'etra senza contine gole,\ndal core degli umani, dal fulgido cor delle stelle,\ndal magnifico rogo che divampa nel sole,\ndagli angoli invisibili dove l'atomo danza,\nlà dove d'incogniti raggi il poter tenzona,\ndal misterio profondo dell'universale possanza,\nd'onde l'elettro rapido si sprigiona ;\ndalle latebre del reprobo demone indomo,\ndal grembo breve della cellula ardita,\nche sfida l'infinito con il cervello dell'uomo,\nche, eterna, esprimerai talami la vita,\ntutte le forze più buone sorriser la limpida aurora,\nfu, quel mattino, tutto il bello più bello...\nTe beata, che avesti tra le mura, modesta dimora,\nla cuna del Poeta nella Val di Castello !...\nII.\nt\nDel convegno sonoro, del poderoso convegno\nnon anima d'uomo si confortò, non una !\nNon vide la Patria, non vide il mirabile segno\nsu quell'allora rustica umile cuna !\nma un giorno, mentre furtiva stendeva la mano,\nbalzò ed immoto tenne il capo turrito :\ngiungeva su l'aure torbide a lei di lontano\nil formidato del leone ruggito.\nLampi gittando dagli occhi ruinò l'inclita fiera\ncontro la turba vile in terribil modo :\nsquassò la folta scarmigliata criniera\nsferrò dall'ampia gola il giambo e l'epodo!\nVia pei' gli oscuri sentieri, via via per le forre!\nNon dunque udite clamore di battaglia ?\nFate, pusilli, fate dunque a chi più tra voi corre:\npassa il Leone! Fuori di qua, canaglia!\nIII.\nOra convengon i ritmi, convengon le rime all'avello,\nbattono a martello su lamine di rame;\ntutte le forze buone convengono al lugubre ostello\ntacite movendo dall'oscuro reame.\nGenuflessi d'intorno alla salma dell'inclita fiera\nfremon le rime i ritmi, fremon le forze buone :\nfreme su la bandiera della Patria la benda nera,\n\\\nnel petto il core freme. E morto il Leone!\nMa tuona nel tempo, tuona sempre l'audace rampogna\ne l'ugge l'eco del ruggito iracondo.\nDa quest'oggi più fosca, la fosca turrita Bologna\ndall'arcigna tomba ripete il Giambo al mondo !"}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c076", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c076", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "45", "page_fin": "45", "image_debut": 57, "image_fin": 57, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.53", "titre_corps": "IL SUICIDA", "titre_sommaire": "IL SUICIDA", "signature_source": "Ferdinando Paolieri", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 57, "page_imprimee": "45", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.57", "debut_caractere": 8, "fin_caractere_exclue": 2097, "texte": "IL SUICIDA\nFerdinando Paolieri.\nAlla bella memoria del pittore Alfredo Yantini.\nE ti rivedo o cupo Abbattimento\nalle sue spalle tra le nebbie fonde ;\ngli alberi incerti, a capriccio del vento\nlugubrmente scotevan le fronde.\nDentro a gli abissi vivono un'ignota\nvita i macigni e parlano interrotte\nparole quando la trapunta gota\nvelan le nubi alla deserta notte.\nEi, per udirle s'appressava al fosco\nocchio profondo, intento, ombra lunare\nimprovvisa che fuor del muto bosco\nrompe la sinfonia crepuscolare.\nTu lo incalzavi, dell'opaco manto\nvelandogli la strada e dalle piene\nbocche del mar sopito, ebbre di canto,\ngli facevi ascoltar le tue sirene.\nPoi lo scortavi nel viale, nero\nd'alti cipressi per l'ombra funesta. —\nEgli passava chiuso in suo pensiero\ne i cipressi chinavano la testa. —\n*\n* *\nLa Madre rise d'un suo dolce riso\nnella luce diffusa dal doppiere,\ne gli si tolse l'ombra di sul viso\ne serenò le pupille severe;\ne si pose la maschera più bella,\nspettro che gioca precinto di rose,\nMorte che accende una lieve facella,\npugnai confìtto tra chiome odorose.\nDisse : non senti che strano rumore\nagita il fiume? parlano gli ontani,\nin ogni stella s'agita un chiarore\nnuovo ; ma giorno si farà domani...\ngiorno ! domani il sole, un sol malato\ngreve, l'incanto romperà ! — Rideva\nla buona Madre e poi : Quanto hai sognato\nsulle sponde del fiume? Ella diceva.\n— Non troppo o mamma, questa notte l'onde\nhanno parole d'un' immensa voce ;\nio tornerò sulle alberate sponde\ndove turbina l'acqua sì veloce.\n— No, resta... — Senti? come chiama il fiume?\n10 d evo, omamma, io deio andare\nè troppo vivo questo roseo lume,\nho bisogno, nell'ombra, di sognare...\nE tese il braccio, sulla porta. — Fuori\nparea crescesse smisuratamente\nil fiume; ecco, coprìa tutti i rumori,\nsolcava lampi la buia corrente.\n— Addio ! — La Madre sorridea pe' buoni\nocchi levati sopra a lui ; d'intorno\nalla santa albeggiavano visioni;\n11 figlio mosse... poi fece ritorno.\nGià, non vista, serrava entro la mano\nla nuova larva di terrore ingombra;\ndisegnò un gesto: Lontano, lontano...\ne sorridendo dileguò nell'ombra."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c077", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c077", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "46", "page_fin": "47", "image_debut": 58, "image_fin": 59, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.54", "titre_corps": "IL CORE DEL TEMPO : (POEMETTO IN PROSA)", "titre_sommaire": "IL CORE DEL TEMPO : (POEMETTO IN PROSA)", "signature_source": "Ercole Morselli", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 58, "page_imprimee": "46", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.58", "debut_caractere": 8, "fin_caractere_exclue": 3214, "texte": "IL CORE DEL TEMPO\n\n(POEMETTO IN PROSA)\n— Hanno ammazzato il Tempo!\n— E gli hanno strappato il core!\n— E l'han gettato nel fiume !\nAl fiume, al fiume!\nCorrevano tutti: gridavano tutti: ansando, ridendo.\nE c'erano dei fanciulli che tenevano in mano ancora\nqualche barchetta di carta, e non sapevano chi si fosse uc-\nciso: ma pur disfacevano urlando al vento i riccioli biondi\ncon i solchi delle carezze materne.\nAl fiume, al fiume!\n, E c'erano dei giovani che tra gl'intrichi de' suoi giun-\ncheti pur ieri, ricercando a gara una farfalla, avevano\n<•\ntrovato un bacio: o, all'alba fuggendo dalla casa dell'amante,\nin qualche suo specchio tranquillo eran corsi a vedere sul\nloro volto i recenti segni d'amore.\n— Al fiume, al fiume!\nE c'erano delle donne a cui rincrescevano lè grinze na-\nscenti e strillavano correndo, piene d'ira : Lo vedremo ora\ncom'era fatto il tuo core, brutto vecchio arcigno : te lo bu-\ncheremo con le nostre spille, le dovessimo rompere tutte!\nAl fiume, al fiume !\n« •\nE c'erano dei vecchi che un tempo avevano discesa quella\nchina ferocemente con l'armi alte sopra le bocche urlanti :\nintorno a quell'acqua avevano combattuto e vinto per donare\nalla patria un altro pezzo di terra grassa di sangue!\nE c'ero anch' io che cingevo con un braccio i fianchi vo-\nluttuosi della vagabonda noia, correndo e saltando sull'erba,\nsenza parole, senza risa. Venivano di molto lontano così,\navendo corso lungo mille fiumi, verso mille città, dietro mille\ngrida d'uomini diverse. Ma non mai parola umana ci aveva\ndata più lena alla corsa: E Tempo è morto!\nDa ponente il violento autunno, impugnato il sole come\nuna face accendeva un foco enorme a chi sa quale amante\nlontana. Ma noi non guardavamo il cielo : avvolti da un nu-\nvolo di riddanti foglie secche noi correvamo portati dal me-\ndesimo vento.\nE finalmente giungemmo al fiume. Tutto il fogliame della\nforesta andava con la sua corrente, sì che l'acqua a pena si\nmostrava: pure chiaramente la vedevamo tutti rosseggiare\ntra '1 marcio rabescame delle foglie.\nUno gridò: laggiù laggiù, l'ho visto il core: correte l'hanno\nammazzato davvero! — E tutti allora riconoscemmo il gran\ncore del vecchio mezzo nascosto sotto le foglie morte, che\nandava con l'acqua, giù verso il mare.\nMa pulsava! ma pulsava ancora, insanguinando tutto il\nfiume, con gli enormi fiotti : misurando con imperturbata e\nferoce precisione, l'affannare diverso di tutta quella gente. I\nbambini ridevano ancora e non capivano nulla: i giovani\ndicevano: E dunque così duro a morire questo maledetto\nvecchio? — e i vecchi rispondevano a loro: abbiam visto\ncori più duri del suo, versare così lino all'ultima stilla di\nsangue! E intanto le donne ripetevano mille volte: tuffatevi\ndunque, prendetelo: lo finiremo noi! aggraffatelo con un\nramo se avete paura del sangue ! lo vogliam finire con le\nspille !\nLa mia dolce noia mi sorrideva ammiccando. E il core\ndiventava più grande via via che il fiume s'allargava : il gran\ncore cresceva a dismisura e pulsava, e pulsava, cerchiando\nl'acqua, e facendo tutto rosso : e quella gente lo seguitava\ncon la bocca contratta, con gli occhi sbarrati e fissi...\nFinché si giunse al mare.\nQui la gente si fermò e s'affollò tutta lungo l'estrema"}, {"page_pdf": 59, "page_imprimee": "47", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.59", "debut_caractere": 8, "fin_caractere_exclue": 1223, "texte": "spiaggia. 1/immenso core del Tempo passò e entrò nel mare.\nE come gioì del sno sangue il mare ! poiché divenne simile\nal cielo avvampato dell'amoroso richiamo d'autunno.\nMa quando, sotto lo sguardo vivo di Venere, cadde al\npazzo autunno la gran face di mano e si spense nel mare, e\nl'acque anche s'imbrunirono lentamente sì che più non parve\nil loro rossore : m'avvidi allora che qualcuno vicino a me\nnumerava attentamente il frangere delle onde su la spiaggia,\nmentre altri si sussurravano tra loro: Ecco ecco: ora more,\nsenti questo com' è fievole, è l'ultimo — va' pazzo ! non senti\nche ora batte meglio di prima e pare una pendola ! — Ma\nnon farà così in eterno ! — Io anzi eredo che lo farà e non\nmorirà mai più. — Ohi potrà mai ritrovare il core del vecchio\nin fondo al mare? — Non l'odiava abbastanza! Ohi spaccò\nquella pelosa carcassa ! — Morte morte! Salvaci tu dalla pazzia !\nMa poiché vidi la mia cara compagna annoiarsi mortal-\nmente a questi sciocchi discorsi, ricinsi il suo flessile fianco,\ne fuggimmo di là a corsa, lasciandovi quel popolo di pazzi\nche conta ancora le onde del mare ; e aspetta che il core\ndel Tempo non batta più ; e chiama la morte che gli passa\ndietro : e ride.\n\nErcole Morselli."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c078", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c078", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "47", "page_fin": "47", "image_debut": 59, "image_fin": 59, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.55", "titre_corps": "ALLA BASTIGLIA : L'attesa di Maria Antonietta", "titre_sommaire": "ALLA BASTIGLIA : L'attesa di Maria Antonietta", "signature_source": "A. Tiberini", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 59, "page_imprimee": "47", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.59", "debut_caractere": 1225, "fin_caractere_exclue": 1780, "texte": "ALLA BASTIGLIA\nΑ. Tiberini.\nL'attesa di Maria Antonietta\nUn silenzio mortale. La Regina\nL'esito attende pallida, tremante s\nS'inginocchia piangendo, e alle sante\nOrazioni imparate da bambina\nSchiude la bella bocca porporina\nOhe fu sì cara al bacio dell' amante\nE fa un. voto col cuore sanguinante.\nPurché lo salvi dalla ghigliottina,\nGiuro che.il corpo mio, nido d'amori,\nMadre di. Dio, saprò mortificare,\nOhe contro ogni lussuria, sarò forte,\nOhe vincerò tutti gl'impuri ardori...\nQuando s'apre la porta, e il Be compare\nE dice grave: Condannato a morte!"}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c079", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c079", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "48", "page_fin": "48", "image_debut": 60, "image_fin": 60, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.56", "titre_corps": "SI SPEGNE IL SOLE : (PROSA RITMICA)", "titre_sommaire": "SI SPEGNE IL SOLE : (PROSA RITMICA)", "signature_source": "Archita Valente", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 60, "page_imprimee": "48", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.60", "debut_caractere": 8, "fin_caractere_exclue": 1668, "texte": "SI SPEGNE IL SOLE\nArchita Valente.\n(PROSA RITMICA).\nSi spegne il sole.\nTina campana con la voce lenta,\na ritmi lenti\ncome risposte d'una litania\ndalle suore d'un chiostro mormorate,\ndice : Ave, ave, ave.\nSi spegne il sole.\nMiti ombre salgono dal piano\ninvadendo i cieli.\nUna gran calma porta il vespro sui campi\nove l'opre cessaro.\nSulle vie maestre, pei piccoli\numidi sentieri, fra le siepi\ningemmate, va il cadenzato\npasso dèi buoi,\nle campanelle battono il tempo.\nDa una casa giunge il singhiozzo d'un bimbo,\ne un canto di mamma che addormenta.\nLo stridere d'un carro, in lontananza,\nun fruscio rapido d'ali,\ne poi silenzio : il silenzio che giunge\ncon la sera, mentre il sole si spegne.\nI nostri occhi son umidi,\ned una voglia di pianto,\nuna dolce voglia di pianto,\ndi un lungo pianto ci assale.\nTante, tante lagrime scendon silenziose\ngiù per le gote,\ngiù fino ai crepacci del cuore.\nSu le ferite non ancora chiuse,\nsui laceri lembi cadon dolcemente\nqueste pie lagrime che fan tanto bene\nDall'ombre che hanno invaso il piano\ngiungon voci confuse d'una folla,\nd'una gran folla che leva in alto\nuna selva di mani:\nmani tristi e impure,\nmani che han traccie di sangue,\nmani adunche e violenti,\nmani che han maledetto,\nche han percosso e tradito,\nche conobbero tutte le vergogne,\nmani infangate, e mani lacerate\nlevate in alto con i pugni tesi\npieni d'odio e d'ira.\nMa si spegne il sole,\ne la gran calma del vespro\nscende dai tersi cieli\nsulle mani irate,\ne l'una all'altra accosta\nin dolce atto di pace.\nPace, pace un istante\nprima che la notte venga,\nbieca dei tristi fantasmi del rimorso\ne degli avidi sogni.\nPace un attimo solo\npria che si spenga il sole."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c080", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c080", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "[49]", "page_fin": "n. p.", "image_debut": 61, "image_fin": 70, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.57", "titre_corps": "Inchiesta Internazionale di \"POESIA\" sul Verso Libero", "titre_sommaire": "Inchiesta Internazionale di \"POESIA\" sul Verso Libero", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 61, "page_imprimee": "[49]", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.61", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 3946, "texte": "Inchiesta Internazionale di “POESIA„ sul Verso Libero\nPoiché le ultime riforme ritmiche, e metriche compiute o tentate nella poesia italiana, accennano a generar confu-\nsione nei cultori meno esperti d'arte poetica, abbiamo pensato d'interrogare le persone più competenti, affinchè la loro parola\nserva a chiarire le ragioni e le forme delle ultime libertà tecniche in poesia. La nostra rivista dunque rivolge ai maggiori\npoeti d'Italia le seguenti domande :\n1.° Quali «0110 le vostre idee intorno alle piU recenti riformi ritmiche e metriche introdotte nella\nnostra letteratura poetica?\n2.° Quali sono le vostre idee prò o contro il cosi detto verso libero in Italia, derivato dal vers libre\nfrancese che Gustave Kahn ha creato in Francia?\nE perchè la discussione sia più vasta e più concludente, rivolge ai maggiori poeti e critici di Francia e\nd'Europa la seguente domanda :\nQue pensez-vous du vers libre ?\nF. T. MARINETTI.\nPOESIA, ha pubblicato le risposte di Gustave ICahn,\nArturo Colautti, Francis Ululile\n\"Verhseren, Henri de R -\ndonarti. Ducoté, Domenico I) au-\ngno t, Luigi Capuana, Si\nAlonge, Giovanni Pascoli\nComtesse de Noailles, Nee\nMoclzel, Albert Boissiòre, Francesco Chiesa,\nGabriele d'Annunzio, Ada Negri, RichardDehe-\nxnel, Giovanni Marradi, Stuart Merrill, Arno\nHolz, Camillo Mauclair, Une da,\nGhéon, F. Fontana, A, B\nxnons, Giovanni Sorelli, Rosalie Jacohsen, E-\nmile Bernard, Helene Vacaresco, Leon JEtocquet,\nE, Marquina, Carlo Magalhaez de Azeredo.\nFRANCIS JAMMES risponde :\nGher Monsieur Marinetti,\nMerci pour le délicieux poème qui accompagne mon médail-\nlon. Quelle intuitive compréhension vous avez des poètes les\nplus divers.\nVous rn'interrogez avec insistance sur le vers libre. Voi ci\nma réponse : Les oiseaux chantent juste sans que je sache com-\nment ni pourquoi. Les poètes que j'admire sont ainsi. Mais que\nceux que je n'admire pas ne croient point qu'ils ne font pas\ndes vers faux parce qu'ils les font justes, ni qu'ils les font justes\nparce qu'ils les font faux.\nJe vous tends la mairi.\nOrthez.\nFrancis Jaxnm.es.\nVITTORIA AG ANO OR\nIllustre amico,\nVi è una frase nella vostra amabilissima lettera, piena di\n«significato» circa l'inchiesta sul «Verso libero». Voi dite:\nSo che voi non avete simpatia per le forme della «prosodia\nlibera. »\nOra, « Prosodia » eh' io sappia vuol dire Legge, Regola,\nrapporto alle sillabe brevi o lunghe ecc.\nCome dunque si può simpatizzare con una « legge » che\nammette la «licenza?» «Noi» abbiamo metri infinitamente\nvarii; «noi» abbiamo l'endecasillabo, magnifica forma che si\npiega ad ogni più ampia snodatura; «noi» abbiamo la «selva»,\nliberissima, (ma formata da « versi ! ») e più libere « strofe »\nancora possiamo foggiarci ora noi, a rendere l'irrequieto, tor-\nmentato, e talora anche « incomposto » nostro spirito ; (ma\n« strofe » composte con « versi ! ») tutto quel che volete.\nQuello che non intendo e non intenderò « mai », è che si\nvoglia gabellare per versi «la prosa», disponendola a lineette\nor brevi or lunghe or mezzane sul foglio, ingenerando fatica in\nchi legge, e « null'altro ». Ecco.\nVorrei dirvi altro ancora, ma il turbine augurale di questi\ngiorni non mi consente che questa frettolosa risposta alla vostra\ngentilissima lettera, nè voglio< indugiare di più.\nNon ho per ora poesie inedite compiute. Ma non scorderò\ncerto il vostro cortese desiderio di cui « vi ringrazio ».\nSalute serena e gioia di lavoro e d'alloro.\nMonte del Lago, 4 gennaio 1907.\n\"Vittoria-Affano or\n-AZiFFlEDO 3BA.GOELLiI\n«Verso libero» sono due parole in aperto contrasto. È\nnota caratteristica essenziale del verso la prescritta regola del\nritmo; e senza questa regola non esiste verso, ma soltanto\nuna più o meno lunga linea di prosa.\nPerchè si usa il così detto verso libero? Per rendere in\npiù fedeli espressioni armoniche l'atteggiarsi del pensiero poe-\ntico. Ma appunto il soverchio frazionamento dell'espressione\narmonica distrugge di questa l'effetto,: si va oltre il segno,"}, {"page_pdf": 62, "page_imprimee": "[50]", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.62", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 5793, "texte": "e per desiderio di un ottimo inconseguibile si distrugge il bene.\nNella fanciullezza dei popoli, quando si sentiva che la prosa\nnon era forma adeguata alle esaltazioni del pensiero, si ricor-\nreva per istinto al ritmo, appena formato da irregolari ricorsi\ne da assonanze. Ma la regola severa giunse, con l'arte adulta,\na dare perfezione armonica alla forma poetica e a fondere pen-\nsiero, sentimento, immagine, ritmo in una contemperata unità,\nmirabile di senso e di misura.\nOra, toccato il culmine, per legge fatale si dovrà discen-\ndere per la curva. L'amore del nuovo insieme con una specie\nd'iperestesìa estetica persuadono al verso libero. Ma è regresso.\nA.lfredo\nROBERT DE SOUZA. ri\nMon cher poète,\nExcusez mon retard. Depuis des mois, je voulais répondre\nà votre aimable domande; des travaux, des occupations urgentes\nme faisaient, remettre de jour en jour les quelques mots que je\nsuis heureux enfin de vous adresser.\nLa question de ce que l'on est convenu d'appeler le «vers\nlibre », et qui est simplement celle du « rythme naturel du langage\net des moyens les plus expressifs de le mettre en oeuvre », est\ncapitale pour la vie et l'avenir de la poésie, en Franco du moins.\nJe ne peux me permettre aucune incursion sur le terrain éfranger,\nmes connaissances étant trop historiques, incomplètes ou nulles,\ndes langues soeurs ou voisines. Il m'apparait seulement que\ndans tous les pays où certaines formules ont servi un plus\ngrand nombre de chefs-d'oeuvre, la poésie ne peut échapper à\nl'évolution des autres arts qui les masquent, les rejettent ou\nles transforment dès qu'ils présentent quelque vie. La question\nest capitale en France, parce qu'il s'agit de savoir si les poètes\nparviendront à créer eux-mèmes leurs moyens d'art ou conti-\nnueront à subir les férules des vieux « rhétoriqueurs » du XV®\nsiècle. Ces rhétoriqueurs étaient ou des juges qui entassaient\nrègles sur règles pour rendre plus difficiles les concours des\n«jeux floraux», ou des scribes à gages des princes qui accu-\nmulaient les prescriptions littérales les plus puériles et pour se\nfaire valoir et pour rendre plus aristocratique, soi-disant, plus\ndigne de leur maitre, le noble métier de poésie. Tous les poètes\ncréateurs firent de leur mieux pour répondre par le lied de\nsorte qu'avant les Walther de nos jours aucun n'eut l'audace de\nWalther aux tyrannies des Beckmesser. Mais la férule était si\nsimple, ingènue, de «masquer» les vieilles formules, de chercher\nle rythme « dans l'organisme vivant du langage ».\nIl n'y a de «liberté» que pour aller plus profondément au,\nfond des choses ; et cette liberté n'est point le « désordre » comme\ncertains veulent le croire, mais un «ordre vivant» qui s'organise\ncontre «l'ordre abstrait»: la symétrie. Tous les arts se sont\ninsurgés depuis longtemps contre l'expression symétrique con-\ntinue, fruit d'une tradition fausse. (On sait que rien n'était\nmoins symétrique que l'art grec, depuis la galbe d'une colonne\njusqu'à la place des statues toutes disposées sur l'Acropole en\ndiagonales.) La poésie est le dernier des arts qui cherche à\ns'exprimer par un ordre qui ne soit que de la symétrie « momen-\ntanee » et qui voudrait participer d'une formation moins élé-\nmentaire que celle des cristaux. Or, beaucoup n'entendent le\nrythme que dans l'ordre géométrique du minéral, ils figent la\nrivière du mouvement, ils ne comprennent l'onde que glacée.\nMais comment faire pour que la lettre ne soit pas un son\net la parole un chant, le chant du mouvement qui coule? Et il\ny a encore des poètes qui croient que la parole est séparable\nde la musique, n'est pas de la musique, elle dont chaque son\nverbal est une note dont les vibrations sont mieux fixées que\nles rayonnements de l'étoile polaire !\nLa parole est un « ordre qui fuit » dans le temps, une suite\nde vibrations qui se nouent et se dénouent les unes des autres,\ns'étalent ou s'enflent, équilibrées et correspondantes suivant l'im-\npulsi on de l'émoi générateur. Etant reponnue la nature de l'onde,\n— et celle du francais l'est parfaitement depuis que son accent\ntoni que sur la dernière syllabe sonore des mots métriques est\ndéterminé — notre émotion gouverne l'ordre de la parole, comme\nle coeur suivant la nature de ses contractions, sa systole.\nLes alexandrins et tous les vers francais syllabiques à points\nde repaires symétriques, dits césures ou rimes, peuvent ètre\ndes instants de ce mouvement, ils n'en sauraient ètre toutes\nles formes possibles. Et de ce qu'à tant de bateaux il a fallu,\npour qu'ils passent, ces placides écluses, nous, refuserions-nous\nde connaitre le large courant d'aujourd'hui, ses laux dangers et\ncomment ses rapides mèmes ont un rythme qui porte, à travers\ntoutes les effervescences de l'onde.\nPendant quelque temps encore, nous verrons les poètes-\néclusiers, proti tant de la timi dite de la foule, lui ouvrir et lui\nfermer leurs lourds battants à grands renforts de mécanique.\nCela ne nous trouble point. Un moment, plus proche qu'on\nne pense, viendra où la foule trouvera que c'est bien long\net monotone...\nQuant aux faux pilotes des rapides qui prennent leur retraite\ncomme éclusiers, tant pis pour eux! Ils s'apercevront trop tard\nqu'on ne peut, sans nier la vie, après s'ètre fié à la belle et\nforte liberté organique du mouvement, aimer graisser — serait-ce\nde mille manières diverses — des portes d'écluses séculaires.\nAussi ne puis-je admettre la co-admiration de certains, éclec-\ntiquement répartie sur les symétrisants et les rythmiciens, comme\nsi l'on pouvait séparer la poésie de la forme où elle prend\ncorps, et dans le corps le plus vide trouver la poésie aussi\nfraìche. Ah! bienheureux les compositeurs qui peuvent admirer\nLulli sans faire du Lulli! et malheureux les poètes pour qui\ndu Lulli d'aujourd'hui est toujours du Lulli et Un Lulli aussi\nriche que Wagner!"}, {"page_pdf": 63, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.63", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 5527, "texte": "Mais n'y a-t-il pas des poètes pour qui le rythme est une\nquestion secondaire ! Hélas, oui ! il y en a : pour eux le mou-\nvement de la vie mème importe peu à la vie !\nVous voyez que je rie partage point leur opinion, mon cher\nPoète, et qu'entrainé j'ai rattrapé un peu tropi peut-ètre mon\nlong retard à vous répondre. Cependant il me reste encore de\nla place pour vous féliciter de votre initiative, qui contribuera\nsans doute à délivrer les poètes du joug des rhétoriqueurs, —\net pour me dire ,\nbien amicalement votre\nParis, le 27 Dèe. '06.\nRobert\nLOUIS LE CA.FIDONNEL risponde:\nMon cher poète et ami,\nJ'ai lu les numéros de «Poesia» et les deux volumes de\nvos poèmes que vous avez biien voulu m'enVoyer. Dans tout ce\nque vous écrivez, j'admire l'élan, l'imprévu, le charme éblouis-\nsant d'une fantaisie vraiment créatrice et cette floraison vraiment\ntropicale d'images, cette invention perpétuelle de métaphores\net de rythmes qui font, par exemple, de votre « Conquète des\nEtoiles », quelque chose d'unique et de merveilleux.\nYotre revue est des plus intéressantes, du plus sain et du\nplus large éclectisme, car elle ne demande à ceux qu'elle recoit\nque d'avoir, à quelque degré, le don divin du chant, leur laissant\nla liberté de leur vision et de leur forme personnelle.\nQue vous dire du «Vers libre», sinon que, pour mon compte,\nje l'approuve et je l'admire chaque fois qu'il apparaìt comme\nune nécessité et qu'il correspond aux sujets où on l'emploie. Les\nvrais poètes composent organiquement. Chez eux l'inspiration\nemporte avec elle, et cela d'instinct, la forme adéquate où elle\ns';exprime. Je ne vois pas écrits autrement qu'ils ne sont vos\npoèmes, et le vers qu'on appelle régulier, ce qui ne veut pas\ndire monotone, a suffi à Baudelaire, à Lecomte de Lisle, à Leon\nDierx. On s'en servirà toujours pour certains thèmes graves\nsolennels, majestueusement pathétiques, comme on emploiera pa-\nrallèment d'autres formes plus souples, plus varièes pour tra-\nduire certaines nuances imprécises, certains soubresauts de l'àme,\ncertaines harmoniques indéfinies du sentiment et de la sensation.\nJe suis, cher poète et ami, votre bien dévoué,\nLouis Lo Cardonnel.\nGIA.N PIETRO LTJCINI risponde :\nSono lieto che mi sia dato, caro ed ottimo Marinetti, oggi,\nl'opportunità di valermi, come di una tribuna internazionale, di\n« Poesia », rispondendo alla inchiesta, che voi avete promosso\ntra i letterati europei, sul verso libero. Oltre a questo, per\nme, fu benigna e favorevole la presente circostanza, perchè\nmi spinse a terminare un lavoro da tempo composto in mente,\nma di giorno in giorno procrastinato, pensando che non ancora\nfosse attuale e di pratica utilità. Voi, in parte, avete letto\nquella mia « Ragion poetica e programma del Verso Libero »\ne l'avremmo destinato per «Poesia», se non fosse divenuto un\npiccolo trattato non del tutto ozioso.\nÈ sfrondando questo saggio di quanto si riferisce a filosofia,\nargomentazione, ricordi personali, indiscrezioni, incorse veloci pei\ncampi prossimi della scienza e dell'altre arti che io sintetizzo\nquesto breve concludere : ed è alla « Ragion poetica », che ri-\nmando i curiosi se vorranno saperne di più ed anche i ma-\nlevoli, se mi imputeranno di dogmatismo rivoluzionario, quando\nl'avrò, in breve, data fuori. Là vi leggeranno per disteso tutti\ni perchè logici, tutti i motivi concatenati; là troveranno tutte\nle lente trasformazioni, da cui volle l'evoluzione passare, per\ngiungere all'ultima nostra forma prosodica; e, se non li avrò\nconvinti, cosa di cui dubito sempre, vedranno però che nulla\nho lasciato da parte per farli convinti, sì che la mia coscienza\nsi tiene paga contro la loro pervicacia conservatrice ed invin-\ncibile. ;\nMa sintomatico ed interessante è il vedere, per merito vo-\nstro, inscritte su «Poesia» le nuove discussioni e le battaglie\ncortesi sopra idee generali e concetti personali, sinceramente\nespresse. Gioveranno alla storia delle nostre lettere e diver-\nranno norma positiva di una più onesta e leale considerazione\ndella critica, intorno a quel verso considerato falso, eretico o\npazzo dalle comuni convenzionalità conformiste. Se nessuno di\nnoi si schiverà sfuggendo il pericolo del compromettersi, elu-\ndendo colle vaghe attestazioni di una embrionale dottrina e\ngiuocando di frasi ironiche, o coprendosi di una facile arguzia,\no rifiutando senz' altro di antivedere con audacia, per specu-\nlare sul presente, noi avremo raccolto un bel « Corpus » di\ngiudizi] soggettivi, un bel granaio d'opinioni e di osserva-\nzioni a cui potremo ricorrere, in appresso, meritandosi, un vo-\nlumetto così compilato, quel valore, che già fu, e meritamente,\ndella «Enquète sur l'Evolution littéraire» dell'Huret; la quale\nrimane uno dei migliori documenti per lo studio delle mo-\nderne lettere francesi.\nAvrà dunque l'inchiesta di «Poesia» il merito e l'efficacia\ndi dare riconoscimento e storia, stato civile e brevetto di no-\nbiltà, al «Verso libero italiano?» Lo credo. Questa forma\npotrà di nuovo venir biasimata in contro a chi la vanta, ma\nnon più negata. Ciò basta ad affermarne la sua reale ed uf-\nficiale esistenza; da che si incammina ad essere annotata nella\nrubrica dei modi prosodici, e, domani, in appendice ai vecchi\nmanuali; come avvenne testé per il verso carducciano, accolto\npresto nelle scuole, perchè era un professore universitario che\nlo aveva composto.\nIl « verso libero » viveva a parte ; vive tuttora in disparte.\n«Gazzette letterarie», «Riviste di Giovani e per i Giovani»\nlo accettavano senza commenti e come una sfida. Era taciuto"}, {"page_pdf": 64, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.64", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 5994, "texte": "nel giro delle critiche autorevoli : qualcuno lo chiamò « la\nsbrigliatura definitiva incoraggiata dall'esempio francese»; per\naltri, tra cui il Lanzaloni, ineffabile pedagogo moralissimo, il\nverso amorfo, innominato, destituito d'ogni fondamento di rit-\nmica, ossia prosa spezzata in tante linee di lunghezza varia\na secondo del capriccio dell'autore; per i moltissimi, una nuova\nabberrazione che imbastardiva il nostro italico Parnaso. Po-\nchissimi, del resto, lo usano; quasi tutti ne ignorano l'esi-\nstenza. Otto o dieci geniali coraggiosi, o meno, si fan vanto\ndi saperlo, perchè indipendentemente l'uno dall'altro lo hanno\nper fatica e per esperienza propria composto. Perfezionato, è\nper loro lo strumento semplice ed elegante, elastico, preciso,\nsonoro e robusto, quasi perfetto e forse indefettibile, per cui\nla loro anima vibrante e lucida di sensazioni e di idee si\ntrova, senza molto disperdersi e senza troppo smuntare, riflessa,\ncompresa e concreta dentro la nobile spera del poema. Il pub-\nblico grosso, la critica delle grosse « Riviste » si accorse di qualche\ncosa di simile, quando il D'Annunzio, che ha scorazzato, dal\nritmo di Jacopone da Todi a quello del Moréas, senza cam-\nbiare mentalità od accattandola d'imprestito, volta per volta,\nsecondo la moda dai rigattieri delle antologie contemporanee,\nmandò fuori «Le Laudi», «La Francesca», «La Figlia di Jorio»\ne che so io. I suoi turiferarii ammirano un « verso pseudo\nlibero », esclamando al prodigio ; ed affermarono ch'egli doveva\nesserne l'inventore in Italia. Ma se, come avvenne, gli si chiede\nil perchè, l'inventore se ne schiva e vi risponde: «La que-\nstione del verso libero è molto grave e molto complessa.\nÈ troppo difficile cosa trattarla in venti righe. Mi proverò. »\nNon si è provato. E bene, tutti coloro, tra i poeti, che inven-\ntarono qualche nuovo e personale strumento di manifestazione\nartistica' e che coscientemente ne seppero il valore, da Orazio\na Foscolo, dal Banville al Verlaine (il meno adatto a fare il\ncritico dell'opera sua), da Walt Whitman a Carducci, scrissero\nin prosa od in versi un «Ars poetica» di glossa al loro me-\ntodo, d'esegesi alla loro intenzione. Piccoli o grandi, artefici od\nartisti, che non lavorano d'imprestito e di mosaico, uè per\nudita, nò per richiesta dei salotti letterarii, in venti righe, od\nin cento pagine, si sono provati. Sinceramente dimostrarono,\no dimostrano, le loro antipatie, le loro prevenzioni, il loro pre-\nferire ed il loro sentimento, per la semplice ragione che hanno\n« sentito quella o questa forma con ingenuità » ; l'hanno pra-\nticata senza malizia d'imitazione, sapevano che posto le era\ndestinato nella prosodia; ed, attualmente, che sia, ad esempio,\nil verso libero. Vi diranno che risponde ad un desiderio ge-\nnerale della mente moderna ed europea in questo punto di se-\ncolo; che è un indice della rivoluzione e della evoluzione com-\npiutesi nella letteratura internazionale; un episodio di ciò che\nin Francia si chiamò decadentismo e simbolismo; un aspetto\nche assunse l'insurrezione sistematica contro il « principio\nd'autorità», in politica, nelle scienze e nelle arti. Per ciò ha\ni suoi rapporti colla filosofia e colla sociologia, come obbe-\ndisce alle leggi della biologia cosmica e della psicologia indi-\nviduale. Certo, tutto questo, in venti righe, non si può dire;\nse ne può scrivere invece una « Ragion poetica », alla quale\nrimandare il benevolo ed il malevolo, comunque, per meglio\nprudirvisi.\nLa battagliera azione letteraria, che incominciò, dopo il 1870,\na suscitare conflitti di teorie estetiche e di inconciliabili oppo-\nsizioni di forma, culminata col nome di decadentismo e sim-\nbolismo, tra il 1885 ed il 1900 in Francia, ha un carattere\ninternazionale. In Inghilterra, il poeta e pittore William Blake,\nintimo del Whitman, vi cantò i «Canti dell'Innocenza» colla\nlibertà di metri del vate di Paumaiiok, e lo Swinburne for-\nmale e classico, il più grande rappresentante del parnassiani-\nsmo inglese, dedicò a questo «vero ed adorabile genio, a questo\nprofondo e libero pensatore», un saggio critico lucidissimo e\ncompleto. Qui, vi furono Dante Gabriele Rossetti, Burne Jones,\nWilliam Morris, ed un vegliardo, più fresco e fragrante di un ado-\nlescente, Meredith: poi il Wilde ha sopportato, per la passione-\ndelia nuova bellezza, il suo lento martirio equivoco. Qui, colli\naudaci inventori d'ogni e più complessa musica verbale non\nprima udita, non morì la forma tradizionale; e, di pari passo,\nvi furono, dal «Rhymers' Club», propagine della taverna del\n« Cheshire Cheese», famosa per i Johnson ed i Goldsmith, i\ngiovani, che squillarono alla Rima l'inno vittorioso :\nu Gloria alla rima regale,\nnoi martelliamo la rima d'oro;\nnoi martelliamo il ritmo sonoro\nfinché ne tacciano l'echi ».\nIn Germania, le canzoni del « Nordsee » di Heine, seguendo\nil Klopstoch, che aveva richiesto della metrica latina altri modi\nnuovi, iniziarono un verso lirico, uscito dalla regola solita e\ncomune : Gian Paolo Richter, Novalis, colla loro filosofia trascen-\ndentale, danno un altro perchè a fondamento dalla letteratura.\nIn Ungheria, è Madach, enorme come un Dante, colla sua\n«Tragedia dell'Uomo».\nIn Russia, si chiamarono decadenti Minsky, Merejkovsky,\nK. Balmento, questi, a cui, oggi, Gorki, il violento biblico ed\ni democratici socialisti rivoluzionarii stringono la mano, mentre\nche nella «Nuova Vita», soppressa dal governo dello Tsar, si\nalleavano direttamente coll'azione di piazza ed aggiungevano,\nal carattere della letteratura russa il bisogno prepotente ed\nirrefrenato della libertà.\nIn Ispagna, « Belkiss, regina di Saba » del Castro vi in-\ndica che la partecipazione a questo indirizzo vi fu consentita.\nIn Francia, bene o male, sanno tutti quale fu il suo suc-\ncesso. In Italia, vi furono delle scaramuccie provocate da qualche\nintelligenza più precoce e più inquieta delle altre; ma la pi-\ngrizia della critica, il nessun interesse del pubblico, la man-\ncanza di quella atmosfera sociale e di quelli istituti politici"}, {"page_pdf": 65, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.65", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 6092, "texte": "che resero possibile il fiorire di tale tendenza altrovje e l'ecces-\nsivo sospetto reciproco, la lasciarono svampare tra molto fumo di\nparole inocue e tra molte risate, riserbando, spero, decisioni\nvive e vigorose per un tempo meno manifatturiero e per una\npatria più libera.\nNoi avremo, cioè, il nostro simbolismo nazionale in ri-\ntardo, come abbiamo avuto il nostro romanticismo; allora solo\nsarà da noi possibile, che, per necessità di esistenza, venga\nanche ammesso, comunemente, come espressione lirica, il verso\nlibero. Con ciò non voglio asserire chje il simbolismo replichi\nil romanticismo, per quanto si accomuni con lui in alcuni ele-\nmenti, specie nella cinetica rivoluzionaria. Anche il romanti-\ncismo incominciò colla filosofia ultra cattolica di De Maistre\ne coi gilii di Chateubriand, ma terminò con Hugo repubblicano\ne Schopenhauer nihilista. Se il simbolismo ha prediletto, sui\nprimi giorni, idealità cristiane, evanescenze idealistiche, metafi-\nsiche, il medioevo d'apparato, ha finito per riconoscere Nietzsche,\npagano e distruttore, Striner individualista anarchico, Blanqui\ncomunardo e positivista; e di tutti questi ribelli ha fatto un\npantheon di sue glorie, idealisti, ad un modo, nella ricerca\ndei fenomeni e nel pretendere la libertà per tutti. Se il roman-\nticismo fu un' operante funzione guelfa, per cui furono possibili\nle aspirazioni verso l'indipendenza di popoli, razze e classi, se-\ncondo una legge comune, rispetto ad una religione atavica, così\nche religione ed assetto di patria venivano ad essere cementate :\nil simbolismo apporta un impeto ghibellino ed agnostico, (misti-\ncismo scientifico) la presentazione dell'«io», che non pretende\npiù una indipendenza, ma una libertà, non più una legge, ed una\nreligione, concordate sui bisogni colettivi di tutte le altre unità;\nma una sua legge, ed una sua individuai religione,. Perciò\nmuove guerra e sommuove guerre tutt'intorno pel suo raggio\nd'influenza; si dimostra incondizionato dominatore, cioè stoi-\ncamente anarchico. (So che questo sunto è oscuro e troppo\ncondensato. Ma vogliate ricorrere alla «Ragion poetica» piana\ned aperta.)\nTali ed altre simili cose io potrei aggiungere in una discus-\nsione su temi generali ; ma, nello stretto ambito di una inchiesta,\nmi fermerò ad una constatazione soggettiva, più utile e spoglia\ndi divagazioni. E mi vi offro in esempio, per quanto valgo.\nHo usato, da giovanissimo, a dubitare dei maestri : volli\nmaestra l'esperienza. Dal fatto che conosceva estraeva le leggi:\nogni fatto rappresenta per me un tipo anomalo: la somma delle\nanomalie, coi loro rapporti, significa la vita; e la vita ha leggi\ngenerali, a punto differenziali, perchè è sintesi, nello scambio\ne nel ricambio, delle anomalie che popolano lo spazio e che\nesistono nel tempo. Così non mi accontentai affatto di quelle\ndefinizioni che i lessici competenti ed i professori mi sciori-\nnavano sopra «il concetto di Poesia». Per conto mio, sottoposi\nalla abituale dissociazione questo fenomeno d'intelligenza, questo\nmodo di vivere del cervello umano, ed ai reagenti molto cau-\nli\nstici della mia critica trovava che si scomponeva in due ele-\nmenti primi e fondamentali : « Imagine » e « Musica », come\nl'acqua si dispone alla elettrolisi ne' suoi due gas producenti,\nidrogeno ed ossigeno.\nTutto che in letteratura darà Musica ed Imagine, legate\nindissolubilmente, sì che l'una sia nell'altra compenetrata, ma\nnon perda la sua natura, nè si confonda; sì che l'altra vesti\nla prima, non con abiti posticci e comperati dal rigattiere, ma\ncon giuste maglie e perfette guaine seriche e dorate, sarà. Poesia.\nNon cerco misure prestabilite (versi), non seguenze numerate\ndi misure (strofe), non assegnati circospetti e complicati modi\ndi accento, di rune, di elisioni, di dieresi; mai è «verso, strofe,\npoema logico e naturale, poesia, » insomma, ciò che viene\nespresso con una ingenuità, o con una raffinatezza, in quel modo\nnativo e sonoro su cui la gamma risuoni e la plastica informi;\nciò che rende un concetto ed un pensiero poetico in tutte le\nloro sfumature, in quel suono, ed in quel colore per cui hanno\nvita e vibrano personalmente le idee presentate; ciò, in cui\nsi identifica l'indole personale ed agisce libero e cosciente il\ncarattere del Poeta, svolgendo la sua manifestazione.\nMa nel far ciò, nel pensarlo e nello scriverlo, nel tentare\nun rinnovamento di tale valore estetico, non era mosso, nè per\nmoda, nè per singolare mania, nè per inquieto dilettantismo.\nIo sentiva di cooperare, colla mia opera e colla mia volontà,\nal bisogno che promanava dal tempo, alla necessità della mia\naspirazione. Certo, in qualche modo era obbligato ad espri-\nmere parole che riguardavano al divenire, non al presente im-\nmediato; ma colui che vuol essere attuale in qualche punto\ndi vita, non può essere il contemporaneo, perchè, nel mo-\nmento stesso, nel quale egli pronuncia la sillaba, il fatto è già\ncompiuto; e sta cadendo nel passato chi vuol essere semplice-\nmente ligio ad una verità, oggi brillante, domani, già annu-\nllata, dopo domani tramontata per sempre. Io amo la verità,\nche, come le stelle, nascoste tuttora al telescopio e ricercate\ndal suo obbiettivo, esistono ma non sono ancora disegnate sulle\ncarte del planisfero. Sarà prossimo il giorno in cui sorge-\nranno sull'orizzonte: e con più tardano a salire, con più du-\nratura la loro permanenza.\nCosì, dalla adolescenza in poi, mentre bizzarramente mi\nerudiva da me stesso e mi rivolgeva alla sanzione ufficiale\ndelli esami governativi, più per averne un documento, che\nper valermene poi, sin dal 1885, una specie di verso libero mi\nsi presentò successivamente nelle ricerche e nell'ondeggiare delle\nmie inquietudini, formandosi e sviluppandosi lentamente, sotto\nuna fatica di lima, sotto la costanza del mio richiedere. Mi\nreggeva una sottile coscienza poetica: dopo di aver sperimen-\ntato tutti i mezzi prosodici, cui la traduzione e la retorica mi\nporgevano, molteplici e nobilissimi, non mi sentiva abbastanza\nrivestita da quei paludamenti d'apparato e rifiutava d'uscire\ncon quelli, abiti, improvvisamente mascherata. E se ciò ch'io"}, {"page_pdf": 66, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.66", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 5941, "texte": "voleva e sospettava nell'indole stessa della nostra lingua e se-\ncondo l'abitudine della nostra poetica, veniva allora trovato ed\nesercitato già presso di noi singolarmente, od oltr'Alpe, per\nidentico sentimento, non seppi : dopo appresi e paragonai.\nQuando, infatti, nel 1888 uscivano i « Semiritmi » di Luigi Ca-\npuana, a cui ben volontieri accordo la priorità, io aveva già\ncomposto, in parte, ciò che in quel tempo chiamava « Armonie\nsinfoniche », ignorando il nome di « Semiritmi » e di « Rythmes\npittoresques » (Maria Krysinska).\nSimilmente, non mi era nota l'ultima appellazione di « Verso\nLibero», che oggi addotto per maggior chiarezza; ma aveva\nprodotto, in massima, quel mezzo letterario che si riconosce\nsotto questi diversi nomi, a volta a volta, e che rappresen-\ntava il piio rude primo sforzo di liberazione contro la prosodia\nconsuetudinaria.\nSe il ricordo non mi inganna, poco dopo, Ada Negri nel-\nl'altro volume di versi «Tempeste», tentò una volta sola col\n« Senza Ritmo » una dolcissima sinfonia armonica di parole e\ndi pensieri, con un risultato cosi perspicuo, che, nè prima, nò\ndopo, la sua poesia baldanzosa e selvaggia, ottenne mai più;\ne,, nei 1892, Alberto Sorniani, troppo giovane pianto dalla cri-\ntica dell'arte nostra, novissimo filosofo di integrazione moderna,\ncantava un'«Ultima Passeggiata»: ed ancora risuona:\nu Mi è dolce e triste prima di partire,\nprima di andare lontano,\nin una giornata così desolatamente melanconica,\ndi ripassare, a passo lento e pensieroso,\ni luoghi del dolore immenso, i luoghi dei ricordi,\ninfinitamente angosciosi n.\nIn. seguito, prima che comparissero le « Laudi » d'annun-\nziane, un completo e pregevole volume di versi liberi si affer-\nmava, coi «Dialoghi d'Esteta» (1899) di Romolo Quaglino; dove\nsenza smancerie, senza irritamenti, senza caprioleggiare funam-\nbolico, la nuova prosodia aveva già raggiunto un tale grado di\nsicurezza quali altrove invano lo si cercherebbe nei tentativi.\nE questi esempi sono, a mio parere, oggi, capitali, nello sta-\nbilire fin d'allora una esistenza vitale e longeva a quanto i\nsuperficiali gratificano di un candido disprezzo alla Homais.\nFu dunque anche per me questa forma: anzi, se non ap-\nparve pubblicamente prima (« Domenica Letteraria ») del 1396,\nchi mi conobbe, sapeva che, per lunghi anni, dubitoso del suo\nvalore, l'aveva secretamente elaborata, coprendomi in prece-\ndenza, come di uno schermo, coi «Libro delle Figurazioni ideali»,\nin giusti versi tradizionali, per non incorrere nella tacile accusa\nd'ignorare la prosodia.\nQuindi, padrone di altro metro complicato e sottile, che\npretende maestria d'uso, di osservazione, di traduzione imme-\ndiata, quasi cinematografa, ho potuto tentare, coi «Dadi e le\nMaschere», «La Pifferata», e col resto, l'aperto esperimento e\npubblico del mio verso libero. Oggi ne conosco il valore ef-\nfettivo, le ambagi e le equivoche promesse ; rie so i secreti e\nìe difficoltà e l'arte per cui, se non vi stancate, lo raggiun-\ngete dominandolo. Il verso libero deve ondeggiare, seguendo\ntutte le emozioni del poeta, apportandovi quelle diversità di\nritmo e d'armonia le quali meglio convengono ai diversi con-\ncetti che manifesta. Nessuna regola rigorosa gli deve impedire lo\nsviluppo, nessuna barriera arrestarlo nell'onda sonora, nel pla-\nstico movimento. Idealmente, il verso libero si realizzerà per-\nfetto in una lingua dove la cadenza delle parole sarà forte-\nmente segnata dall'accento tonico, dove l'accento logico del pe-\nriodo coinciderà coli'accento verbale. Ed è il caso della lingua\nitaliana, tra le altre d'Europa: per cui, nello sviluppo della\nsua lirica accettò, d'istinto, nativamente, questa forma proso-\ndica, senza darne il nome, passando dalia metrica latina, gra-\ndatamente, ancora alla prisca accentuazione del « Carmen Fra-\ntram Arvalium », delle comedie plautiane e del « verso saturnio »,\nper ricongiungersi colle strofe del latino mistico, ripresentatisi\nnelle «Laudi» trecentesche e nelle «Farse Cavajole», dopo l'in-\ntermezzo provenzaleggiato romanico e longobardico dei nostri\ntrovatori, Sordello e Bertrando in sino a Dante.\nTutto ciò ò dato dalla natura stessa della lingua italiana,\ndalla sua essenza costante, sì che ha forza d'espansione e di vi-\ntalità senza pari, ritemprandosi alle fonti vive del popolo, della\ntradizione e della dottrina, arricchendosi di organismi nuovi e\nfreschi, fossero pure stranieri, colladattarli a sè in un fervido\nprocesso d'assimilazione. Carducci, nel presentare la prima volta\nle sue «Odi barbare», nel 1877, avvisava: «Che se a Catullo e\nad Orazio fu lecito dedurre i metri della lirica eolia nella lingua\nromana, se Dante potè arricchire di care rime provenzali la poesia\ntoscana: se di strofe francesi la arricchiscono il Chiabrera ed il\nRinuccini, io dovrei, secondo ragione, poter sperare, che, di\nciò che a quei grandi poeti ed a quei miniatori citati fu lode,\na me si desse almeno il perdono ».\nE sono il Frugoni ed il Metastasio, che ritornano ai Greci\nper imitarne i ritmi composti e polimorfi; è ancora l'Ugolino\nSucciola faentino, che canta « Le Ricoglitnci di Fiori ». È Nic-\ncolò Soldoniere da Firenze, che rima «I Cacciatori della Volpe»,\nmirabile esempio di snellezza, di vivacità, di conseguita e lo-\ngica, armonia, dove il buon gusto non si cura di strofe, di quan-\ntità di versi, di genere di versi, ma aggiunge verso a verso, come\nsembra alla ragion poetica di quel poema ed incomincia quella,\nforma che i pedanti chia.mano «selva», il Redi volle «ditirambo»,\nillustrandola da principe munifico col «Bacco in Toscana» e colla\n« Arianna ».\nVi è inoltre un' altra necessità fisiologica : i nostri sensi,\nche sono acutissimi e sensibilissimi, che accettano tutte le\nluci e vibrano allo più leggiere sfumature delle ombre, ac-\ncolgono pure tutti i suoni delle gamme, e i più acuti ed i più\nprofondi, ed i più morbidi e i più secchi, e i semitoni ed i\nsoffii del suono: hanno acquistato una maggiore resistenza al-"}, {"page_pdf": 67, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.67", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 5871, "texte": "l'urto delle sensazioni. Chi prima sentiva a disagio il crescendo\nrossiniano della « Calunnia », oggi applaude alla « Marcia fune-\nbre» del «Siegfrid», alle sonorità eccezionali delle «Walkyrie».\nTra l'Arcadelte quattrocentesco ed il Wagner vi è tutta\nuna serie di aumenti sonori nella musica. Il clavicembalo so-\nspira a presso il piano-forte di ultima fattura berlinese; le\ngavotte di Jomelli vengono cantate in piena orchestra, non sul\nquartetto d'archi classico. Anticamente, la musica stava alla\npoesia, come la rima alla melopea; il sonetto alle cadenze;\nla strofe ad una precisa, esatta, matematica melodia: attual-\nmente la musica è armonia; armonia la lirica. Il poeta deve\nintendere la ragione del verso come i Rosa-Croce l'ordine del\ncosmos, istituito sopra una grande armonica diffusa nell'immenso\nequilibrio. Ne esce uno sviluppo possente, una fuga fonalizzata\ndal genio stesso. I gorgheggi zuccherati, i trilli delle rime, i\ncapricci delle fioriture, che sacrificano pensieri e stile non fanno\npiù per lui. Egli detta a sè stesso la regola che serve per\nquesto poema, che non può servire per l'altro. Giambi, epodi,\ndattili, spondei, le catalessi, sono forinole scolastiche da do-\nversi imparare, da sapersi usare, come il musicista si vale dei\ntempi, delle sue divisioni, delle figure, delli sviluppi scientifici\nma non è detto che tutta la poesia sia qui in queste forme,,\ncome la musica non consiste nel saper scrivere grammaticalmente\nbene un rondò. Vi sono delle unità, parole, accenti, cadenze,\nnote invariate; ma queste a secondo del loro posto si influen-'\nzano ed acquistano delle armonie speciali. Nel poeta nascono\nqueste armonie col pensiero di cui rappresentano l'essenza. Il\npensiero è il corpo nudo, l'armonia lo ricopre nel nodo logico,,\nindividuo, assolutamente.\nIl bisogno di libertà indiscussa e di integrazione continua.\nIl poeta deve foggiane a sè stesso uno strumento che non lo tra-\ndisca : limpido e come nasce, il pensiero, deve essere nella\nforma che lo fa evidente ; bisogna cercare un mezzo in cui non\nsi disperda, nè si confonda: bisogna che la veste, la tangi-\nbilità, non infagotti, non renda pesante, non faccia o troppo\npiccolo o troppo grande la nostra sensazione. La sensazione\ndeve essere tradotta ingenuamente, perfettamente. Per non altri\nperchè Leopardi si costrusse la sua «canzone»; Foscolo re-\nclamò il «carme». Non sono bizzarrie d'artisti, ma necessità: a\nqueste necessità l'organismo della lingua italiana si è prestato\negregiaimente, anzi se ne avvantaggiò; poco fa accolse ad en-\ncomio l'impronta carducciana; e le sue saffiche minori, le sue\nalcaiche, i suoi asclepiadei, i distici, li troviamo parte egregia\ndella prosodia nostra. Per quale ragione rifiuterà il verso li-\nbero? L'evoluzione della lirica deve giungere a questo risul-\ntato : i pedanti debbono inchinarsi davanti alla vita operosa e\nricchissima del linguaggio, che i loro impedimenti retorici e dog-\nmatici non potranno mai arrestare; dovranno accettare anche\nil verso libero. L'iniziale, il più nobile ed anche tenuto calcolo\ndel tempo il più perfetto tentativo di questo genere, ce lo mo-\nstrava Niccolò Tommaseo, pedante anch'egli a richiesta, ma di\ngrande ingegno, di profonda coltura, di sottilissimo buon gusto.\nNel 1842, stampando per la prima volta una raccolta di « Canti\npopolari greci », tradotti, egli ne disponeva la traduzione in-\nterlineare, cercando un'armonia italiana corrispondente all'ori-\nginale e non usando versi classici : avemmo per mirabile risul-\ntato, colli altri, questo esempio :\n« Nanna! verrà la tua mamma,\ndagli allori del fiume\ne dalla dolce onda:\nti porterà fiori\nfior di rosa\ne soavi garofali n.\nEd egli stesso annotava ! « Raccoglie imagini degne della\ninfante innocenza: allori, dolce acquje e fiori. 11 suono è un in-\ncanto ». — E si riflette nella traduzione.\nSu quest'orma perchè non rimettere i piedi? Perchè le co-\nsidette antologie non riportano questa viva parte dell'arte lette-\nraria nostra? — Oggi, poi, a che volerci proibire la ventura\ndi un verso libero? E quale è quella legge di natura che ce\nlo vieta? E perchè rime, endecasillabi, ed il resto? E perchè\nnon la libertà del ritmo?) I pedanti non rispondono, o rispon-\ndono male.\nIl verso libero, questa «lunga parola poetica», è l'ultimo\nanello aggiunto alla catena dell'evoluzione lirica: l'ai timo e prov-\nvisorio anello, perchè nulla è definitivo e l'aver finito, il cre-\ndere d'essere nella perfezione, per tutto ciò che è umano, non\nesiste; tutto è divenire ndvxa — Il verso libero è autorizzato\ndalla tradizione e dalla natura italiana; non deriva minima-\nmente, come credono i superficiali, dal «Vers libre» francese;\nè « lui » distinto, personalizzato, nazionale. In ogni allinea rap-\npresenta un'unità di misura armonica speciale; concorre nella\nstrofe (o periodo poetico) di un numero irregolare di allinee,\nper racchiudere un concetto pieno, intero, definito, idea infor-\nmata ed espressa nel suo tono musicale; e nel suo reale o virtuale\naspetto plastico e cinetico. Il fondamento di tale musica verbale\nrimane sempre l'«accento» italiano, foneticamente battuto so-\npra parole italiane; e qui la «metrica» non prende il posto\ndella « prosodia », nè tenta di soverchiarla colla semplice ed\nesteriore superficialità dell'aspetto grafico, come appare nelle\nbarbare carducciane. Sfuggirà quanto lo può rendere povero\ned amorfo.\nTutti i mezzi passati e presenti di sonorità, di differenza-\nzione, deve accogliere. Dalle «Farse Cavajole», la rima d'e-\nmistichio; dalle Ballate i falsi ottonari; le rime; le assonanze\ndalla poesia popolare; il contratempo, la dissonanza del gusto\npersonale dell'artista. Il suo apparire non significa povertà di\nsentimento musicale; come il contrapunto wagneriano raccoglie\ntutti i mezzi e tutti i motivi, per poter tutto dire, per risuonare\ncome un'orchestra; è ingenuo e squisitissimo, scientifico e"}, {"page_pdf": 68, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.68", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 5664, "texte": "plebeo; entusiasmo e riflessione. Il suo accento, «Farsi e la\ntesi», rispondono alla logica; si flette con un accordo completo\nin una cadenza normale dove termina il pensiero espresso; sarà\ndi difficile lettura; non tutti lo sapranno svolgere e scandere;\nFoscolo ha detto: «La natura fa i poeti ed i lettori dei poeti.»\nSu questo verso poetarono l'anima complessa dei popoli\ncolla Bibbia, colla Hedda; da questo verso raccolsero i gramw\nmatici l'esametro epico delli aedi vaganti del Odysseo e d'Illio;\nrisuonò il vario canzoniere millenario del folk-lore; Walt Whit-\nman, Heine, Laforgue, Gustave Kahn vi infusero l'anima loro.\nLi imitatori, li istrioni della poesia, vi hanno costrutto i più\nridicoli grotteschi ch'io conosca. Così si sostiene non con mot-\ntetti e scambietti di parole, ricciolini petrarcheschi e mari-\nnisti; ma sul muscolo e sullo scheletro di pensieri grandi, no-\nbili personali, non oziosi. Non può convenire ai piccolini ri-\nmeggiatoli di ballatelle sentimentali, di quartine erotiche e pas-\nsionate; alli scolari di qualunque scuola. Per ciò non può ve-\nnire accolto anche dai più giovani dalla facile rima, quando si\ntrovano davanti a questo corsiero non facile a governarsi, di\nlunga lena, infido, non ligio al numero snelletto e lascivetto,\nma fedele alle idee. È così facile scrivere in versi ! La retorica\naggiunge tutto quanto manca alla mente: assegna accenti pre-\nstabiliti, indica rime, quantità di linee, ed il rimario sugge-\nrisce i concetti. Con qualche abilità melodica si potrà riuscire\na cosettine piacevoli, piacevolmente udite a cantare con voce\ndi baritono tenorile nelle radunate intelettuali. Ed è logico che\nlo si chiami sbrigliatura, anarchia d'anarchici insofferenti in\ntutto, l'ultimo strazio della nostra poesia nazionale, quando\ndei poveretti non hanno il piacere, per mancanza d'organi ma-\nschili di far veramente all'amore colle Muse e si acconten-\ntano di carezze anodine che ingannano, ma che saranno sempre\nistierili. ,\nÈ forse troppo presto il parlar oggi in Italia di verso li-\nbero e l'usarlo: ripeto, manca la partecipazione di un pub-\nblico, non dico numeroso ma esiguo, però intelligente per suf-\nfragarlo, non colla voga, ma colla sincera educazione. Vi\nmanca quell' atmosfera d'arte liberata e di liberi reggimenti\nsenza i quali il tentativo, per quanto egregio, cade a vuoto.\nDa noi vi sono generi commerciali non letteratura; ricalcatori\nnon poeti; permane l'ossequio alla classe che paga e compra;\nquindi si adula al grosso mal gusto ;non vi sono buone co-\nnoscenze, ma soggezione alla ferula del professore; non animo\nper rompere in battaglia contro la consuetudine. Noi tolleriamo\nl'abituale oziosità della critica, la freddissima indifferenza, l'i-\ngnoranza ridicola, il piccolo successo mercantile. E le voci, che\ninalzano ai fastigi effimeri or questo or quello colle smodate\nvariazioni della rinomea, sono l'indice di un contagio morale,\ntanto più maligno in quanto è ben coltivato dai pochi che se\nne valgono. Il verso libero, per fortuna sua, non è ancora ve-\nnuto di moda, nè lo diventerà facilmente.\nu Sbocciano i ritmi dalla frase densa dell'armonia del mondo,\ngerminano colla idea; svolgansi li inni in faccia all'avvenire.\nPer la grande dolcezza della vita, e per il pianto,\ne pel riposo, e per la morte, e per l'anima nostra, e per la carne,\ndal cuor gonfio ed intento, ecco, il mio canto nuovo.\nSfugge, per sua natura, dallo scandere, un dì, perpetuato\ndal genio italico, sopra la rima antica,\npuro e nativo; oh, inconsciamente puro!\nper sgranarsi, di sotto alle volte del cielo immenso della Patria,\ngià deviato dalle consuetudini oziose,\nper altre armonie,\nunico e posseduto dalla mia volontà n.\nDomanda troppo alla facoltà d'inventare. Integra un «Ars\npoetica » Vielè Griffin nei « Cygnes » :\nu Au chant perpétue vers lui de ce doux mètre,\nNé de mes doigts iuconscients et qui dévie,\nMalgré le vaste bruit des siècles, pour soumettre\nAu rève de mon coeur le rève de ma vie rt.\nPer lui è l'estasi che Isolda anelante singhiozza:\nu Nel flutto ondeggiante\ndi un oceano di beatitudini,\nnell'armonia sovrana\ndell'onde e dei vapori imbalsamati,\nnella tormenta infinita\ndel soffio del mondo,\nsommergersi, — disperdersi.\nincosciente — gioia suprema r>.\nTutti i Beckmesser, come un giorno ad Hans Sasch, hanno\ntentato di riderci in faccia, accostumati al facile canone fon-\ndamentale e cercando di allontanare da loro il rinnovamento.\nÈ come se avessero tentato di impedire in Aprile la Primavera.\nEssi hanno avuto la prescienza di una prossima fine inglo-\nriosa. 11 verso libero «elimina dalla letteratura li eccellenti poeti\nmediocri, troppo ripullulati sulle facili pendici del Parnaso»,\nripete Vielè Griffin; si che oggi è necessario aver ingegno o\nnon esistere come poeta. E il Morèas, alli intervistatori della\n«Littérature contemporaine » (1905), insisteva come vent'aimi\nprima: «Ciò che legittima il verso libero è il cattivo uso che\nmolti dei nostri poeti anteriori hanno fatto prima del verso\ntradizionale»; ed Henri de Règnier li informava: «Credo che\noggi il verso libero sia costituito come strumento. Il suo avvenire\ndipende dai poeti». E non saranno li «snobs» dell'ultima ora\nche lo metteranno a male; non si piega alla violenza od al\ncapriccio delli impudenti brutali, nè alle flacide carezze delli\nimitatori. Poggia su cima acuta, vi si bilancia. La brezza leg-\ngiera di un volo di colomba gli turba l'equilibrio. Trabocca\ndall'uno o dall'altra parte, scoscende e precipita verso il ri-\ndicolo o verso la deformità. Ciò che temeva Luigi Capuana:\na Perchè gli scimiottini dell'arte\nnon san distinguere il bene dal male\ne vorran, forse, ora svagolarsi\nsemiritmicamente ! n"}, {"page_pdf": 69, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.69", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 6201, "texte": "non fu ancora permesso. I piccoli scrittorelli si esercitano in\naltro campo. Hanno spento di presta morte il bozzetto rusticano\ndilagato, di sotto ad un calco spugnoso, dall'arte grande e se-\nvera del Verga: poi, riscompisciarono la pornografia senza scopo\ndi una Argia Sbolenfi, dopo d'aver risciacquato dozzinalmente\n« Postuma ». Quindi sul verso barbaro si esperimentarono va-\nriazioni scolastiche, che più hanno infastidito il nobile raplpre-\nsentante di una generazione più generosa dell'ultima, che non\nl'inettitudine delle critiche. E vi furono dei farmacisti senza\ndiploma, che ci apprestarono delle tisane oppiate e nauseose\ncopiando, colla solita ipocrisia, uno svampato Fogazzaro: come\nl'eretismo inquieto ed istabile del D'Annunzio, eccitò la foja\na farci sciorinare iperuomini da un soldo, che han trombettato\nda Dostojewsky a Nietzsche, senza sapersi da contradirsi. Più\nrecenti sono i pulcini nati jeri, che corrono dietro la chioccia,\nche ruzzola lontano e chiama; i Pascoliani, colle lagrime fa-\nmigliari non mai asciutte all'angolo dell'occhio; arcadi di cam-\npagne corrotte dal miasma e dalla pellagra, intenti ad udire\ngorgheggio di fringuello, gracidar di rana, speranze covate dalla\nprecoce senilità in cerca di un vago ideale egoistico di pace,\ndi amore e di benessere mediocre, che è una vigliaccheria.\nErmerson, che fu molta parte di pensiero nell'opera del\nWhitman, si doleva : « I nostri poeti sono delli uomini di in-\ngegno che cantano; non; figli della natura. Per essi l'argomento\nè cosa secondaria; è la finitezza del verso la principale. —\nNon imitate mai — siate voi stesso». Onde l'altro, nelle «Foglie\nd'Erba » : '«Il grande poeta non fa parte del coro.... non è\nfuorviato da regole, governa. L'universo ha un solo grande\namante perfetto. È il grande poeta. — Il grande poeta non\nmoralizza — non applica dogmi — non fa scuola, perchè co-\nnosce ottimamente l'animo umano. Il quale ha l'immenso or-\ngoglio di non accettar mai lezioni da chi si sia, o deduzione\nalcuna, se non gli sgorghino, per loro stesse, dentro ».\nCon ciò non chiamatemi, e con lui, che ne avrei piacere,\nparadossale, nè nemico di un dogmatismo per rifabbricarne un\naltro, subito dopo. Viva il verso libero, colla rima e l'ottava\ned il sonetto; la fine di una forma letteraria non è data dal\ndotto sedentario, ma dalla disoccupazione nella quale il popolo\nla lascia cadere obliata. Carducci ne addottrina: «A certi ter-\nmini di civiltà, a certe età dei popoli, in tutti i paesi, certe\nproduzioni cessano, certe facoltà organiche non operano più ».\nNoi avremo delli organi parassitarii senza funzione, un puro\nlusso, una pura ricchezza fastosa e pesante : con questi palu-\ndamenti d'apparato nOn andremo più per le vie. Ma, d'altra:\nparte, non è il glottologo, il sapiente, od il critico che possa\ndire : « arrestati 1 » alla tensione di un muscolo, alla funzione\ndi una lingua. La decadenza non si impone per sillogismo;\ncome il delitto o le virtù non si fanno abortire, nè si solleci-\ntano nell'uomo per disposizion di legge. I nostri verdetti, le\nnostre sanzioni s'aggirano arbitrariamente, per lusso ideologico,\nsul vivo, sulla carne, sulla energia della natura. Il nostro pro-\ngresso è nell'avvicinarsi ad essa, nel camminare con lei, nel\nconoscerla e nel sentirsi una sua emanazione: per l'artista, la\nperfezione della forma è l'aspetto conoscibile del mistero ar-\nmonico del mondoj; è l'attestazione della sua scoperta, è l'espres-\nsione del suo amore. Il progresso, che non ammette i dogmi,\nma una scala di verità una all'altra superiore per posizione,\nnon ci può pervertire. In fondo, colla dimostrazione che il Co-\ndice, qualunque codice e la Bibbia, qualunque bibbia sono delli\nelementi « sociali antinaturali », il progresso ci libera dalla per-\nversità, che non è data dall'essere noi animali, ma dalla falsa\npersuasione nel non volerlo essere. Così la lirica è la più alta\nespressione dell'uomo, dell'uomo senz'altro: — s'egli si ag-\ngiunge delli aggettivi, si diminuisce. Il suo grido d'amore,\nd'angoscia, di meraviglia, di pietà è la partecipazione canora\ndi passione della sua vita, alla vita del mondo.\nSu questo non consiglio, nè condanno. Per vent'anni ho\nproseguito, senza debolezze, senza rimpianti, senza defezioni,\nla strada aspra ch'io mi era segnato a traverso la foresta sel-\nvaggia; e, per il mio bisogno* se non vi ho tracciato una via\nimperiale, serpeggia comodamente per me, un ameno sentiero\ndi montagna. Oggi torno a professare li stessi principii, come\nquando incominciai ed ho l'orgoglio di una coscienza intatta\ne ter ma e la superbia di aver preveduto. Delle voci giovani sento\nvicino ripetere, con altre parole, lo stesso motivo, ancora em-\nbrionale, ma sincero ed intenso. L'altra generazione che ci segue\nè più alacre, pretende di più, ci incalza e ci vuol sorpassare;\nha fretta di mettersi in mostra, ma confonde volontieri, perchè\nè più facile, il successo col merito. Svampato l'impeto, sa-\nziato l'appetito, si fermerà a meditare: dopo, colle forze rin-\nnovate ed allenate dalla avventura, potrà scoprire e divulgare\naltre verità forse opposte alle nostre e più utili. Non me ne\ndolgo: l'opera loro non può distruggere la nostra: la conti-\nnuerà.\nAlcuni adolescenti generosi si sono accostumati a chiamarmi\n«maestro»: ed ho paura di questo onore, perchè, tra noi ita-\nliani, si fregiano calvizie e barbe canute, ed io mi sorprendo\ntuttora nello specchio, che raramente mi consiglia, con barba\ne capelli oscuri e pieni. Il mio vezzo di guardare avanti sempre,\nmi svia le occhiate da quanto mi seguita; e la speranza mi\nsostiene oltre il merito. Però, non ho mai pronunciato verdetto\ndefinitivo, che lascio ai preti ed ai legislatori. Tutto quanto si\ndice e si spera, non può essere che provvisorio; è nella attua-\nlità un anello di congiunzione a ricollegare il trascorso, col\ndivenire. Altri, ch'io osteggio, furono jeri combattuti sull'ini-\nziare di una loro verità, che sembrò eresia ed è oggi sor-\npassata; domani avrò io stesso torto. E tutte le volgari contin-\ngenze di supremazia e di stabilità, che formano il fondamento\ne la delizia delle religioni e delle scienze metafisiche, non en-\ntrano nelle mie persuasioni. L'ideale umano d'arte è nel cam-"}, {"page_pdf": 70, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.70", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 5224, "texte": "mino indefinito. Nessuno può gridare l'ultima parola di «Fine»:\ne se credete che vi siano una dottrina ed un sistema perfetti ed\nassoluti, le troverete nell'assurdo, che è un modo negativo di\nvivere.\nOggi, quando le dinamo sono gonfie di energia elettrica,\ntrasformazione della forza di una cascata, e danno luce, fon-\ndono mettalli ; e vi è un entelekeja tangibile nell'atomo del ra-\ndium, che è la condensazione delli elettroni irradianti ; oggi,\nal fumo delle officine! e delle vaporiere, alle idealità libertarie,\nallo sforzo generoso delle ricchezze della mente e dei forzieri,\nalla gEande inquietudine egoistica ed imperialista dei popoli ed\nalla cosciente generosità, al sacrificio divino del singolo per\nuna conquista di scienza e di libertà; oggi, risuona, consuona\ne dà il metro il verso libero.\nDomani, conquistata e sicura la viabilità aerea, confusa la\nmorte colia vita, fusi in una grande famiglia li uomini in\npienissima libertà, l'espressione della liricìa sarà la semplice\nparola comune e flamigliare d'affetto e d'amore, la sicura pa-\nrola mistica, riconfortata dalla simpatia universale; perchè\nl'uomo avrà consacrato a sè stesso la sua eterna divinità e\nnon potrà più temere di sè, dei fratelli, di quanto sta sopra\nil firmamento e sotto dentro le viscere fucinanti della Terra.\nLa poesia sarà imperialmente sovrana, l'accento consueto della\nfamiglia redente dalla ossessione del dio e dei padroni per\nsè ed al proprio destino.\nEcco, in breve, troppo in breve per la vastità del soggetto e\nper la sua importanza, qualche periodo di risposta alla vostra\ninchiesta. Compiacetevi, caro ed ottimo Marinetti, di aggiun-\ngerla, per quanto valore abbia, alle altre che uomini letterati\nillustri e più noti di me si sono affrettati di darvi sull'argo-\nmento. Se vi ho parlato un po' troppo di me, incolpatene la\nmateria. Desidero, nella grande ignoranza, forse da me meri-\ntata, che molti hanno sulle cose mie, ch'essi sappiano come\nio abbia preceduto anche in questo chi va per la maggiore.\nNon domando ostentazioni d'etichetta a mio riguardo, perchè\ni motivi araldici del protocollo male consuonano in casa mia;\nnon ho maggiordomo, lacchè, diplomattico, che me li faceva va-\nlere, nè lo vorrei. Ma è bene, qualche volta, svestire la mo-\ndestia, che è una cattiva maschera all'orgoglio e lo immiserisce\nsenza ragione : così il tacere od il sorridere non vengono presi dai\nsuperficiali senza quel condimento d'ironia che tonalizza espres-\nsivamente il sorriso ed il silenzio. — A voi, mio buon amico,\nsalute ed augurii. Vostro.\nIL VIJ di ottobre CMVJ.\nG. F>. JLuoini.\nSMlA.FiA. risponde :\nCher Monsieur Marinetti,\nLe vers libre est la planche de salut, le moyen le plus\nfacile pour ceux qui veulent produire à la lumière un travail\nd'effet ordinaire (quotidien) et assister à leur enterrement, mais\nnon à leur immortalité comme poètes.\nCe genre de versificateurs, de snobs sans inspiration et\nsans patienoe remplit le monde; mais ces poètes sont semblables\nà des étoiles filantes, tels sont les poètes sécessionnistes (déca-\ndents).\nLe genre sécession, mèrne en poésiel... De tels écrits sont\nl'expression fidèle de générations volages qui n'ont ni le temps,\nni la patienoe «d'ouvrager leur métter» et de ciseler leurs vers\nIls font des vers kilométriques d'après leur fantaisie, sans ju-\ngement et sans inspiration.\nExpliquons-nous : Un tei ouvrage fait dans de telles condi-\ntions est-il capable de durer et de défier les sfècles? Est-il capa-\nble de rester toujours comme exemple et modèle à suivre?\nAyez l'obligeance d'écrire en prose, Messieurs, qui fuyez\nles difficultés de l'harmonie ryt.hmique rimée, barbouillez du\npapier tant que vous voudrez, mais laissez de coté la\nqui est un chant harmonieux et ordoixnéL.. Laissez La Divine\ncomme l'ont écrite Dant, Pétrarque, le Tasse, l'Arioste; si vous\nvoulez que vos oeuvres passent aux générations futures, qu'on\nbrulé de Tencens et qu'on se prosterne à vos pieds.\nCe sujet est très grave pour ceux qui suivent le courant de\nla littérature en France et voient ce qui se passe avec la plèiade\ndes poètes « décadents » dont les vers libres ressemblent au\nchant monotone de la caille sur les sillons mais ne s'élèvent pas\ndans l'empyrée, comme celui de l'alouette.\nLa manière d'écrire en vers libres est « le flirt», fa<jon pauvre,\nbourgeoise et malade; ce n'est pas l'art noble et sain; songez\nqu'une telle liberté dans la j)oésie francjaise entraìnera après soi;\ndans la littérature, une révolution plus terrible, plus stèrile que\ncelle de la Russie. L'art nouveau orne l'esprit, mais ne le charme\npas, n'élève pas l'àme comme l'art ancien; le vers libre lui\nnessemble.\nConcluons: Toutes les mosa'iques modernes (poteries artis-\ntiques, émaux, camées), je les donnerais pour un Lucca de\nla Robia ; toutes les Madones du Panthéon de Puvis de Cha-\nvannes pour la Madone de la Chapelle Sixtine, de Raphael ; tous\nles Mallarmé, Verlaine du monde, je les donnerais pour un sonnet\nde Pétrarque, pour une poésie de Carducci. Je désire que l'Italie\nreste sérieuse dans sa littérature poètique, comme elle est restée\ndans «l'Art», pour le prestige de la poésie, qui comprend et\nqui anime tout ce qui se rapporte a elle.\nSmara.\n•(La continuazione al prossimo fascicolo)."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c081", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c081", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "couv. 3", "page_fin": "couv. 3", "image_debut": 71, "image_fin": 71, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.58", "titre_corps": "{PubInfo}L'ABBONAMENTO A \"POESIA\" RIMBORSATO", "titre_sommaire": "{PubInfo}L'ABBONAMENTO A \"POESIA\" RIMBORSATO", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 71, "page_imprimee": "couv. 3", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.71", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 1229, "texte": "L'ABBONAMENTO A \"POE\nL'abbonamento annuo a \"Poesìa„ (lire 10 per 1' Italia, 15 per l'Estero) è\nI\ninteramente rimborsato dai doni seguenti :\nL'ESILI© - Prima Parte: VERSO IL BALENO romanzo di Paolo Buzzi, Vin*\ncitore del I.\" Concorso di \"Poesia,, (elegantissimo volume di 300 pagine con copertina a colori di\nEnrico Sacchetti — Edizioni di \"Poesia,,) L. 2. -\n/\nL'ESILI© - Parte Seconda: SU L'ALI DEL NEMBO (elegantissimo volume\ndi 300 pagine con copertina a colori di Enrico Sacchetti — Edizioni di \"Poesia,,) L. 2. —\nL'ESILI© - Parte Terza: VERSO LA FOLGORE (elegantissimo volume di\n500 pagine con copertina a colori di Enrico Sacchetti — Edizioni di \"Poesia,,) L. 2.—\nL'INCUB© VELHT© versi di Enrico Cavacchioli, Vincitore del II.° 6on«\ncorso di \" Poesia „ (elegantissimo volume stampato su carta di Fabriano, con copertina a colori di Romolo\nRomani -- Edizioni di \"Poesia,,) L. 3.50\nD'IMMINEN TE PUBBLICAZIONE :\n- . - /\nGIOVANNI PASCOLI - studio critico di Emilio Zanetie, Vincitore del III.® Con»\ncorso di \"Poesia,, (elegantissimo volume stampato su carta di Fabriano — Edizioni di \"Poesia,,) L. 3.50\nBIANCO AMORE - poema di Guido Verona (elegantissimo volume stampato su\ncarta di Fabriano — Edizioni di \"Poesia,,) . . 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La Toison d'Or paraìt tous les mois à Moscou dans le format des plus grandes\nrevues d'art (plus de 100 pages in 40) et public dans chaque numéro une sèrie de repro-\nductions de tableaux et dessins originaux dus aux plus grands maìtres de l'art russe.\nChaque numero de La Toison d'Or donne également una sèrie de poésies, romans, ré-\ncits et articles des plus éminents poètes et penseurs russes.\nLe Toison d'Or s' est assuré le concours des plus éminents écrivains et artistes\nrusses, notamment pour la section artistique : L. Andreeti, C. Balmont, A. Biély, A.\nBrussov, D' Mérejxevsky, Minsky, Kuprine, St. Przybyscersky, So lo hotel), etc. ; polirla\nsection artistique: A. Benois, IVroubel, M. Doboujensky, I. Grobar, P. Kouznetzon,\nMoliovine, Lancerà, B. Miliot, M. Néstèron, JV. Róhrich, N. Seroff, C. Somoff\\ N.\nTheophilaktonet.\nON SOUSCRÌT à la RecLaction : MOSCOU\\ Norvinsky boulevard, maison Rogo-\njine; PARIS. Union des artistes russes, 25, boulevard Montparnasse, H. FLOURY,\nBoulevard des Capucines, HACHETTE, 79, Boulevard St. Germain,\nLe prix d'abonnement pour l'étranger: 55 francs.\nPrix du numéro: 6 fr.s .Le Directeur : NICOLAS RIABOUOH ! ."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c085", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c085", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "n. p.", "page_fin": "n. p.", "image_debut": 12, "image_fin": 12, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.62", "titre_corps": "[Publicité]", "titre_sommaire": "[Publicité]", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 12, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.12", "debut_caractere": 2495, "fin_caractere_exclue": 3161, "texte": "LA BALANO E\n(VIESSY)\nREVUE RUSSE DE L1TTÉRATURE ET D'ART\n1907. ~ QUATRIÈME ANNÉE\nPoémes. Nouveiles. Romans. Essais inédits sur la littérature, les art9 et les sciences.\nComptes-rendus sur les livres nouveaux paraissant soit en langue russe, soit eri toute\nautre langue. «La Balance» annoterà tous les livres nouveaux qui lui seront transmis\nen quelque langue qu'ils soient. «La Balance» parait chaque mois en livraisons d'un\ngrand format, avec dessins (noirs et en couleure) et culs-de-lampes des meilleurs artistes\nrusses étrangers.\nPrix d'abonnement pour r Union Postale: fr. par an.\nDirecteur: SERGE POLIAKOFF.\nBureaux : Moscou, Place du Thè air e, Métropole, 23."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c086", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c086", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "n. p.", "page_fin": "n. p.", "image_debut": 12, "image_fin": 12, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.63", "titre_corps": "[Publicité]", "titre_sommaire": "[Publicité]", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 12, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.12", "debut_caractere": 3163, "fin_caractere_exclue": 3241, "texte": "ROMÀNUL\nPOLITIC-LITERAR-RELIGIOS\nREDACTIA si AD MINISTRATI A :\nSTRA\nBUCURESTI."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1906-10-01-c087", "article_bluemountain": "bmtnaai_1906-10_01#c087", "volume": "bmtnaai_1906-10_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "n. p.", "page_fin": "n. p.", "image_debut": 12, "image_fin": 12, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.2.64", "titre_corps": "[Publicité]", "titre_sommaire": "[Publicité]", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 12, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.12", "debut_caractere": 3243, "fin_caractere_exclue": 3324, "texte": "LA RASSEGNA LATINA\nDirettore :\nMario Maria Martin!\nGENOVA - SALITA S. 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Marinelli, collaboratore di quel giornale,\nall'epoca della morte dell'altissimo poeta inviò da Bologna ove\nsi era espressamente recato per incarico del grande quotidiano\nparigino :\nBologne 18 fevrier 1907.\nDans le train qui m'emportait, la nuit. dernière, vers Bolo-\ngne, les étudiants méridiohaux ne pouvaient guère gesticuler,\ntant il v avait de monde enfourné à la diable: professeurs,\nV\njournalistes, hommes de lettres, vieillards, femmes et enfants,\npèle-mèle, emboités più tòt, qu'assis, les uns sur les autres,\nou tanguant debout, le nez dans le nez, parmi la buée suffocante\ndes haleines et des calorifères.\nEtait-ce le désespoir d'une défaite ou l'angoisse d'une éva-\nsion? En vérité, le train semblait courir fougueusement vers\nle lieu d'un désastre, car c'était avec rage qu'il redoublait sa\nvitesse dans ce vaste horizon de neiges et d'étoiles éclatantes,\nfondant cornine un taureau vers un point de l'espace, là-bas, où\nun grand poète, un Dieu de l'idéal, venait de tomber tout à\ncoup foudroyé par la Gioire méme, car la Mort ne le connaissait\npas.\nEt le fetard exaspérant les désagréments de ce voyage\nnocturne, il y eut un grand cri déferlant de compartiment en\ncompartiment quand la machine stoppa en gare. C'est aussi\natee angoisse et le cceur battant que je m'élancai aussi tòt dans\nun bariolage de toques roses, vertes, écarlates, nageant des\ncoudes, soulevé et poussé par le brouhaha énorme des étudiants\nde Bologne venus pour nous recevoir.\nMais je les quittai bien vite dans l'espoir de me rendre tc*it\nseul à Porta Mazzini et de promener ma rèverie dans la ruelle\ndel Piombo, autour de la maisonnette où l'on veillait, en ce\nmoment, le cadavre du plus grand et du plus adoré des poètes.\nUn quart d'heure après, comme je traversais un carrefour\nmoyenàgeux, je me sentis touché par la baguette d'une fée, et,\naussitòt, un silence caressant et magique m'enveloppa de toutes\nparts, un silence de catacombe.\nJe marchai ainsi longtemps sous les arches pénombrées\ndes portiques, dont, l'enfilade serpentait au loin mystérieuse-\nment avec la mollesse disloquée d'une vision de cauchemar.\nLe sol était ondulé à. la facon des « montagnes russes », mais\navec une langueur séduisante et féminine et sans soubresauts.\nIl me semblait par instant comme ouaté de rève et divinement\nprédisposé pour une marche aérienne, infime.\nSur ma tète la voute se muait gracieusement aussi pour\nle plaisir des yeux. Idéal pèlerinage vers le tombeàu d'un poète\nsublime!... Les dalles semblaient se plier à meè désirs, s'as-\nsouplissant sous mes pas comme le dos moelleux d'un angora,\nsous la main qui le caresse. Je me trouvais tantòt dans le corridor\ncrépusculaire d'un cloìtre médiéval, et tantòt dans les vastes\ngaleries d'un somptueux palais persan. Les lampes, de distance\nen distance, veloutaient et frangeaient les ombres et les reflets,\ndéroutant mes calculs comme en un labyrinthe, où se prolongeait\nla rèverie de mon àme en prióre et le rythme de mes pas devenait\nreligieux.\nTout à coup le pavé s'exhaussa et je vis en contre-bas, tout\nau bout du couloir, à une profondeur qui me parut incalculable,\ntrois silhouettes colorées, mignonnes et fantasques, trois mas-\nques dont les mouvements rouges, bleus et verts semblaient ètre\nà la fois mécaniques et absurdes. C'étaient, sans doute, les retar-\ndataires du carnaval éteint, ombres falotes et obstinées d'une\ngaieté disparue, qui me guidaient dans la nuit vers le lumineux\ncadavre de Giosuè Carducci. Je dois dire que leur silence était\nvraiment inexplicable... Comme le sol s'abaissait brusquement,\nles trois masques disparurent.\nA gauche, un autre couloir de portiques dévalait très loin\nsur une place claire, où s'agitaient des ombres noires de ba-\nlayeurs en train de déblayer pour les funérailles le pavé encom-"}, {"page_pdf": 3, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.3", "texte": "bré de neige. L'on eùt dit, au loin, sous leurs pelles, des amas\nde cristaux ou, mieux encore, le ressac de la mer au clair de\nlune, contemplò du haut d'une ruelle tombante de Pausilippe.\nVoici que les trois masques m'apparaissent de nouveau,\net je les suis mélancoliquement comme on suit le souvenir d'un\nbonheur irréparablement perdu et fané par le temps. Je tourne\nà droite et puis à gauche avec eux, je grimpe par une ruelle\nde campagne entre deux haies alourdies de neige, et je m'arrète\nsuffoqué d'angoissé en voyant tout à coup dans le noir la fenètre\nque mon coeur invoquait...\nSur ma téte une fulgurante explosion d'étoiles. Derrière\nmoi, Bologne n'était plus qu'une immense nécropole submergée\nde ténèbres. Un grand frisson s'empara de mon àme en songeant\nque le cadavre encore puissant de ce Dieu allait peut-étre sou-\nlever le toit de la maison funèbre, tei le couvercle d'un tombeau,\nparmi l'effroi des soldats et des gardiens tombés à la renverse,\ncomme dans les estampes primitives. Oh! qu'ils étaient dròles\nles grotesques guerriers vètus de parchemin et de carton, gram-\nmairiens, savants et professeurs, tous croulés sur le dos, les\njambes en l'air, dans l'éclat foudroyant de la Résurrection !\n*\n* *\nCar Giosuè Carducci n'était pas l'un des vòtres, illustres\nprofesseurs qui avez si longtemps soigné son agonie et qui\njouez maintenant les mouches à cadavre! Et vous demeurerez à\njamais fixés dans la pose ridicule des gardiens du Christ tombés\nà la renverse! Vous avez beau vous pavaner lustrés et solennels\ntels des corbeaux, par ces chemins de neige brillantés de soleil\noù nous menons glorieusement les funérailles du poète... Ne\nvous a-t-il pas déclaré cent fois sa baine pour 3e pédantisme et\nla tristesse de traìner avec vous une vie grignotante et monotone\nde professeur: triste gagne-pain, le seul concèdè aux poètes de\ngénie que le traditionalisme et la bureaucratie de l'Italie con-\ntemporaine veulent inexorablement abrutir?\nCe n'est vraiment pas la peine de laisser monter orgueilleu-\nsement la globuleuse fumèe de votre vanité par les cheminées\nofficielles qui écrasent vos fronts.\nLes enfants du peuple perchés tels des moineaux bruyants\naux créneaux des murailles et sur la Porte Mazzini ne vous\ndistinguent mème pas, car ils ont les yeux fixés sur cette éblouis-\nsante bière en bois de sapin à demi-enveloppée dans un magni-\nfique drapeau italien, hommage de la ville de Trente, dont les\ntrois couleurs ensoleillées chantent les neiges environnantes,\nl'éterne! renouveau de la verdure et le flamboiement de l'ìndé-\npendance conquise.\n••••• • • • • • • • •\nLes femmes de Bologne n'ont guère compri s les vers de\nGiosuè Carducci ; elles savent simplement que c'est un grand\npoète, ce qui veut dire pour elles un grand amant-de-cceur de\nla vie, celui qui ne piaye jamais et qu'il faut réchauffer de ca-\nresses pour qu'il chante. Elles le connaissaient bien de vue\n*\nponr l'avoir plusieurs fois sui vi du regard quand il entrait à\npetits pas pressés dans la buvette de Cilario, dont il aimait\nle punch devenu légendaire. Elles lui auraient bien volontiers\nouvert les bras, car il était au fond tendre et facile à émouvoir\nmalgré ses airs bourrus et son allure de loup-garou, et ses yeux\npétillaient souvent de douceur dans l'ébouriffement sauvage de\nsa chevelure et de sa barbe blanches.\nVoici que les collégiennes de Bologne, presque toutes admi-\nrablejment jolies, suivent la bière du poète; n'est-ce pas là,\nxnalgré leur douleur profonde, une fète de l'Idéal et du Rève,\nune fèto bien à elles? C'est aussi en hommage au grand poète\ndéfunt qu'elles mépriseront dans quelques années tous les sou-\ncis et les espoirs de richesse, pour offrir leurs lèvres printynières\n§u beau fiancé pauvre qui ne pourra peut-ètre pas les épouser,\nmais les aimera drument.\nDes couronnes innombrables ont été amoncelées sur des\nchars énormes en forme de pyramides, traìnés par des che-\nvaux devenus invisibles; et cette marèe de fleurs vient battre\nle catafalque d'un ressac de parfums, telle la houle chargée de\npétales après une tempète dans le golfe de Rapallo.\nPour honorer Giosuè Carducci, l'on a dépouillé et appauvri\ntous les jardins de la Ligurie, les serres chaudes et les grands\nparcs des ìles Borromées.\nLe remous de la foule me repousse contre les murs d'un\npalais, je lève la téte et je m'oublie longtemps à contempler\nune jeune fille blonde en deuil qui se penche avec gràce à\nun balcon parmi des soieries éclatantes. Sa beautè, cette beautè\nélégante fiévreuse et grave des femmes de Bologne, s'harmonise\navec les tons ocreux et rouillès des murailles et des ètoffes\nsomptueuses qui drapent les colonnes.\nMe voilà débordé par la foule grandissante. Il me faut\nfaire 'un grand détour pour regagner la tète du cortège, et je\ntombe en plein dans le flot des journalistes. Le cynisme et le fiel\ncoutumiers de la gens écrivassière sont, cette fois, bannis. C'est\nun peu notre bonheur à tous de voir un écrivain pur et dédai-\ngneux soulever d'enthousiasme et tordre d'angoisse tout un\n<peuple.\nJe rencontre Silvio Benco, Ugo Ojetti toujours fringant et\njeune, le romancier Notari qui me parie de Bologne, sa ville\nnatale, avec une in spi rati ori émouvante, et des jeunes poètes\nGustave Botta, Paolo Buzzi et bien d'autres.\nNous passons devant le Voltone; vaste et profonde galeri e\ndevenue célèbre depuis le violent spectacle patriotique offert au\npeuple par un ingénieux metteur en scène de marionnettes qui,\npar des gestes et des mots enfantins, donna, en 1848, aux\nhabitants de la ville le signal de la Révolution contre les An-\ntri chi ens.\nCertes l'ombre du grand poète national flotta sous le Vol-\ntone, au moment où le char funèbre entra sur la place et que\nles dames de Bologne, se penchant avec véhémence au balcon"}, {"page_pdf": 4, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.4", "texte": "du Podestà, lancèrent des brassées de fleurs sur la bière véné-\nrable. Un torrent, une averse de roses, un nuage papillonnant de\npétales dont la violence parfumée arrèta, un instante le cortège.\nCependant que, se détachant de la fagade hautaine de Saint-\nPétrone, les colombes venaient, en roucoulant, se poser sur le\nmonument équestre de Victor-Emmanuel. Oh! elles avaient le\nbut évident de faire du symbolisme consolateur en se perchant\nrune après l'autre sur le nez de bronze et sur les moustaches\ndémesurées du roi! D'aucunes clioisirent son bras droit, ce qui\nlui donna un air de fauconnier.\nDès que le cortège fut passé, la foule qui s'était entassée\nun peu partout sur les gradins vastes de Saint-Pétrone et jusque\nsur les chapiteaux des colonnes, se rua à bas de ses perchoirs :\non eut dit récroulement instantané d'un chàteau de cartes, ou\nd'une pyramide de fruits, ou, mieux encore, des moineaux tom-\nbant des branches sous des coups de fusil.\nJe reconnais parmi eux toutes les misérables victimes de\nla littérature, poètes et dessinateurs en loques, lamentables génies\nde café qui connurent, jadis, Carducci dans les joyeux cafés\nnocturnes de Livourne et de Florence. C'est vraiment à eux\nque devrait è tre réservé rhonneur de suivre de près le catafal-\nque du Génie ! Hélas ! ce sont les derniers du cortège, ces loque-\nteux inspirés qui grelottent sous le soleil cossu et ricanant de'\ncette iournée de février.\nAprès avoir traversò via Ugo Bassi et piazza Malpigi, le\ncortège sort de la Porta Santa Isaia, et commence à s'allonger\ndans la campagne. A droite et à gauche, les plaines couvertes\nde neige ont des vastes scintillations d'acier; mais tout à coup à\nun déchirement de nuages., le soleil déclinant les ensanglante fa-\nrouchement à l'infini. Alors; sous le grand ciel d'azur tendre,\nstrié de rose et de saphir, un grand soufflé de vent guerrier\npassa, sur le cortège : nous entrions avec lui dans le cimetière de\nla Certosa.\nLe vent, qui venait des collines felsinéennes, redoubla, gon-\nfi ant et agitant l'immense forèt de drapeaux tricolores et sociali -\nstes brandis très liaut pour former une arche triomphale sur le\ncatafalque. Ce fut un incendie d'enthousiasme et de désespoir\nfrénétique, au claquement tumultueux des soieries glorieuses,\nqui évoquaient les beaux voiliers, toile au vent, virant sur l'infini.\nEt ce pellet épique empourpra au loin, dans les murs de\nBologne, le faìte de la Tour degli Asinelli qui portait haut sa\ngrappe de guetteurs angoissés.\nLe maire avait donné l'ordre très sage de garder un silence\nabsolu sur la fosse. Les discours officiels ayant été bàillonnés,\nFon n'entendit pas la moindre sottise sur «l'illustre défunt», si\nbien que le soleil couchant, seul, salua glorieusement le cadavre\nillusoire de son fils immortel.\nEt son dernier rayon langoureux et rose était délicieusement\nparfumé pour avoir longtemps caressé la colline de San Michele\nin Bosco où les vièrges de Bologne vont cueillir les violettes de\nl'amour.\n\nF. τ. Marinetti.\n\nTERZO CONCORSO\nbandito da \"POESIA,, per uno\nSTUDIO CRITICO SU GIOVANNI. PASCOLI.\nIl premio di Line 1000 fu diviso fra i signori\nProf. EMILIO ZANETTE\nProf. ARNALDO MONTI\n4\ni cui studi furono giudicati di pari merito.\nI partecipanti furono 27.\n>"}, {"page_pdf": 5, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.5", "texte": "II Vincitore del II.º Concorso di “POESIA„\nENRICO CAVACCHIOLI autore dell'INCUBO VELATO\n\nLa presentazione alla Università Popolare e alla Famiglia Artistica\nfatta dal nostro Direttore F. T. MAR IN ETTI.\nSignori e Signore,\nMi è grato l'officio di presentarvi il poeta En-\nrico Cavacchioli.\nEgli sta per leggervi alcuni frammenti contenuti\nnell'« Incubo velato», il suo primo volume di\nversi, da noi giudicato meritevole del premio di\n« Poesia ».\n« Poesia », la nostra rassegna internazionale, di\ncui l'opera divulgatrice, oggi, non sembra sia stata\nvana; poiché, in due anni di vita, ha potuto ri-\nsvegliare i pigri spiriti della gioventù italiana.\nCi fu principalmente norma di giudizio, nell'as-\nsegnare il premio, non già un pedantesco esame,\nche si arrestasse alle forme e alle poche durezze,\ntalora inceppanti il fluido andamento d'una strofe\no d'un verso, ma bensì un esame piuttosto sintetico\nche sommario; e facemmo gran conto del fascio\ndi sensibilità nuova, e della personale interpreta-\nzione della natura, e del calore della emozione,\nche sono a parer nostro, le qualità precipue di un\npoeta, massime se giovine.\nNon è forse la giovinezza piena di mirabili pos-\nsibilità?... In essa, appunto, sono riposte le no-\nstre più ardenti speranze.\nPer ciò mi piace ora di condurre a voi, ascol-\ntatori attenti, un fervido poeta, ventenne.\nUn soffio nuovo d'arte e di poesia corre la pe-\nnisola assopita nell'abbraccio armonioso dei suoi\ndue mari, ventando in faccia i troppi dormienti,\nnel dormitorio delle Accademie.\nSoffio di vita novella, non tutta nè sempre bene\nespressa, ma pur contenuta negli scritti di alcuni\ngiovani, come un presentimento avvertito dagli in-\ntelletti più vibranti e più fini.\nFra questi scritti, il più notevole è senza dubbio\nr « Incubo velato » di Enrico Cavacchioli, poiché con-\ntiene più che un presentimento nella sua audace\nprogresisione di forza e di sensibilità originale.\nPiù che la ricerca di nuovi effetti armonici, di mul-\ntiformi atteggiamenti metrici, esso racchiude l'espres-\nsione sincera di una personalità giovine, tutta fresca\ned originale, che non ha alcuna influenza di scuole\ne di poeti e che, partita da un semplice principio di\nserenità, ha complicato la sua visione in un paradosso\nsimpatico ed ha associato a questo paradosso uno\nsforzo di sensibilità ed una grande passione.\nLa psiche di questo poeta nuovo, che si allon-\ntana dalle vie battute con un ardimento quasi bru-\ntale è una psiche complessa e degna di studio.\nIl Cavacchioli si è poco occupato di quello che\navrebbe potuto dire il pubblico, che di malo ani-\nmo si sofferma a giudicare la fatica dei nuovi\nper la paura di essere canzonato, e si è proposto\ndi generare uno stato d'anima che egli crede debba\nin tutti avere la medesima intensità di suggestione.\nPerciò, la sua opera risulta di una nobiltà com-\nplessa anche se può apparire ribelle, e ribelle nel\nsenso d'arte e di svolgimento d'arte che ha inteso\nsignificare.\nL' « Incubo velato » è diviso in varie parti. Ne\nformano l'inizio « Le appariscenze terrene » : una\nvisione sintetica ed espressiva di certi aspetti, di\ncerte colorazioni, di certe anime della natura che\nsi rivelano a noi in modi diversi ed in forme strane\nper quanto comuni.\nIn queste Appariscenze, la forza naturale e spon-\ntanea dell' immagine, che si sussegue in una pro-\ngressione rapida ed agile con un impulso selvaggio\nè veramente notevole.\nOgni figurazione ha una forma tangibile di evi-\ndenza: è quasi affinata cerebralmente fino al punto\ndi apparire come in un gigantesco « charivari » che si\nrinnova, si moltiplicai e torna a suddividersi.\nAllora balza fuori la vera personalità del poeta,\nuna specie di sognatore beffardo, di idealista ma-\ncabro, di anacronista visionario che ha foggiato\ni suoi sonni ed i suoi sogni, intessendoli di eie-"}, {"page_pdf": 6, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.6", "texte": "menti formali che escono dal comune per la stra-\nnezza della concezione.\nQuesta stranezza non pregiudica affatto l'estetica\nbrutale della sua opera di suggestione; il poeta ven-\ntenne scrive senza velature false e senza ricami\neccessivi : è un temperamento di. eccezione che si\nsbizzarrisce e si compiace di esserlo; un cervello\ncomposto a differenza degli altri, che accentua nel\nsuo procedimento dei caratteri fondamentali e fissi di\nuna sensibilità eccezionale,\nLa robustezza della sua lirica, robustezza deri-\nvata anche da una forma di pensiero filosofico un\npo' ironico, un po' mordace nei rapporti che in-\ntercedono fra gli uomini, ed in quelli che passano\nfra la natura e l'uomo, tra l'infinito ed il finito,\ntra l'esigenza e la negazione, tra il simbolo formale\ne la necessità di vita, è quindi più robustezza di\nconcezione che di organismo e non si può dubi-\ntare della sua sincerità.\n*\n* *\nVisioni serene e di solitudine, piccoli drammi\nche si svolgono sullo sfondo illusorio dell'Eternità,\nlotte di « animali » contro il loro destino, clamori\ndi giganti e di pigmei che vogliono innalzarsi al\ndi sopra della loro testa, simboli umanizzati nella\nloro credenza misteriosa: di tutto questo si com-\npone 1' « Incubo velato ».\nGià nelle « Appariscenze terrene », in cui fanno\nstrano contrasto degli stati d'anima particolari con\ndegli atteggiamenti di stagione, di luogo, di tempo,\nsi nota un avvicendarsi di nuove forme che sembra\nsovrastino a tutto quello che apparisce di evi-\ndente e di veroi, come delle cattive o delle buone\ninfluenze : l'anima delle cose.\nE questa anima dolorosa nel suo significato, che\nè tutto un significato logico di ironia e di scherno\npassata a traverso le visioni più o meno serene di\npoesie quali « La Sosta », gli « Uomini del Mare », la\n« Procellarie », la « Vedetta », le « Lucciole », la « Can-\ntica del sole e della luna », fino al « Flauto » ed alla\n« Ballata delle acque », che diventa anche più osses-\nsionante e malvagia nei « Flagelli », la seconda parte\ndel volume.\nOra, la visione è tragica d'orrore; ha una potenza\ninfernale di fantasmagoria.\nIl « Lamento di Tisifone » ha una veemenza ef-\nficace di odio contenuto; in questa lirica esiste\nqualche cosa di sbrigliatamente selvaggio: forse un\npensiero, forse una crudezza incisiva di descri-\nzione e d'espressione che incatena.\nE nella « Febbre » questa crudezza diventa anche\npiù brutale e - sintetizza un sentimento universale,\nferocemente umano.\nCosì tutto il macaco e l'orrido grottesco di queste\nfigure un po' paradossali che si imperniano nella\nconcezione ridicola del « ladro » che raccoglie in\nse stesso tutte le esigenze della vita, ed al quale\nil poeta strappa il suo sogno che ancora sogna\ne vuole sognare ; del « Convito platonico » in cui la\n«Rabbia» mangia e stintigna e si lascia cadere dalle\nlabbra il cibo simbolico; del «Dolore» che si la-\nmenta, ululando con una voce che non ha bocca\ne non ha denti; della «Fame», questa grossa car-\ncassa immonda, floscia, vuota, debole, che vela con\nle spatole lunghe che le fanno da mani gli occhi\nsanguigni e stellari per non vedere l'orrore del-\nl'abbondanza che la circonda, ha un valore ecce-\nzionale e persuasivo di arte che fa di queste li-\nriche dei gridi vibranti pieni di note calde, di\ncolori, di fiammate, di seapellate violente.\nIl sentimento del poeta si è intensificato, ma è\nanche divenuto meno normale e nella « Danza\nmacabra » la terza parte del volume, ha raggiunto\ndegli effetti strani, ha preparato delle situazioni ri-\ndicole nel loro esagerato senso di spavento, e le\nha risolte in un modo che tiene il lettore quasi\nafferrato da un'onda frenetica di lirismo.\nEnrico Cavacchioli non ha i falsi pudori del lin-\nguaggio di maniera. Egli dice quello che sente e\nla sua sincerità tanto più è lodevole in quanto va\ncontro alle vecchie formule accademiche e tradi-\nzionali che hanno fatto della poesia un elemento\nesclusivo di serenità.\nMa da questa serenità, che sembra nasconda tutta\nla tempesta annunziata dai cirri minacciosi d'E-\nstate, egli si fa riprendere nell'« Incubo velato»,\nnel quale tutta l'insaziabilità umana, disperatamente\numana, si affaccia, si cela, torna ancora a mo-\nstrarsi con la prepotenza di un'ossessione.\nGli « Idilli sentimentali » mettono una nota di\ncalma nel fervore pessimista dell'autore. Ma la nota\nironica persiste. In « Domani » il cuore umano non\nè altro che un alchimista inutile di sè stesso; nel-\n1' « Ospite » che profana il letto per il quale sono\npassate generazioni di vecchi abitatori che com-\npariscono in un incubo terribile, l'uomo non\nè che una cosa misera, uno strumento di vo\nlontà soprannaturali, passibile di obbedienza e di\npentimento; in «Armonia grigia», nell'« Orto delle\nrose », il sentimento più raffinato e snobistico si\nribella; nel «Ritorno», Don Giovanni che a pri-\nmavera batte a tutti i cuori, fa aprire tutte le\nfinestrelle, anima e rianima le cose di un novello\nimpulso d'amore o di dolore, di foia o di pas-\nsione tragica ed avvolgente, rappresenta la sensibi-\nlità umana che rifiorisce come le rose ai tepori\nnovelli.\nIl volume si chiude con un « Congedo », poesia\nalta di ispirazioni e di aspirazioni, un congedo\nche è il bicchiere dellja staffa, dofpo un'orgia\nsentimentale da cui stiamo per uscire non so se\nmeravigliati di noi stessi o di quella.\n\nF. T. Marinetti.\n\nFochi\nMontani\nUne anthologie des Poëtes français contemporains.\nL'exemple de notre directeur F. T. Marinetti,\nporterait — il des fraits ? Un écrivain hollandais\nM. G. Walch a entrepris, pour la gioire des poetes\nfrancais une anthologie en trois volumes, dont le\ndeux premiers viennent de paraitre simultanèment\nà Paris, chez Delagrave, à Leyde, chez Sijtoff.\ndans un large ècletisme, elle s' étend des\nParnassiens anx symbolistes, des tradionnalistes\naux vers-libristes. Et ces deux premiers volumes ou\nse trouvent rénnis le noms de Sully Prudhomme,\nVerlaine, Mendès, Arthur Rimbaud, Hèrédia et,\nTristan Corbière, Laforgue, Mallarmé, Gustave Kahn\nle createur du vers-libre, Moreas, Moeterlink, Paul\nFort, Comtesse de Noailìes, Yerhaeren, Viélé Griffin,\nFrancis Jammes, etc., nous sont un sur garant des\ntomes à venir où. toutes les ècoles modernes seront\nreprèsentées. C' est une Anthologie, entée sur\nun pian nouveau, tous les poètes actuellement vi-\nvants ayant choisi eux-memes dans leurs oeuvres les\npièces qu' ils ont jugées les plus dignes de les re-\nprésenter.\nChaque auteur y figure, outre ce choix de vers,\npar une biographie détaillée, une bibliographie com-\nplète et un autographe reproduit en « fac-simile ».\nCette Anthologie, absolument originale, peut étre\nmise dans toutes les mains; elle est à elle seule\nune bibliothèque contenant la synthèse de tous les\nvolumes de vers parus depuis 50 ans, puisqu'elle en\ndonne toutes les pièces remarquables. Nous ne sau-\nrions trop la recommander aux personnes désireuses\nde se tenir au courant du mouvement littéraire actuel\net de l'évolution de la poèsie francaise moderne.\nCet ouvrage est appelé à avoir un grand reten-\ntissement à l'étranger comme en France, car il y\nfavorisera rextension des lettres et éta-\nblira leur influence sur le mouvement littéraire mon-\ndial."}, {"page_pdf": 7, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.7", "texte": "“L'ESILIO„ ROMANZO DI PAOLO BUZZI\nELOGIATO DALLA STAMPA\nDalla, Sera, :\nNoi abbiamo avuto, a poca distanza di tempo,\nun nuovo poeta ed un nuovo editore : il poeta\nè Paolo Buzzi vincitore dei penultimo concorso\ndella rivista internazionale «Poesia»; l'editore è\nlo stesso direttore della rivista, il poeta F. T. Ma-\nrinetti, il quale con una collana di volumi vuol\nfar conoscere ai pubblico molti giovani che finora\nnon sono noti die agli eietti lettori della sua aristo-\ncratica rivista.\nPaolo Buzzi non; è sconosciuto ai lettori del no-\nstro giornale i quali più volte, in brillanti cro-\nnache, ne hanno ammirato lo spirito e la cul-\ntura; dei resto la sua reputazione ha passato le\nAlpi e s'è diffusa in Francia, come si può com-\nprendere dai seguente giudizio dell'illustre roman-\nziere Charles Henry Hirseli che scriveva nel mas-\nsimo organo delia letteratura francese, «Le Mer-\ncure de France»:\n« Il est juste que nul n'ignoro de ce cote des\nÀlpes que le prix de 500 lire de Poesia vient\n-df echoir a un grand poète, Paolo Buzzi qui est\nun jeurie homme d'un talenfc vraiment exfraordinaire\net d'une originalité étonnante ».\nL'ambiente studiato nel romanzo di Paolo Buzzi\nè dei più interessanti.\nTrattasi della vita turbinosa e feconda che si\nva sviluppando nella metropoli Lombarda con tutti\ni suoi problemi etnici, morali, economici e sociali.\nPaolo Buzzi con acume, e non comune ori-\nginalità di tocchi e manifesta competenza sociolo-\ngica, dipinse un quadro palpitante delle lotte di\nclasse tra il giovine proletariato in evoluzione, il\nfervido capitalismo commerciale e la vecchia so-\ncietà ambrosiana.\nL'autore studia anche la ripercussione di quelle\nlotte nella campagna lombarda dove le medesime\nsi complicano dell'elemento religioso.\nNel gran quadro vi è poi uno studio partico-\nlareggiato della piccola borghesia locale alia quale\nappartiene il protagonista dei libro, Ignazio Lan-\nf ranchi.\nEgli come i protagonisti anche di celebri autori,\nè un giovine di grande ingegno il quale da una\nfamiglia modesta parte alla conquista di un sogno\ndi dominazione attraverso le battaglie supreme del-\nl'arte e della politica.!. 11 libro è la minuta e pure\ngrandiosa storia delle lotte indicibili che l'eroe sop-\nporta con sè stesso e col mondo angusto che lo\ntortura per arrivare ad un attimo di liberazione\nspirituale, attimo che pur troppo, date le commo-\nventissime e drammatiche vicende del romanzo, non\nypuò logicamente essere dato se non dalla morte.\nPaesaggio, una delie più dolci e ancora abba-\nbastanza romite plaghe di Lombardia: l'aita Brian-\nza verdazzurra che inizia dall'altura dei Camal-\ndolesi di San Genesio sopra l'Adda e finisce ai\nlaghetti del Pian d'Erba còsi cari alla primavera\ndell'arte Segantiniana.\nPaolo Buzzi descrive vari aspetti della Milano\nantica e moderna che porta i contrasti de' suoi\ncentomila tetti, del suo Naviglio, del suo candido\nduomo trionfale, delle sue varie folle assidue ed\naffacendate.\nForse nuoce a questo libro una voluta sovr'ab-\nbondanza di episodi e di narrazione che non di\nrado rompe la bellezza e la prontezza degli ef-\nfetti ; forse nuoce altresì una certa involutezza di\nstile che specialmente pel racconto di semplici av-\nvenimenti è tutt'altro che opportuna.\nI tre libri di questo romanzo (« Verso il ba-\nleno » — « Su l'ali del nembo » — « Verso la fol-\ngore ») sono fregiati da tre suggestive originalis-\nsime copertine dovute al pennello del pittore Sac-\nchetti.\nCon la pubblicazione dell' « Esilio » di Paolo Buz-\nzi, il direttore di : « Poesia », F. T. Marinetti ini-\nzia una serie di eleganti ed artistiche edizioni ita-\nliane e francesi, che per il nome e l'ingegno de-\ngli autori sono destinate al più grande successo\nnel mondo intellettuale.\nPare che si legga ancora in Italia...\nGa\nDal Meffcsire de FPJÌMW :\nLa presse, qui s'occupe trop de ces écrivains\n« arrivés », n'a presque plus de place pour signaier\ndes oeuvres, où un talent puissant, se révéìant\ntout d'un coup, se montre cependant digne d'attirer\nles regards du grand public, ne fùt-ce que le long\nd'une colonne de quotidien. Une de ces oeuvres\nest sans doute l'« Exii », de M. Paolo Buzzi.\nUn poète francais, M. F. T. Marinetti — un\njeune — s'est donné, depuis deux ans, une tàche\ndifficile et belle, qui n'est pas seulement celle de\nréunir des talents en un faisceau trimestriel, mais\ncelle, beaucoup plus grave, d'en découvrir. Le sort\nlui a été favorable. Et voici apparaìtre sur les\nhorizons de la littérature une force nouveile, un\nromancier-poète d'exception, vainqueur du premier\nconcours international de « Poesia ». Peu de temps\naprès, le deuxième concours de la mème antho-\niogie a révélé un poète de vingt ans, M. Giosuè\nBorsi, auteur d'un poème : « le Sang », dont le style\nserré, sonore et pur, et la volonté subtile d'une\ncompréhension de la vie entière, dans une esthé-\ntique qui est vivifiée par des éléments physiolo-\ngiques, comme chez d'autres elle l'est par la méta-\nphysique, témoigne d'un organisme poètique duquel\nil faut beaucoup attendre. Le poème de M. Borsi\nnous fait penser à l'Intégralisme profond et noble\nde M. Adolphe Lacuzon.\nL' « Exil » de M. Paolo Buzzi est un roman-poème.\nNous bonnaissons en France quelques talents d'élite,\naussi, parmi les plus jeunes, qui suivent depuis\nquelques années une tendance analogue, et ont déjà\nréalisé, ou vont réaliser, des oeuvres puissantes.\nCe n'est plus la poésie verbale qui enveloppait\nparfois le drame psychologique de nos aìnés :\nl'élément poètique est dans la conception mème\net dans la construction du roman, est dans son\narchitecture et dans ses détails, autant que dans\nl'esprit mème qui l'inspire et l'anime. L'écrivain\nne cède pas à l'émotion d'un « fait » de la vie,\nobservé ou imaginé, mais il est ému originairement,\npar une « vision » de la vie, c'est-à-dire par une\ngénéralisation iyrique d'un complexe de « faits ». Cette\ngénéralisation élève son esprit au-dessus des phé-\nnomènes éphémères, saisit l'ame des choses, et\nl'oeuvre d'art, une fois réalisée, piane au-dessus de\ntoutes les thèses sociologiques, des sitnations psy-\nchologiques, des contingences innombrables d'a-\nmour et de baine, que pourtant elle contient. Le\nroman ainsi à la manière de poème embrasse\nune étendue de vie toujours beaucoup plus vaste\nque tout autre roman, où l'écrivain se bornerait\na représenter seulement quelques complications de\nla vie humaine, et mettrait, comme but idéal à toute\ngénéralisation, la réalisation d'un type ou de quelques\ntypes humains. Le roman-poème ne représente plus\ndes « types » et n'évoque plus des « forces », mais\nil réunit dans sa composition des éléments de réa-\nlisation empruntés à la poésie et à la musique.\nLe style y est imagé et rythmique. L'écrivain est\ntoujours un poète, son oeuvre est toujours bien\nplus d'évocation que de définition. Par cela mème\nelle est très vaste.\nC'est ainsi que,- dans l'« Exil », M. Paolo Buzzi\npeut faire l'histoire d'un esprit jeune, exalté par\nla formidabie poussée de désirs individuels et colle-\nctifs de notre vie contemporaine, et, tout en suivant\nle protagoniste, qui n'est plus qu'un noeud de vie\nse déplacant dans un espace très grand, l'espace\nde ses rèves, il peut évoquer, toujours autour d'un\nhomme ou d'un couple, l'ame vigilante, sympathi-\nque ou hostile, harmonieuse ou ennemie, du temps\ndans lequel les protagonista vivent toute leur vie"}, {"page_pdf": 8, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.8", "texte": "exubérante, dans trois étapes fatales : « Vers l'Eclair »,\n« Sur les Ailes de l'Orage », « Vers la Foudre ».\nL'ceuvre est d'un pessimìsme farouche. Le jeune\nfils de la bourgeoisie italienne, issue de la révo-\nlution Dationale, meurt, parce qu' il voulut trop vivre\net il ne sut vivre. Il se plie sous le choc de\ndeux amours qui à un moment de sa vìe tumul-\ntueuse et complexe tourmentaient son àme profon-\ndément analytique. Dans un paysage merveilleux,\nadmirablement évoqué, il se pend à une croix du\nchemin, avec une corde, qui, dans les mains en-\nfantmes de celle qu'il avait oubliée et- qu'il ne\npeut plus aimer, était un jouet. Avec lui, après\nune journée tellement remplie de rèves, et tant\nremuée par les voix des collectivités qui tour à\ntour l'enveloppaient, c'est une génération entière\nqui semble monter sur la croix, la génération des\nItaliens qui furent les premiers-nés d'une bourgeoisie\nencore toute sanglante.\nJRicciotto Canudo.\nDal FJeramosca •\n« L ESILIO » di Paolo Buzzi. — Paolo Buzzi un\ngiovane colto e d'invidiabile ingegno ha liberato alle\nstampe per i tipi di «Poesia» la nota rassegna,\ninternazionale di versi diretta dal poeta F. T. Ma-\nrinetti, l'autore di « Destruction » e di « Roi Bom-\nbance», un suo poema in prosa sotto forma di\nromanzo intitolato «L'Esilio».\nL opera del Buzzi è di quelle che non si pos-\nsono ammirare se dominati da preconcetti d'arte\ne di scuola. Perchè questo giovine audace la rompe\naddirittura con tutte le retoriche e tutti i vincoli\naccademici.\nEgli è solo forte della sua fantasia inesauribile\na cui si abbandona con tutto l'impeto.\nI suoi caratteri però, i tipi che egli crea sono\nmolto veri.\nIgnazio, il sognatore, è robustamente scolpito\ne condotto logicamente al suo fine.\nGiara è una figura dolcissima che non si può\nfacilmente dimenticare. Clotilde e Nanda sono vi-\nvacissime, il parroco è una macchietta magi-\nstrale.\nMa l'intrico drammatico al più alto grado di\nquesto poema romantico, come più propriamente\navrebbe dovuto chiamarlo l'autore, non serve che a\ndar agio al Buzzi di lumeggiare con giocondo pen-\nnello una serie interminabile di quadri uno più\nsmagliante dell'altro, e che si succedono in una\nmagnifica continuità musicale dall'alba tenue del\nlibro fino al suo fine orrendo.\nLa descrizione di certi paesaggi campestri,\nquella di Milano di notte, alcuni episodi, l'interno\ndella casa di piacere, sono tali squarci di prosa\nlirica che non si possono più dimenticare.\nII Buzzi è un ispirato e un impulsivo perchè è\nun poeta; ma questa sua qualità non può nocer-\ngli affatto.\nQuando egli avrà disciplinato un po' i suoi en-\ntusiasmi quando si sarà levato di dosso le scorie\ndi certi d'Annunzianismi, il Buzzi ci darà senza\ndubbio il suo capolavoro.\n*\nF. JPaolieri.\nDal Piccolo della Sera :\n*\nPer questi più illuminati occhi, il libro dell'anno\ndovrebbe essere, a mio giudizio, il romanzo poe-\ntico di uno scrittore ancora poco noto : « L'Esilio »\ndi Paolo Buzzi, cui è argomento appunto la com-\nplessità della vita. Il libro fu rivelato da un con-\ncorso che ebbe a bandire la rivista « Poesia », e\nfu da questa pubblicato senza paura per la mole\ninsolita dei suoi tre volumi. •\nCome opera d'arte ha molte potenze e molte im-\nperfezioni. Ma il vasto romanzo soggettivo racchiuso\nin questo smisurato poema, ha un impareggiabile va-\nlore quale confessione di un giovane dei tempi\nnostri.\nIl libro è eminentemente rappresentativo: l'azione\nperturbatrice della filosofia e del misticismo mo-\nderno, dei movimenti sociali, delle raffinatezze sen-\nsorie, della musica, della poesia individualistica,\nsopra una di quelle giovani anime contemporanee\nsensibili ad ogni impressione e disguidate dalla\nstessa affaticante nevrosi che imperversa nella\nloro intellettualità fatta centro del mondo, vi è\nesposta, a parte le altisonanti ondate liriche, con\nuna acutezza e con una peregrinità di analisi che\ndànno a questo poema il rigoroso valore di do-\ncumento scientifico.\nE così «Poesia», come già altre riviste letterarie,\nsi fa editrice. Buona fortuna !\nSilvio Monco.\nDal Charlvari s\nPAOLO BUZZI. — u L'Esilio n. — Edition de « Poesian.\nMon ami, le bon poète Martineau, me vint voir\nl'autre jour, et comme il pénétrait dans mon ca-\nbinet les bras chargés de livres qu'il m'offrait, du\ngeste je crus d'abord qu'il me venait proposer\nl'achat d'un fond de bouquiniste et je me ré-\ncusai.\nMais vous 11'y ètes pas, protesta Martineau.\nC'est ici rpuvrage que «Poesia», la belle revue\nitalienne, a couronné... Et notre ami Thomas vou-\ndrait que vous en rendissiez compte aux lecteurs\ndu « Charivari »...\n— Ce cruel Thomas et le directeur du « Cha-\nrivari » veulent donc ma mort, avec phrases, hé-\nlas! fis-je en prenant les trois tomes du livre.\nLa couverture me déplut. Me dépiurent aussi les\ntitres des trois parties de l'ouvrage. I. Vers\nl'éclair. II. Près de l'éclair, III. Vers la foudre.\n— « Poème en prose ».\n— Hélas ! où sont les « poèmes en prose » d'an-\ntan, ceux-là qui étaient « petits »...\nMais nous avons tort en France de nous moquer\nd'abord. Ce poème en prose est, au vrai, un\nrornan, et un excellent roman. L'action y est assez\ntènue et il est remarquable que l'auteur puisse\ntenir l'intérèt en éveil à travers mille pages et\nplus sans le secours d'une intrigue ejmbrouillée.\nC'est qu* il ne disserte pas froidement; son livre\nest une agglomératìon, si je puis dire, de petits\ncontes qui se font suite, dont chacun pourtant\nfait « tableau », et que de concrètes, de vivantes\nanalyses éclairent.\nLe héros marche à la catastrophe à travers un\ndèdale de menus événements, de courtes aven-\ntures, simples et pourtant complexes et le drame\nresuite de la somme de ces petites choses comme\nil arrive dans la vie où il est bien rare qu'un\névénement se produise qui soit tout, uni et porte\nimmédiatement toutes ses conséquences.\nJ'engage vivement ceux de nos lecteurs qui\nentendent l'italien à lire cet ouvrage, très per-\nsonnel de ton, sympathique et chaud, qui sans\ndoute eut gagné à ètre condensé mais qui enfin,\ntei qu' il est, fait honneur aux lettres italiennes.\nEt non moins vivement, je supplìerai M. Buzzi\nd'avoir à l'avenir pitié de ses critiques et de\n« faire plus court » à leur intention.\n• • • . . . .\nEuffène Marsali*\nDal Journal des Debats i\nA L* Esilio », par PAOLO BUZZI, roman en trois\nvolumes, couronné per la revue « Poesia ». —\nMilan, 1906.\nLa revue «Poesia», que dirige le distmgué poète\nF. T. Marinetti, avait organisé, récemment, un con-\ncours auquel ont pris part un grand nornbre d'é-\ncrivains et dont en fin de compte M. Paolo Buzzi\nest sorti vainqueur avec un roman en trois vo-\nlumes intitulé «L'Esilio». Ce roman retrace la vie\nagitée et féconde de Milan et traite les problèmes\nethniques, économiques et sociaux qui se posent\naujourd'hui dans la métropole lombarde. La lutte\nqui se déroule entre les diverses classes de la\nsociété milanaise, l'ancienne aristocratie jadis si\npuissante, les capitalistes récemment enrichis, le\nprolétariat ambitieux ayant pour lui la force du\nnombre est décrite dans le roman de M. Buzzi\navec un incontestable talent. Ce livre inaugure une\nserie d'ouvrages publiés en italien et en frangais\nsous les auspices de la revue « Poesia ». Le pro-\nchain volume à paraìtre est une réimpression de\n« La Conquète des Etoiles », le poème de M. F. T.\nMarinetti.\n• ••••••••«\nMaurice Mnret."}, {"page_pdf": 9, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.9", "texte": "Dal Piccolo della. Sera:\n« Poesia », r audace e brillante rivista milanese,\npensata e animata da F. T. Marinetti, che i let-\ntori del « Piccolo » conoscono per quanto fu scritto\nin queste colonne del suo strano e possente poema:\n« Roi Bombance », ha ne' suoi scorsi numeri affidato\nall'ali della fama i nomi, fino a ieri ignorati, di\n. alcuni giovani valorosi: Giosuè Borsi, vincitore del\nconcorso internazionale di « Poesia », Enrico Cavac-\nchioli, che ottenne un altro premio, pure quale\npoeta, e Paolo Buzzi, autore di un romanzo\n« L'Esilio », esso pure ora premiato. Parliamo oggi\nqui di quest'ultimo, perchè i lettori lo cerchino e lo\nconoscano; rare volte avranno avuto da un nuovo\nromanzo italiano, impressioni più forti, anzi più\nviolente. Novità di concetti e stranezze di forme\nche non è possibile analizzare, come non è facile\nraccogliere sull'angusto telaio d'un articolo di gior-\nnale, la vasta tela del romanzo; d'altra parte poco\nconta l'intreccio di un libro nel quale l'autore non\nha avuto evitendemente lo scopo di aggrovigliare\nuna solita matassa di casi per dipanarla poi sotto\ngli occhi del lettore, più o meno ingenuo e paziente,\nonde ne sia divertito e commosso. Il romanzo pre-\ntende contenere — è palese — un grande quadro\ndi vita moderna, che ha per sfondo ora le dolci\nplaghe dell'alta Brianza, ora le vie e le piazze\ndella metropoli lombarda; mira a riprodurre il\ndramma delle coscienze nuove, il complesso, oscuro\ne terribile dramma tra le cui spire soffrono ane-\nlanti gli uomini non volgari della nostra genera-\nzione ; mira, con felice superbia, a far parlare le\ncose che dominano l'uomo. Lo sforzo dello scrit-\ntore per materiare d'arte gli elementi più ribelli\nad essa, per raggiungere l'espressione perfetta e\nsquisita, colorita e musicale di tutto ciò che nella\nvita è vita e realtà, ma non bellezza patente, è\nuno sforzo così assiduo, così insistente da apparire\ntalvolta eccessivo e doloroso; ma che importa, se\nin verità l'intento di questa — vorrei dire —\nspiritualizzazione estetica della prosaica e banale\nessenza materiale di vita è quasi sempre raggiunto?\nIl Buzzi è, io credo, assai giovane d'anni, e nei\nlavori dei giovani si deve tenere anzitutto conto\ndegli intendimenti, perchè, se anche questi non\ntrionfano interamente vittoriosi la prima volta, danno\nguarentigia di vittoria, nelle opere della maturità.\nOra, gli intenti artistici del Buzzi sono nobilissimi,\ninceppati parzialmente solo dalle esuberanze di un\ntemperamento solitario e ribelle. La stessa gran-\ndiosa proporzione del disegno è in questo romanzo\nla prova di una vastità di visioni giovanilmente ma-\ngnifica, e l'opera d'arte è in ogni sua parte la\nrivelazione di una volontà nuova, di un'aspirazione\ninquieta e ardente. Sebbene a' suoi primi passi, lo\nscrittore non è pago delle solite pitture di paese.\nEgli vuole che il paese si animi, per ospitare il\ndramma immaginato e sceglie, un paesaggio presso-\nché negletto sinora da tutti gli artisti, scrittori e\npittori della sua terra lombarda, e — come il Fo-\ngazzaro fece ne' suoi primi romanzi della diletta\ne ignorata Valsolda —( il nuovo pittore ci trattiene\nsulle alture sovrastanti il pariniano Eupili e, allor-\nché è indotto a scendere nella rumorosa e indu-\nstre Milano, non sa rinunciare al richiamo di una\nmetropoli antica, ricca di valore e di poesia, di\nsfarzo, d'arte e di violenza. Ma l'autore non è\nun dilettante di sapienza e di bellezza, nò un acca-\ndemico e neppure un romantico : è un agitatore di\nidee, un combattente, un avvenirista della vita; e\nla sua arte, come pentita di indugi, penetra nella\nfamiglia borghese moderna, scruta nelle volgarità\ndegli interessi, si gitta nel conflitto aspro e cru-\ndele dell'ora che tutti viviamo, lottando più acca-\nnitamente di quanto non lottassero i nostri avi, pur\ndi ferro vestiti. Ma sebbene il Buzzi scriva in prosa\ne il suo lavoro sia premiato, quale romanzo, egli ha\ninteso di dettare un poema' e in realtà ci ha dato\nil poema della vita moderna, — poema in cui sono\narmonicamente composti gli elementi epici, super-\nstiti nell'anima nostra e nella vita che troppo in-\ntensamente pulsa e muta intorno a noi, e insieme\nquanto avvi di eternamente bello e di vero nella\nnatura. Dei tre volumi, in cui si divide il romanzo:\n«Verso il baleno, «Su l'ali del nembo», «Verso\nla folgore », quest'ultimo; è certamente il più rude,\nil più formidabile. Ignazio e Clara, che in una torva\nboscaglia di rovi, al cospetto dei cieli, si abbando-\nnano alla legge rovente dell'amore pagano, dopo\navere tutte e a lungo proclamate le superbie della\nsolidarietà intima e pura dei cuori, e in un'ora si\ninebbriano alle dolcezze della vita e alle bellezze\ndel creato, — sono creature di una plasticità magi-\nstrale, come è di una tristezza poeticamente de-\nsolata, sino a dare anche al lettore più calmo\nl'ambascia del pianto represso, il dilagare fatale\ndel disamore, nell'anima inferma del protagonista,\ne l'abbandono in cui lascia la sua povera fanciulla...\nresa madre. Ignazio, cioè l'uomo tipo pensato dal\npoetai, è come folle per il rinascere improvviso di\nuna dormiente passione giovanile, e questa Io so-\nspingerà al suicidio, lassù, sulla vetta, di fronte\nall'alba che ascende dai monti, impiccatosi alla so-\nlitaria croce alpina, colla corda da gioco della\nbimba di un giorno, ritrovata per caso, inerpican-\ndosi verso il volontario Calvario. Ora, così come\nvive e come muore-, egli non è più la figura pre-\ncipua di un romanzo, ma il simbolo di una terri-\nbile lotta perduta;, è il martire della crudele nemesi\nmoderna, la vittima dello spietato contagio che si\nannida nella psiche contemporanea. I/autore che\nquesto ha nutrito nella fantasia e nel pensiero filo-\nsofico, farebbe temere del proprio squilibrio este-\ntico e filosofico. Ma l'arte del Buzzi tranquillizza,\nassicura della assennatezza serena dello scrittore.\nPochi giovani, come lui, anche se meno audaci, hanno\nquanto egli lo rivela; il senso esatto della vita, ed\nintuiscono e rendono il contrasto tra la realtà e\nl'idealità, vestendolo di armonie d'arte. Ma non fos-\ns'altro che per questo, anche il Buzzi dovrebbe ricon-\nciliarsi alquanto colla vita e cogli uomini, che gli\noffrono materia di così nobili esercitazioni! Ad onta\ndel suo disdegno delle umane sorti, egli non è\nun mistico, nò un leopardiano, che non veda al\ndi là della felicità personale; egli intuisce l'impor-\ntanza di quelle misteriose forze sociali che non\nsono governate dal caso, ma da leggi sfuggenti an-\ncora alla nostra comprensione, non alla nostra in-\ntuizione. E poiché già arditamente penetra nei mi-\nsteri delle anime, così riuscirà a penetrare nei se-\ngreti della dinamica sociale, e ci darà un più com-\npleto poema sociale moderno, che in un'artistica sin-\ntesi rappresenti l'epoca nostra, epoca che la storia\ngiudicherà forse più benignamente di quello che\nnoi, impenitenti autocritici, non ci ostiniamo a vo-\nlere amaramente giudicare.\nA. uffusto M\n\nIN PREPARAZIONE:"}, {"page_pdf": 10, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.10", "texte": "Il trionfo di “Roi Bombance„\nGiudizi della stampa italiana ed estera\n(La continuazione al prossimo numero).\nDal Gii Blas :\n*\nM. F.-T. Marinetti a de quoi rendre jaloux Sten-\ndhal; il est né à Milan et il est poète — poète\nNon content d'avoir publié deux volumes\nde vers d'un lyrisme éperdu sous ces titres : la\n« Conquète des Etoiles » et « Destruction », il èdite\nune revue internationaie : « Poesia », consacrée aux\nMuses de tous les pays, surtout aux latines, j'en-\ntends la frangaise et l'italienne. Il a un enthou-\nsiasme débordant, une jeunesse plantureuse, une\ngentillesse invincible. Il vient de s'essayer en prose,\net c'est un succès incontestable parmi les lettrés\nde toutes nationalités. « Le Roi Bombance », tra-\ngèdie satirique en quatre actes, a ce mérite de\nne pas prétendre à ètre joué. Aucun théàtre, d'ail-\nleurs, ne s'y risquerait, car l'action formidable se\ndéploie hors de tous cadres dans un monde sym-\nbolique, à la fois abstrait et singulièrement ma-\ntériel. Comprenez que le « Roi Bombance » est un\nroman fantastique dialogué et l'oeuvre la plus ra-\nbelaisienne qui ait été forgée depuis Rabelais lui-\nmème.\nIl faut remarquer que le curé de Meudon a été,\nen somme, peu imité ; Gargantua, Pantagruel, Pa-\nnurge, Gargamelle, avec leur fantaisie outrancière,\nleur énorme symbolisme satirique, restent isolés\ndans le musée de la littérature. Ces grotesques,\nsi humains, mais humains démesurément, ont dé-\ncouragé les écoliers. Aujourd'hui surtout par l'éloi-\ngnement ils apparaissent titanesques. D'ailleurs,\nnous faisons petit, à quelques exceptions près.\nNous avons peur des géants. La jeune génération a\ncourte haleine. — On se limite. On cultive de\ngrèles jardins. L'orgie est redoutée. Candide, re-\ncroquevillé et lassé de ses frasques, a fait école.\nLes muses portent gilet de flanelle et bonnet de\ncoton. Le nain est bien vu. Le petit homme fait\nloi. Aussi, est-ce une joie peu ordinaire quand une\npersolinalité se déchaìne, lorsqu'une tempète ver-\nbale ravage les clòtures soigneusement cultivées.\nAu lieu de l'arrosoir, voici l'orage, et ses gouttes\nlourdes, ef son tonnerre. M. F.-T. Marinetti a brisé\nl'outre d'Eole. Il en sort un ouragan.\nCe « Roi Bombance » n'est pas un chef-d'ceuvre,\ncar il titube comme un silène ivre. Les mots\nqu'il emploie nous choquent ou nous étonnent. Il\nparie avec l'intestili; c'est un ventriloque impoli. Le\nvocabulaire rabelaisien est presque réservé à coté\ndu sien. Le Dieu Crepitus l'inspire. N'importe !\nPartons pour le pays des Bourdes où il règne.\nNous y trouverons de vieilles connaissances, sous\nune mascarade qui fait songer à un mardi gras\ncabriolant dans une féerie.\nLa tragèdie parodique de M. F.-T. Marinetti af-\nfecte des intentions de satire sociale. De ce point\nde vue, elle nous fait songer aux drames philo-\nsophiques, injouables aussi, de Renan. La « Ten-\ntation de saint Antoine », de Flaubert, lui sourira\ndans les bibliothèques comme à un puìné prodi-\ngue et le nez taché de sauce. Edgar Poe et Vil-\nliers, en leurs eienx ironiques, l'enconragent d'un\nrire bienveillant. Swift froncera un peu le sourcil\net Banville le traitera d'impertinent.\nGomme l'explique fort bien un critique avisé,\nM. René Wisner :\n« lei tout prend, ainsi que dans les contes d'en-\nfants, aspect de comestibles : les chàteaux sen-\ntent le chocolat, rayonnent de beurre, s'adornent\nde fruits confits ; sous leurs voutes succulentes,\ndes ripailles s'y donnent; des macaronis s'étirent;\ndes boucbées à la reine nagent dans leurs co-\nquilles d'or : des croutons surplombent, tels des\nphares, la mer des haricots ; les dindes offrent\nleurs ailes, touchées par la gràee des sauces; le\nSauterne jaunit en sa bouteille poussiéreuse; le\nClos-Yougeot rosit sous le maquillage de son éti-\nquette ».\nLes personnages sont Sainte Pourriture, « grand\nfantóme spiralique de brume », le « Roi Bombance »,\nau vaste nez bourgeonnant, aux favoris d'étoupe,\nson sceptrexfourchette en main et sous le mentori,\nune serviette orfrazée, sorte d'Ubu Roi sans sce-\npticisme; le Pére Bedaine, chapelain pareil à une\nbonbonne; Tourte, Syphon, Béchamel, marmitons\nsacrés, cuisiniers du Bonheur Universe!; Vachenra-\nget, premier conseiller du Roi, suritendant des cui-\nsines; Poulemouillet, suritendant des caves, second\nconseiller; Estomacreux, chef des affamés; An-\nguille, conseiller de tout le monde comme il faut;\nl'Idiot, poète de son métier, en maillot bleu con-\nstellé d'étoiles d'or; un vampire, etc.\nPas de feixkmes !\nAu début du livre, les Bourdes les ont chassées,\nafin d'ètre debarrassés des soucis de l'amour et\nde la race et de se consacrer au « grand pro-\nblème intestinal du monde ». lei. la satire dévie,\ncar dans l'Etat futur, intestinial ou non, les femmes\njoueront un ròle capital. Et les fonctions digestives\nne sont que la moitié du ventre... Passons.\nLes estomacs affamés menacent les repus. Sé-\nditions et complots. Ripaille, le cuisinier de Bom-\nbance, vient de mourir. Les marmitons sacrés pac-\ntisent avec le socialiste Estomacreux... Le Palais\norgiaque est assiégé. Bombance et ses vassaux\npérissent. C'est la grande curée; mais le Désir est\npére de la Destruction. Après avoir avalé Bom-\nbance, Anguille, l'Idiot, Bedaine et les vassaux sa-\nlés et marinés, les Bourdes s'entredévorent. L'in-\ndigestion fait éclater leur estomac, d'où ressortent\nceux qu'ils ont happés, mais qu'ils ne digèrent point.\nCe sera donc à recommencer, mais inversement.\nLes mangés mangent les mangeurs, qui les reman-\ng-eront, et il en sera ainsi jusqu'à la consommation\ndes siècles, pour la plus grai\\de joie de sainte\nPcurriture.\nAu courant de ces agapes d'anthropliages, le\nPére Bedaine exprime les tendances critiques de\nce livre à la fois antiréactionnaire, anticlérical et\nantirévoiutionnaire.\nEcoutons-le :\n« Sire, je vais entrer dans le ventre de mon dis-\ncours. (Le roi se rendort). En vérité, l'estomac hu-\nmain n'a jamais cru que sa faim présente fut nor-\nmale!... il a toujours cherché en arrière ou en\navant un festin paradisiaque... Jadis, tout en rè-\nvant des sances dorées abolies ou disparues, il fai-\nsait sa soumission à la médiocrité des pitances !\nC'est, la civilisation de l'estomac pai'enL.\n« Le Christ, qui n'entendait rien à rhygiène, habi-\ntué qu' il était à dévorer des sauterelles avec Jean-\nBaptiste dans le désert, vint révolutionner la di-\ngestion universelle, avec des recettes saugrenues !...\n« Pour comble de malheur, à la notion de la\nmerveilleuse ripaille déjà savourée, il ajoute la\nvision d'un mirobolant dìner futur...\n« On placa tout d'abord ce dìner sur la terre,\npuis, pour plus de sureté, dans l'au-delà, dìner\ncéleste, invention d'une astuce merveilleuse!... Les\nEstomacs pendant plusieurs siècles n'en demandèrent\npas davantage. Hélas ! des philosophes, c'est-à-dire\ndes individus occupés à cuisiner d'indigestes in-fo-\nlios et qui s'étaient d'ailleurs aplati l'épigastre con-\ntre l'arète de leur tablei à écrire, voulurent malheu-\nreusement ressusciter lf idée fàcheuse du Christ !...\n« Décidément, déclarèrent-ils, le Festin futur sera\nterrestre et non pas còleste!... Il se réalisera pro-\nchainement dans le temps et 1' espace. » Ce fut une\ngrande imprudence culinaire. Depuis ce temps,\nl'Estomac humain attend, ne voit rien venir, et par-\nfois se révolte !...\n« Cette nuit, les Bourdes se persuadèrent qu'ils sa-\nvouraient le Festin Idéal.... Les Brutalités adve-\nnues ne furent pas autre chose que la colóre d'un\nenfant déQu.\n« Bret, le progrès rèvé par l'estomac humain est\nyaln, parce que le palais et la langue, étant doués\nd'une infinité d'appétits et d'aptitudes, sont neces-\nsairement insatiables !.... Nulle amélioration, dans\nle bonheur digestif n'est possible!... Rien ne con-\ntente les estomacs parce que rien ne les remplit!..\nLes Estomacs gàtés exigent une nourriture plus\ndélicate et plus variéeL. Leur sensibilité est d'au-\ntant plus impérse qu'on leur obéit. L'abstinence\nengourdit l'Estomac universel.... l'abondance le\nsnrexcite.... »\nL'Idiot reproche aux Bourdes d'ignorer « que la\nsplendeur des choses ne vient que de l'ardeur\nqu'on a pour elles... que la saveur d'une pulpe\nest dans la bouche et non dans la chose mangée,\ncomme les beautés de la nature sont dans les\nyeux qui les contemplent. » Bref, l'auteur oppose la\npliilosophie de Kant et de Hegel, l'idéalisme su-\nbjectif au grossier matérialisme de Bombance et\ndes Bourdes. Mais ce système ne peut guère passer\npour une solution sociale. C'est de l'individualisme\nà tous crins, de l'égoisme transcendant, qui ne\nsaurait contenir le débordement d'un socialisme col-\nlectiviste, barbare, enfantin et inexact, comme celui\nque suppose notre jeune Milanais."}, {"page_pdf": 11, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.11", "texte": "*\n* *\nM. F. T. Marinetti n'a pas dégagé très nette-\nment la morale de son tumultueux drame. Je sais\nbien que Sainte Pourriture a le dernier mot. Toute\ncette mangeaille finit en fumier, mais, cela, nous\nle savons déjà, depuis que le monde est monde. Le\nbonheur n'est pas dans notre ventre, nous ne 1' i-\ngnorons pas. Mais où est-il? Le cerveau ne donne\nguère le bonheur. Il apporte des joies et des dou-\nleurs comme l'intestin; les unes et les autres sont\nsouvent méme plus vives. Pourquoi en ce concert\ntrop digestif, n'entendons-nous pas la voix du coeur?\nCe muscle génère les sentiments et il donne une\nvie rouge à l'Idéal. Marinetti semble Tavoir oublié,\nou, più tòt, il n'a pas pensé à nous montrer un jour\nl'humanité meilleure, et moins infortunée, quand elle\nsera « organisée » enfin.\nUn jour viendra, espérons-le, où toutes les classes\nauront leur part dans le festin social ; tous les\norganes s'équilibreront, l'homme, n'ayant d'autre mai-\ntre que sa propre harmonie, réalisera tout le possible\nque renferme en lui ce concept à la fois physiolo-\ngique et sociologique : l'exercice de nos fonctions\naccordées entre elles et l'harmonie des classes tra-\nvaillant ensemble. Yoilà le vrai socialisme, celui des\nphilosophes. Il est vrai que ce n'est pas comme\nl'autre, celui d'Estomacreux — pour prendre la for-\nmule du poète milanais — un tremplin électoral.\nEn somme, malgré les erreurs et les seeousses,\nnous nous péniblement vers cettje société\nfuture, nous n'atteindrons sans doute jamais le but,\nmais nous nous en approcherons toujours plus. En\ntous cas, je ne vois pas que depuis l'avènement\nde la troisième république, l'intellectualité, l'art,\nl'amour aient perdu leurs droits. Bien au contrairje.\nRappelons-nous que le vrai roi Bombance, ce n'est\npas le socialisme, mais Louis XIV, l'homme qui\nposséda, au dire des médecins qui firent son au-\ntopsie, l'intestin le plus long. Que de plats y furent\nengouffrés! Il en mourut. Et voilà un historique\nsymbole des excès de l'assiette au beurre.\nMais laissons la parole au jeune Rabelais italien.\nIl fait chanter un joyeux « de profundis » à Sainte\nPourriture sur les corps inanimés mais bientòt re-\nnaissants de Bedaine (le prètre) et de Bombance (le\nRoi). En voici un verset:\n« G'est moi qui accouple les fleurs obscènes, plus\nchaudes et désiderantes que des vulves ! Et je me\nnaissants de Bedaine (le prètre) et de Bombance (le\ncomposition d'un cadavre, dans le sourire d'un\nenfant et dans le hurlement d'une tigresse en\nrutl.... Quand je parais, le de la vie s'ac-\ncélère frénétiquement, et la Destruction hàte ses\nravages! Ne dites pas: «Nous mourrons demain...\nJe visi J'étais morti» Mais dites plutòt :«Je suis\nune parcelle du cadavre éternel et vibrant de la\nnature ! »\nLe livre se termine par le triomphe du vam-\npire et d'Estomaceux.\n«LE VAMPIRE, se réveillant un instant pour con-\ntinuer à réciter sa legon.\n« D'àge en àge, la race des Bourdes va perfection-\nnant ses màchoires, dans l'art de s'entre-dévorer,\navec une grandissante agilité.\n« Voilà le seul progrès possible I\nESTOMACREUX\nMàchons le Roi\nporteur de lois ;\nmàchons Bedaine (le prètre)\nfarci de chaìnes !\nSAINTE POURRITURE\n« Et màchez-les donc! Cela ne calmerà pas votre\nappétit. Et vous n'aurez pas une once de bonheur\nde plus ! Le Bonheur est ailleurs ! (Avec un grand\ngeste vers l'horizon.) Ptio! Ptio! Réveille-toi !... (En\ndésignant le cràne broyé de l'Idiot.) Veux-tu manger\ncette bianche cervelle imprégnée d'azur?\nLE YAMPIRE\n« Non, elle me dégoùte... comme les autres, petite\nmère!... Et j'ai fait une indigestion de Bourdes....\nJe suis.... fatigué. (Il s'endort.) »\nCette conclusion pessimiste n'est faite pour sati-\nsfaire ni les sociologues, ni les politiciens; mais\nelle est la revanche des idéalistes pressés qui\ntrouvent que le règne de la Beaulé est aussi long\nà se réaliser — sinon plus — que le triomphe\ndéfinitif de la Justice.\nJules JBoìs*\nDalla Reiiovatioii Estetique :\nLe « Roi Bombance », que publia voici quelques\nmois notre confrère et ami F.-T. Marinetti, est une\ntragèdie de haute satyre qui participe de Sha-\nkespeare et de Rabelais. Il en faudrait donner une\nlongue et détaillée analyse pour en faire sentir\ntoute la portée essentiellement actuelle. Le roi\nBombance est combattu par ses cuisiniers qui à leur\ntour sont vaincus par le peuple symbolisé par un\ncertain Estomacreux et les Bourdes, mais la Mort,\nla Pourriture, le Vampire s'emparent du tróne du\nmonde et toute révolte est vaine, et sainte Pour-\nriture conclut : le bonheur est ailleurs ! ! ! et le\nsang coule, rideau de thèàtre, closant la tragèdie.\nEn gros tei est le sujet, éternel cercle vicieux\ndes nations, acceptation de la hiérarchie Bom-\nbance, usurpation des chefs tenant la cuisine ou\nanarchie populaire dont le sang et la mort sont\nl'imposante apothéose. Il faudrait s'apesantir sur\nles types admirablement trouvés, voici au total leurs\nnoms étranges et suggestifs : Pére Bedaine, Va-\nchenraget, Poulemouillet, Estomacreux, Anguille, Al-\nkama, l'Idiot, Massue, Requin, Gueuleton, Butor,\nles Bourdes, etc...\nAnguille n'est autre chose que Gavroche, il pè-\ntille d'esprit, d'à-propos, d'improvisation satirique\net joyeuse; il dit du Pére Bedaine: « On le dirait\nenceinte, ah ! son ventre oscille, son ventre lui\néchappe d'entre les bras, et' quels brasL. on di-\nrait des jambonneauxL. » Crouton, autre gavroche,\nriposte : « Je te jure que son ventre est détaché\nde lui, c'est sa brouette à provision» et Anguille:\n« 11 a l'air d'un esclave qui porte son maitre dans\nses bras pour traverser le gué d'un torrent im-\npétueux ». *\nL'Idiot, qui personnifie le Poète, est non moins\nverveux et lyrique, Dans un discours aux Affa-\nmés, il leur parie de l'Idéal: «J'ai vécu cent ans\nau Manoir de l'Impossible; cent ans avant d'attein-\ndre au continent des Bourdes! C'est un palais aux\nmille portes d'airain rouge qui tonnent d'heure\nheure comme des marteaux sur l'enclume, màchant\net pilant le silence éternel! C'est un palais orgueil-\nleusement cramponné àu bout d'un prómontoire\nmaudit! Ses tourelles véhémentes, toutes chevelues\nd'ét.oiles sont couchées à la renverse comme des\ntètes épouvantées... et néanmoins le Manoir brave\nhéroiquement face à face l'Océan illimité et les\nsoleils déments qui, tous les soirs, le menacent\nd'un grand geste rouge avant de quitter l'horizonl\nDurant la nuit, le palais boit à pleine gorge de\ntous ses souterrains, par ses mille et mille fe-\nnètres gloutonnes, la plénitude furibonde de l'Océan\navec ses lourds ricanements et ses sanglots ton-\nnants !... Parfois d'un coup de reins, l'Océan sou-\nlève jusqu'au ciel son dos crénelé de caméléon\ncolossal, tout ruisselant de braises violettes ; puis\nil développe monstrueusement son cou et son mufle\nde fumèe dans la hauteur de la tourelle supreme,\net plaque enfin un grand baiser noiràtre sur la\nsublime vitre d'or en le flicflac rebondissant de\nses lèvres épaisses!.., C'est ainsi que chaque nuit,\nl'Océan s'empare du Manoir, ondoyant lourdement\nson ventre multiforme de cétacé dans la profon-\ndeur retentissante des salles immensurables 1... ».\nMais l'attention donnée à l'Idiot par les Affamés\nest bien vite enlevée par Estomacreux qui veut\ncondamner V Idiot à mort « pour avoir » détourné\nl'Estomac des Bourdes de toutes les lois intesti-\nnales ». Il serait trop long de suivre les aventures\ndu « Roi Bombance » mangé par les usurpateurs et\nrevomi par eux. Estomacreux n'en pouvant plus\nle rend enfin à la lumière dans le quatrième acte\ndédié à « Sainte Pourriture ».\nM. Marinetti est un créateur inattendu et sin-\ngulier, son verbe abonde en pittoresque et en ima-\nges; il déroule sa grande toile qui serait à la fois\nde Tintoret, de Dorè et de Goya, avec une désin-\nvolture toute naive et toute grandiose. J'aime la\nconstruction de sa tragèdie et j'en aime beaucoup\nla liberté et la vie; il excelle à dire avec force:\n« 0 ma cithare pàmée d'amour, je ne caresserai plus\nl'échevelement de tes cordes brulées d'orage et de\nluxure; je me souviens encore de tes beaux rires\nstridents quand je tàchais de vriller de la logique\ndans ta téte en tournant violemment toutes les\nclefs de métal qui modèrent ta folie discordante ».\nIl abonde en trouvailles si ingénieuses qu'elles\npourraient bien ètre le génie. D'aucuns lui font le\nreproche d'écrire à la diable sous le fouet de sa\nviolente improvisation... Ce ne saurait étre un re-\nproche, puisque nul ruisseau n'est sans pierres,\net plus est puissant le torrent, plus il charrie de\ndétritus; mais il est beau d'ètre un torrent et de\npeindre en trempant sa brosse dans le safran des\naurores et le carmin des crépuscules. C'est une\noeuvre en vérité toute crépitante que ce « Roi\nBombance » et si des encens noirs s'enroulent à\nses derniers feuillets, on en garde comme un\néblouissement de force jeune et innombrable qui\nélève l'ouvrage à l'importance d'une découverte.\nOn peut tout attendre d'une imagination si fé-\nconde en évocations et en peintures, car elle brille\ncomme un diamant aux mille facettes où le soleil\nardent se multiplie éblouissamment.\nParmi la monotonie puérile du petit art de sen-\nsations qui actuellement sévit en littérature com-\nme eri peinture, la fresque du « Roi Bombance »\ns'impose et persiste, grandiose et magistrale.\nEmile Bernard."}, {"page_pdf": 12, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.12", "texte": "LA RÈNOVATION\nESTHETIQUE\n(Deuxiéme année)\nSEULE REVUE D'ART RÉDIGÉE PAR DES PEINTRES\nParaissant le premier de chaque mois sur 56 pages imprimées\navec luxe, formant par an deux magnifìques volumes de 336 pages.\nABONNEMENT : France et Etranger, 10 francs par an\n12, RUE CORTOT, PARIS (xvme).\nLA RÈNOVATION ESTHÈTIQUE a pour but d'aider les\nArtistes dans la connaissance de tout ce qui a été produit de Beau.\nSon but essentiel est de faire face à l'Anarchie et a la Routine,\npar un retour sincère et réfìéchi aux sources dont sont issues les\nCEuvres fortes.\nPRINCIPAUX COLLABORATEURS:\nCRI TIQ UE : Emile Bernard— Edmond Bailly — Francis Lepeseur — Charles Martel\nArmand Point — Georges Rètnond — Jacques Tasset — Ridotto Canudo — Victor\nNourrison — Marguerite d' Yven.\nPOESIE: Roger Allard — Alexandre Arnoux — Leon Bocquet — Jean Borsai — Paul\nDrouot — Edouard Ducotè — Paul Fort — Roger Frène — Ernest Gaubert\nHenri Gadon — Benito Geiger — Charles Grolleau — Francis Jamm.es — Ennle\nHenriot — Guy Lavaud — Louis Mandin — F. T. Mannetti — Stuart Memi\nHèlène Picard •— Louis Pergaud — Armand Praviel — Louis Ihomas — Theo\nVariet — Charles Vildrac.\nNOTA. — Il n'est envoyé de numéro spécimen que contre 75 centimes en timbres-poste.\n\nLA TOISON D'OR\n2e ANNÉE\nGrande et luxiieuse revue russe, refiétant l'art de la Russie et des peuples\nslaves. La Toison d'Or paraìt tous les mois à Moscou dans le format des plus grandes\nrevues d'art (plus de 100 pages in 40) et public dans chaque numéro une sèrie de repro-\nductions de tableaux et dessins originaux dus aux plus grands maìtres de l'art russe.\nChaque numero de La Toison d'Or donne également una sèrie de poésies, romans, ré-\ncits et articles des plus éminents poètes et penseurs russes.\nLe Toison d'Or s' est assuré le concours des plus éminents écrivains et artistes\nrusses, notamment pour la section artistique : L. Andreeti, C. Balmont, A. Biély, A.\nBrussov, D' Mérejxevsky, Minsky, Kuprine, St. Przybyscersky, So lo hotel), etc. ; polirla\nsection artistique: A. Benois, IVroubel, M. Doboujensky, I. Grobar, P. Kouznetzon,\nMoliovine, Lancerà, B. Miliot, M. Néstèron, JV. Róhrich, N. Seroff, C. Somoff\\ N.\nTheophilaktonet.\nON SOUSCRÌT à la RecLaction : MOSCOU\\ Norvinsky boulevard, maison Rogo-\njine; PARIS. Union des artistes russes, 25, boulevard Montparnasse, H. FLOURY,\nBoulevard des Capucines, HACHETTE, 79, Boulevard St. Germain,\nLe prix d'abonnement pour l'étranger: 55 francs.\nPrix du numéro: 6 fr.s .Le Directeur : NICOLAS RIABOUOH ! .\n\nLA BALANO E\n(VIESSY)\nREVUE RUSSE DE L1TTÉRATURE ET D'ART\n1907. ~ QUATRIÈME ANNÉE\nPoémes. Nouveiles. Romans. Essais inédits sur la littérature, les art9 et les sciences.\nComptes-rendus sur les livres nouveaux paraissant soit en langue russe, soit eri toute\nautre langue. «La Balance» annoterà tous les livres nouveaux qui lui seront transmis\nen quelque langue qu'ils soient. «La Balance» parait chaque mois en livraisons d'un\ngrand format, avec dessins (noirs et en couleure) et culs-de-lampes des meilleurs artistes\nrusses étrangers.\nPrix d'abonnement pour r Union Postale: fr. par an.\nDirecteur: SERGE POLIAKOFF.\nBureaux : Moscou, Place du Thè air e, Métropole, 23.\n\nROMÀNUL\nPOLITIC-LITERAR-RELIGIOS\nREDACTIA si AD MINISTRATI A :\nSTRA\nBUCURESTI.\n\nLA RASSEGNA LATINA\nDirettore :\nMario Maria Martin!\nGENOVA - SALITA S. GIROLAMO, 2"}, {"page_pdf": 13, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.13", "texte": "GIOVANNI PASCOLI\n\nSTUDIO CRITICO\ndi EMILIO ZANETTE\npremiato nel III concorso di POESIA.\nSiamo abituati, parlando di un artista, a considerarne\nnon la facoltà espressiva che è l'essenza dell'arte, ma la\nmateria esteriore, non il soggettivo che lo individua ma\nl'oggettivo che lo confonde. Diciamo altri, poeti «descrit-\ntori » intendendo quelli che si occupano delle cose sensibili\ncome del duomo di Milano o della luce di luna — altri\n«'narratori» che lavorano sopra un oggettivo storico, come\nla guerra di Troja e le geste di Garibaldi — altri «ero-\ntisi» che scrivono d'amore, e così via: luce di luna, guerra\ndi Troja, amore, che servono per farcene conoscere l'arte?\nServono quanto il sapere di tutti costoro, quando nacquero\ne dove morirono — ci danno delle classificazioni, degli\nelenchi, dirò più volgarmente e meno italianamente, dei\nruoli di poeti, non mai le loro fisonomie estetiche. Dire,\nper esempio, che il Pascoli è cultore delia poesia bucolica\ne georgica è dire una banalità; perchè, presi a sè, questi\naggettivi non esprimono un'arte ma una materia bruta,\npresi in senso storico, cioè riferiti ad altri poeti che si\noccuparono di campagne e di prati, di capre e di cavoli,\nrilevano non la genialità, l'originalità, cioè l'arte dei poeta\nromagnolo, ma il suo confondersi almeno per un verso\ncon l'arte altrui, cioè la sua mancanza di originalità -—\nbel complimento! Allo stesso risultato, con tal metodo, si\narriva quanto al « pensiero » del poeta ; divisa la poesia\nastrattamente in poesia, mettiamo, descrittiva, narrativa,\namorosa e di pensiero, il Pascoli trova anche un posto\nfra i poeti « di pensiero » poiché egli mette in versi del\npessimismo secondo un critico illustre, il Muret, o del-\nl'ottimismo, secondo un parimenti illustre professore, Vit-\ntorio Gian: il critico d'arte però studia in un poeta non le\nopinioni, ma le intuizioni di esse, non il « pensiero » ma\nla parola — anche questa determinazione dunque è buona\nsolo per gli elenchi e per i ruoli. Sicché seguitando per\ngii amminicoli della classificazione, si otterrebbe un Pa-\n0\nscoli (ahimè, non vorrei dirlo!) squartato in una specie\ndi quaternario poetico: un Pascoli, cioè, intimo, un Pascoli\ngeorgico, un Pascoli sociologo e un Pascoli cosmologo —\ne il Pascoli propriamente poeta non si avrebbe !\nIo non intendo affatto di commettere con la mia cri-\ntica una simile carneficina: né la vita famigliare del poeta\ncon tutte le circostanze che la informano, nè la sua cor-\ndiale simpatia di uomo per la campagna, nè i suoi principi\netici e colitici .e scientifici si devono pigliare per la sua\narte, che sarebbe uno scambiare il materiale con l'opera; si\ndeve solo tenerne conto in quanto ci si presentino come\nelementi di essa. Per conto mio dunque rinunzio in questo\nlavoro ad ogni classificazione dei « generi letterari » nei\nquali il poeta possa essersi esercitato ; io intendo proprio di\ncercare non dei generi ma un genere solo, quello del Pa-\nscoli, cioè, per dare in un bisticcio, un'arte sui generis.\nTuttavia, come la comodità dell'esprimersi consiglia, adope-\nrerò ancora i termini tradizionali indicanti le categorie este-\ntiche, come bucolina, georgica, poesia civile, poesia sociale,\npoemi, poemetti, odi, inni; i quali termini, vuoti d'ogni va-\nlore scientifico, non rappresentano nè significano se non\nraggruppamenti empirici di opere letterarie formati per ac-\ncidentali approssimazioni.\n* &\nMontiamo il primo scalino. Prima di vedere quale sia\nl'arte del poeta, mi occorre e mi piace accennarne l'ambito,\n\nEMILIO ZANETTE\n(disegno di Romolo Romani)."}, {"page_pdf": 14, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.14", "texte": "a così dire, esteriore. Opina taluA critico ch'essa sia limi-\ntata e che. al poeta restino molti aspetti dì essa da rive\nlarci ; chi così scrive non gli fa, neanche se lo creda, un\ncomplimento e non giudica a modo. Un poeta, intendia-\nmoci, non cessa dì essere tale se invece che sbottarla,\ndico banalmente, a barili, ci spilla la sua poesia soltanto\na decilitri, se invece di possedere quel famoso pindarico\nimpeto «monte decurrens velut amnis» ha un semplice\nfilo, purché chiaro, serenissimo, filo di acqua — poiché\n1 arte non si misura, come l'acqua potabile, a metri cubi.\nMa quanto al Pascoli, un poeta il quale crea una visione\nesclusivamente sua della famiglia, crea un'intera psicologia\ndei bambini, degli uccelli, della vita agreste, della natura\ninanimata; che crea a sé una visione sociale e una visione\ncosmologica, questo poeta ha veduto e ha mostrato un\nbel pezzo di mondo —* egli è un esploratore da tenersene.\n*\n* *\nLa famiglia del Pascoli è più di morti che di vivi :\ndue sorelle delle quali una,, Maria, è la carissima sua com-\npagna, ne sono con lui l'avanzo desolato. Dopo l'assassinio\ndel padre, tragedia prima, le altre tragedie, cioè la morte,\nad un anno, della madre, e, successivamente, di vari fra-\ntelli, hanno scavate nello spirito del poeta ferite profonde\ndi dolore che egli venne sfogando in una serie di espres-\nsioni artistiche fra cui parecchie di una felicità indiscu-\ntibile. La visione dell'immane sventura si attua in lui con\nquegli elementi espressivi d'imagine e di sentimento che\nsono la sostanza, di tutta l'arte pascoliaua. Vi si trova già\ncol suo tono caratteristico tutta l'etica a così dire angelicata\ndei Primi Poemetti e. dei Canti di Gas tei ve echio : la voce\ndel poeta e dei suoi esce dalle povere gole accorata, non\nirosa, non mai irosa, e quando tenta di essere tale, l'espres-\nsione- accilecca. Cosa dicono i due versi\noh ! d'un pianto di stelle lo inondi\nquest'atomo opaco del Male!\nniente, perchè non sono l'arte del Pascoli ; ma quando il\npadre assassinato, morendo, prega Iddio e unisce in una\ncomune benedizione i suoi figliuoli col suo assassino, al-\nlora dalla penna commossa balza una terzina stupenda ;\nche sia felice; fagli le vie piane,\ndagli oro e nome, dagli anche l'oblìo\ntutto.,., ma i figli miei mangino il pane.\nDi eguale suggestività la voce materna\nvoce stanca voce smarrita\nche trattiene il poeta, dal suicidio, che in lui oppresso\ndalle sventure e stretto dal bisogno, attutisce col monito\ncristiano le acerbe amarezze, le momentanee ribellioni.\nTutta questa lirica di famiglia esprime dunque la mitezza\ndel poeta ed è un elemento della concezione eucaristica\ndell'universo che gli si svilupperà nelle creazioni succes-\nsive. Le figure che formano questa famiglia hanno tutte\nuna espressione altamente morale : il carattere della madre\ncome quello del padre, dei fratelli come delle sorelle\nesprime, ispira, insegna rassegnazione. Non è buona sol-\ntanto la madre ; tutti sono buoni ! Margherita che mentre\nnella cameretta\nvana\nl'ombra formicolava di paura,\nandava al letto dei fratelli minori « soave e piana » per\ncalmarli e farli dormire; Giacomo, il maggiore di tutt?\nche può dire di sè :\ndestinai de' pani\nil più piccolo a me ch'ero il più grande,\nnon differiscono da quelle due superstiti fanciulle che sulla\nsera dopo aver tutto il giorno, senza mormorare, aguc-\nchiato :\ndicono, ora, in ginocchio un po' di bene ;\nnè dà lui, il poeta, che da ogni verso de' suoi volumi\ninvita gli uomini a benedire con parola che « potrebbe\nessere di odio e è d'amore ». Ora tale mitezza etica che\nsi fonde in emozioni spesso vivissime e dà a tanti cuori\nrappresentati la voce supremamente una di un cuore solo,\ntrova la sua significazione correlativa nel tono della pa-\nrola, nella materialità dell'elemento acustico : la parola del\nPascoli non tuona e non grida, essa mormora, essa bi-\nsbiglia con la devozione della preghiera detta; a bassa voce ;\nchi recita le sue poesie alzando la voce le guasta; si\nsente che quasi dappertutto sono morti che parlano, ta-\nluno anche\nper dir tante cose e poi tante,\nma le parole poi finiscono in un soffio — « quel soffio\ndi voce», come dice il poeta, che ci richiama il tenero\n«obmutescit» dell'Agnello vaticinato da Isaia.\n* *\nSi può domandare : tale affettiva mitezza che i morti e\ni vivi parenti del poeta dimostrano, è ed era in loro o\nsolo nel poeta? Ma la domanda è, rispetto all'arte del\nnostro, oziosa; sia e sia stata (com'è credibile) in loro,\nessa è però intuitiva nel poeta perchè informa tutta l'o-\npera di lui. È in lui la facoltà estetica del mite senti-\nmento e quindi della mite parola, che lo esprime; per\ntale facoltà appunto egli ha potuto evocare un mondo\nfanciullesco cosi ricco e così intensamente espressivo; per\nessa anche ha potuto riuscire a crear molte psichi e\nnessun volto, molte etopeie e nessuna prosopografia. Lo\nvedremo subito; una moltitudine di particolari realissimi\ncolti e resi con tocco delicatissimo riguardano appunto la\npuerizia e l'infanzia. Il morticino che non ha potuto met-\ntere «le scarpe d'avvio » fattegli da mamma la quale In"}, {"page_pdf": 15, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.15", "texte": "filato per esse « sei notti e sei dì » ; il bimbo che dorme,\nsognando dopo i pii discorsi materni\ni rami d'oro,\ngli alberi d?oro, le foreste d'oro:\n0 l'altro che «piange, il piccol dito in bocca» e intanto\ncanta una vecchia, il mento su la mano;\nil malatino abbandonato che mentre la Vergine gli va\ndicendo: è finito il tuo dolore —, sospira il sonno sul\ncaro seno dì mamma e «va, desolato, in Paradiso»; lo\nscolaretto che, metaforico agricoltore,\nara bel bello,\nguida l'aratro con la mano lenta;\nsemina col ano piccolo marrello,\ne quello che legge nel suo pur metaforico «Campetto»\nbianco di grano nero in lunghe righe;\n1 due fratelli che azzuffatisi «con stupor dei tigli» si\ndicono «parole grandi più di loro» e la mamma li ca\nstiga a letto e poi, ritornata nella camera,\nbuoni oltre il costume\ndormir li vede l'uno all'altro stretto\ncon le sue bianche alucce senza piume;\ne il buon Valentino «vestito di nuovo» che, mancando alla\nmamma, i denari, è rimasto senza scarpe\nnudo i piedi come un uccello,\nsono figurine le quali nei vari atteggiamenti ritraggono\nsempre lo stesso carattere etico che informa la famiglia\npascoliana : i bimbi sono tutti « buoni » : buoni, intendia-\nmoci non a così dire intellettualmente ma affettivamente,\nnon chiamati tali ma tali rappresentati e sentiti dal poeta;\nmolto diversamente buoni insomma da quei famosi\nspose e mariti, popoli e troni\ndi cui parlava in una celebre «cena» Giovanni Prati —\nil quale pare che qualche volta avesse voglia di ridere!\nMa la loro mite affettività che richiama sempre cosi\nda vicino l'indole del loro artista creatore è ottenuta gene-\nralmente con una visione complessa: non c'è mai il bimbo\nsolo — accanto alla figura di lui c'è sempre un'altra figura\nche la completa o la illumina; una mamma, una nonna,\nun uccellino. Una mamma che «nel vespero vermiglio»\n(ho già accennato questo motivo) dice al figliuoletto, mo-\nstrandogli il cipresso oro oro fino:\ncosì fatto è lassù tutto un giardino;\nuna mamma che ritorna (e ritorno anch'io al già detto)\nnella camera ove sono i fratellini castigati, col lume\nvelato un poco dalla rosea mano\ne vedutili l'uno all'altro stretto.\ncon~ un sorriso il letto;\nuna mamma che compone i! «morto giovinetto» suo fi-\nglio nella cassa ma prima lo pettina, adagio, per non\nfargli male. Una mamma dunque — o anche una nonna:\ncanta, presso il letto dell'orfano, «il mento sulla mano»;\nammira il nipotino che scrive «piccolo aratore» e che\nlegge «piccolo mietitore»; e alla nidiata che le chiede,\ndopo il rosario, le novelle, dice («eli'è pur buona»)\nla più lunga, la più bella\nfinché\nciondolare\ngià comincia una testina;\ndue sonnecchiano....;\ne in mezzo ai « biondi corimbi » quel capo d'argento par\nche dica\ncol tremito,\nsì,pictoli,\ne col suo tremulo « sì » assiste il bimbo ammalato in cam-\nbio del quale offre e dà la sua vita. Anche, ho detto,\nun uccellino e farò subito vedere.\n*\n* *\nQueste figure buone, sempre buone, solo buone, tutte\nbuone di genitori, di fratelli, di mamme, di nonne, di\nfanciulli, di bimbi, di morti e di vivi paiono ripetersi con\ntale carattere psicologico nel mondo degli esseri irragio-\nnevoli ed inanimati. Il poeta ha comunicato se stesso non\nsolo alle psichi umane, ma altresì agli animali ed alle\ncose, cioè è penetrato, come Neast dice, nel mondo\nsubcosciente e ne ha tratto voci molteplici di esseri, ignote\nal nostro orecchio, postille di anime impenetrabili alle\nnostre pupille. La famiglia degli uccelli è quella di cui\nil poeta ha particolarmente saputo plasmarci le psichi con\nla proiezione od oggettivazione della sua visione famigliare\ned etica sul loro microcosmo, onde gli uccelli sentono e\nperciò si esprimono come le persone pascoliane e quei\npulcini non sono per nulla dissimili dai bambini che noi\nabbiamo già veduti, e c'è fra loro le stesse mamme e\ngli stessi babbi buoni, miti, provvidi, generosi, laboriosi\nora lieti ed or accorati, ma 11011 mai troppo lieti nè mai\nirosi o piagnucoloni, che dal Pascoli già abbiamo impa-\nrato a conoscere.\nNotiamo, ora! L'uniformità etica e affettiva di questo\nche ho chiamato microcosmo, mentre è tutta, come ho\nosservato, del poeta, non ne fa scapitare la realtà ogget-\ntiva: i tocchi che dei piccoli esseri aerei determinano il\ncostume esteriore, le voci, i voli, tutto quello che non s'in\nterpreta con l'occhio interno ma si coglie con l'esterno,\ntutto vi è ritratto con tale verità di rappresentazione che\nrasenta il documento ; e tale coerenza nella parola del\npoeta fra il loro interno e il loro esterno dimostra l'unità\ne perciò la vita possente della visione.\nTale realismo arriva per le voci fino alla onomatopea"}, {"page_pdf": 16, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.16", "texte": "— al «videvitt» della rondine, allo «scilp» del passero,\nal « tac tao», al «tin tir) », al «fine fine», peggio ancora,\nallo «zisteretetet», peggio che mai, al « tellterelltelltell-\nteliteli» di capinere, di pettirossi, di fringuelli, di cingal-\nlegre, elementi che fanno saltare a talun critico nasuto\nla mosca al naso' e che io trovo profondamente inerenti al-\nl'arte pascoliana che essi esprimono spiegano e completano\ncome l'ultimo tocco dato alla rappresentazione, come il dis-\nsolversi vero e proprio del vocabolo nell'espressione che lo\ndistrugge e lo oltrepassa per emergere dalle rovine di-\nesso. Sono esempi classici sotto questo rispetto « The ham-\nmerless gun» dei Canti di Castel vecchio e «La Cincia» dei\nPrimi Poemetti, nei quali la vita degli uccelli entro un\nbosco ò resa con un'impressione sintetica di suoni e di\natti immediata : si vive nel bosco insieme col cacciatore,\nsi diventa anzi il cacciatore stesso giungendo a quell'i-\nsolamento massimo dal nostro mondo di lettori, dal nostro\nio, dopo il quale non si avrebbe più l'arte (ch'è impres-\nsione riflessa e relativa) ma la diretta impressione delle\ncose cioè la distruzione dell'arte:\nE me segue un tac tac\ne me segue un tin tin di pettirossi,\nun zisteretetet di cincie, un vere\ndi cardellini. Giungo dove il greto\ns'allarga, pieno di cespugli rossi\ndi gridìi, pigolìi, scampanellìi,\nche cessa a un tratto. Uhammerless m'ha visto\nun fringuello, che fa: zitti! sii sii\n(sii sii è nella lingua dei fringuelli\nquello che kitsch o stili, o Percy, in quella\ndi mamma: zitti! tacciano i monelli....)\nTutti còiti dal vero i seguenti particolari di uri solo\nuccello — la rondine ; particolari eli voci e di voli : s'avanza\nil temporale; nell'apprensivo silenzio che lo precede\nrondini ad ali aperte\nfanno echeggiar la loggia\nde' lor piccoli scoppi;\nun uomo s'avvicina alla spiaggia del mare,\nma lui vedendo, ecco di subito una\nrondine deviò con uno strillo.\nCh'ella tornava;\nè dunque primavera e i passeri, nostri casigliani, tornando\ndalla città ai campi vi trovano, venuta d'oltremare,\ntrovano, te, che scivoli, che sbalzi,\nrondine, e canti\ned è un verso che vola come una rondine veramente;\nvola anche il seguente, simulando con l'agilità di una tri-\nplice arsi i lanci di altri uccellini :\ned ecco\nch'elle frullano azzurre cinciarelle....\nImpressioni acustiche magistrali evoca il passero so-\nlitario con l'accorta determinazione delle tre note risonanti\nin un sito di raccolte solitudini e paragonate alle tre note\nsolitarie evocate sull'organo di un tacito monastero da\ntenui dita monacali:\ndi tra un silenzio immenso\nmandi le tue tre note,\nspirito solitario.\nCome impressione ottica, invece, efficacissima è l'ap-\nparizione di una civetta in una grotta :\nvide due rilucenti Hyllo stateri\nd'oro, nell'ombra, e s'appressò; ma l'oro\nnon c'era più; poi li rivide i due\nfìssi e tondi nell'ombra occhi d'uccello.\nMa spesso, come ho poco fa avvertito, la visione del-\nl'uccello si fonde con una visione di fanciullo a cui con-\nferisce maggior tenerezza. Aggiungiamo alle\npur possono servire, altre citazioni; ecco un ragazzetto\nche studia i paradigmi del Curtius:\npovero bimbo! di tra i libri, via\nappare il bruno capo tuo, scompare;\ncome d'un rondinotto quando spia\nse torna mamma e porta le zanzare.\nE ancora, anche nei seguenti versi, quelle benedette ron-\ndini insieme con i fanciulli!\ned \"era a tutti, l'aurea cetra a cuore\ncome a bambino infante un rondinotto\nmorto, che così morto egli accarezza\nlieve con dita inabili e gli parla,\ne teme e spera che gli prenda il volo.\nQuesti i canti, i voli gli atti che il senso intuisce; ora,\nle loro anime, le anim|e dei piccoli esseri, quali sono se\nnon quelle, come ho già avvertito, delle persone pasco-\nliane? ho avvertito, ed ora, appunto, dimostro. Radissima\ne fugace, si noti, l'apparizione di uccelli rapaci nel mondo\ncreato dal Pascoli : la violenza non vi ha libero ingresso,\no noi vi troviamo soltanto dei passeri, dei pettirossi, dei\nfringuelli, delle cutrettole in comunione di vita con l'uomo,\ntalvolta vittime della sua potenza, eppure senza odio e\nsenza mormorazioni nel cuore — si lamentano con voce\npiana, a basso, come, nè più nè meno, per portar un\nesempio ovvio, il padre del poeta, morente :\nTin tin, anche te ? che c' invidi\ndue pippoli e due gremignoli ?....\nsi viene, tu vedi, da bianche\nmontagne, da boschi d'abeti,\ncon l'ali, puoi credere, stanche...\nsapessi che fame!.... Sii buono.\nSì, l'uomo è anche buono e i passeri a sera lo ringra-\nziano: , I i : ti\n9 ' I i I ! I '\ngiorno per giorno, rompi tu buono,\ncon i tuoi denti stessi il pan secco\ne rie spargi le briciole dalla tovaglia\nma un po' lontano, come è nei voti\ndi questi buoni tuoi peccatori;\nessi sono dunque dei peccatori buoni, dei ladroncelli e\nlo riconoscono:\nAhimè ! talvolta di noi ti duoli !\nsei [giusto,..."}, {"page_pdf": 17, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.17", "texte": "ma troppo severo anche ! È una madre o un padre che\nparla così? forse l'uno e l'altro; sono i capi di una ni-\ndiata o vogliamo dire famiglinola e paiono invocare da\nlui il comune sentimento materno e paterno, con la con-\nfidenza di chi sa che può essere capito:\nor che i novelli tengono i capi\nsotto le alucce, vicino al cuore,\nlo dico, mentre tacciono l'api,\nle mosche, i ragni, tutto : si muore !\nCome, tra parentesi, ben preparato quel « si muore » che\npar detto all'uomo in un orecchio ! L'uomo dunque se ne\nva (egli era capitato vicino al cipresso, l'aerea casa dei\npiccoli) e la madre con atto ineffabilmente materno toma\nai figliuoletti- che fanno zitto; — ora è andato, essa dice,\nsu, la zampina.... non e' è più5 figli.\nGran confidenza che i bricconi si prendono talvoltaI ecco\ncome un po' burlescamente essi riprendono il poeta uscito\ncon lo schioppo « inghilese » contro di loro :\nfra i ginepri c' è un merlo che mi fischia\nE un forosiepe: Eh tu torni.... so dove\nOh il tuo bel nido, che neramen ci piove !\nCosì, come al principio di questo paragrafo dicevo, il\nmondo degli uccellini vive nelle nostre fantasie senza per-\ndere niente di quella realtà oggettiva nella quale noi, fuori\ndel verso pascoliano, comunemente lo intuiamo; vive per\nquella finezza d'interpretazione psicologica onde dall'este-\nriore vita dei piccoli nomadi* dell'aria il poeta penetra\nnell' interiore. Dalle voci varie, dai trilli, dai chioccolìi,\ndai frulli sommessi, dai\ngridii, pigolìi, scampanelìii,\ndai voli, dal costume, egli indovina —< o crea — i senti-\nmenti dei cari esseri che ama) e li indovina eoa tale feli-\ncità, con coerenza così piena che noi non potremmo im-\nmaginare quelle creaturine a parlare o sentire in altro\nmodo.\n*\n* *\nContinuo a dimostrare l'unità affettiva ed estetica delle\nfigurazioni pascoliane. Lo stesso psicologismo fin qui esa-\nminato informa dunque anche le cose — l'inanimato poi\nanimandosi riflette la psiche dell'animato, ossia, come sem-\npre, quella del poeta eh'è del suo mondo l'uno e il mol-\nteplice. Anche le cose, come gli uccelli, come i bambini,\ncome le mamme, sono buone, miti, contente del poco,\ngenerose ad altrui, rassegnate alla volontà della natura;\nanche nel mondo delle cose l'interpretazione delle psichi\nè fatta in accordo perfetto con i caratteri percettibili.\nÈ noto che il Pascoli lasciò da una parte i «grandi\nsoggetti», gli argomenti «nobili» che costituivano i solenni\nrepertori dell'arte accademica, e ha mostrato una risoluta\nattitudine per i soggetti « umili », quelli che le rettoriche\ndefiniscono ancora materia di stile puramente tenue o,\ntutt\"al più, mediocre; per lungo tempo non s'è veduto\nin quelle sue pagine che galli, galline, cani, rondini e\nrondini e rondini, siepi e fiori di campo, case di con-\ntadini, pievi, cacciatori, capocci e massaie, stalle e ve-\nglie «tra il sordo rimastico mite dei bovi», fusi e arcolai,\nranno, lucerne a olio «pendenti alla fumida trave», gra-\nnate : nessuna faccia d'eroe antico o contemporaneo, no-\nstrano od estero — gli eroi son venuti dopo e vedremo\ncon che merito — nessuna faccia pulita di cittadino in\nguanti, non poltrone, non luce elettrica, neanche il fumo\ndi una sigaretta della regia a centesimi tre, neanche una\nserata di ricevimento una miseria! Ciò basta per far\ncapire come si sia potuto dare al Pascoli dell'arcade. La\n« grande arte », brava signora, ama i pennacchi e le fan-\nfare e quindi\nintererit satyris paullum pudibunda;\nessa non vuol capire come non è il soggetto che fa la\npoesia, ma il poeta, e che quindi non è nei soggetti la\nmiseria ma negli autori, e che quando questi sanno espri-\nmere, ogni soggetto diventa di per se stesso «grande arte»\nsia esso l'umilissima granata cara al bambino\nche viene e la vuole a cavallo,\n0 sia la poltrona storica o la omerica lancia « dalla bron-\nzea punta». Il vero è appunto che nella poesia pasco-\nliana anche i soggetti umili sono alta poesia poiché le\ncose vivono e parlano e, come ora ci preme osservare,\nhanno la solita eloquenza mite, serena, rassegnata, spi-\nrante virtù e laboriosità. Proprio quella povera granata\n(le donne contigiate faranno qui alcuna smorfia) assurge a\ndignità di esemplare e di monito etico con la sua ope-\nrosità rassegnata e modesta:\ne in casa tu resti, in un canto,\nnegletta qui come laggiù ;\nma niuno è di casa pur quanto\nsei tu....\nIl poeta la riguarda con rocchio onde guarda le persone\ne le cose del cuore; per cui essa non differisce affettivar\nmente ed eticamente da quella sorella buona di lui, Maria,\n1 cui occhi\ntoccano a pena\nle cose, due poveri a cena\ndal ricco, ignorati dai più....\nTanto umile e tanto utile e cara — al bambino che la\nmonta e alla gallina «che ai costi le sbalza ed i grani le\ninvola», mentre nella casa, per suo merito pulita, ella in-\nsegna\neh' è bella, se pura, la vita.\nQuelle foglioline morte che indugiandosi sul ramo si ri-\nvolgono alle nuove, non paiono le ancora vive sorelle del\npoeta tutte intese ad agucchiare o Margherita, la tenera"}, {"page_pdf": 18, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.18", "texte": "morta, che andava a quetare i fratellini paurosi nel loro\ntettuccio, o Giacomo, il fratello più grande, che teneva per\nsè la parte più piccola?\nNoi e' indugiammo dove\nnascemmo, un po', ma era\nper ricoprir le nuove\ngemme di primavera....\nE la lucernetta, al sole che le si vanta, dice altre parole\nse non di umile affetto, come buona, sorellina rnaggioie,\nper il bimbo presso cui una mamma, forse, 1 aveva posta ?\nstavo velata e trista\nper fargli il ben non vista.\nVicino ai buoni fanciulli i buoni vecchi. Il vecchio casta-\ngno sa il suo passato e indovina il suo futuro — perchè\nc' è lì presso un piccone ed un'accetta : dopo la secolare\ngenerosità di ombre e di frutti, essere atterrato, fatto in\npezzi, servire al metatello del capoccio, diventai cenere\nper il bucato della massaia ; ma esso non legge « l'Avanti 1 »\nne la «Critica Sociale» e perciò, lieto del bene che ha\nfatto all'uomo, subisce senza lamentarsene la sua immo-\nlazione : , ,\nil fusto\nè marcio e non può darsi clie ìjbutti.\nGli dia 1' accetta e l'accettino. E giusto.\nSolo prega che si conservi un suo rimessiticcio, ma non\nper sè, o uomo, bensì a tuo vantaggio.\nti farà le mondine pe'tuoi figli.\nL'animato dunque in tutta la poesia pascoliana in\nvolge compenetra vivifica l'inanimato; il linguaggio\nl'assoluto razionale — serve ad esprimere l'assoluto irra-\nzionale e la natura inconscia vive per tal modo nella in-\ntuizione del poeta in un aspetto originale : dappertutto, nella\nparola dell'uomo come in quella dell'animale e della cosa,\nc' è la voce profondamente affettiva della bontà. L accon-\ntentarsi del poco, il dare altrui tutto quello che si può,\nil sottomettersi alla necessità della natura sono i senti-\nmenti che spirano dalle cose - dico i sentimenti non i\nconcetti: un amore intenso universale ci distilla da tali\nsentimenti nel cuore, ci si riempie l'anime* di una sincera\ngratitudine verso la benigna natura e il, nostro essere in\ntero si esalta in una suprema e indefinita aspirazione a\nbene.\n*\n*\n# &\nIl lettore deve seguirmi in questo rilievo eh io tento\ndi dare all'arte pascoliana con l'analisi degli elementi che\nla compongono; mi è ora necessario uscir fuori totalmente\ndalle psichi varie degli esseri ed esaminarne particolar-\nmente le modificazioni esterne per vedere se la coerenza\nrappresentativa che c' è fra uomini, animali e cose\nancora tra essi e le relazioni sensibili in cui vengono\npresentati. Voglio insomma far di proposito ciò che ho\nfatto qua e là indirettamente, esaminare quali impressioni\nsensibili il poeta ci dia. Comincio col rilevare in gene-\nrale la coerenza del sensibile generico col sensibile spe-\ncifico e con l'ultrasensibile ricordando cbe le sue impres-\nsioni egli ricava solo dalla vista e dall'udito, i due sensi\nche tenendo a distanza i loro oggetti sono più capaci della\ncastità, tranquillità, mitezza proprie alle psichi del mondo\npascoliano, e quindi riescono meno suscettibili della scom-\npostezza e della violenza a cui il gusto, il tatto e 1 olfatto\nespongono il soggetto senziente. È ovvio rilevare nel no-\nstro poeta l'assenza totale di impressioni gustative così\ncomuni nell'opera dannunziana. La polenda che fa Rosa\ndà impressioni visive auditive e muscolari nitide e ra-\npide :\nstacciò: lo staccio, come avesse l'ale,\nfrullò tra le sue inani ] e la farina\npialla com' oro nevicava uguale.\nNe sparse un po' nell' acqua, ove una ima\ntela si stese. TI bollor ruppe fioco.\nElla ne sparse un' altra brancatina.\nE poi spentala tutta a poco a poco,\nmestò. Senza bisogno di garzone,\ninginocchiata nel chiaror del fuoco,\nmestò, rumò, poi schiaffeggiò il pastone,\nfin che fu cotto ; e lo stacciò bel bello,\n1? ammucchiò nel paiuolo, col cannone\ndi pioppo ] e lo sbacchiò sovra il tarvello.\nSi vede si ode con nitidezza e rapidità, si ha una im-\nmediata impressione muscolare, ma dove comincerebbe a\nprevalere altro senso la rappresentazione cessa e chi ha\nfame cerca invano al suo naso e al suo palato qualche\nconforto. Un altro luogo caratteristico che mette in evi\ndenza questa atonia dei sensi secondari, nel poeta, è «La\ncanzone del girarrosto». Impressioni sintetiche visivo-au-\nditive felici :\nE già la massaia ritorna\nda messa ;\ncosi come trovasi adorna,\ns* appressa :\nla brage qua copre, là desta,\npassando, fvr, come in un volo\nspargendo un odore di festa,\ndi nuovo, di tela e giaggiolo.\nEcco in ultimo di passaggio un'impressione olfattiva: ma\nche tenuità e che purezza! non c'è da fare costì per la\nditta Bertelli. Continuano particolari di circostanza: si ve-\ndono delle pentole, delle teglie, un girarrosto — solo non\nsi vede e meno che mai si sente olfattivamente l'arrosto;\nnominato, sì, ma come un particolare affatto estraneo alla\nrappresentazione, onde niente di più indifferente per noi\nche sentire poi l'invito finale della docile macchina: «in\ntavola, in tavola».\nMa più evidente la coerenza fra spinti, cose e modifi-\ncazioni esterne di esse risulta dalla natura delle impres-\nsioni visive e uditive: «temperanza di vapori» <?ssomma\nle visive — la sordina è tono normale delle uditive; mi"}, {"page_pdf": 19, "page_imprimee": "[7]", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.19", "texte": "spiego. Dicendo «temperanza di vapori» ossia modera-\nzione di luci non intendo notare un difetto bensì vera-\nmente un modo particolare o una serie di impressioni vi-\nsive: sono colori il grigio come il rosso e sono luce il\nsole come la luna; significa «temperanza di vapori» che\noggettivamente i colori nel Pascoli sono piuttosto miti che\nvivaci, c' è più raggi di luna che raggi di sole, le cose\nsono sempre più nelle penembre e nell'ombre che nella\nluce, nei crepuscoli incerti che nei fulgori meridiani; gli\neffetti di luce vi sono numerosi quanto potenti, ma più\nnotturni che diurni « tacitae per amica silentia lunae » la\nquale luna messa alla porta da Enotrio, come si vede,\nrientra in Parnaso, con il beneplacito del Pascoli, e ci vor-\nrebbe poco ad accusarlo, come prima di arcadia, così ora\ndi stinto romanticismo... Ma è una luna la sua che non-\nassomiglia a quella di nessuna scuola. Torniamo a noi.\nIl poeta in un meraviglioso lavoro con cui si aprono i\nCanti di Castelvecchio definì con sicurezza divinatoria\nquesta sua facoltà di cogliere effetti di ombre e di lume\ntemperato :\nio sono una lampada, eh' arda\nsoave !\nla lampada, forse, che guarda,\npendendo alla fumida trave,\nla veglia che fila;\ne ascolta novelle e ragioni\nda bocche\ncelate ne l'ombra, ai cantoni,\nlà, dietro le soffici rocche\nche albeggiano in fila....\nTutti gli elementi visivi (lampada, fumida trave, ombra,\ncantoni, rocche che albeggiano in fila) e auditivi (novelle\ne ragioni da bocche celate, veglia che fila) fusi in una sin-\ntesi felice d'impressioni, sono, come si vede, penombre\ne mormorii, semioscurità e tenui soffi. Nella stessa poesia\nun altro effetto di luce — notturna anch'essa — bellis-\nsimo : la lampada\nche sboccia sul bianco, e serena\nsull' ampia tovaglia sta luna\nsu prato di neve.\nAltrove sono, come qui, messe a confronto due luci fioche\ne modeste come le anime buone dei morti pascoliani:\nsplendea la luna su quel gran lenzuolo\ncandido, come, accanto un letto, il lume\ndimenticato....\nOmbre grandi, come si vede, dappertutto, nella stalla,\nnella camera, nella notte lunare e ombre sempre:\ndopo breve ora. tacita, pian piano,\nvenne la madre, ed esplorò col lume\nvelato un poco dalla rosea mano....\nDi notte anche qui, in una camera] ; e in una camera nella\nseguente strofa:\nognuno è sorto dal suo giaciglio ;\naccende il lume sotto la trave:\nsanno quei lumi d'ombra e sbadiglio,\ndi cauti passi, di voci gravi.\nSi può insomma affermare che su cento descrizioni, no-\nvantanove sono ombre, penombre, lampade fioche e luna\ne che questo è il dominio visivo del poeta in cui nessuno\nlo può eguagliare. Ultimo esempio:\nper tutta la notte s'esala\nl'odore che passa col vento.\nPassa il lume su per la scala;\nbrilla al primo piano : s' è spento.\nMa le impressioni visive non sono mai isolate; c'è\nun richiamo continuo intimissimo fra l'occhio e l'orecchio\nfra le visive e le uditive, il separare le quali è possibile\nsolo astrattamente come le due facce d'una moneta; i\nparticolari uditivi dunque devono avere una decisa effi-\ncacia sulle impressioni visive e gli esempi ora portati lo\ndimostrano: sbadiglio, cauti passi, voci gravi aiutano nella\npenultima quartina l'evocazione del lume sotto la trave.\nIn un'altra poesia «il sole e la lucerna» un silenzio effi-\ncacissimo attempera l'effetto luminoso :\nin mezzo ad uno scampanare fioco\nsorse e battè su taciturne case\nil sole, e trasse d'ogni vetro il fuoco.\nÈ ovvio constatare che la taciturnità dà il rilievo a tutta\nla visione.\nOra esaminiamo le impressioni uditive. In un mondo\ndove l'animato e l'inanimato parlano parole così piane, così\nmodeste, così buone di remissiva bontà non potranno natu-\nralmente udirsi quelle «voci alte.... e suon di man con elle»\nche Dante assordarono alla trista riviera d'Acheronte. Ma\nc'è nella poesia del Pascoli più di un temporale — sicuro\ne noi vedremo subito com'egli ce li rappresenti. Ec-\ncone uno :\nun bubbolio lontano.\nRosseggia 1' orizzonte,\ncome affocato, a mare:\nnero di pece a monte,\nstracci di nubi ehiare:\ntra il nero un casolare:\nun'ala di gabbiano.\nNessuno nega che l'impressione visiva è colta con una\nserie di rapidi particolari potentissimamente ; ma dov'è di\ngrazia, quello che Salvatore Camarrano chiama, con mu-\nsica di Gaetano Donizzetti, «il furor degli elementi»? Un\nbubbolìo lontano, che serve di preludio — detto, non reso,\nnon sentito; è dunque un temporale quale potrebbe essere\npercepito da un sordo. Tutti elementi acustici formano\nquello contenuto nei Canti di Castelvecchio; al pastello\nsottentra l'orchestra: rondini che\nfanno echeggiar la loggia\nde' lor piccoli scoppi ;\nsbattere di battenti e d'imposte e canti solitari di ca-\npinere :\nserrano. Solitaria\ns'ode una capinera,\nlà, che canta, che canta...."}, {"page_pdf": 20, "page_imprimee": "[8]", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.20", "texte": "e la si sente cantare perchè c'è un gran silenzio, non\ndetto ma intuito : tutto ciò non è temporale, e quello che\nlo dovrebbe essere, poco esprime:\nchiaro un tuon rimbomba....\nun tuon sgretola l'aria....\na scosse\nv'entrano urlando i venti....\ncresce in un gran sussulto\nl'acqua dopo ogni rotto\nschianto ch'aspro diroccia....\nHa il poeta saputo rendere neppure in minima parte\nla violenza «clamorosa» del fenomeno? i suoni sono più\nnominati che uditi: rimbomba... sgretola... urlando...\nschianto... diroccia -— esuberanza di vocaboli forti che non\ndanno ciò che devono. *Ecco ora la chiusa:\nappena tace il tuono,\n(che quando alfìn già pare\nfa tremare ogni vetro)\ntra il vento e l'acqua, buono,\ns'ode quel croccolare\nco' suoi pigolìi dietro.\nChi è? una chioccia sotto l'acquazzone. Ecco dunque un\ntemporale dove una sola impressione violenta è resa for-\ntemente, mentre tutto il resto risulta, in quanto è vera\narte, di elementi estrinseci al fenomeno, umani ed ani-\nmali, con la temperanza di suoni ch'è loro propria.\nTenuità dunque di suoni, come di luci — che non\nvuol dire insufficienza di rappresentazione, ma un certo\nordine di suoni rappresentati, che si dicono tenui : dove\nnon c'è tamburi non ci possono essere rulli e del tam-\nburo l'arte pascoliajna ne ha tanto poco! Abbiamo invece\nmolti pigolìi, sibili, soffi di voci di morti, vocine di bimbi,\nparlottare piano piano di uccelli nelle macchie, sui ci-\npressi ; e nello sfondo di queste note così basse, così\nmoderate, sempre un grande, diffuso, sensibile (se così\nmi posso esprimere) silenzio; anzi tali note mi riescono\nspesso non espressioni definitive ma mezzi di espressione,\nservono cioè a evocare a determinare in noi l'impressione\ndel silenzio. Il Pascoli è il gran poeta del silenzio.\nDei suoni, mezzi ad intuire il silenzio?\no Giove ha sbagliato\noppur ci minchiona....\nNon minchiono ma confermo. Bisogna naturalmente lasciare\nda una parte la concezione metafisica, che non avrebbe\nvalore, e fermarci alla nozione empirica che del silenzio\nha ognuno di noi: una impressione di silenzio si ha sem-\npre per rilievo, ed il rilievo deve necessariamente essere\nun suono — piccolo fin che si vuole, ma percettibile; il\nsibilo di una foglia che prilla, la mosca che vola, il rodio\ndi un tarlo, lo sfrigolìo di una pentola — ma un suono\nci vuole:\n*\nE dorme nella zana di vetrici\nla bimba, e gli altri piccoli dormono :\ns'inseguono al buio con ali\ndi mosche i lor aliti uguali.\nUguali uguali, passano tornano\ncon ronzìo lieve, dentro le tenebre\ncercandosi; e l'anime ancora\nsi cercano, sino all'aurora....\nE scoppia sul fare del giorno\nl'allegro vocìo del ritorno.\nIl silenzio c'è, ma per gli aliti uguali, per il ronzìo, per\nil vocìo — dall'antitesi la tesi. C'è anche nel seguente\npasso ove il poeta apostrofa il suo «buono malato fan-\nciulle tto » :\ncontento almeno, se per te traluce x\nl'uscio da canto, e tu senti il respiro\nuguale della madre tua che cuce;\nil respiro o il sospiro: anche il sospiro:\no almeno che tu oda uno in faccende\nper casa...\nC'è sicuro, ma è dato dal respiro, dal sospiro, dalla per-\nsona in faccende: anche qui la tesi dall'antitesi, il silenzio\ndal romore. E così, per terminare, in questi versi :\nlaggiù nella notte, tra scosse\nd'un lento sonaglio, uno scalpito\nè fermo,\nil silenzio è squisitamente determinato dal sonaglio e dallo\nscalpito.\nIl quale silenzio, però, non è dato da un solo ele-\nmento, il suono: una sensazione e quindi una impressione\nartistica è sintesi; nell'ultimo esempio stesso sopprimete\n«laggiù» ch'è una determinazione spaziale e quindi vi-\nsiva e avrete distrutto l'effetto uditivo. In un altro passo\ngià. riferito (e alla più corta e meglio ripeterlo qui)\nascolta novelle e ragioni\nda bocche\ncelate ne l'ombra, ai cantoni,\nlà dietro le soffici rocche\nche albeggiano in fila\ngli assidui bisbigli perduti\nnel sibilo assiduo dei fusi\nil silenzio è posto in rilievo dall'impressione visiva di om-\nbra, dalle impressioni di sito odi lontananza: «ai cantoni,\nlà dietro.... ». Un semplice atteggiamento di persona servo\naltrove allo stesso effetto:\ndov'ero? le campane\nmi dissero dov'ero,\npiangendo, mentre un cane\nlatrava al forestiero\nche andava a capo chino;\nil raccoglimento pensieroso dell'uomo richiama irresistibil-\nmente il raccoglimento delle cose. L'effetto, nella terzina\nseguente, risulta invece da una duplice relazione spaziale\nin cui è coito un suono unico:\nLa casa aveva aperta ogni impannata.\nPassò lontano, ripassò vicino\nlo stridulo fruscio della granata.\n(Continuazione e fine al prossimo fascicolo\n\nEmilio Zanette."}, {"page_pdf": 21, "page_imprimee": "9", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.21", "texte": "LIEDS MÉLANCOLIQUES\n\nI.\nEntre nos deux tristesses,\nMoi l'amant, toi la maitresse,\nISTous contemplant ce soir,\nUne douceur s'est posée,\nUne pure et bonne pensée :\nQui l'apporta sans se laisser voir?\nUne bonne pensée bianche,\nIngènue, et qui sourit\nDans des langes d'innocence :\nOn dirait un enfant endormi...\nEt nous sommes là ce soir\nTremblants de le reconnaìtre:\nAb ! parie bas, respire à peine...\n0' est 1' enfant que nous n'aurons pas.\nII.\nJ' ai YU des femmes\nBelles comme des iles d' Orient\nOù le poison se mèle à la beauté :\nSous leurs cieux de palmes et de flammes\nLa mort s'ouvre en fìeur, en souriant."}, {"page_pdf": 22, "page_imprimee": "10", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.22", "texte": "POESIA\n\nMaintenant je viens vers le crépuscule\nDe ton àme douce comme un village\nDe ma terre natale,\nSaine comme les champs de mon pays,\nEt plus chère que ees calices pleins de fièvre\nM' est l'odeur de lilas qui róde sur tes lèvres...\nIII.\nJ' ai vu des pays de soleil\nEn gardant le souvenir triste\nD' un paysage gris,\nD' un paysage gris...\nJe pensais sous les orangers,\nDevant les aloès et les ifs,\nAux branehes de houx,\nAux branehes de houx...\nJ'ai vu des èmes nouvelles\nEn gardant le souvenir emù\nD'une a me évanouie,\nD: une àme évanouie...\nIV.\n— Jeune archer, que vises-tu?\nJe tire à l'oiseau bleu qui porte\nA la princesse un anneau d: or :\nLe bel oiseau s? est abattu\nEt voici la princesse morte.\n— Jeune archer, qui donc es-tu ì\nJe suis 1' Amour, je suis 1' Amour,\n0' est pour m* amuser que je tue,\nMa fiòche t' attend quelque jour.\n— Jeune archer, pourquoi tardes-tu,\nSi ma chère princesse est morte,\nSi mon oiseau bleu est mort !\n— Je ne tue que les gens heureux :\nLes autres seraient trop heureux..."}, {"page_pdf": 23, "page_imprimee": "11", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.23", "texte": "POESIA\n\nV.\nLa piante manquant d' eau\nEst plus lieureuse encor\nQue mon coeur.\nL'eau peut tomber clu ciel,\nL' amour n' en tombe pas :\nA ma soif on tencl du liei,\nL' eau peut tomber du ciel,\nCelle de qui les yeux\nEtaient emplis d'eau fraiclie\nNe m'a pas regardé,\nNe m' a pas regardé.\nElle a coupé la piante\nPour orner un cristal,\nEt la regarde, et chante...\nVI.\nAs-tu toujours autant de peine\nOe soir que les autres soirs ?\nAs-tu toujours autant de baine,\nAussi peu d' espoir ?\n— Je yois, je vois des colombes,\nJ' entends, j'entends des rossignols,\nJe vois des lilas sur des tombes,\nUn ciel traversé de grands vois.\nAs-tu toujours autant de larmes,\nPenses-tu toujours à mourir ?\nA-t-il gardé son mauvais charme,\nTon menteur et beau désir ?\n— Je vois, je vois des bateaux blancs,\nDes nuées d'or sur la nier bleue,\nJ' entends des choeurs purs et tremblants\nQui meurent sur la mer bleue...\n\nCamille Mauclair·"}, {"page_pdf": 24, "page_imprimee": "12", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.24", "texte": "POESIA1\n\nA Dirge over Dierdre e Naise\nW. B. Yeats.\nFIRST MUSICIAN\nThey are gone, they are gone. The proud may lie by the proud\nSECOND MUSICIAN\nThough we were bidden to sing, cry nothing loud\nFIRST MUSICIAN\nThey are gone, they are gone.\nSECOND MUSICIAN\nWhispering were enough\nFIRST MUSICIAN\nInto the secret wilderness of their love\nSECOND MUSICIAN\nA high, grey cairn, what more is to be said.\nFIRST MUSICIAN\nEagles have gone into their cloudy bed.\nV\nLove is an immoderate thing\nWhat can pity offer it\n/\nOr the changing seasons bring\nTo its laughing, weeping tit\nAll its heart is aquiline\nAnd can never be content\nTill it leap to the divine\nChangeless shining element\nThat is fed on time's decay\nAnd grows brighter while we dim\nWhat's the merit in love play\nWhat is there in limb on limb\nWhat can be in mouth on mouth\nAll that, minglins of our breath\nWhen love longing is but drouth\nFor the things come after death."}, {"page_pdf": 25, "page_imprimee": "13", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.25", "texte": "POESIA\n\nDEUX POEMES\nStuart Merrill.\n\nTA VOIX\nJ' ai poursuivi ta YOÌX dans le jarclin des roses,\nO toi dont je rèvais de respirer 1' haleine !\nOh ! la sentir tiedir sur tes lèvres écloses\nEt devenir le chant du ciel et de la plaìne !\nMais ton ombre me fuit, m' ayant leurré sans trève,\nEt je suis seul, ce soir, dans le jardin des roses\nSans avoir pu surpretìdre — oh ! que la vie est brève !\nLe parfum de ton coeur sur tes lèvres écloses !\nJe n' entends que le vent dans le jardin des roses,\nLe lointain tintement d'une fontaine, et cornine\nUn bruit frais de baisers sur des lèvres écloses.\nL'Amour, dieu de la nuit, rit de mon désir d'homme.\nO ma soeur dont la voix vers les astres s' élève,\nReviendras-tu jamais dans le jardin des roses?\nTu ne me réponds pas, et je meurs et je rève\nDe n' ètre qu'un sanglot sur tes lèvres écloses !\n\nCE PAYS\nOe pays est si doux qu' on y voudrait mourir\nEn ócoutant bèler, dans un bruit de sonnailles,\nLà-bas, près de la mer, les paisibles ouailles\nQui sentent dans le vent le printemps retleurir.\nOn y voudrait mourir dès- les premières roses\nDe trop rèver, de trop pleurer, de trop aimer.\nOar il pressent, ce coeur que rien ne peut ealnier,\nQu' au -delà de la vie est le secret des choses.\nS'endormir à jamais dans le jardin des morts !\nNe plus entendre au loin la voix vaine des hommes !\nMais quelle est donc encor cette ombre que tu nommes ?\nQuel est ce souvenir obscur comme un remords ì\nOh ! ne crois pa.; tuer le printemps en lui-mème\nNi dérober tes yeux aux lueurs du réveil !\nSalue à chaque aurore, en chantant, le soleil !\nToute la terre est là qui demande qu' on 1' aime !\nN' entends-tu pas bèler de desir les brebis ?\nNe vois-tu pas fleurir cette saison féconde ?\nFais semblant qu' il fait clair dans ton cceur et le monde,\nPuis, comme pour danser, met tes plus beaux habits !"}, {"page_pdf": 26, "page_imprimee": "14", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.26", "texte": "POESIA\n\nLA PRINCESSE DANS LA TOUR\nJules Bois.\nDans sa tour elle attend le fiancé,\nLa Princesse au coeur neuf que l'exil a lassé.\nSur la terrasse fleurie d'espoir\nElle se penche pour le voir passer,\nCelui qui ne vienclra que pour la caresser.\nElle interrogo sa nourrice:\n— Nourrice le yois-tu s'approcher\nL'attendu qui sera plus doux que le pécbé ?\n— Princesse, je regarde. et je ne puis rien voir.\n— Nourrice, n'entends-tu pas\nA travers la poussière des bruits de pas,\nDes chants et des glas?\n— Princesse c'est un soldat.\nIl porte sur la tète un panache de flammes,\nUn glaive sur son liane sonne comme une alarme;\nLes éperons qui pressent son eoursier\nLuisent dans le ebemin ainsi que deux étoiles.\n— Ali! nourrice mori coeur ne bat pas,\nMon bien-aiiné n'est pas un soldat.\n— Princesse c'est une caravane\nDe inules à pas lents portant de lourds sacs d'or.\nDes bomrnes les bras nus gémissent sous l'effort,\nEt des ebars ont crió, cliargés de pierreries ! -\nLe maitre dans un palanquin\nYous fait un geste de sa main.\nEcoutez, il dit qu'il apporte\nTous les trésors du royaume; ouvrez votre porte!\n— Ali! nourrice, mon coeur est silencieux,\nOet liomme a de l'argent mais il est vieux!\n— Princesse, cette fois je vois des orilìammes,\nJ'entends des trompettes triompliales,\nLes peuples en delire clament sur le chemin,\nEt les eloebes des catbédrales ont clianté : Gioire à Dieu !\nYoici notre Seigneur qui yient terrible et doux.\nLe Eoi veut ètre votre époux !\n— Ah ! nourrice, n' insiste pas,\nJe ne serai pas heureuse avec un roi.\n— Princesse, le soir est tombe\nEt tout espoir s'est envolé,\nJe me penche sur la terrasse,\nJe me penche sans voir passer\nAucun fiancé.\n— Nourrice, ne vois-tu pas\nDans la poussière un beau jeune homme\nQui marche tout seul en chantant\nEt n'a pour fardeau que ses yingt ans ì\n— Princesse, c'est un poéte errant\nBentrez vite chez votre pere;\nIl se fait tard et il est temps...\n— Nourrice je veux appeler\nOe beau jeune homme et lui parler.\n— Beau jeune homme, répondez-moi,\nVoulez-vous ma main et ma foi ?\n— Princesse, répond le jeune homme,\nElle est moins belle que vous\nCelle à qui je fais les yeux doux ;\nC'est une paysanne prochaine\nQui m'attend au pied de ce chène.\nMais je l'aime et je ne dois pas\nOublier les serments que je lui fis tout bas.\nAlors la princesse se mit à pleurer\n— Ah! nourrice, je me marierai\nAvec le bon Dieu seulement,\nPuisque ce petit mendiant,\nNe veut pas de moi pour amant,\nEt j'entrerai dans un couvent!"}, {"page_pdf": 27, "page_imprimee": "15", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.27", "texte": "POESIA\n\nLA VECCHIA\nNeera.\nPOEMA IN PROSA\nSola,\nnel suo letto, la vecchia non dorme. Volta rivolta le povere\nossa, vorrebbe non pensare, ma una fìammolina le sta accesa\nnel cervello che mai non cheta. La testa è pesante, i lombi\nstanchi, i piedi diacci e la fìammolina va e viene continua-\nmente. L'agita una musica che esce dalle finestre di una casa\nvicina; è per questo che non dorme.\nDice la musica: Bella è la vita quando sotto il cielo\nazzurro si snodano le treccie bionde, quando a passeggiare\nin due lungo le siepi si colgono insieme rose e baci.\nPensa la vecchia: Ahi! come erano bianche le mie\nbraccia, morbido il mio collo e la mia vita sottile!...\nGiunge insieme alla musica uno strisciare cadenzato\ndi passi accompagnanti nella visione notturna il molle on-\ndeggiamento dei corpi giovani. Si sente, attraverso l'inseguirsi\nvorticoso delle note, il braccio virile saldamente stretto al\nfianco femmineo ; si indovina, sul femmineo petto, morire\ncoll'ultimo profumo la freschezza del giacente fiore.\nAhi ! — sospira la vecchia mentre la sua mano passa\ntremando sugli stinchi intirizziti — come mi piaceva il\nwalzer !... Tutti i vecchi walzer di Giorza e di Strauss, i\nwalzer delle vecchie opere... Vecchia donna, balli vecchi...\nOhe strazio questa musica! Potessi solamente appoggiare\nl'altro orecchio contro il guanciale, da uno sono sorda! ma\ndall'altra parte i denti mi fanno male e non soffrono di es-\nsere compressi. Ahi! ahi! i miei vent'anni! Ahi! i miei tren-\nt'anni ! Se potessi avere solamente trentanove anni... Felice\nchi ha trentanove anni; la piena forza, la virilità consciente,\nuna donna ancora!... Forse — (la mano, dagli stinchi intiriz-\nziti, sale paurosa alle desolate devastazioni del seno) — anche\nquaranta, anche quarantacinque... (le sue spalle erano così\nopulenti a quarantacinque anni !)\nL'immaginazione eccitata percorre una piccola scala\ndi numeri... si arresta... par che le manchi il respiro... pro-\nsegue, coli'ugola che le trema fra le cartilagini secche del\ncollo, prosegue... ah !\nColpita da una visione orrenda, ossessionata da una\napparizione mostruosa — i suoi anni ! i suoi anni ! — la\nvecchia nasconde il capo sotto le coltri e piange."}, {"page_pdf": 28, "page_imprimee": "16", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.28", "texte": "POESIA\n\nLA MOSCA\n\nI.\nFiera spiccossi giù nel primo smorto\nbarlume dalla livida parete...\nL'omicida dormìa greve, contorto.\nE la mosca l'assalse, aspra di sete;\nfin che il naso diè un fremito, e si schiuse\nl'occhio, oscillando in una sottil rete\ndi sangue. Ella feroce il succhio infuse\nin un angolo, in un luccichio d'acque\ncupe, lungo le palbebre contuse.\nMa se ne disdegnò tosto, le spiacque\nl'acre sapore; e volò via rigando\nil silenzio che più muto ritacque.\nVisitò sale, orti, sporcizie; e quando\nun bue passò, sulla paziente schiena\ns'assise, ove cader suole il comando\ndell'uomo, ove sì dolce è il bere appena\npiombato il colpo : ivi ristette china\nspiando gli orli d'ogni nuova vena.\nSazia di quella facile, supina\ndolcezza, indi cerconne una più ghiotta:\nquella che s'erge con la punta fina\nsu dal suo fango, e attoreigliata lotta\ncon qualche agrezza, e ambigua s'esala\ndal marciapiede quando il sole scotta;\nquella che, fuori, appiccica la fiala\ndel piacer; quella che riman d'un bacio,\ne una lagrima poi scende e la sala...\nVisitò il miele, la salsiccia, il cacio.\nII.\nIndi, tratta dal suo vago destino,\nentrò dove sul bianco letticiuolo,\nfra le rose dormiva il morticino.\nQuesto dormiva, poi che col suo volo\nfresco la Morte quella febbre ardente\ngli avea sgombrata ; dormìa buono, solo,\ncon le manine placide, contente\nd'un flore, con la povera boccuccia\nsocchiusa dietro la sua voce assente.\nSazia ogni sete. Nella lieta buccia\nun'arancia lucea sul cassettone,\ninvano... E i suoi giuochi anche, ogni cosuccia\nsua, la frusta, la trottola, un bottone\nd'oro... E tutto giacea come perduto\nnel giro d'un'allucinazione.\nE la mosca entrò subito nel muto\naer, che ne rabbrividì... Per quale\nvia? Cuspidata del sagace fiuto,\nla mosca entrò. Sul placido guanciale\nristette un poco, la silenziosa\ncamera attraversò come uno strale,\nin alto, in basso, in mille sensi, irosa,\nlucida, come a tessere una lieve\norrida sua malìa da cosa a cosa.\nPoscia sul bimbo piombò dritta, greve,\nsulle piccole labbra stupefatte,\nun po' socchiuse, come di chi beve,\ned ei beveva l'aria buona e il latte."}, {"page_pdf": 29, "page_imprimee": "17", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.29", "texte": "POESIA\n\nIII.\nOra ella è qui. Nella svogliata e fosca\ncoscienza, odo battere il martello\nsordo del sangue e stridere te, mosca.\nStridi e ti pasci. Più non mi ribello,\npiù non m'adiro ; m'abbandono come\ngià cadavere al tuo rude succhiello.\nScacciarti ?... Un'altra è sempre qui, che ha nome\npensiero ; un'altra che ha più stridule ali\nsospende gli occhi vividi e l'addome.\nTu nel sangue e nei fior mesci i brutali\npasti; dalla lronte umida che pende\nsulla quotidiana opra, tu cali\nnel letemaio. Miti cose e orrende\nin te componi. Ma quest'altra è peggio ;\npiù strane compie antitesi e vicende.\nQuesta, s'io credo, pungemi il dileggio\nsuo nella fede ; vellica l'istinto,\nse l'occhio innalzo, se la bocca aspreggio.\nPunger la sento; ma se mi dò vinto,\nella, sdegnosa ch' io la riconosca,\nsi dilegua in murmure indistinto.\nElla è Psiche, non più farfalla: mosca;\nnon dritto voi, ma turbine e miscela\ndi voli e guizzi dentro l'aria fosca.\nGuizza come ago, luccica e si cela ;\nda quel che muore verso quel che nasce\ntorna, ricuce in una sola tela\nbianca i lenzuoli funebri e le fasce.\n\nFrancesco Chiesa.\n\nPAYSAGE\nAlbert Boissière.\nA Yvanhoè\nEntre le jour qui fuit et la nuit qui se hàte,\nL'un après l'autre, à l'heure aimable où les sureaux.\nSourient dans la clarté qui décroit, quand les pàtres\nRamènent au bercail, lentement, leurs troupeaux;\nLentement, je gravis le versant des colliues\nPortant toujours en moi une émotion neuve;\nAyec avidité, je cherche un point, un site,\nD'où ma soif de tout voir abondamment s'abreuve...\nMes yeux s'essaient à prendre, à trois lieues à la ronde,\nLes champs et les maisons, les bètes et les gens.\nJe voudrais englober, d'un seul regard, le monde,\nEt le monde fìnit où flnissent mes champs...\nPuis, lorsque j'ai trouvé le point panoramique,\nD'où la vue, à loisir, en épervier, s'élance,\nSur la vallee où meurt la rumeur, je m'explique\nLa vanité du bruit et l'orgueil du silence."}, {"page_pdf": 30, "page_imprimee": "18", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.30", "texte": "POESIA\n\nL'ARSURA\n\nAlla signora Lisa Spada\nomaggio rispettoso.\nNoi c' incontrammo altra volta in altra\nstagione e portavamo l'altre\nmaschere, più ferme, più scaltre.\nPiù scaltre a non mentir come facciamo :\n*\nvoi lieta in suoni sordi\nun poco come a sorvegliare\ngli echi del riso e i motti lordi\nche il riso accende sulle bocche amare ,\nio stanco più che l'ora attuale,\nsazio di me e dell'altra\nvostra giovinezza e sereno,\nlibero come un sazio a un funerale,\nLieta eravate di una curiosa\ncontinenza e serenità,\nbella anche in un azzurro sotti! sangue\nd'astinenza maliziosa\nche sulle labbre pallide fioriva,\naspretta e sospirosa,\nuna nostalgia d'angue\ntentatore, un sapore di saliva\nnon baciata, non saputa, una\nnostalgia di verginità.\nCosì ci conciliammo e non mentimmo.\nIo vi fui grato d'aver spento\nin me l'attesa senza odiarvi;\nvoi, ilare alla luna\ndi queir idillio senza vento\nsotto la fredda chiarità stellare\ndella rinunzia, del riposo,\nancor faceste senz'amore amarvi.\nRicordo il mio geloso\ntimor di il sangue non mi ridestare.\nCosì ci conciliammo e non mentimmo.\nPartiste una mattina con licenza\ndel mio ancor geloso timore.\nAlle soglie vi accomiatai\ncol passaporto dell'oblìo e un fiore.\nVi dovevo la libertà,\nla guarigion del senso,\ndal corruttore femminile incenso,\ndalla .donnesca lebbra e vi baciai.\nCome s'apersero le chiare\npupille vostre innanzi\nla via della verginità\nche il mondo intatto sotto cieli quali\npiù teneri e più schietti mai\naprile aveva visto dispiegare\nvi gettava: voi metteste Tali\nverso la pùrità\ndel mondo in cerca della vostra\nche avevate sepolto nella chiostra\ndella mia conquista ed era\nignara a voi la sepoltura\npartendo verso la chimera\nrinnovellata a vostra inconscia arsura.\nBuon viaggio. Vidi esitare\nun poco il passo in riva\nal lago ove l'acque in ombra\nsfacevano il turchino in pece\ngrigia gelando tutta primavera.\no o o\nUn attimo e moriva\nsenza l'ironia d'una prece,\nal suo sbocciare la chimera.\nAndiam Joujou; la via del mondo è\n[sgombra.\nCome tornaste e quando? Eccoci stretti\nin fondo al buio ove rimena\nl'arsura che tutte fontane\ndella lussuria attinte in vostra piena\nfuria del mondo non placarono.\nL'assenza rese vane\nle forze fredde della sazietà.\nA mano a mano che vi ripensavo\ninconsciamente come a divertire\nil mio superbo ozio, l'ignavo\nimpero della libertà,\ndal limbo remoto filtrarono\ndella memoria aromi vostri ignoti,\ndiabolici aromi e divini\nche mi sentii salire\nle vene ascose ed irretire\ntutta tutta la carne in moti\nbalzanti, repentini\na ogni fiato d'aprile, ad ogni fruscio\ndi fronda, là giù nel chiuso orto\nove i rosai non più tocchi avean chiuso\nda vostra lunga assenza\nlor bocche ed era morto\nil sol nel viale sull'uscio\nond'usc-iste quel dì della partenza.\nSalìan gli aromi dal mio esser tondo\ntortuosamente a ogni poro\ne la vecchia esca le faville\nal perfido lavoro\nridava in novi e strani fuochi e mille\nlingue riaprenti ferite\ndimenticate. Il vostro odore,\npure sol vostro, non m'aveva dato\nmai il morso vivo, il fiotto\npurpureo d'Afrodite\nal cervello d'ora, ne voltato\nil sangue con l'èmpito in cuore\nd'ora, ne rintracciato il filo sotto\nla pelle dell'intrigo\nfolto onde la malìa"}, {"page_pdf": 31, "page_imprimee": "19", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.31", "texte": "POESIA\n\nch'è nel tepore, nel colore\ndiafano di vostra carne avvolse\nla mia fredda carne all'incontro\nprimo, in ginocchio sulla via.\nRinascevate nei meandri\ndel labirinto interiore\nper atti impercettibili\ndel sangue, mostruosa creatura\nintrusa, tornata all' incontro\nd'una fatalità oscura\nfuori di me e contro,\nda bande opposte imperseguibili,\nliberticida assurdo mio castigo.\nRifiutai conoscervi in quella\nmaschera del ritorno;\nmi dissi ebro, ammalato, folle\ne corsi sotto la procella\nal flagello dell'acque\nper scabre forre e pantanose zolle.\nInvano : la rete dell'acque\nnei vortici del vento\ntalor formava per inseguimento\nmio, una ambigua larva\nserpentina ; l1 imagin scrosciava\ncome se ardesse in un cachinno enorme\ne innumeri sonagli\ntrillassero nella bufera.\n11 rombo del cachinno, dei sonagli\nmartellava mie vene e forme\na miriadi della larva\nondeggiavan nel vento, nell'acque.\nRicordo un giorno: il fango\nsotto la nebbia, sul selciato\ntransluceva lamine bieche\ndi smorto piombo ; io vidi\ncorrermi innanzi ad ogni passo\nnel variar del sasso\nil lampo sinistro d'un riso\nsu due labbra in cui era\nnel tondo del muscolo inciso\nil fior del mio sangue versato.\nIl riso, le labbra, la larva\nerano di voi rimbalzante\ndalle misteriose forze cieche\ndel senso in violente\ngrida di preda: sibilante\nruppe, rispondendo, con gridi\nnon mai uditi, forse di un demente,\nil mio sangue subitamente, a fiotti.\nI cieli piangevano dirotti\ned io, ad un che venne\nm'incontro con fùneri penne\ndissi : « esultate che esulto e ne piango ».\nD'allor ne piango sì che il vetriolo\ndi mie lagrime scava solchi\nche rompon la maschera ed atrocemente\nsi svela il solo\nmio martir; non vai che si corchi\nil sol; la notte urla alla foce\nuna fiumana torva e il mar respinge\nil flutto che s'abbatte\nin gialle cateratte\nalle sponde, le fende, innonda\nla livida pianura e l'impaluda.\nIo scivolo la sponda\na poco a poco ed agonizzo al lento\nincanto della morte\nche chiama alto e forte\ne non vuole il cielo si chiuda\nsul naufrago prima che estinta\nsia la fonte della sua arsura\norrenda. Così spegneremo\ninsiem la fonte e l'arsura,\nMadonna ritornata\ncon le furie dell'errar vano\nimplacata nel vento\nche aveva riportata\nl'angoscia di me vinto a voi più vinta.\nDall'ora del vostro tornare\nl'impronta menzogna palese\nsulla maschera nostra,\ns'arrovella in far gare\ne una codarda giostra\ndi cieche parole sorprese\nal caso, per noi ingannare.\nSappiam la condanna prescritta:\nmai più, mai più liberi, ili sino\nalla fine, avvinghiati al ferro\nrovente che scuoia le palme,\na questa lussuria più ritta\nancor nella sconfitta\n*\ndel nostro senso nauseato,\nin queste sorde calme\ndel polso che aspetta l'agguato\ndel sangue come sgherro\nalla macchia. Arderemo\ndi sete senza refrigerio\ncon la bocca alla coppa\nsenza riposo, che la coppa\nabbevera di febbre il secco labbro\ne dà bragia per refrigerio\nal fuoco come la fucina al fabbro.\nLa tisi dell'arsura,\nbocca con bocca sigillata,\nnoi scalzi esalerem per strade\nselciate di solfo ; la paura,\nl'unica macabra paura\nmia, è eh' io vi consumi a morte\nprima di me e stia sulle porte\ndell'Ade, fuori, con la mia arsura\nvedova. Niun castigo l'Ade\nserberebbe alla mia\nlussuria abbandonata\nmaggior di questa superstite follìa.\nMadonna, siete ritornata\nper morir della sete infame mia.\nMarzo, 907,\n\nGiovanni Borelli."}, {"page_pdf": 32, "page_imprimee": "20", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.32", "texte": "POESIA\n\nTANNHAÜSER PARLE\n\n« Je suis le Pénitent sous la mante des Pluies\n*\n« Qui porte ses Péchés au Pape guérisseur ;\n« J ai couvert le Soleil de leur moine épaisseur\n« Et je marche dans l'Ombre en palpant de la Suie.\n« Le chemin des Rochers déchire mes Talons,\n« J'avance en regardant dans la Nuit de mes Fautes,\n« En vain j'accroche au Ciel le Hamac des Vallons\n« Je dors sur les Gravois qui meurtrissent mes Cótes.\n« La Brume pend sur moi, linceul de mes Remords,'\n« Ainsi qu' un drapeau noi'r dont je soutiens la Hampe,\n« Et la Lune, la nuit, est le cràne d'un mort\n« Qui guide vers l'Enfer mes pas a ve e sa lampe.\n« O sentiers du Pardon pleins de buissons touffus\n« Où je pleure le sang par les Yeux de mes Plaies,\n« Yous mangerez ma Ohair de vos Ongles griffus\n« Sans que le Eepentir renaisse sur vos Olaies !...\n« Un jour je descendis aux Gouffres du Plaisir\n« Désapprendre à pleurer l'outrance de mes Crimes\n« La Eemme avec l'ouate étrange du Désir\n« M'attacliait au Néant qui peuple les Abìmes.\n« Captivé par les laes de ses doigts enlaceurs\n« Et par l'encens sorti de sa lèvre perverse\n« J'ai trouvé ses Baisers, les suprèmes douceurs,\n« Et j'ai dormi longtemps sous leur calmante averse.\n« Je me suis enlacé comme un lascif Serpent\n« A son Torse donnant des outres à ma Bouclie ;\n« Sa Hanclie fut ma Lyre, et l'on me vit rampant\n« Glorifler son sexe entre-ouvert sur sa Couche.\n« Mais l'Ennui descendit en mon Coeur fatigué\n« Qui se plaignait aux Fers de ma Chair assouvie,\n« Et je suis remonté, comme du fond d'un Gué,\n« Au triste sentiment du regret de la Vie.\n« J ai maudit le chemin qui m'avait amene ;\n« Les Regards traversés par des Clartés soudaines,\n« J'ai reconquis le Jour du Sol oh je suis né ;\n« Et je sorgis, comme une Epée hors de sa Game.\n« Mon àme fut debout; le Eepentir naquit,\n« La Fai hi esse entraìna mon Vouloir vers les Voùtes,\n# « Et, Pèìerin du Mal auquel je fus conquis,\n« J'entrelagai mes Pas au Ohaines de vos Eoutes.\n« O Yénus ! dans mon Sang tes Caresses s'allument,\n« Ta Salive a jeté des Serpents dans mes Membres\n« Et je veux enlacer ainsi qu'un Brasier fumé\n« Cet Univers, plus froid que le Yent de Décembre.\n« Damnation ! Ta Chair me brulé de son Feu,\n« Je vais ài toi, malgré le dur Pèlerinage ;\n« Je t'invoque, et maudis le misérable Dieu\n« Qui me force à gémir de rivage en rivage.\n« Enfili que l'Aube d'or montre la Métropole\n« Où le Pontife Saint, pacifìant les Coeurs,\n« Son vaste front mitre par les Vastes Coupoles\n« Fait tomber de ses Doigts les Eepentirs vainqueurs.\n« Lorsque sa main, làchant du Pardon les Oolombes,\n« E et a bl ira la Paix dans mon ètre aboli,\n« Je sentirai mon Front ressurgir de la tombe,\n« Et ma paralysie emportera son lit."}, {"page_pdf": 33, "page_imprimee": "21", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.33", "texte": "POESIA\n\n« Les doigts de la Clarté m'oteront le Cilice\n« Que l'Ombre de mon avait fait ma prison ;\n« Je connaitrai le Ciel bleuissant de délices,\n« Je verrai le Eepos monter à l'Horizon.\n« J'aimerai le soleil étreignant la Nature,\n« J'aimerai Dieu levant sur moi les Bras du Jour ;\n« Ainsi que la Forèt bourdonne de Murmures\n« Je sèrai l'orgue immense où résonne l'Amour!..\n« Espoir infatuò! Le monde est un Mensonge !\n« Je désire la iS'uit et ses aveuglements,\n« La Chair n'est qu'un instant et le reste est un Sony e,\n« O Yenus ! viens à moi, ie t'offre mes Tourments !\n«\n« Viens endormir encor le Pèlerin du Monde,\n« La Désillusion habite dans son sein ;\n« Lais ta lévre plus douce et ta Couche profonde\n« Que s'abolisse en toi ce mystique dessein.\n« O laisse tes Baisers tomber sur ma Détresse,\n« Erigi outis mon ardeur dans ta Possession,\n« Fais de ton Corps la Fiamme intense et vengeresse\n« Où j'aiiéantirai ma triste Passion.\n« Sois le CercueiJ de Chair où je trouye mon Hàvre,\n« Le sol abandonné qui creuse mon Tombeau,\n« Au Monde détesté ne rends pas mon Oadavre\n« Engloutis-moi dans ton amour, brulant Flambeau !\n« Que ma mémoire enfili se perde dans les Etres;\n« A leurs illusions, toi qui sus me ravir\n« Ne rends pas cette Epave, ò fais-la disparaitre !... »\nOn entendis soudain le Tonnerre bondir.\nEt le noir Pèlerin, courbant sa Tète altière\nOù grondait l'ouragan d'étranges Passions,\nSentit, comme un Mourant qu'on livre au Cimetière\nOrouler sur lui le Eoe des Malédictions.\n\nEmile Bernard.\n\nLA MORTE DI PARSIFAL\nA. J. Sinadinò.\n\\\nE lamentazione\nAlle fronde : — il Folle\nPuro è morto. —\nIn Monte di Salvazione\n— solo. —\nEgli è morto nel saero recinto\nDella Foresta e nel succèdere\nDe' fili d'erba : poca musica, divino\nIncantesimo.\nSolo, ma la Donna la Eosa\nCaduca dai petali neri\nCon Lui.\nMoriente, redimeva gli uccelli\nLe piante le\nPietre le tremate\nVite che sàlgono, tremano\nSalendo nella luce di Dolore.\nAlla Pietà del gesto deduceva\nLa mano cava piena\nDi sanatrice acqua lacustre.\nLa Donna l'ha sepolto con i bàlsami\nNella foresta.\nA sera, un cigno viene con ascéndere\nLieve di gàmme:\nSi posa\nSu la tomba e, come,\nLa cova.\n— Il selvaggio Hyla è passato. —\n— Su la tomba del Puro ha pregato. —\n— Il semplice l'ha calmato. —\nA notte, il Cigno era là.\nIl Cigno bianco dormiva là."}, {"page_pdf": 34, "page_imprimee": "22", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.34", "texte": "POESIA\n\nA MADAME LA COMTESSE DE NOAILLES\nA L'AUTEUR DES “EBLOUISSEMENTS„\nF. T. Marinetti.\nO génies orageux qui flamlboyez jadis\nsur le noir grouillement des races moutonnières,\nje vous vois aujourd' bui ensevelis\nsous les fientes enormes que tous les éléphants\nbalourds et tintinabulants\nd'une critique nègre,\nont depose pompeusement sur YOS tombeaux.\nOh ! l'écho exalté de vos voix immortelles\npàlit déjà sous le grignottement funebre\ndes tarets littéraires,\nqui séternise d'àge en àge.\nLe Dante a seul vaincu tous ses commentateurs,\nen renversant leurs colossales bibliotlièques\nsemblables à des digues, vainement opposées\nà la puissante et lumineuse plénitude\nde son courant majestueux de Niagara ;\nsi bien que son poème\ndonne encore à mon àme l'éblouissement\nd'un immense estuaire ensoleillé.\nJe méprise à jamais les grimaces crispées\nde ces écrivassiers myopes qui pataugent\ndans leur auge pourrie,\ncomptant sur les yingt doigts de leurs pattes fangeuses\nles frénétiques battements des ailes inspirées.\nOompas de la logique, formules de eliimie,\nò lugubre outillage de chirurgie critique,\nje fais ti de vos longs calculs infatigables !\nVous ne pèserez pas le génie multiforme,\nfolàtre et visionnaire,\nde cette femme en feu qui chante pour les astres,\net dont le corps vibrant semble claquer au yent\nde l'inspiration — comme un drapeau\nsur la harnpe raidie d'un orgueil implacable !\nQue pouvez-vous me dire de sa sensualité,\nde moire déchirée et de brulant velours,\nqui crépite et froufroute avec suavité\nEssayez donc d'analyser l'envoutement\nde son style charnel aux pàleurs levantine»,\nla somnolente réverie de ses strophes d'amour,\nchargées d'aròmes violets\nsi pénétrants, si doux, que Fon savoure\nà les chanter — les yeux mi-clos — un lève\nde terrasses bariolées sur la mer africaine,\net des tamtam,s précipités\nde nègres au grand rire óclaboussant de joie...\net des chansons mourant sur un golfe de soie\nbleuatre, dans l'extase d'un vaste soir d'été.\nVoyez plutót la grace sauvage et rafflnée\ndont elle déshabille éperdument, d'un geste,\nles spasmes inconnus et les idées torrides\nde son à me qui crie de pudeur et d'effroi,\nainsi qu'une baigneuse à demi-nue,\nque l'on surprend du liaut d'une falaise...\nC'est elle dont la voix charme les rossignols\ndans la chaleur pàmée des soirées printanières !\nC'est elle dont la voix jaillissante et lunaire,\nse balance parfois dans ses poèmes,\ncomme la tige mème des astres parfumés !"}, {"page_pdf": 35, "page_imprimee": "23", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.35", "texte": "POESIA\n\nLA GIOIA\nEnrico Cavacchioli\nO fiammate sui monti a cui mi scaldo !\nTurchine vette su la valle bassa\nchinano il sogno, ecl il sogno sorpassa\nla visione in un lampo eli caldo.\nIrromper di campane, da lontano\nperò che l'alba sorse illividita\ne sfece gli astri nell'arca infinita\ncome farina al palmo della mano !\nSchiantar di rame e fremere di fiumi\nche giù per monti come sonagliere\nsquillano ! E frulli d'ale avide e nere\nnaviganti in un mare di profumi;\nrazzi di luce in prismi multivari\ntra greggi, in occhi attoniti diffusi,\nPrimavera i suoi orti à già conclusi !\nPrimavera atteggiati à suoi labari !\nFaccie grottesche sorgon come funghi\nora, nell'ombra e nella luce informi,\ne per bocche avvizzite, aride, enormi\nfiatano al vento con sorrisi lunghi.\nRidono. E scuote ! E scuote il riso pazzo\nalberi e cose ! Pare il sol si spaccili !\nToccano intanto stormi di batacchi;\ns'erge al suono un demonio alto e cagnazzo\nStreghe vestite di zampe di gatto,\nadornate di denti viperini,\naccorrono facendo mille inchini,\nin un cocchio scolpito d'oro matto.\nSi fermano. Ora, immobili anche i giorni.\nTutta una chiarità madreperlare\ngiuoca col sole all'alba, all'annottare\ncon la luna che mostra argentei corni.\nFesta degli occhi! Cuori senza spine\ne senza sangue, aperti come sogni,\nlargo alla danza ! Odore di cotogni\nè già fiorito tra le vostre trine !\nOgni anima vecchia si ringoia !\nOgni uomo più alto è di sua testa !\nEide e smascella pure chi calpesta:\nalle fonti del sogno oggi è la Gioia !\nVincitore del IP Concorso di « Poesia »."}, {"page_pdf": 36, "page_imprimee": "24", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.36", "texte": "POESIA\n\nI POETI DEL L'ABBAYE\nCENÀCOLO D'ARTISTI ALL'AVANGUARDIA DELL'ARTE DI FRANCIA\n\nL'ascension\nRené Arcos.\n(Fragments).\nLe ternps enlie sans cesse\nL'homme creusa dans sa pensée un trou profond\nbéant et noir et si profond que sa raison\njamais n'est remontée du fond.\nLa terre appesantie résorbe ayec lenteur\nLes humanités antérieures.\nGais! Gais! nous naissons, nous voici...\nLa maison sent encore tous ceux qui sont partisi\n— Las ! Las ! sur mon dos, quel fardeau !\nLa dalle penche sur mon dos\nChaque jour un peu plus\nLa dalle penche et bientót\nJe serai dessous, sur le dos.\nEt toujours là-bas.\nLe fracas exaspéré du glas\nsi'las!\nAssaillant le plafond qu'il ne leverà pas !\nQu' il ne leverà pas !\nDe grands soleils crevés en larmes !\nDe déchirants appels cTalarmes !\nDes fìles noires sont passées.\nLes conciusions se sont tassées.\nLa tragèdie des Espaces.\nAux cimetières des mémoires...\nC'est la sempiternelle liistoire.\nv\nL'honime creusa dans sa pensée un trou profond.\n*\n* *\nMais l'homme est reinonté un jour du trou profondi\nIl porte l'Avenir du monde dans son front.\nFrères! Frères! J'apporte la loi!\nJ'ai trouvé la voie; j'apporte la joie!\nPrétextes à trépas et pàtes a essais;\nFrères! Frères! relevez-vous, je sais! je sais !\nLa terre est une volonté\nDans la totale volonté\nEt nos cerveaux sont de la terre\nEt nos cerveaux sont la volonté de la terre.\nEncore un eff'ort nous touclions les cimes.\nFaisons passer le vent sur la fournaise;\nNous allons renverser les deités sublimes\nEt marchez à pas de géants vers la synthése.\nFrères! Frères !\nVoici l'àge <le lumière.\nNous serons les murailles vivants des armées,\nEt nous enlèverons les demains.triomphaux\nà la pointe des épées!\nau galop des clievaux !\nje jette au soleil qui se lève,\nproie promise à nos rèves,\ntous mes espoirs coinme des flottes.\n— Aux avenirs je vois des houles de drapeaux\nJe vacille, saoulé d'une joie à sanglots\nGomme une catlisdrale au cliant des orgues !\nJe tiens mon coeur, bète en folie, dans ma sènéstre\net mon exaltation a des fureurs d'orchestre !\n%\nFrères ! Frères ! j'ai trouvé la voie\nFrères! Frères! j'apporte la joie!"}, {"page_pdf": 37, "page_imprimee": "25", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.37", "texte": "POESIA\nI POETI DELL 'ABBAYE\nCENACOLO D'ARTISTI ALL'AVANGUARDIA DELL'ARTE DI FRANCIA\n\nFragment de la Suite d'Authrope\nGeorges Duhamel.\nj'ai voulu l'excase et les tni&humains...\nHourrah! je la sais la mort de demain !\nVenez, mes liéros, clievauchées astrales,\nVenez, je sais la paix des plaines sidérales,\nOù déchaìner de cataractes orchestrai es.\nYenez ! raon coeeur se creuse et se gonlie et tremit ;\nVenez, tous ines liéros, je veux mourir parali\nLa rumeur océanique des harmonies.\nVous saurez, mes liéros, mes dieux, les cris tragiques,\nDes douleurs emportées dans des galops épiques:\nVous saurez le tumulto orgueilleux de mes llancs\nHurlant les cliansons de la cliair à tous les vents\nEt vous saurez les joies plaintives de mon a me.\nOli ! vous ! mes lieros, j'ai besoin de vos cris.\nPour arracher tous les sanglots de mon esprit...\nCreons le calme lourd, banquise de ténébres\nPeuplée d'aveugles moi ed'implacables :\nVenez! vous rythmerez le temps qui se detruit\nDe 1' apre pesanteur de vos marches funèbres.\nVenez ! je sens gronder en moi la folie d'art.\nJe saurai les plus-hautoù votre epopèe mene ;\nAli ! chantez donc, la vie n'est jamais qu'un depart\nEt voici fermenter l'Essence surliumaine.\nHélas ! jusqu'au réveil bourbeux des ;\nJusqu'à l'inévité remou de chatiment\nQui m'enverra garder pour des temps et des temps\nMes vanités tondues dans la citè inaudite.\n\nEntends le vent heurte aux portes...\nAlexandre Mercereau.\nEntends le vent heurter aux portes\nainsi qu'un pauvre sans logis,\nori dirait, qu' une amante implore,\nquelque misérieorde aussi.\nLe vent stride dans les serrures\nun eri du dernier jugement ;\non sent qu' ailleurs la vie s'emmure\ndans la crainte et Tétonnement.\nIl glapit des oiseaux de proie\ndans l'air où passent des terreurs,\ndes gargouilles de (onte aboient\ndans les impasses en rumeurs\nVoici que se tordent les arbres\nen la;iientations, dans la nuit,\nsous la pluie fauve des feuillages\nque l;affolement rend stupides.\nLe vent burle sous ma lenétre,\nfaisant geindre les vieux carreaux,\nma pensée fuit avec le reìtre\nen un vertigineux galop.\n( Eshmer- Valdor )"}, {"page_pdf": 38, "page_imprimee": "26", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.38", "texte": "POESIA\nI POETI DELL' ABBAYE\nCENACOLO D'ARTISTI ALL'AVANGUARDIA DELL'ARTE DI FRANCIA\n\nUn soir de printemps, par la plaine...\nGeorges Párin.\nLe savez-vous, regards tieuris d'ardent espoir,\nLe savez-vous, fronts libórés, larges lialeines,\nLe savez-vous premier soleil qui fonds ce soii\nDes ruisseaux de santés liumaines dans les veines,\nyous, tous les légers redressements vivants\nYers qui se tendent les rais d'or de ce printemps —\nQu'en arriére du jour ou yous voici \\ aiiupieiu\nDes étres chers tombant ont ébranlé des coeurs ?...\nD'un grand mouvement minutieux qu'élargit\nLa douceur d'une fin de jour tonte sereine,\nEmportant du fin-fond des sentes, des clairières,\nTant d'air limpide au cours de leur vie ebloui,\nEn files, sang nouveau reliuant yers Paris,\nLes homnies rentrent par les routes de la plaine.\nAvec l'or clair (le mille conlìants visages,\nDes filets de sauté par la plaine s'en vont.\nEt, seul, le long de ce retour vers l'horizon,\nTarde aux veines du monde un pauvre entliousiasme...\nO sursauts patients de tout l'air printanier,\nQui durant ce beau jour vous etes etiorces,\nO'est l'heure oh se répand votre auguste bienfait.\nLes rayons butinaient et le soir est venu.\n— Et il n'ignorait rien, lui qui, l ame légèie,\nOhantonnait là en travaillant, tranquille et nu,\nLe blond soleil, panni les sentes des clairières...\nEt vous n'ignorez pas non plus, YOUS qui dormez,\nQue plus pur, et plus grave, et plus fort il se lève,\nMon pauvre enthousiasme, ò vous dont l'autre rève,\nMaintenant descendu sous les pas de la plaine,\nLeur enseignait, vivant, le devoir de chanter...\nYotre amour attendait cette fin de journée\nOù voiei que mon coeur, fils du vòtre, revit,\nOìi voici que l'éclat du monde resplendit\nDes survivances d'or de vos mortes pensées.\nLe cours vers l'horizon de tout ce vaste bien\n— Oe soir où tant de clioses liumbles aboutissent\nEmprunte aux mèmes collines le doux dessin\nQue copiaient vos voeux d'audace paciiique.\nCe moment où mes pas sont de nouveau lancés,\nCe moment-ci, vous l'aviez prévu sans rien dire.\nIl me semble, à ce point du monde où je respire,\nReprendre votre e fiori: où vous l'avez laissé.\n3/air qui circule tremble a mes levres pieuses...\nGeneratrice obscure en sa foi soucieuse,\nDe mème une oeuvre inaclievée y va tremblant...\nPar la plaine glisse et s'active un tiède sang.\nDe sa fragilità claire parons le temps\nOù vous avez jeté ma vie harmonieuse,\nEt d'un front libre ailons son jeune mouvement!"}, {"page_pdf": 39, "page_imprimee": "27", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.39", "texte": "POESIA\nI POETI DELL' ABBAYE\nCENACOLO D'ARTISTI ALL'AVANGUARDIA DELL'ARTE DI FRANCIA\n\nFragment\nJules Romains.\nC'est une rue, avec des arbres, qui descend ;\nLa foule qu' elle tient ne cherche pas de centre ;\nElle a des pores pour que l'air y puisse entrer.\nSur un trottoir les mouvements sont droitset glissent;\nLe plaisir de durer leur donne des frissons,\nGomme une écliine qu' on calesse et qui se gonfie.\nIls se fròlent. Chacun, joyeux, de sa vitesse,\nLa porte, changeante et vibrante, par-dessus\nSa téte, comme une crete ou du sang exulte.\nLa pente les attire en bas. Quand ils s'arrètent,\nElle pousse. Quand ils essayent un détour,\nElle vient par coté, les prend, tètue et douce,\nEt les fait consentir à l'instinct de la rue.\nIls la trouvent bonne à manger, la pente rude,\nBonne à couvrir comme une femelle qui rit.\nMais sur l'autre trottoir ils se trainent, les rythmes,\nIls peinent; ils rampent obliquement; limaces\nDont la trace visqueuse s'allonge et reluit\nComme une larme que l'effort pleure sur lui.\nLa rue a besoin de bonheur. Elle désire\nQue tous les jours, toutes les heures, ses trottoirs\nDescendent pareils à deux chevelures lourdes;\nQue la cliaussée aussi soit cliarnue de voitures\nQui sauraient comment s'enlacer ; que les ruisseaux\nCoulent gras de soleil entre elles et les hommes.\nToutes les allures se croiraient naturelles,\nToutes les àmes se croiraient seules et pures,\nEt toute la rue aurait sommeil comme un fleuve.\n\nPuisque nous voila\nCharles Vildrac.\nPuisque nous voila, puisque nous sommes là,\nAssis autour de ce feu-là,\nEt si rapprochés les uns des autres\nQue nous pouvons, les unes contre les autres\nAppuyer nos tètes,\nImmobiliser ensemble nos tètes\nParce que les veilleuses, on les ininiobilise\nPour que sur leur eau stagne et se précise\nL'huile égale\nD' où un peu de lumière émane ;\nPuisque les rèves de nos yeux en cercle\nS' en vont danser ensemble en ce feu-là,\nY vont danser chacun selon son pas\nMais en s' y parant des mèmes llammèclies,\nPuisqu'autour de ce feu voici nos coeurs tous nus\nSans honte et simplement tenant assemblée\nComme il sied à ceux-là d'une tribù\nQui ont fait un bouquet de leurs destinées,\nO nous, si récliauffés autour de ce coeur cbaud,\nEtranglons, étouffons en nous ces ehiens voraces\nQue l'ancétre Oai'n a laissés dans la race,\nCes chiens de tonte humanité, griffes et crocs !\nAh étranglons-les, pendant qu'ils dorment !\nEt que nous appliquions notre vouloir d'hommes\nAu bonheur légendaire\nDont s'est éprise, au long des temps, cette race :\nEt re des frères, Ó vous, mes fréres !\nEt des frères qui s'embrassent."}, {"page_pdf": 40, "page_imprimee": "28", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.40", "texte": "POESIA\n\nAnachronisme\nThêo Varlet\nde I'Abbaye.\nHors du brouillard puant des pesantes sagesses,\nLoin des hi ver s elaustrés et studieux du Nord,\nAréthuse, sous tes palmiers je laisse éclore\nAu soleil de midi ma candide paresse.\nOrtygie en l'azur de paradis s'endort;\nLe quai de lave est cliaud; une brise caresse\nLe voi des voiles blanches au miroir bleu du port;\nEt le paisible Etna sourit à notre sieste.\n— Plus douce, enfant, que le vélin des livres rares,\nTa joue, dont mes baisers n'ineiteront le fard,\nMurit son miei à ce soleil miraculeux;\nEt, volupté de l'beure antique, je me mire,\nJeune Baccbos, dans la clarte de ton sourire,\nOomme une mouette à la derive sur l'eau bleue.\n\nAFTER RAIN\nTranslated by Fred. G. Bowles.\nLook ! how blue the sky\nCircling swallows sweep\nGaily, swiftly by\nWherefore dost tliou weep ?\nIn thy soni shall deep\nAnswer unto deep.\nLook ! how bine the sky\nWherefore dost thou weep ?\nAh ! with what glad eyes\nInto thine I peep,\nSeeing there arise\nAs l'rom wintry sleep,\nkSnnlight, in thine eyes\nThat no longer veep !\nFrom the German li."}, {"page_pdf": 41, "page_imprimee": "29", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.41", "texte": "POESIA\n\nUNE DANSEUSE ARABE\nE. Gomez-Carrillo.\nHiératique ave® sa coifìure de nattes\nOù de bijoux d'argent barbares sont piqués\nElle glisse laissant une odeur d'aromates\nVICTOR MARGUERITTE.\nNaturellement, elle s appelle Fatma. « La belle Fatma\nde Tripoli », flit, sur la porte, une enseigne bleue. Mais, son\nteint est si clair, qu'on la prendrait plutòt pour une Euro-\npéenne du Sud, pour une Italienne de Naples, ou mieux en-\ncore, à cause de sa gràce nervense, pour une Espagnole\nd'Andalousie. Sa chevelure ondulée a des rellèts bleuàtres.\nSes dents blanches, et menues, et pointues, brillent avec une\ncruauté carnassière, entre les lèvres ensanglantées de carmin.\nSes pupilles, enfln, on les dirait taillées comme les diamants,\ntellement les facettes en sont visibles et lumineuses.\nAutour d' elle, quelques jeunes filles, vètues de haillons\nsuperbes, marquent, en frappant dans leurs mains, le rythme\nmonotone de la danse. Et cela aussi me fait penser à l'Espagne,\nà une Espagne quelque peu romantique et Exposition Uni-\nverselle, à une Espagne de chromo sévillan, avec ses «jalea-\ndoras » trop brunes et ses tambourin» trop dorés.\nMais ce qui est encore plus espagnol que le type de\ncelle qui danse, et les attitudes de celles qui l'accompagnent,\nce qui est yéritablement espagnol, e' est la danse elle-mème-\nX\nPar l'imagination, j'enlève à cette Fatma lointaine ses\ncolliers de pièces d'or et ses bracelets carillonnants, son pan-\ntalon ture et son bolero blanc. Par 1 imagination, je la revèts\nd'une « bata » amidonnée, très longue et tres étroite. Par\nl'imagination, je remplace la guirlande de verroterie qui lui\norne la tète par un cliapeau gris à ailes très larges. Pùis,\nj'ouvre les yeux et je contemple. Pendant un instant, l'illu-\nsioni est complète. La Fatma de Tripoli a disparii. A sa place,\nune « mouchacha » andalouse, Soledad ou Oarmencita, une fille\ndu peuple, ivre de vin, de chaleur, de lumière, de parfum,\nde bruit et de luxure, s'est mise à danser un « tango » fou.\nPresque immobile à sa place, la belle Fatma ondule, avec\ndes ondulations impatientes qui commencent aux pieds et qui\nmontent, faisant frissonner le corps souple, jusqu'au con,\nTous ses membres frémissent au rythme de la musique. De\nsa gorge, sort une chanson entrecoupée, faite d'exclamations\nrapides et de courts soupirs. On dirait qu'elle-mème va com-\nmentant ses propres sensations, ou, pour mieux dire ses pro-\npres èinotions, tant cliacune de ses paroles chantées eorre-\nspond à un mouveinent de la danse. Ses bras s1 agitent plus\nque ses jambes. Ses mains montent, se tordent, font des signes\ncabalistiques avec les doigts ; et parfois, 011 les prendrait pour\ndes griffes, et parfois, elles sont douces et caressantes. Le ventre\nà peine se renine. Ce 11'est pas la danse des almées, laite de\ntremblements d'animai en rat et de sursauts de bète qui se\npànie. C'est toujours la pantomime de l'amour, puisque la danse\nd'Orient n'est jamais autre chose, mais elle s'exprime d'une\nfavoli plus delicate, plus gracieuse, moins brusque. Les pieds\npalpitent sans se donner un moment de repos. La faille fris-\nsonne en un perpétue] frémissement.. Les bras enfìn, ces bras\nplus éloquents que le meilleur discours, ces bras liiératiques\nen leur orgueil vainqueur, ces beaux bras bruns qui retlètent\nen leur nudité les mouvements interieurs de tout le oorps,\nces bras qui dansent. disent le poème absolu de l'amour et\ndu plaisir.\nUn moment arrive, cependant, où la pantomine se cbange\nen une scène de douleur. Les mains se crispent, les bras se\ntordent. Un tremblement frénétique secoue le corps svelte.\nDans les yeux cliavirés de la danseuse, les taéhes obscures\ndes prime Ile* ont disparii, et, seule, se voit, comme chez les\n:< p'onisants, la cornée bianche qui brille, avec une erudite\n\"e? '\nd' email, entre les paupières violacóes. Dans sa gorge ronde\nsous les collier* frissonnants, les veines se gonflent et les\nnerfs se tendent, près d'éclater. Son chant enfin, son chant\nmonotone, n' est déjà plus qu'un gémissement interminable.\nEt si ce n'étaient point ces bijoux barbares et ces chiffons\norientaux, co ventre nu et ce p&ntalon tnrc, je me croirais\nyéritablement devant une danseuse « flamenca », dans le\nspasme -final d\" un « tango »."}, {"page_pdf": 42, "page_imprimee": "30", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.42", "texte": "POESIA\n\nL'OSPITE IN MONTAGNA\n\n(DAL ROMANZO INEDITO Saturno).\n— T'annoiavi dunque ?\n— No.\n— Soffrivi ?\nAlla stazione: si erano appena veduti: dalla fìguretta\ndell'uomo giunto appena, che gli giungeva sì e no alle spalle,\nsaliva a Alassimo uno sguardo esplorante.\n— Se non ti annoiavi e se non sottrivi, come liai dunque\nsentito il bisogno di aver con te la miseria?\nMassimo volle cozzare con una voce rude:\n— Da quando in qua sei tu un medico ed essa un me-\ndicamento ?\n— Voce autoritaria da principe!\n— Taci — tu che viaggi, con un bagaglio da Faraone!\nE Massimo accennava una certa valigia di gran mole,\nche un ragazzotto si teneva in ispalla-, seguendoli, affannato\ne sbilenco atlante.\n— Con un bagaglio da fuga in Egitto. E la mia mer-\ncanzia: tutta. L'ho portata meco. Ohe vuoi? Sono povero. Mi\nsi offre un mese di cura alpina : io sò lo sloggio sulla mia\ncatapecchia. Guardo torno in città ne trovo un'altra: stanze\nin soffitta e posti all'inferno, ce n'è per chi comanda!\nSeduto ormai nella carrozzella Tullio Manca batteva le\nmani per allegrezza come un fanciullo. La sua povera fronte\nluceva di un tono d'avorio al sole stesso che ne le cime delle\nmontagne incominciava a poetare le grandi' chimere del\nvespro. Saliva quella fronte fino al cocuzzolo spelato del\nmingherlino : la barbetta nazzarena, le gambe troppo corte,\nl'inclinar vizioso da un lato per l'abitudine di aver sempre\nsotto il braccio « la sua signora » — la sua cassetta di mer-\neiaio ambulante — davano a quel suo corpo la contrazione\nrachitica di uno scorcio di forme e di età umane. In tanta\nsproporzione, perduti, due bellissimi occhi, sensi di azzurrità\ncome smalti, capaci d'infinito come squarci eli cielo allo\nspiovere. La sua voce era di quelle che hanno il lamento\nnel riso; forse il lamento del tempo che Tullio fantasticava\npitture, ozioso, semi-affamato, tra un perpetuo fumo di siga-\nrette: le sigarette, pittrici d'aria nelle mani inerti!\n— Tu sei vissuto — egli invidiò — in un mondo imaginoso!\nE si spaziava con le piccole braccia, nuotando nella ri-\nvelata natura, con lo sgomento, un poco, di quell'oceano\nconcesso alla gioia del forte. E Massimo, con il tremito di\npassione che ne scuoteva la voce come l'uragano scuote tutte\nle fibre di una foresta:\n— Sì, un mondo imaginoso ! Un mondo in traspirazione\nper l'arte nostra! Mi si è dato come se mi aspettasse da\nmille migliaia d'anni ! Io non so perchè, quando muore taluno\ndi noi pochi, che abbiam saputo comprendere ed amare, non\nsi laceri l'ombra di una valle, non precipiti una montagna,\nnon cessi d'esistere una parte almeno di ciò che ebbe la vita\ndel sentimento ! La natura è bella, ma ingrata ed immemore.\n— Io, tuttavia, la assolverei con lode....\nLa valle, nella serenità della sera imminente, era, in lon-\ntananza, non più chiarore, ma trapunto di luci fra le boscaglie ;\ne da quel gioco magico di un giorno ancora vivo, sprigionato\nin isprazzi di tra graticci d'ombra, si levavano le nudità dei\nmonti e nitevano superbe. In mezzo ai seminati, il campanile\ndel villaggio, con la sua cuspide di lavagna e il gallo d'oro,\nstava in vedetta tra i grandi smutamenti dell'ora : di qua\nondate nereggianti di boschi, di là rocce proterve con accol-\ntellamenti di mille lucide lame, come una disordinata materia\nche facesse impeto al cielo : e i torrenti statici delle lavine,\ncol loro ciottolame bianco e schiumoso: e in fondo, il sog-\ngiorno degli dei, le maestà olimpiche assise sui loio troni\nin ammanti azzurri sensibili a rifrazioni di colore senza nome :"}, {"page_pdf": 43, "page_imprimee": "31", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.43", "texte": "POESIA\n\nle alte cime, tutte di pietra, con corone di neve, con corazze\ndi ghiaccio, con pennacchi di nembi, con chiarori di roghi.\nLa cupa asprezza degli abeti vigilanti sul contorno frasta-\ngliato della valle regolava la prospettiva, rendeva più miste-\nriosamente remoto il nascimento terreno di quelli dei vestiti\ndi azzurri, dei gialli tumidi e sulfurei, di ermellini e di por-\npore, meravigliosi per lo scintillìo dei loro elmetti e per\nl'agilità delle loro moli nel cielo crudo.\n— O che è quello che sembra una torre di Babele, rosso\nbrunito, con la luce nel corpo, come una carata di vino\nvecchio? — chiese Tullio, che per la prima volta vedeva un\nsiffatto colosso.\nMassimo a quel colosso diede un nome.\n— E quello che è tagliato da un piano di nubi turchi-\nnicce, come se fosse decapitato ? La gran cima bionda che\nha più luce nelle sue ombre che non tutti i nostri pittori nei\nloro generi di biacca ?\nMassimo disse il nome : indi ad uno ad uno nominò tutti\ni denti delle creste che ridevano al roseo occiduo e gioca-\nvano a parer diafane e leggiere come morgane. —■ Nulla è\npiù lieve dei monti — disse : — ogni raggio li penetra e ogni\nnube li cancella : tutta la materia terrestre è al loro co-\nspetto più opaca, più immutabile e più vile. — Ma, oh,\nguarda! — esclamò Tullio, interrompendolo per mostrare a\ndito qualche cosa che li portò dal cielo in terra e fe' ridere\nentrambi, fraternamente. — È questo un municipio ? — Se\nsta scritto ! — Difatti, sovra una bianca bicocca di un piano\nsolo, tre finestre e sei metri di facciata, era scritto a carat-\nteri elefantini il civico orgoglio: — Municipio. — Le vostre\nistituzioni rispettano almeno lo spazio — mormorò Tullio,\nnella sua gaiezza. Entrambi, di fazione politica, erano per\nistinto anarchici. Massimo concluse, alzando le spalle: —\nPoca gente, poco sputo.\nMa come se il trascolorante idilio della sera volesse tutte\nle cose rapidamente commiste, gli cascarono tosto le parole\nin dolcezza :\n— E guarda dunque i miei figli !\nEnid e Rinaldo, già guadagnati all'ospite per la singo-\nlarità dell'avvenimento che portava qualcuno nella loro casa,\nerano venuti incontro alla carrozzella: Massimo li prese con\nse, su le ginocchia, empiendo loro gli orecchi di quella sua\nallegria chiassosa, che un poco dilagava in loro anime e un\npoco li sgomentava, come una briacatura di babbo triste.\nTullio, dopo tanta grandiosità di bellezze eccelse, ora, al\ncospetto delle sue belle creature innocenti, si sentiva come\ntutto redento dal pattume del suo destino : credeva gli si\naprissero le porte di una casa di rilucente cristallo che da\nogni parte avrebbe ritiesso ogni purezza del pensiero. Cercò\nnel viso di Massimo la felicità di lui, e gli sembrò inespli-\ncabile che non si trovasse fra quei tratti una sola linea di\nquiete, una sola virgola di sorriso senza sforzo.\n— La tua anima è piena di bestemmie — gridò — se\nnon ti chiami felice !\nMassimo rise e affrontò quei suoi chiari occhi che vole-\nvano farsi indovini :\n— O tu che mi chiedevi or ora se mi annoio e se soffro,\ncàvami dunque la verità dal cuore !\n\nSilvio Benco."}, {"page_pdf": 44, "page_imprimee": "32", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.44", "texte": "POESIA\n\nPOUR UN AÈDE\n\na AGENORE FRANGIPANI.\n\nI.\nLE GRAND LABEUR.\nToi que j'ai vu lieurir candide, aveo des yeux\nOh' l'àme apparaissait, rayonnante et ravie,\nToi qui yersas la paix à mon coeur anxieux,\nEn mèlant la fraìcheur de ta vie à ma vie.\nA cause des cliemins, ensemble traversés\nAlors que le printemps riait dans les ramures,\nPour les moments présents, pour les instants passés,\nSois bèni. Sois -beni pour les lieures futures.\nEst-il rien de plus beau dans ce qui prend le coeur,\nEt rien de plus suave au coeur, que le front d'ange\nEt le geste inspirò d'un tout jeune clianteur,\nQu' un chanteur plus àgé laure de sa louange ?\nO frère, 6 fiìs ardent des pays du soleil,\nHanté, par le regret d'helléniques trophées,\nDans ta jeunesse pure, enlacée au sommeil,\nTu murmures encor des rimes etouffées.\nAli ! nos jours ne sont pas propices aux beaux chants,\nTout idéal se meurt, au coeur mème des femmes;\nL'Aède est comspué par les liommes méckants :\nOn rit des grands desseins, on rit des saintes ilammes.\nQue sera l'Avenir ?... Mais que t'importe à toi ?\nDans ces abjections tu marches, magniflque :\nTu gardes le trésor de ta lyrique foi,\nCar tu veux conquérir la couronne delpliique.\nPrix de puissants efforts, prix des màles sueurs,\nLa couronne immortelle, enfln qu'elle te ceigne !\nMais il faut l'acheter avec bien des douleurs :\nVois le sommeil s'enfuir : inèdite, soutfre et sa igne.\nEt pour qu'un jour l'Ether justicier et profond,\nVainement blaspbómé par les foules atliées\nTe gravis le sentier rude où yont\nPrès du Gèni e en pleura, les Vertus insultées.\n\nII.\nL'INITIATION.\nOe jour a des tiédeurs qu'on dirait aprilines :\nSous un vivant soleil les fuyantes collines\nSe dessinent au loin dans leur voile léger.\nLa Nature au printemps seinble. déjà songer.\nLes oliviers, gardant la paix dans leur feuillage,\nOnt fini d'essuyer les gouttes de l'orage.\nTout me parie de-toi parrai eette douceur,\nJe sens battre lointain, mais proclie aussi, ton cceuiv\nPour quelque temps tu vis dans la cite brUyante :\nAh ! que du moins ton àme, harmonieuse y cbante,\nEt que rien, male enfant, que mon àme a porte,\nN'y détruise ta force en tuant ta fierté.\nBeviens me consoler de la fin de l'automne :\nTes livres sont ici, les miens je te les donne.\nJSTous aurons un hiver tranquille et radieux :\nOes poétes anciens, qui ne sont jamais vieux,\nNous charmeront avec leurs graves mélodies ;\nJ'admirerai l'essor de tes ailes gi*andies\nLa tempète pourra sous l'obscur flrmament,\nMenade sans repos, errer confusément,\nNous, n'écouterons pas ses plaintes affollées\nEetentir dans l'horreur profonde des vallées ; •\nNous mèlerons nos coeur, nos extases, nos voix,\nTu boiras à la coupé idéale où je bois.\nAlors un plus beau feu luira sans ta paupière\nTu penseras toucher aux portes de lumière,\nTu croiras t'élancer jeune aigle, d'un voi prompt,\nEt, prophétiquement, tes yeux entreverront\nLà-bas, ainsi qu'un ciel dont s'écarte la brume\nL'Avenir où ton astre auprès du mien s'allume."}, {"page_pdf": 45, "page_imprimee": "33", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.45", "texte": "POESIA •\n\nIII.\nHEURE INSPIREE.\nEn regardant tous deux, penchés à la fenètre,\nh'Etoile du Berger avec le croissant naitre\nEt la nuit enyaliir les monts silencieux,\nNous nous sommes remplis de la vertu des cieux.\nAllume : maintenant, dans la calme demeure\nCes lampes, que ta main ranime d'heure en heure.\nTout nous délivre ici des liens du réel :\nCe jour tranquille est cornine un jour surnaturel,\nOn dirait que l'on voit, il semble qu'on entende\nLa Muse s'avancer grave, sereine et grande.\nEt toi, ne sens-tu pas jusqu'à ton front monter\nL'ardente émotion d'un cceur qui va chanter ?\nAvec amour je suis ton àme qui s'èveille,\nTon àme frémissante, à mon àme pareille,\nTu chanteras : oui, c'est ton magnanime sort.\nAh ! puissent tes accents, triomphants de la mort,\nDans FAvenir unis à mes sonnantes rimes,\nEmplir ceux qui viendront d'impressions sublimes.\nMais il faut, d'un labeur àpre et male, payer\nD'avance la future ivresse du laurier.\nRien de grand, rien de beau qui ne soit difficile,\nAux rigueurs de FArt pur prète un esprit docile :\nCrois-en FAìné muri qui jamais ne te ment,\nSois sevère à toi-mème et pour que, longuement,\nTon effort inspirò, près du mien se soutienne,\nEapproche, Agenore, ta lampe de la mienne.\n\nLouis Le Cardonnel.\n\nIL MELO\nGuido Verona\nIl tronco basso e nodoso cresceva da un'aiuola breve,\nsopra un quadrivio di sentieri, ed all'altezza di una fronte\nd'uomo si pendeva in due tronchi minori che poi divergevano\nalquanto e s'innalzavano prolificando un'alberatura vasta,\nintricatissima, sovrabbondevole, corno l'immagine di un ser-\npaio gigantesco, invaso da una follìa di contorsione. Appena\nfra gl'interstizi appariva il tenue verdeggiare delle foglie,\nma su la vetta dei rami e nel loro spessore, a ciuffi, a pen-\nnacchi, a mazzi, a stelle, a rose, a ghirlande con una profu-\nsione inverosimile, con una densità più folta che non sia\nl'erba nei prati selvaggi, la rosea fioritura del melo eserci-\ntava su la pianta madre una specie di soffocazione, con uno\nsfoggio ed uno sperpero di colore così eccessivo ch'esso\npareva comunicarsi anche all'aria circostante, anche all'ombra\ndelineata sul terreno, anche a tutte le cose che poi si guar-\ndavano, rivolgendo le pupille un po' ebbre da quella ma-\ngnificenza floreale.\nAvevano per l'aria quelle innumerevoli corolle un'ap-\nparenza di filigrane delicatissime, una tinta di quei pallidi\ncoralli che paiono dissanguati nel latte, una leggierezza d'ali\ndi farfalle, che il vento faceva palpitare con frequenza, met-\ntendo in quel roseo come una specie di scolorimento, un'im-\nprovvisa oscillazione bianca.\nE tutto, per una zona intorno al melo, era invaso da\nquella esuberanza folle: cadendo ingombravano le foglie,\npendevano dalle congiunture dei rami si addensavano entro\nle cavità del tronco, aderivano alla corteccia muscosa, oscil-\nlavano su le tele dei ragni, coprivano di un tappeto soffice\nla terra e l'erba e le siepi, spandevano all'aria balsamica\nuna fragranza di miele, parendo simboleggiare una imma-\ngine di eterna, dionisiaca primavera.\n(Dal romanzo « Il feudo perduto »)♦"}, {"page_pdf": 46, "page_imprimee": "34", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.46", "texte": "POESIA\n\nIN MORTE DI GIOSUÈ CARDUCCI\n\nELEGIA.\nA. F. T. MARINETTI ...\nA. NOTARI\nA GUSTAVO BOTTA\nMECO ASTANTI\nIN BOLOGNA\nCiel d'Italia in tempesta. Catastrofe buia ululante :\nfollia di lampi estrema : morta la terra al tuono :\ntutte le cose vane : e gli esseri curvi in un sonno\ndi livid' ombra uguale : pioggia furente negra :\nfreddo : al diluvio deste, singhiozzano l'ultime madri,\ntendono i già doi'mienti dolci lor nati al cielo.\n— O Poesia, o Patria ! — Le foci travolgon le fonti,\ni fuochi incendian l'acque, gelano, i morti, i vivi.\nI ceppi antichi stridono gocciando le ruggini atroci\ndi sangue e di vergogna. Orrida l'ombra romba.\n— O Madre mia, è un sogno ? Ma bacia la tempia pulsante\ndi cui ti nacque a morte ! Fermagli il voi del cuore !\nFermagli il voi degli anni ! Oh l'attimo eterno gli reca,\nnel petto, Madre ! E sia canto che duri il flato !\nNon teodie, spettri dai volti ove manchino fronti,\ne nari, e labbra, e solo gli occhi traguardin biechi :\nnon croci, no : le odiava il Morto più vivo che i vivi\nanco nel sol fiammanti come le rama a Pan !\nXon quercie, ch'egli od ava : non lauri che odiava più anche !\nFategli il bosco, intorno, di resine e d'ombre perenni,\ndi pampini con grappoli fategli la ghirlanda !\nE dategli fanciulli e dategli vergini, intorno !\nAbbia sue note prische il Carme Secolare,\nabbia suoi pianti e risi ! La dolce coorte vocale,\nignudorosea, biancovestita, filómela eterna,\ntorni, dai dì d'Orazio, a 1' ora d' Enotrio cbe dorme.\nÈ< quel di Eoma il cielo e l'anima è d'Italia !\nDagli angeli, dai dèmoni che gli angeli sono ribelli\nma forti e dolci ancora, ma più che umani tanto,\ncorre un vetusto fremito, scatenasi un empito nuovo,\ne squillano le trombe — ecco i grandi echi intorno.\nL'etra è un concento immane: dai mistici golfi del Caos\nmetallico singulta l'alito armoniale.\n— E' nostro ! — dice Satana — Cantò l'umana Anima avante !\nDice Michele — E' nostro ! Cantò a la Donna l'Ave !\nIncrocian l'ignee spade, sfavillan le scherme tifane,\nstrepono i colpi, l'aure alte ime rimbombano,\n— E' nostro ! — dicon l'anime che fanno degli atomi l'orbe\ndove il sereno adombra, dove, l'ombra serena.\n— E' nostro ! — E il sole inalba di gioia, di gloria più vivo :\ne più le stelle, a sera, la cava urna trapuntano.\nE' la divina pace. Le bionde Marie, forse, pregano\ntutte, la fronte bella curva sul casto seno.\nForse, nel cor tremendo, matura Leviathan (dove ?)\nuna sua nota tetra pel Canto de l'Amore.\nGli eroi, gli spettri ai culmini de 1' Alpi salite ; i cavalli\nde le canzoni al cielo, de le speranze al mare;"}, {"page_pdf": 47, "page_imprimee": "35", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.47", "texte": "POESIA\n\ni martiri dal sangue fiumante, dai giùgoli neri\ndove la corda impresse i segni aeri del lino,\ne vomitar, le lingue, bestemmie che parvero fati\nai più morenti lividi d'empio terror carnefici;\ni fuochi d'ogni sole sui fuochi d'ogni camposanto,\ni fiori, i fiori, i fiori ti fan la gloria intorno.\nO Trovator di fiamma, ti fanno la gloria coorti\nd* inni, via da Bacchilide al vostro altro Mameli :\ne il popolo percote gli scudi de l'anima al canto,\nalza la melodia pel fondo arco dei cieli.\nFuggon, di tra le gotiche paure dei templi, cercando,\nl'anime negrotinte, la sacristia secreta :\nvibra, sui vetri, il sole, l'eterno satanico dardo,\nentra soffiando: spegne il picciol astro ai ceri.\nVedova di cruore, la figlia sabauda ripete,\nnonna, il pennuto alcaico inno girante tuo :\ne le pupille in pianto su perdonsi agli alti sereni,\ntrovan la bionda stella di Venere canuta.\nLa macchina de ferri (volava a' suoi dritti destini)\nor, d'improvviso, impenna fra' mani dello Stato\ne scontra, e trebbia vite agli uomini e par catapulta\ndi chi sa mai qual guerra nostra civile infame.\nTorna, l'Italia, guelfa. Sognavi la mina. La miccia\nnon arde. Il Prigioniero sogna i domini antichi\npiù che inai, sempre : e finge : e fingono intorno, i devoti\n\\\nitaliani : ed hanno, sul Ee, F imperatore.\nNoi non abbiam che gli astri, Novissimo il Tuo scintilla\ne nomasi Josue, ben noto nome ai soli.\nE par, le sere, brilli sul dorso ner tondo del Monte\nche Michelangiol fece e disfaremo Noi.\nNo. Conciliarsi è vano. Attende sue folgori il Foro,\naltitonante copresi di nubi sacre il cielo,\nBasti la vita eterna. Bisogna la vita d'un ora !\nIl pan di rosa è dolce : tutti mangino il pane !\nNo, non esiste il dopo. Lo spirito è fango: lo spettro\nche torna è fola. Amate, Ombre, la voluttà !\n\"V\nE bello il corpo ignudo che lotta, a le arene, d'amore\ne sa morir nel sangue per un' Iddia che ride !\nFremon le corde ai plettri, le coppe tintinnano, i cuori\n- bevon l'aroma, grande canta la Poesia.\nE bello, è bello, o mondo, tu brutto vestito di sacco,\ninondo dei senza canto, mondo dei senza cuore !\nE bello tornar Greci, è bello tornare Romani:\nma più volar, volenti, nel centro del giusto Avvenire:\nesser gli umani è bello sotto il seren stellato.\nOr chi diè il f uoco al ghiaccio de' nostri cimiteri ?\nArse il tuo rogo santo ne l'ora notturna più alta,\nPadre ! Le tue faville popolari lo Zenito.\nNon più di marmo selve a l'Unica d'oro: d'intorno\nbatte la vaga Venere i tacchi oltredannati:\nne chi disfama, diva di cantici l'anima, odiando\nla mensa ebbra di gioia ai crassi ventri ignavi.\nIl nuovo Mondo sorge : la breve Giustizia carnale,\nuna pietà gigante. Ombre di ciò che siamo.\nTu veglierai, tra nembi, o Luce precipua degli Evi:\nnoi la sappiam ch'esiste l'ultima Quarta Eoma.\nNoi, che là ti .seguimmo, cadavere senza latàne,\nsotto la Garisenda cui ben percesse Dante :\ne il pomeriggio in sole non era che porpora ed oro\ne stavan muti i bronzi in loro antri di mostro.\nL'anima Tua cantava, su l'arpa convulsa de' cuori,\nquella soltanto, o Padre, l'anima d'Italia!\n•v\nE noi pensammo. — E il mare, è il vento, è il vomir dei vulcani,\nè il cozzo vostro, o Dio, o Popolo, tal canto !\nOr dov'è il Re ch'è giovine? L'Uom nato d'Istoria nostrale?\nDove Colui, se ha fatto il Capo del domani? —\nE noi pensammo — A l'ora, necessitali grandi gli Eroi :\nquesti, ch'è morto, vive ; nascan altri Immortali ! —\nDolce paese infesto, pensammo a le messi future,\nai nuovi templi, ai nuovi presuli e sacerdoti.\nE de le turbe l'onda s'udiva terribile ansare :\nE su le Torri, in vero, l'azzurro annuvolàvasi.\nSì, che, agli astanti, il ritmo del Carro di gloria ben parve\nl'estremo Pie' del Verso che squarcia Anime e Cieli.\nIn Bologna, il 18 febbraio del 1907.\nVincitore del I, Concorso di POESIA*\n\nPaolo Buzzi."}, {"page_pdf": 48, "page_imprimee": "36", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.48", "texte": "POESIA\n\nEN FORÊT\nMarie Dauguet.\nI.\nAu dehors on entend gémir le bois amer,\nLe vent pousse des cris lugubres de hulotte,\nPar les fentes de 1' huys mal cloué qui ballotte,\nIl entre des odeurs de rèsine et d' éther ;\nMais dans le logis fruste et qu' assiège 1' hiver,\nAu fond de la forèt dont l'ombre vaste flotte ;\nDoueement 1' atre chante et la lampe de fer\nProjette autour de nous une clarté falotte.\nSur le mur de granit en blocs luttés de terre\nEt le bahut branlant où pend ta carnassiére.\nOli comme ils sont plaisants ces instants que l'on vit,\nSolitaires, pendant que 1' ouragan fait rage\nEt vous garde... rendu à ton vrai moi sauyage\nAux instincts primitifs toujours inassouvis !...\nII.\nJe ne suis pas unique et mon cceur millénaire\nEt plus... recèle en lui bien d' autres cceurs ; parfois\nJe les entends rèver leur rève solidaire,\nQuand je retourne au refuge ancestral des bois.\nO volupté profonde où je sais me complaire !\nL' ètre artifìciel retrograde aux abois,\nMon moi primordial, mon vrai moi se libere.\nEmpii d'àpres désirs et de brutaux émois ;\nDélivré du mensonge à 1' étouffante gangue,\nDe 1' absurde raison, des lacs, des jougs des cangues,\nJe suis tous mes ai'eux qui vivaient déchaìnés,\nComme le loup rapide et la tempète errante\nTout prés des éléments, des bètes, de la piante,\nEt sous leur forme liumaine encor mal incarnés.\nIII.\nA peine détachés de 1' àme universelle,\nDu sein nourricier de Gyb\nQui -les a tant bercés de sa maiu màternelle,\nSous. les taillis mouillés d' hièble et de seringa.\nDans la forèt germaine aux noiràtres ambelles,\nIls ont vécu des ans... L' àine que me légua\nLa race vagabonde à qui je suis fìdèle,\nQuand je róde aux sentiers que son pas fatigua,\nPar les gaulis fangeux, je la sens tout entière\nEn moi restituée. Et tout me fait accueil\nDe ce qu' elle a chéri, la rugueuse bruyère,\nLe liteau dont je sais la limite et le seuil.\nLe vent audacieux qui baise ma paupière,\nLa libre solitude oaverte à mon orgueil."}, {"page_pdf": 49, "page_imprimee": "37", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.49", "texte": "POESIA\n\nI REGNI DELLA MORTE\nRosario Altomonte.\na)\nLA MORGUE12'\nIsola strana di S. Bartolomeo che pesi sul fiume, eterna\ned immòbile, come il destino sulla corsa del tempo ! Isola\nstrana impastata di morte, tu sei sazia di morte. Ti piange\nin ogni luogo l'anima cupa dei suicidi. Tatto che si aggira\nin te ha la sinistra faccia dell'enigma. Nulla si comprende e\nnulla si vede. La vita del mistero starnazza con ali invisi-\nbili : s'intuisce come la fuga di lugubri collere, bestemmie\ndi spiriti mali. L'aria soffoca ed ha della tregenda. Il silenzio\npesa enorme. Le creature sono mute, sono stanche, sono\nstrane. Hanno un ghigno nel sorriso, un gran vuoto nello\nsguardo. Sono luride, quasi imbrattate di melma, la melma\ndel fiume. Sono malvagie, hanno durezze beffarde di becchini\nSono fosche, hanno lampi truci di delitto. Sono malate, hanno\nfebbri di paludi putrefatte. Sono grottesche, hanno contor-\nsioni di cadaveri guasti dal fiume. Il fiume, il morto fiume\ndella perfìdia, attira le creature perfide. Il giallore terreo\npassa dall'onda all'essere. Tatto scolora, smuore, svanisce....\nIl moto è inerzia, la luce è ombra. I violenti tacciono anche\ncome in un'aria di delitto. Idioti e abulici entrano nella\n« morgue » come ad un ritrovo : ridono mefistofelicamente. Lo\nsfacelo morale e lo sfacelo fisico : due identità orrende. E\nuna donna scalza e sudicia tresca con l'amante ebreo, figlio\ndella mala vita. Il cadavere lardellato e gonfio dice sul freddo\nmarmo il ghigno dell' enigma. Isola strana di S. Bartolomeo !\nFate bene fratelli, si legge su una porta d'ospedale. Ma\nl'obolo non viene e rimane vuota la cassetta. I fratelli della\nmorte, i pellegrini della Morgue non hanno bene da donare,\nhanno male, tanto male da curare. E sono morti, morti an-\nch'essi come il fiume che non soffre il suo male, che non ha\npietà di alcun male. Sono morti, morti anch'essi come il\nmarmo che non freme, che non trema al contatto del suicida.\nCupi tocclii suona a volte la campana. Muta passa una let-\ntiga. Mute passono le larve e non si scoprono. Isola strana\ndi S. Bartolomeo !\nUn mendico sta sul ponte. « O Madonna del consolo, non\nlasciate i bastimenti alla furia della corrente; per la pace\ndei naufragati, date un obolo al mendico ! » E la stessa voce\nio 1' udii in una notte di uragano per la marina del Gargano.\nE quel volto d'idiota io lo vidi nella Morgue, gonfiato e pao -\nnazzo. senza luce e senza vita, sulla tavola ghiacciata che\nsi imbratta di melmosi suicidi. Isola strana di S. Bartolomeo !\nAlla notte il fiume piange e il suo gorgo porta in fondo\nuna favella di suicida. E quando urla e corre il vento tra-\nvòlgendo pietre e frane ? Allora la lampa della pena\nin alto, come un ciglio di terrore. Aloni passano, indefinibili,\nd'incantamento. Fendono 1' aria lugubrmente tristi avvoltoi\ne la civetta dannasi sulle tettoie. Se cade un'ora dalla cam-\npana, fischia nel vento come un lamento. Orava, mistero, l'im-\nmensità. Isola strana di S. Bartolomeo !\nO nero gorgo che porti in cima una favella di suicida,\ndimmi che pensi sulla finestra del maleficio, sulla finestra che\nbianca s'apre sopra la tavola dei mutilati ! Dimmi che gemi,\ndimmi che parli, se il pentimento, se l'esultamento. Dimmi\nse trovasi, nei fondi tristi, la pace eterna senza dolori. Dimmi\nse trovasi, nell'acqua sporca, una notte bella, una notte pura.\nE dimmi, favella, gli strazi lunghi dei naufragati, i cuori\nrotti e le anime dannate, le dolci labbra già deturpate, le\nsane membra già divorate, le vele bianche, le vele buone <ì< i\nso°'ni arditi, visti e non visti, nell'attimo sfioriti, nell attimo\nperduti colla marea.\nIsola strana di S. Bartolomeo!\n' (!) D. I turni e le Olone, pria,» vola™, in cor» di M. Biblioteca UI.MM. MI. rivista V M». f 1«\"»» * « «•»*•\n(2) Parlo della Morgue romana, che sta nell' isola di S. Bartolomeo sai Tevere."}, {"page_pdf": 50, "page_imprimee": "38", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.50", "texte": "ROESIÀ\n\nLA VOCE DEI CIELI\nAlfredo Baccelli.\nVanno i placidi armenti, vanno le timide greggi\nPer l'aride sabbie sterminate : vanno.\nNel grigio deserto non ala di vento, nè suono\nDi voce : immoto, alto silenzio ed ombra.\nScintillano ardendo nel cielo le fulgide stelle :\nAnch'esse mute : muta la notte e il Fato.\nPensoso e fioco per lunga solitudine, il cielo\nL'errante Pastore dimanda a le, stelle.\n*\n— Ohi sono ? Onde vengo ? Ove va(io ? Ohe è vita ? Ohe morte ?\nBrillano eterni gli astri ? Ohi regge il cielo\n%\nOhi popola il verde suolo ? Ohi l'infecondo mare ?\nOh parla, parla, o muto, fulgido Cielo !\nE parlò il CieJo e disse : — Unica Essenza di luce\nIl lampo accende come le stelle e il sole.\nUnica Essenza di Vita l'uomo, gli alati, le fiere\nE i pesci forma come le selve e i fiori.\nUnica Forza i venti move, i flutti sonanti\nE Luna e Sole ne l'azzurro e le stelle.\nL'Unica Somma Possa ama in silenzio : ti prostra.\nLa senti fIntenderla non isperar già mai.\nE tutta raggiando il Creato la grande parola,\nSubito lampo, fulse l'Idea divina.\nFulse ; e l'Errante Pastore, di Dio fatto Profeta,\nD'amore ardendo creò le turbe e disse.\n\nSTORNELLO\nGoffredo Bellonci.\nEisero nel mattino le campane,\nargutamente, in cima al campanile\ne per il cielo limpido d'aprile\nle risa dileguarono lontane.\nEra un mattino limpido d' aprile\ne corse per il cielo uno stornello :\n« sol nella trista vita amore è bello »\n— risero nubi sopra il campanile —\n« Sol nella trista vita amore e bello,\n« soli i fioretti allietano le prata,\n« fior è T amor di età l'innovellata »\nTal corse per il cielo uno stornello.\nFior è l'amor d' età rinnovellata :\ngiovini, amate nel novello aprile\nmentre gioioso canta un campanile,\nquando i fioretti allietano le prata.\n\nEPILOGUE\nEmile Henriot.\nPhrygienne ! le Styx est sombre, l'ombre noire !\nLe vent brutal éteint les torches allumées.\nXul écho ne réponcl aux voix accoutumées.\nLa nuit se fait plus sombre et moins pure la gioire !\nLe Oyprès dresse auprès du Saule une ombre noire !\nLe laurier dont tes mains ont mes tempes ornées\nJ'effeuille, et le bandeau se détache ! Fumee,\nOrgueil ! Fumee aussi le bonlieur illusoire !\nKien ne reste à ma main des roses dèpéries.\nL'espoir mème est tombé de ces lèvres fletries !\nPlus rien que l'amertume, hélas ! d'avoir vécu !\nO détresse ! Les voix éteintes, dispersées...\nO détresse de voir pour n'ayoir pas vaincu\nLa coupé rópandue et la fiamme étouftee !"}, {"page_pdf": 51, "page_imprimee": "39", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.51", "texte": "POESIA\n\nSONETTI FALLICI ALL'ANDROGINE\nRicciotto Canudo\na ELENA\n\nI.\nL'Urna.\nUrna di angoscia, infocata e oscura,\nche con 1' ali piegate la mia fiera\ngiovinezza circonda, e dove spera\ntregua la mia pavida sciagura ;\nUrna di angoscia, dove la paura\ndella vita si estingue, e la Chimera\ndel Sasso apre la sua bocca nera\nche 1' empito del mio sangue misura,\n10 t' amo e t' odio per quella feroce\nbocca che beve in un liquido foco\n11 mio valor, tra sospiri di morte,\nurli di vita ! e questa mia sorte\nselvaggia e dolce, annuncia a poco apoco...\nO terribile bocca senza voce !\n\nII.\nIl Fiore piacente.\nFiore fosco a due pètali, profondo,\ntepido in giù de la sottile ciocca\nd' esili steli che 1' amore accocca\ndove si annoda ogni desio giocondo;\nin te, per te, ne 1' empito fecondo,\nla scintilla di vita umida scocca,\ne tu l'accogli, o Urna, o Fiore, o Bocca,\nnel tuo mistero, in che si eterna il mondo.\nSta in te 1 insidia della Vita, e trarne\n1' essere può la sua perpetuità\nnell' aspra scherma della voluttà.\nE vive l'universo armonioso\nnelle pieghe del tuo calice ascoso.\n0 bipetalo Fiore della Carne !\n\nIII.\nLa Bocca mistica.\nBocca tu sei la forma che la Terra\ntolse per esser mossa e fecondata\nnel ritmo della gioia disperata\nche regge la lussuriosa guerra.\nQuella bocca che mastica, rinserra\ndell' esser la fòrza e la durata\nma della Specie la vita è celata\nin te, mistica Bocca, augusta serra.\nSe dall'ardente stelo della Vita\nbalza la calda opale in te che fremi,\nla favola del mondo si rinnova.\nPoi che per sempre la tua febbre cova\nla Forma, e ne matura i mille semi.\nCibelea Bocca, breve ed infinita !\n\nIV.\nL'Iniziazione.\nSalde carni di femine, attorcenti\nmembra di eroi lussuriosi e invitti ;\nche sulla bella preda ardendo, infìtti\ni denti e l'unghie, in rauchi rotti accenti\nchiedete che non tregua ai violenti\ncolpi sia data, ma più fieri e fìtti\nesultino le febbri prepotenti,\nSin che la morte impietri gli sconfitti !\nCarne ! Carne di l'emina, che infuria\nl'ardua foja dei muscoli contorti,\nnello eroico amplesso spasimando !\nQuanto l'impeto vostro è miserando,\nora che 1' Andrògine le forti\nlabbra mi hàn rivelata la Lussuria!"}, {"page_pdf": 52, "page_imprimee": "40", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.52", "texte": "POESIA -\n\nBALLATA SARCASTICA\n\nSe qualche notte, a levarmi d'impaccio,\ndalla finestra, con al gozzo un laccio,\nnel vuoto mi lasciassi dondolare,\nchi di lì sotto venisse a passare\nvedrebbe in alto pendere uno straccio,\nvedrebbe al vento uno straccio danzare.\nE, (poiché, sempre, dinanzi alla morte,\nfu saggia cosa puntellar le porte)\ntorcendo gli occhi dal funereo sacco,\nil viatore batterebbe il tacco\ne gli parrebbe aver le gambe corte\ne gli parrebbe esser poco vigliacco.\nMa vedendomi un tratto rivivente\nin quello specchio dell'Onnipotente,\nin quella invano provvida ranocchia\nche ad ogni salto s'inginocchia,\nringrazierei le Parche coralmente\nd'avermi scisso dalla lor conocchia.\nE divenendo l'Anima gioconda\nnel veder pensolar sotto la gronda\nla vota gabbia dove battè l'ale,\nsi canterebbe in tono augurale :\n« Mercè del laccio che m'ha fatto monda,\nehè i beccamorti non ti faccian male.\nBicordi tu, poetica cicala\nquando, salendo una malfida scala\nd'imagini, di sogni e di parole,\nla tua candela struggesti nel sole !\nOr, se taluno a terra non ti cala,\npotrai nel vento riudir tue fole.\nAlta la mira sovra a te ponesti ;\nma se dall'arco, qua e là, traesti\nlucidi dardi, con mano maestra,\nquando, dovunque, incontro alla balestra,\nvóto bersaglio l'Infinito avesti,\nfreccia veruna nel volar fu destra.\nAnco pensavi : « La fronda che agogno\nnon sarà mai bastante al mio bisogno,\nfinché le mani non mi saran tronche ».\nE preparavi all'opera le ronche ;\ne l'ali d'oro che t'apriva il sogno,\nnon t'accorgevi ch'eran braccia monche.\nPure ti lodo per quell'atto savio\nonde la vita che t'era d'aggravio\ne a me faceva di sue fila intralcio,\ncacciasti nella tomba con un calcio.\nMa come fare che non pianti Bavio\nsulla tua fossa un ramoscel di salcio ?\nFrattanto sappi che se il giorno schiari\ne qui vengano a frotte i tuoi compari,\nciascun con una lacrimetta ai cigli,\ngiù, nella melma, faran lor bisbigli,\nfaranno meraviglie e ragionari\ne l'uno all'altro celerà gli artigli.\nAnche tua madre ci sarà, pentita\nd'aver nutrito la tua grama vita\ncon erbe amare e con punti di cardi ;\ne tra gli amici subdoli e bugiardi\ni parenti saran della partita\nnell'atteggiare a mestizia gli sguardi."}, {"page_pdf": 53, "page_imprimee": "41", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.53", "texte": "POESIA'\n\nStrappati allora alla tua corda e piomba,\nputreolento nunzio della tomba\nsu quella schiera d'azzimati morti :\nCiascun si fuggirà con occhi torti\ne gran mercè se la tua spoglia immonda\nsolo tua madre di suo duol conforti ».\nCosì direbbe l'Anima alla spoglia\nche, pensolando dalla triste soglia,\ndondolerebbe come un lume spento.\nNè sarai più risibile giumento\nche pei sentieri va di mala voglia\ne dell'estive mosche è nutrimento.\nQuesto mio riso e questo mio lamento\ngiungano a voi che mi foste compagni\ne mi donaste piombo per argento.\nMa se, raggiunto l'ultimo convento,\nle mie ferite un Angelo ristagni,\npregherò Dio che non istrappi il vento\nle vostre vanerelle opre di ragni.\n\nDomenico Giuliotti.\n\nGESU'\nArnaldo Cervesato.\n(1)\nIl bel Pastore. — Dal limite del deserto alla via degli\nulivi, la sua figura fu prodigiosa come l'apparita della pri-\nmavera. Il bel pastore \"mostrò agli uomini come crescono i\ngigli dei campi, cui non è invidia della gloria di Salomone\ne come vivono gli uccelli sulla siepe e come il figlio uscito\ndalla casa materna per pascolare il gregge avesse trovato il\nmesso di Dio che lo ungeva re.\nBel pastore dell'anima nostra smarrita, la comparò al\nseme e al lievito e la chiamò a un tempo il regno di Dio:\npoiché ciò essa è, e null'altro, vale a dire tutto. Così la similò\nalla perla da scoprire nel profondo e il messaggio della via\ndiritta scoperta por ritrovarla chiamò « Buona novella. »\nChi possiede la perla dell'anima sua à ogni consapevo-\nlezza altresì e, conoscendo il potere di ognuno di trarla dalla\nsua coscienza, può ammonire con Lui : « Rendetevi simili a me ».\nEgli fu più che un uomo o meritò di esserlo, ma noi lo\namiamo specialmente perchè fu simile in tutto all'uomo nel-\nl'amore e nel dolore, nel dubbio, nell'angoscia, nell'ira, nel\nsenso di giustizia e di verità; perchè fu simile all'uomo\ngiusto, odiato a torto, calunniato, tradito.\nMa, poiché ogni cosa tramutava in bellezza, così egli\nmostrò anche la bellezza, traendola alla luce, d'ogni soffe-\nrenza che si celava ; quella del muto e quella del lebbroso\ne ne dichiarò agli uomini, quale sale silenzioso a Dio, l'ar-\nmonia suprema — della purificazione operata dal soffrire.\nPerciò egli è il contemporaneo perenne e i mandriani\ne i labri che Io amano e lo adorano vestito dei loro medesimi\nabiti, sono di tanto vicino a lui di quanto chiunque lo deve\ninclamidar nella toga per riconoscerlo, gli è remoto. Per essi\nè il conterraneo, l'inseparato, il presente. — Per ogni altro,\nuna figura della storia lontana.\n(1) Dal Piccolo Libro dei Misteri d'Occidente, di prossima pubblicazione."}, {"page_pdf": 54, "page_imprimee": "42", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.54", "texte": "P 0 E SIA\n\nIN TONO MINORE\n\nI.\nPRELUDIO BREVE.\nAccorda la chitarra,\naccorda la mandòla....\nC'è il vento che sul mare,\nno a so, forse mi narra\nqualche storia d'amore...\nEd io voglio cantare\nuna canzone sola\nin un tono minore.\n\nII.\nSE IL RE...\nSe il Re m'avesse dato\nRoma la sua città,\nma io fossi obbligato,\nbimba, di lasciar te,\ni) n'andrei dal mio Re\ne gli direi «Maestà,\n« Maestà, mercè !....\n« Riprendi Roma: ma\n« lascia che sempre sia\n« per me la bimba mia.., »\n\nIII.\nMAGGIO ODOROSO.\nTrema nell'aria il Maggio.\nSale un odor di rose\nIo da nn lungo viaggio\nritorno,... E sono stanco.\nMa guardo il cielo chiaro\nsmarrito dietro un bianco\n/\nvelo, che batte al vento\nin lieve ondulamento....\nLieve : che sa di rose.\nSì, sono immoto ancóra\ne il maggio m? è lontano\nMi piace come odora\nma non lo inseguirò.\nLa barca è senza vela...\nIo sono un prigioniero\ne volar via non so...\nMa il carcere è una tela\ndi ragno... E chiude in vano.\nx\nMaggio odoroso, parli\ntu di speranze? I voli\nalti degli usignoli,\nmaggio, sai tu intrecciarli ?\nLa mia speranza trema\nforse nelle tue rose ?\nSogno un'acqua che gema\nda fonti armoniose...\nNon so : sento un leggero\nbrivido, maggio, e spero.\n\nIV.\nFURIA DI VENTO.\nFerma, premi sul cuore,\nbimba., le tue man buone\nOdi l'ansia marina.\nPiccola, odi il lamento\nfolle nel tenebrore\nE' l'anima ferina\ndel vento.\nOdi. È la mia canzone.\nOdi, E il mio amore.\n\nV.\nLA PRIMA PIOGGIA.\nOdi la pioggia? Cade\nsì fresca a goccie in mare.\nE ti vedo tremare,\npiccola, e ti sorrido.\nSai? d'un mio sogno strano\nvorrei segnar le strade\ntra le gocciole rade,\nlente... Ma non mi fido.\nVorrei dirti... Ma guarda\nla pioggia: canta lene-\nPiccola maliarda,\ncanta eh' io ti vo' bene.\n\nVI.\nMANDOLINATA MINIMA.\nPel bosco v'è un odore\nfresco... Non so dov'è.\nSon certo le viole\nbrune che stan nascose.\nFelici esse son sole,\nfelici e dolorose.\nCosì anche nel mio cuore.\nSoffro... e non so il perchè.\nx\nDal muricciuolo, assiso,\nio guardo l'orto in fiore."}, {"page_pdf": 55, "page_imprimee": "43", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.55", "texte": "POESIA1\n\nI gelsomini bianchi\nfioriscono di stelle.\nSuonan di ritmi stanchi,\nchiari, le fontanelle...\nVedi : anche il mio dolore\nfiorisce d'un sorriso....\n\nVII.\nDUBBIO.\nMi ricordo. Sul mare\nvidi certi occhi neri\nche mi facean sognare.\nOr nell'oblio vo lento:\nma non so s'è tormento\no se è scacciapensieri...\n\nVII.\nMEGLIO TARDI CHE MAI.\nPartivo : e c' era tanto\ndolor negli occhi suoi...\nPer me ? Ma no ! Ella ha pianto\nperchè partia l'amore !\nEd eccomi dottore\nnella « scienza del poi... »\n\nIX.\nDISILLUSIONE.\nE piove: io mi credevo\npieno d'una mia gioia\nstrana... Ma piove : e io levo\ngli occhi alle nubi, guardo,»\ne m'accorgo, in ritardo,\nche l'allegrezza è noia.\n\nX.\nRIVEDENDO LE MURA.\nLa città? Che gran cosa!\nLe vo' intonare un canto\ndi tre sillabe in prosa...\nTutto quel che m'inspira\nquesta vita che gira\ne mi rigira accanto...\n\nXI.\nPER LA VIA.\nIo cammino, nel fango :\nsotto la pioggia lene,\nvile, nell'ombra, io piango...\nVile nell'ombra amica\nio cerco chi mi dica\nch'ella ancor mi vuol bene...\n\nXII.\nOCCHI SOCCHIUSI.\nUn boccio aperto: un breve\nramo che trema : un frassino :\nun turbinio lieve\ndi bianche ali cli'3 passino\n0 di fiocchi di neve...\nUna collina e prati\nverdi: e cespi .di roveri...\nun convento : e, vegliati\ndal campanile, i poveri\norticelli dei frati...\nUn rivolo che scende\ntra le vigne sottile :\nun tralcio che distende\n1 bracci in lunghe file...\nFiabe, canti, leggende....\nTutto un nodo: un groviglio\ndi piccole delizie :\nla chiarità d'un giglio\nnell'alba: la blandizie\nd'un tramonto vermiglio...\n\nXIII.\nFURTIVA.\nIo mi volgo. Un fruscio, sì, m'ha sfiorato.\nMamma? è di là. La mia sorella? dormo.\nEra un fruscio di vesti ? Erano forme\nvane, un'ombra di qualche trapassato?\nIo non so. Tutto è in'ombra, ora. Mi pare\nche su ia fronte un alito mi tocchi...\nSpero, io non so: sogno d'aver su gli occhi\nle tuo misteriose dita care.\n\nXIV.\nPICÇOLA SERENATA.\nCantar vuoi la serenata\nper me solo in riva al mare :\nper me solo vuoi cantare\nsu la riva abbandonata?\nC'è un odor d'alghe e di mare\nnella breve serenata.\nEcco : lieve, all'ombra, accorda\nnel silenzio la mandòla:\nodo gemere una corda\nper me solo, ora, una sola.\nPiccola occhi - di - viola\nla mandola, per me accorda!\nIo t'ascolto; c'è sul vento\nun odor d'acque salmastre :\nluci sorgono rossastre\nentro il mar che canta: lento....\nCon l'odor d'acque salmastre\nsorga il canto tuo sul vento.\nlo ti ascolto : il mare è grande :\nla tua voce esile; e pure\ntatto il mare non si spande\ncome le tue note oscure...\nIo vi bacio, o labbra pure,\nse le note son domande...\nForte dei Marmi\n\nMarcello Taddei."}, {"page_pdf": 56, "page_imprimee": "44", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.56", "texte": "P-0 E SIA\n\nTRITTICO\nAlberto Orsi.\nIn morte di GIOSUÈ\nI.\nConvennero i ritmi, convenner le rime in quell'ora,\nlamine d'argento percossero a martello : ,\nangelo di ventura nunziò la squilla sonora\nla cuna del Poeta nella Val di Castello.\nDalle viscere della Terra, dall'intimo delle\ngelide dell'etra senza contine gole,\ndal core degli umani, dal fulgido cor delle stelle,\ndal magnifico rogo che divampa nel sole,\ndagli angoli invisibili dove l'atomo danza,\nlà dove d'incogniti raggi il poter tenzona,\ndal misterio profondo dell'universale possanza,\nd'onde l'elettro rapido si sprigiona ;\ndalle latebre del reprobo demone indomo,\ndal grembo breve della cellula ardita,\nche sfida l'infinito con il cervello dell'uomo,\nche, eterna, esprimerai talami la vita,\ntutte le forze più buone sorriser la limpida aurora,\nfu, quel mattino, tutto il bello più bello...\nTe beata, che avesti tra le mura, modesta dimora,\nla cuna del Poeta nella Val di Castello !...\nII.\nt\nDel convegno sonoro, del poderoso convegno\nnon anima d'uomo si confortò, non una !\nNon vide la Patria, non vide il mirabile segno\nsu quell'allora rustica umile cuna !\nma un giorno, mentre furtiva stendeva la mano,\nbalzò ed immoto tenne il capo turrito :\ngiungeva su l'aure torbide a lei di lontano\nil formidato del leone ruggito.\nLampi gittando dagli occhi ruinò l'inclita fiera\ncontro la turba vile in terribil modo :\nsquassò la folta scarmigliata criniera\nsferrò dall'ampia gola il giambo e l'epodo!\nVia pei' gli oscuri sentieri, via via per le forre!\nNon dunque udite clamore di battaglia ?\nFate, pusilli, fate dunque a chi più tra voi corre:\npassa il Leone! Fuori di qua, canaglia!\nIII.\nOra convengon i ritmi, convengon le rime all'avello,\nbattono a martello su lamine di rame;\ntutte le forze buone convengono al lugubre ostello\ntacite movendo dall'oscuro reame.\nGenuflessi d'intorno alla salma dell'inclita fiera\nfremon le rime i ritmi, fremon le forze buone :\nfreme su la bandiera della Patria la benda nera,\n\\\nnel petto il core freme. E morto il Leone!\nMa tuona nel tempo, tuona sempre l'audace rampogna\ne l'ugge l'eco del ruggito iracondo.\nDa quest'oggi più fosca, la fosca turrita Bologna\ndall'arcigna tomba ripete il Giambo al mondo !"}, {"page_pdf": 57, "page_imprimee": "45", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.57", "texte": "POESIA\n\nIL SUICIDA\nFerdinando Paolieri.\nAlla bella memoria del pittore Alfredo Yantini.\nE ti rivedo o cupo Abbattimento\nalle sue spalle tra le nebbie fonde ;\ngli alberi incerti, a capriccio del vento\nlugubrmente scotevan le fronde.\nDentro a gli abissi vivono un'ignota\nvita i macigni e parlano interrotte\nparole quando la trapunta gota\nvelan le nubi alla deserta notte.\nEi, per udirle s'appressava al fosco\nocchio profondo, intento, ombra lunare\nimprovvisa che fuor del muto bosco\nrompe la sinfonia crepuscolare.\nTu lo incalzavi, dell'opaco manto\nvelandogli la strada e dalle piene\nbocche del mar sopito, ebbre di canto,\ngli facevi ascoltar le tue sirene.\nPoi lo scortavi nel viale, nero\nd'alti cipressi per l'ombra funesta. —\nEgli passava chiuso in suo pensiero\ne i cipressi chinavano la testa. —\n*\n* *\nLa Madre rise d'un suo dolce riso\nnella luce diffusa dal doppiere,\ne gli si tolse l'ombra di sul viso\ne serenò le pupille severe;\ne si pose la maschera più bella,\nspettro che gioca precinto di rose,\nMorte che accende una lieve facella,\npugnai confìtto tra chiome odorose.\nDisse : non senti che strano rumore\nagita il fiume? parlano gli ontani,\nin ogni stella s'agita un chiarore\nnuovo ; ma giorno si farà domani...\ngiorno ! domani il sole, un sol malato\ngreve, l'incanto romperà ! — Rideva\nla buona Madre e poi : Quanto hai sognato\nsulle sponde del fiume? Ella diceva.\n— Non troppo o mamma, questa notte l'onde\nhanno parole d'un' immensa voce ;\nio tornerò sulle alberate sponde\ndove turbina l'acqua sì veloce.\n— No, resta... — Senti? come chiama il fiume?\n10 d evo, omamma, io deio andare\nè troppo vivo questo roseo lume,\nho bisogno, nell'ombra, di sognare...\nE tese il braccio, sulla porta. — Fuori\nparea crescesse smisuratamente\nil fiume; ecco, coprìa tutti i rumori,\nsolcava lampi la buia corrente.\n— Addio ! — La Madre sorridea pe' buoni\nocchi levati sopra a lui ; d'intorno\nalla santa albeggiavano visioni;\n11 figlio mosse... poi fece ritorno.\nGià, non vista, serrava entro la mano\nla nuova larva di terrore ingombra;\ndisegnò un gesto: Lontano, lontano...\ne sorridendo dileguò nell'ombra."}, {"page_pdf": 58, "page_imprimee": "46", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.58", "texte": "POESIA\n\nIL CORE DEL TEMPO\n\n(POEMETTO IN PROSA)\n— Hanno ammazzato il Tempo!\n— E gli hanno strappato il core!\n— E l'han gettato nel fiume !\nAl fiume, al fiume!\nCorrevano tutti: gridavano tutti: ansando, ridendo.\nE c'erano dei fanciulli che tenevano in mano ancora\nqualche barchetta di carta, e non sapevano chi si fosse uc-\nciso: ma pur disfacevano urlando al vento i riccioli biondi\ncon i solchi delle carezze materne.\nAl fiume, al fiume!\n, E c'erano dei giovani che tra gl'intrichi de' suoi giun-\ncheti pur ieri, ricercando a gara una farfalla, avevano\n<•\ntrovato un bacio: o, all'alba fuggendo dalla casa dell'amante,\nin qualche suo specchio tranquillo eran corsi a vedere sul\nloro volto i recenti segni d'amore.\n— Al fiume, al fiume!\nE c'erano delle donne a cui rincrescevano lè grinze na-\nscenti e strillavano correndo, piene d'ira : Lo vedremo ora\ncom'era fatto il tuo core, brutto vecchio arcigno : te lo bu-\ncheremo con le nostre spille, le dovessimo rompere tutte!\nAl fiume, al fiume !\n« •\nE c'erano dei vecchi che un tempo avevano discesa quella\nchina ferocemente con l'armi alte sopra le bocche urlanti :\nintorno a quell'acqua avevano combattuto e vinto per donare\nalla patria un altro pezzo di terra grassa di sangue!\nE c'ero anch' io che cingevo con un braccio i fianchi vo-\nluttuosi della vagabonda noia, correndo e saltando sull'erba,\nsenza parole, senza risa. Venivano di molto lontano così,\navendo corso lungo mille fiumi, verso mille città, dietro mille\ngrida d'uomini diverse. Ma non mai parola umana ci aveva\ndata più lena alla corsa: E Tempo è morto!\nDa ponente il violento autunno, impugnato il sole come\nuna face accendeva un foco enorme a chi sa quale amante\nlontana. Ma noi non guardavamo il cielo : avvolti da un nu-\nvolo di riddanti foglie secche noi correvamo portati dal me-\ndesimo vento.\nE finalmente giungemmo al fiume. Tutto il fogliame della\nforesta andava con la sua corrente, sì che l'acqua a pena si\nmostrava: pure chiaramente la vedevamo tutti rosseggiare\ntra '1 marcio rabescame delle foglie.\nUno gridò: laggiù laggiù, l'ho visto il core: correte l'hanno\nammazzato davvero! — E tutti allora riconoscemmo il gran\ncore del vecchio mezzo nascosto sotto le foglie morte, che\nandava con l'acqua, giù verso il mare.\nMa pulsava! ma pulsava ancora, insanguinando tutto il\nfiume, con gli enormi fiotti : misurando con imperturbata e\nferoce precisione, l'affannare diverso di tutta quella gente. I\nbambini ridevano ancora e non capivano nulla: i giovani\ndicevano: E dunque così duro a morire questo maledetto\nvecchio? — e i vecchi rispondevano a loro: abbiam visto\ncori più duri del suo, versare così lino all'ultima stilla di\nsangue! E intanto le donne ripetevano mille volte: tuffatevi\ndunque, prendetelo: lo finiremo noi! aggraffatelo con un\nramo se avete paura del sangue ! lo vogliam finire con le\nspille !\nLa mia dolce noia mi sorrideva ammiccando. E il core\ndiventava più grande via via che il fiume s'allargava : il gran\ncore cresceva a dismisura e pulsava, e pulsava, cerchiando\nl'acqua, e facendo tutto rosso : e quella gente lo seguitava\ncon la bocca contratta, con gli occhi sbarrati e fissi...\nFinché si giunse al mare.\nQui la gente si fermò e s'affollò tutta lungo l'estrema"}, {"page_pdf": 59, "page_imprimee": "47", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.59", "texte": "POESIA\n\nspiaggia. 1/immenso core del Tempo passò e entrò nel mare.\nE come gioì del sno sangue il mare ! poiché divenne simile\nal cielo avvampato dell'amoroso richiamo d'autunno.\nMa quando, sotto lo sguardo vivo di Venere, cadde al\npazzo autunno la gran face di mano e si spense nel mare, e\nl'acque anche s'imbrunirono lentamente sì che più non parve\nil loro rossore : m'avvidi allora che qualcuno vicino a me\nnumerava attentamente il frangere delle onde su la spiaggia,\nmentre altri si sussurravano tra loro: Ecco ecco: ora more,\nsenti questo com' è fievole, è l'ultimo — va' pazzo ! non senti\nche ora batte meglio di prima e pare una pendola ! — Ma\nnon farà così in eterno ! — Io anzi eredo che lo farà e non\nmorirà mai più. — Ohi potrà mai ritrovare il core del vecchio\nin fondo al mare? — Non l'odiava abbastanza! Ohi spaccò\nquella pelosa carcassa ! — Morte morte! Salvaci tu dalla pazzia !\nMa poiché vidi la mia cara compagna annoiarsi mortal-\nmente a questi sciocchi discorsi, ricinsi il suo flessile fianco,\ne fuggimmo di là a corsa, lasciandovi quel popolo di pazzi\nche conta ancora le onde del mare ; e aspetta che il core\ndel Tempo non batta più ; e chiama la morte che gli passa\ndietro : e ride.\n\nErcole Morselli.\n\nALLA BASTIGLIA\nΑ. Tiberini.\nL'attesa di Maria Antonietta\nUn silenzio mortale. La Regina\nL'esito attende pallida, tremante s\nS'inginocchia piangendo, e alle sante\nOrazioni imparate da bambina\nSchiude la bella bocca porporina\nOhe fu sì cara al bacio dell' amante\nE fa un. voto col cuore sanguinante.\nPurché lo salvi dalla ghigliottina,\nGiuro che.il corpo mio, nido d'amori,\nMadre di. Dio, saprò mortificare,\nOhe contro ogni lussuria, sarò forte,\nOhe vincerò tutti gl'impuri ardori...\nQuando s'apre la porta, e il Be compare\nE dice grave: Condannato a morte!"}, {"page_pdf": 60, "page_imprimee": "48", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.60", "texte": "POESIA\n\nSI SPEGNE IL SOLE\nArchita Valente.\n(PROSA RITMICA).\nSi spegne il sole.\nTina campana con la voce lenta,\na ritmi lenti\ncome risposte d'una litania\ndalle suore d'un chiostro mormorate,\ndice : Ave, ave, ave.\nSi spegne il sole.\nMiti ombre salgono dal piano\ninvadendo i cieli.\nUna gran calma porta il vespro sui campi\nove l'opre cessaro.\nSulle vie maestre, pei piccoli\numidi sentieri, fra le siepi\ningemmate, va il cadenzato\npasso dèi buoi,\nle campanelle battono il tempo.\nDa una casa giunge il singhiozzo d'un bimbo,\ne un canto di mamma che addormenta.\nLo stridere d'un carro, in lontananza,\nun fruscio rapido d'ali,\ne poi silenzio : il silenzio che giunge\ncon la sera, mentre il sole si spegne.\nI nostri occhi son umidi,\ned una voglia di pianto,\nuna dolce voglia di pianto,\ndi un lungo pianto ci assale.\nTante, tante lagrime scendon silenziose\ngiù per le gote,\ngiù fino ai crepacci del cuore.\nSu le ferite non ancora chiuse,\nsui laceri lembi cadon dolcemente\nqueste pie lagrime che fan tanto bene\nDall'ombre che hanno invaso il piano\ngiungon voci confuse d'una folla,\nd'una gran folla che leva in alto\nuna selva di mani:\nmani tristi e impure,\nmani che han traccie di sangue,\nmani adunche e violenti,\nmani che han maledetto,\nche han percosso e tradito,\nche conobbero tutte le vergogne,\nmani infangate, e mani lacerate\nlevate in alto con i pugni tesi\npieni d'odio e d'ira.\nMa si spegne il sole,\ne la gran calma del vespro\nscende dai tersi cieli\nsulle mani irate,\ne l'una all'altra accosta\nin dolce atto di pace.\nPace, pace un istante\nprima che la notte venga,\nbieca dei tristi fantasmi del rimorso\ne degli avidi sogni.\nPace un attimo solo\npria che si spenga il sole."}, {"page_pdf": 61, "page_imprimee": "[49]", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.61", "texte": "Inchiesta Internazionale di “POESIA„ sul Verso Libero\nPoiché le ultime riforme ritmiche, e metriche compiute o tentate nella poesia italiana, accennano a generar confu-\nsione nei cultori meno esperti d'arte poetica, abbiamo pensato d'interrogare le persone più competenti, affinchè la loro parola\nserva a chiarire le ragioni e le forme delle ultime libertà tecniche in poesia. La nostra rivista dunque rivolge ai maggiori\npoeti d'Italia le seguenti domande :\n1.° Quali «0110 le vostre idee intorno alle piU recenti riformi ritmiche e metriche introdotte nella\nnostra letteratura poetica?\n2.° Quali sono le vostre idee prò o contro il cosi detto verso libero in Italia, derivato dal vers libre\nfrancese che Gustave Kahn ha creato in Francia?\nE perchè la discussione sia più vasta e più concludente, rivolge ai maggiori poeti e critici di Francia e\nd'Europa la seguente domanda :\nQue pensez-vous du vers libre ?\nF. T. MARINETTI.\nPOESIA, ha pubblicato le risposte di Gustave ICahn,\nArturo Colautti, Francis Ululile\n\"Verhseren, Henri de R -\ndonarti. Ducoté, Domenico I) au-\ngno t, Luigi Capuana, Si\nAlonge, Giovanni Pascoli\nComtesse de Noailles, Nee\nMoclzel, Albert Boissiòre, Francesco Chiesa,\nGabriele d'Annunzio, Ada Negri, RichardDehe-\nxnel, Giovanni Marradi, Stuart Merrill, Arno\nHolz, Camillo Mauclair, Une da,\nGhéon, F. Fontana, A, B\nxnons, Giovanni Sorelli, Rosalie Jacohsen, E-\nmile Bernard, Helene Vacaresco, Leon JEtocquet,\nE, Marquina, Carlo Magalhaez de Azeredo.\nFRANCIS JAMMES risponde :\nGher Monsieur Marinetti,\nMerci pour le délicieux poème qui accompagne mon médail-\nlon. Quelle intuitive compréhension vous avez des poètes les\nplus divers.\nVous rn'interrogez avec insistance sur le vers libre. Voi ci\nma réponse : Les oiseaux chantent juste sans que je sache com-\nment ni pourquoi. Les poètes que j'admire sont ainsi. Mais que\nceux que je n'admire pas ne croient point qu'ils ne font pas\ndes vers faux parce qu'ils les font justes, ni qu'ils les font justes\nparce qu'ils les font faux.\nJe vous tends la mairi.\nOrthez.\nFrancis Jaxnm.es.\nVITTORIA AG ANO OR\nIllustre amico,\nVi è una frase nella vostra amabilissima lettera, piena di\n«significato» circa l'inchiesta sul «Verso libero». Voi dite:\nSo che voi non avete simpatia per le forme della «prosodia\nlibera. »\nOra, « Prosodia » eh' io sappia vuol dire Legge, Regola,\nrapporto alle sillabe brevi o lunghe ecc.\nCome dunque si può simpatizzare con una « legge » che\nammette la «licenza?» «Noi» abbiamo metri infinitamente\nvarii; «noi» abbiamo l'endecasillabo, magnifica forma che si\npiega ad ogni più ampia snodatura; «noi» abbiamo la «selva»,\nliberissima, (ma formata da « versi ! ») e più libere « strofe »\nancora possiamo foggiarci ora noi, a rendere l'irrequieto, tor-\nmentato, e talora anche « incomposto » nostro spirito ; (ma\n« strofe » composte con « versi ! ») tutto quel che volete.\nQuello che non intendo e non intenderò « mai », è che si\nvoglia gabellare per versi «la prosa», disponendola a lineette\nor brevi or lunghe or mezzane sul foglio, ingenerando fatica in\nchi legge, e « null'altro ». Ecco.\nVorrei dirvi altro ancora, ma il turbine augurale di questi\ngiorni non mi consente che questa frettolosa risposta alla vostra\ngentilissima lettera, nè voglio< indugiare di più.\nNon ho per ora poesie inedite compiute. Ma non scorderò\ncerto il vostro cortese desiderio di cui « vi ringrazio ».\nSalute serena e gioia di lavoro e d'alloro.\nMonte del Lago, 4 gennaio 1907.\n\"Vittoria-Affano or\n-AZiFFlEDO 3BA.GOELLiI\n«Verso libero» sono due parole in aperto contrasto. È\nnota caratteristica essenziale del verso la prescritta regola del\nritmo; e senza questa regola non esiste verso, ma soltanto\nuna più o meno lunga linea di prosa.\nPerchè si usa il così detto verso libero? Per rendere in\npiù fedeli espressioni armoniche l'atteggiarsi del pensiero poe-\ntico. Ma appunto il soverchio frazionamento dell'espressione\narmonica distrugge di questa l'effetto,: si va oltre il segno,"}, {"page_pdf": 62, "page_imprimee": "[50]", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.62", "texte": "e per desiderio di un ottimo inconseguibile si distrugge il bene.\nNella fanciullezza dei popoli, quando si sentiva che la prosa\nnon era forma adeguata alle esaltazioni del pensiero, si ricor-\nreva per istinto al ritmo, appena formato da irregolari ricorsi\ne da assonanze. Ma la regola severa giunse, con l'arte adulta,\na dare perfezione armonica alla forma poetica e a fondere pen-\nsiero, sentimento, immagine, ritmo in una contemperata unità,\nmirabile di senso e di misura.\nOra, toccato il culmine, per legge fatale si dovrà discen-\ndere per la curva. L'amore del nuovo insieme con una specie\nd'iperestesìa estetica persuadono al verso libero. Ma è regresso.\nA.lfredo\nROBERT DE SOUZA. ri\nMon cher poète,\nExcusez mon retard. Depuis des mois, je voulais répondre\nà votre aimable domande; des travaux, des occupations urgentes\nme faisaient, remettre de jour en jour les quelques mots que je\nsuis heureux enfin de vous adresser.\nLa question de ce que l'on est convenu d'appeler le «vers\nlibre », et qui est simplement celle du « rythme naturel du langage\net des moyens les plus expressifs de le mettre en oeuvre », est\ncapitale pour la vie et l'avenir de la poésie, en Franco du moins.\nJe ne peux me permettre aucune incursion sur le terrain éfranger,\nmes connaissances étant trop historiques, incomplètes ou nulles,\ndes langues soeurs ou voisines. Il m'apparait seulement que\ndans tous les pays où certaines formules ont servi un plus\ngrand nombre de chefs-d'oeuvre, la poésie ne peut échapper à\nl'évolution des autres arts qui les masquent, les rejettent ou\nles transforment dès qu'ils présentent quelque vie. La question\nest capitale en France, parce qu'il s'agit de savoir si les poètes\nparviendront à créer eux-mèmes leurs moyens d'art ou conti-\nnueront à subir les férules des vieux « rhétoriqueurs » du XV®\nsiècle. Ces rhétoriqueurs étaient ou des juges qui entassaient\nrègles sur règles pour rendre plus difficiles les concours des\n«jeux floraux», ou des scribes à gages des princes qui accu-\nmulaient les prescriptions littérales les plus puériles et pour se\nfaire valoir et pour rendre plus aristocratique, soi-disant, plus\ndigne de leur maitre, le noble métier de poésie. Tous les poètes\ncréateurs firent de leur mieux pour répondre par le lied de\nsorte qu'avant les Walther de nos jours aucun n'eut l'audace de\nWalther aux tyrannies des Beckmesser. Mais la férule était si\nsimple, ingènue, de «masquer» les vieilles formules, de chercher\nle rythme « dans l'organisme vivant du langage ».\nIl n'y a de «liberté» que pour aller plus profondément au,\nfond des choses ; et cette liberté n'est point le « désordre » comme\ncertains veulent le croire, mais un «ordre vivant» qui s'organise\ncontre «l'ordre abstrait»: la symétrie. Tous les arts se sont\ninsurgés depuis longtemps contre l'expression symétrique con-\ntinue, fruit d'une tradition fausse. (On sait que rien n'était\nmoins symétrique que l'art grec, depuis la galbe d'une colonne\njusqu'à la place des statues toutes disposées sur l'Acropole en\ndiagonales.) La poésie est le dernier des arts qui cherche à\ns'exprimer par un ordre qui ne soit que de la symétrie « momen-\ntanee » et qui voudrait participer d'une formation moins élé-\nmentaire que celle des cristaux. Or, beaucoup n'entendent le\nrythme que dans l'ordre géométrique du minéral, ils figent la\nrivière du mouvement, ils ne comprennent l'onde que glacée.\nMais comment faire pour que la lettre ne soit pas un son\net la parole un chant, le chant du mouvement qui coule? Et il\ny a encore des poètes qui croient que la parole est séparable\nde la musique, n'est pas de la musique, elle dont chaque son\nverbal est une note dont les vibrations sont mieux fixées que\nles rayonnements de l'étoile polaire !\nLa parole est un « ordre qui fuit » dans le temps, une suite\nde vibrations qui se nouent et se dénouent les unes des autres,\ns'étalent ou s'enflent, équilibrées et correspondantes suivant l'im-\npulsi on de l'émoi générateur. Etant reponnue la nature de l'onde,\n— et celle du francais l'est parfaitement depuis que son accent\ntoni que sur la dernière syllabe sonore des mots métriques est\ndéterminé — notre émotion gouverne l'ordre de la parole, comme\nle coeur suivant la nature de ses contractions, sa systole.\nLes alexandrins et tous les vers francais syllabiques à points\nde repaires symétriques, dits césures ou rimes, peuvent ètre\ndes instants de ce mouvement, ils n'en sauraient ètre toutes\nles formes possibles. Et de ce qu'à tant de bateaux il a fallu,\npour qu'ils passent, ces placides écluses, nous, refuserions-nous\nde connaitre le large courant d'aujourd'hui, ses laux dangers et\ncomment ses rapides mèmes ont un rythme qui porte, à travers\ntoutes les effervescences de l'onde.\nPendant quelque temps encore, nous verrons les poètes-\néclusiers, proti tant de la timi dite de la foule, lui ouvrir et lui\nfermer leurs lourds battants à grands renforts de mécanique.\nCela ne nous trouble point. Un moment, plus proche qu'on\nne pense, viendra où la foule trouvera que c'est bien long\net monotone...\nQuant aux faux pilotes des rapides qui prennent leur retraite\ncomme éclusiers, tant pis pour eux! Ils s'apercevront trop tard\nqu'on ne peut, sans nier la vie, après s'ètre fié à la belle et\nforte liberté organique du mouvement, aimer graisser — serait-ce\nde mille manières diverses — des portes d'écluses séculaires.\nAussi ne puis-je admettre la co-admiration de certains, éclec-\ntiquement répartie sur les symétrisants et les rythmiciens, comme\nsi l'on pouvait séparer la poésie de la forme où elle prend\ncorps, et dans le corps le plus vide trouver la poésie aussi\nfraìche. Ah! bienheureux les compositeurs qui peuvent admirer\nLulli sans faire du Lulli! et malheureux les poètes pour qui\ndu Lulli d'aujourd'hui est toujours du Lulli et Un Lulli aussi\nriche que Wagner!"}, {"page_pdf": 63, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.63", "texte": "Mais n'y a-t-il pas des poètes pour qui le rythme est une\nquestion secondaire ! Hélas, oui ! il y en a : pour eux le mou-\nvement de la vie mème importe peu à la vie !\nVous voyez que je rie partage point leur opinion, mon cher\nPoète, et qu'entrainé j'ai rattrapé un peu tropi peut-ètre mon\nlong retard à vous répondre. Cependant il me reste encore de\nla place pour vous féliciter de votre initiative, qui contribuera\nsans doute à délivrer les poètes du joug des rhétoriqueurs, —\net pour me dire ,\nbien amicalement votre\nParis, le 27 Dèe. '06.\nRobert\nLOUIS LE CA.FIDONNEL risponde:\nMon cher poète et ami,\nJ'ai lu les numéros de «Poesia» et les deux volumes de\nvos poèmes que vous avez biien voulu m'enVoyer. Dans tout ce\nque vous écrivez, j'admire l'élan, l'imprévu, le charme éblouis-\nsant d'une fantaisie vraiment créatrice et cette floraison vraiment\ntropicale d'images, cette invention perpétuelle de métaphores\net de rythmes qui font, par exemple, de votre « Conquète des\nEtoiles », quelque chose d'unique et de merveilleux.\nYotre revue est des plus intéressantes, du plus sain et du\nplus large éclectisme, car elle ne demande à ceux qu'elle recoit\nque d'avoir, à quelque degré, le don divin du chant, leur laissant\nla liberté de leur vision et de leur forme personnelle.\nQue vous dire du «Vers libre», sinon que, pour mon compte,\nje l'approuve et je l'admire chaque fois qu'il apparaìt comme\nune nécessité et qu'il correspond aux sujets où on l'emploie. Les\nvrais poètes composent organiquement. Chez eux l'inspiration\nemporte avec elle, et cela d'instinct, la forme adéquate où elle\ns';exprime. Je ne vois pas écrits autrement qu'ils ne sont vos\npoèmes, et le vers qu'on appelle régulier, ce qui ne veut pas\ndire monotone, a suffi à Baudelaire, à Lecomte de Lisle, à Leon\nDierx. On s'en servirà toujours pour certains thèmes graves\nsolennels, majestueusement pathétiques, comme on emploiera pa-\nrallèment d'autres formes plus souples, plus varièes pour tra-\nduire certaines nuances imprécises, certains soubresauts de l'àme,\ncertaines harmoniques indéfinies du sentiment et de la sensation.\nJe suis, cher poète et ami, votre bien dévoué,\nLouis Lo Cardonnel.\nGIA.N PIETRO LTJCINI risponde :\nSono lieto che mi sia dato, caro ed ottimo Marinetti, oggi,\nl'opportunità di valermi, come di una tribuna internazionale, di\n« Poesia », rispondendo alla inchiesta, che voi avete promosso\ntra i letterati europei, sul verso libero. Oltre a questo, per\nme, fu benigna e favorevole la presente circostanza, perchè\nmi spinse a terminare un lavoro da tempo composto in mente,\nma di giorno in giorno procrastinato, pensando che non ancora\nfosse attuale e di pratica utilità. Voi, in parte, avete letto\nquella mia « Ragion poetica e programma del Verso Libero »\ne l'avremmo destinato per «Poesia», se non fosse divenuto un\npiccolo trattato non del tutto ozioso.\nÈ sfrondando questo saggio di quanto si riferisce a filosofia,\nargomentazione, ricordi personali, indiscrezioni, incorse veloci pei\ncampi prossimi della scienza e dell'altre arti che io sintetizzo\nquesto breve concludere : ed è alla « Ragion poetica », che ri-\nmando i curiosi se vorranno saperne di più ed anche i ma-\nlevoli, se mi imputeranno di dogmatismo rivoluzionario, quando\nl'avrò, in breve, data fuori. Là vi leggeranno per disteso tutti\ni perchè logici, tutti i motivi concatenati; là troveranno tutte\nle lente trasformazioni, da cui volle l'evoluzione passare, per\ngiungere all'ultima nostra forma prosodica; e, se non li avrò\nconvinti, cosa di cui dubito sempre, vedranno però che nulla\nho lasciato da parte per farli convinti, sì che la mia coscienza\nsi tiene paga contro la loro pervicacia conservatrice ed invin-\ncibile. ;\nMa sintomatico ed interessante è il vedere, per merito vo-\nstro, inscritte su «Poesia» le nuove discussioni e le battaglie\ncortesi sopra idee generali e concetti personali, sinceramente\nespresse. Gioveranno alla storia delle nostre lettere e diver-\nranno norma positiva di una più onesta e leale considerazione\ndella critica, intorno a quel verso considerato falso, eretico o\npazzo dalle comuni convenzionalità conformiste. Se nessuno di\nnoi si schiverà sfuggendo il pericolo del compromettersi, elu-\ndendo colle vaghe attestazioni di una embrionale dottrina e\ngiuocando di frasi ironiche, o coprendosi di una facile arguzia,\no rifiutando senz' altro di antivedere con audacia, per specu-\nlare sul presente, noi avremo raccolto un bel « Corpus » di\ngiudizi] soggettivi, un bel granaio d'opinioni e di osserva-\nzioni a cui potremo ricorrere, in appresso, meritandosi, un vo-\nlumetto così compilato, quel valore, che già fu, e meritamente,\ndella «Enquète sur l'Evolution littéraire» dell'Huret; la quale\nrimane uno dei migliori documenti per lo studio delle mo-\nderne lettere francesi.\nAvrà dunque l'inchiesta di «Poesia» il merito e l'efficacia\ndi dare riconoscimento e storia, stato civile e brevetto di no-\nbiltà, al «Verso libero italiano?» Lo credo. Questa forma\npotrà di nuovo venir biasimata in contro a chi la vanta, ma\nnon più negata. Ciò basta ad affermarne la sua reale ed uf-\nficiale esistenza; da che si incammina ad essere annotata nella\nrubrica dei modi prosodici, e, domani, in appendice ai vecchi\nmanuali; come avvenne testé per il verso carducciano, accolto\npresto nelle scuole, perchè era un professore universitario che\nlo aveva composto.\nIl « verso libero » viveva a parte ; vive tuttora in disparte.\n«Gazzette letterarie», «Riviste di Giovani e per i Giovani»\nlo accettavano senza commenti e come una sfida. Era taciuto"}, {"page_pdf": 64, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.64", "texte": "nel giro delle critiche autorevoli : qualcuno lo chiamò « la\nsbrigliatura definitiva incoraggiata dall'esempio francese»; per\naltri, tra cui il Lanzaloni, ineffabile pedagogo moralissimo, il\nverso amorfo, innominato, destituito d'ogni fondamento di rit-\nmica, ossia prosa spezzata in tante linee di lunghezza varia\na secondo del capriccio dell'autore; per i moltissimi, una nuova\nabberrazione che imbastardiva il nostro italico Parnaso. Po-\nchissimi, del resto, lo usano; quasi tutti ne ignorano l'esi-\nstenza. Otto o dieci geniali coraggiosi, o meno, si fan vanto\ndi saperlo, perchè indipendentemente l'uno dall'altro lo hanno\nper fatica e per esperienza propria composto. Perfezionato, è\nper loro lo strumento semplice ed elegante, elastico, preciso,\nsonoro e robusto, quasi perfetto e forse indefettibile, per cui\nla loro anima vibrante e lucida di sensazioni e di idee si\ntrova, senza molto disperdersi e senza troppo smuntare, riflessa,\ncompresa e concreta dentro la nobile spera del poema. Il pub-\nblico grosso, la critica delle grosse « Riviste » si accorse di qualche\ncosa di simile, quando il D'Annunzio, che ha scorazzato, dal\nritmo di Jacopone da Todi a quello del Moréas, senza cam-\nbiare mentalità od accattandola d'imprestito, volta per volta,\nsecondo la moda dai rigattieri delle antologie contemporanee,\nmandò fuori «Le Laudi», «La Francesca», «La Figlia di Jorio»\ne che so io. I suoi turiferarii ammirano un « verso pseudo\nlibero », esclamando al prodigio ; ed affermarono ch'egli doveva\nesserne l'inventore in Italia. Ma se, come avvenne, gli si chiede\nil perchè, l'inventore se ne schiva e vi risponde: «La que-\nstione del verso libero è molto grave e molto complessa.\nÈ troppo difficile cosa trattarla in venti righe. Mi proverò. »\nNon si è provato. E bene, tutti coloro, tra i poeti, che inven-\ntarono qualche nuovo e personale strumento di manifestazione\nartistica' e che coscientemente ne seppero il valore, da Orazio\na Foscolo, dal Banville al Verlaine (il meno adatto a fare il\ncritico dell'opera sua), da Walt Whitman a Carducci, scrissero\nin prosa od in versi un «Ars poetica» di glossa al loro me-\ntodo, d'esegesi alla loro intenzione. Piccoli o grandi, artefici od\nartisti, che non lavorano d'imprestito e di mosaico, uè per\nudita, nò per richiesta dei salotti letterarii, in venti righe, od\nin cento pagine, si sono provati. Sinceramente dimostrarono,\no dimostrano, le loro antipatie, le loro prevenzioni, il loro pre-\nferire ed il loro sentimento, per la semplice ragione che hanno\n« sentito quella o questa forma con ingenuità » ; l'hanno pra-\nticata senza malizia d'imitazione, sapevano che posto le era\ndestinato nella prosodia; ed, attualmente, che sia, ad esempio,\nil verso libero. Vi diranno che risponde ad un desiderio ge-\nnerale della mente moderna ed europea in questo punto di se-\ncolo; che è un indice della rivoluzione e della evoluzione com-\npiutesi nella letteratura internazionale; un episodio di ciò che\nin Francia si chiamò decadentismo e simbolismo; un aspetto\nche assunse l'insurrezione sistematica contro il « principio\nd'autorità», in politica, nelle scienze e nelle arti. Per ciò ha\ni suoi rapporti colla filosofia e colla sociologia, come obbe-\ndisce alle leggi della biologia cosmica e della psicologia indi-\nviduale. Certo, tutto questo, in venti righe, non si può dire;\nse ne può scrivere invece una « Ragion poetica », alla quale\nrimandare il benevolo ed il malevolo, comunque, per meglio\nprudirvisi.\nLa battagliera azione letteraria, che incominciò, dopo il 1870,\na suscitare conflitti di teorie estetiche e di inconciliabili oppo-\nsizioni di forma, culminata col nome di decadentismo e sim-\nbolismo, tra il 1885 ed il 1900 in Francia, ha un carattere\ninternazionale. In Inghilterra, il poeta e pittore William Blake,\nintimo del Whitman, vi cantò i «Canti dell'Innocenza» colla\nlibertà di metri del vate di Paumaiiok, e lo Swinburne for-\nmale e classico, il più grande rappresentante del parnassiani-\nsmo inglese, dedicò a questo «vero ed adorabile genio, a questo\nprofondo e libero pensatore», un saggio critico lucidissimo e\ncompleto. Qui, vi furono Dante Gabriele Rossetti, Burne Jones,\nWilliam Morris, ed un vegliardo, più fresco e fragrante di un ado-\nlescente, Meredith: poi il Wilde ha sopportato, per la passione-\ndelia nuova bellezza, il suo lento martirio equivoco. Qui, colli\naudaci inventori d'ogni e più complessa musica verbale non\nprima udita, non morì la forma tradizionale; e, di pari passo,\nvi furono, dal «Rhymers' Club», propagine della taverna del\n« Cheshire Cheese», famosa per i Johnson ed i Goldsmith, i\ngiovani, che squillarono alla Rima l'inno vittorioso :\nu Gloria alla rima regale,\nnoi martelliamo la rima d'oro;\nnoi martelliamo il ritmo sonoro\nfinché ne tacciano l'echi ».\nIn Germania, le canzoni del « Nordsee » di Heine, seguendo\nil Klopstoch, che aveva richiesto della metrica latina altri modi\nnuovi, iniziarono un verso lirico, uscito dalla regola solita e\ncomune : Gian Paolo Richter, Novalis, colla loro filosofia trascen-\ndentale, danno un altro perchè a fondamento dalla letteratura.\nIn Ungheria, è Madach, enorme come un Dante, colla sua\n«Tragedia dell'Uomo».\nIn Russia, si chiamarono decadenti Minsky, Merejkovsky,\nK. Balmento, questi, a cui, oggi, Gorki, il violento biblico ed\ni democratici socialisti rivoluzionarii stringono la mano, mentre\nche nella «Nuova Vita», soppressa dal governo dello Tsar, si\nalleavano direttamente coll'azione di piazza ed aggiungevano,\nal carattere della letteratura russa il bisogno prepotente ed\nirrefrenato della libertà.\nIn Ispagna, « Belkiss, regina di Saba » del Castro vi in-\ndica che la partecipazione a questo indirizzo vi fu consentita.\nIn Francia, bene o male, sanno tutti quale fu il suo suc-\ncesso. In Italia, vi furono delle scaramuccie provocate da qualche\nintelligenza più precoce e più inquieta delle altre; ma la pi-\ngrizia della critica, il nessun interesse del pubblico, la man-\ncanza di quella atmosfera sociale e di quelli istituti politici"}, {"page_pdf": 65, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.65", "texte": "che resero possibile il fiorire di tale tendenza altrovje e l'ecces-\nsivo sospetto reciproco, la lasciarono svampare tra molto fumo di\nparole inocue e tra molte risate, riserbando, spero, decisioni\nvive e vigorose per un tempo meno manifatturiero e per una\npatria più libera.\nNoi avremo, cioè, il nostro simbolismo nazionale in ri-\ntardo, come abbiamo avuto il nostro romanticismo; allora solo\nsarà da noi possibile, che, per necessità di esistenza, venga\nanche ammesso, comunemente, come espressione lirica, il verso\nlibero. Con ciò non voglio asserire chje il simbolismo replichi\nil romanticismo, per quanto si accomuni con lui in alcuni ele-\nmenti, specie nella cinetica rivoluzionaria. Anche il romanti-\ncismo incominciò colla filosofia ultra cattolica di De Maistre\ne coi gilii di Chateubriand, ma terminò con Hugo repubblicano\ne Schopenhauer nihilista. Se il simbolismo ha prediletto, sui\nprimi giorni, idealità cristiane, evanescenze idealistiche, metafi-\nsiche, il medioevo d'apparato, ha finito per riconoscere Nietzsche,\npagano e distruttore, Striner individualista anarchico, Blanqui\ncomunardo e positivista; e di tutti questi ribelli ha fatto un\npantheon di sue glorie, idealisti, ad un modo, nella ricerca\ndei fenomeni e nel pretendere la libertà per tutti. Se il roman-\nticismo fu un' operante funzione guelfa, per cui furono possibili\nle aspirazioni verso l'indipendenza di popoli, razze e classi, se-\ncondo una legge comune, rispetto ad una religione atavica, così\nche religione ed assetto di patria venivano ad essere cementate :\nil simbolismo apporta un impeto ghibellino ed agnostico, (misti-\ncismo scientifico) la presentazione dell'«io», che non pretende\npiù una indipendenza, ma una libertà, non più una legge, ed una\nreligione, concordate sui bisogni colettivi di tutte le altre unità;\nma una sua legge, ed una sua individuai religione,. Perciò\nmuove guerra e sommuove guerre tutt'intorno pel suo raggio\nd'influenza; si dimostra incondizionato dominatore, cioè stoi-\ncamente anarchico. (So che questo sunto è oscuro e troppo\ncondensato. Ma vogliate ricorrere alla «Ragion poetica» piana\ned aperta.)\nTali ed altre simili cose io potrei aggiungere in una discus-\nsione su temi generali ; ma, nello stretto ambito di una inchiesta,\nmi fermerò ad una constatazione soggettiva, più utile e spoglia\ndi divagazioni. E mi vi offro in esempio, per quanto valgo.\nHo usato, da giovanissimo, a dubitare dei maestri : volli\nmaestra l'esperienza. Dal fatto che conosceva estraeva le leggi:\nogni fatto rappresenta per me un tipo anomalo: la somma delle\nanomalie, coi loro rapporti, significa la vita; e la vita ha leggi\ngenerali, a punto differenziali, perchè è sintesi, nello scambio\ne nel ricambio, delle anomalie che popolano lo spazio e che\nesistono nel tempo. Così non mi accontentai affatto di quelle\ndefinizioni che i lessici competenti ed i professori mi sciori-\nnavano sopra «il concetto di Poesia». Per conto mio, sottoposi\nalla abituale dissociazione questo fenomeno d'intelligenza, questo\nmodo di vivere del cervello umano, ed ai reagenti molto cau-\nli\nstici della mia critica trovava che si scomponeva in due ele-\nmenti primi e fondamentali : « Imagine » e « Musica », come\nl'acqua si dispone alla elettrolisi ne' suoi due gas producenti,\nidrogeno ed ossigeno.\nTutto che in letteratura darà Musica ed Imagine, legate\nindissolubilmente, sì che l'una sia nell'altra compenetrata, ma\nnon perda la sua natura, nè si confonda; sì che l'altra vesti\nla prima, non con abiti posticci e comperati dal rigattiere, ma\ncon giuste maglie e perfette guaine seriche e dorate, sarà. Poesia.\nNon cerco misure prestabilite (versi), non seguenze numerate\ndi misure (strofe), non assegnati circospetti e complicati modi\ndi accento, di rune, di elisioni, di dieresi; mai è «verso, strofe,\npoema logico e naturale, poesia, » insomma, ciò che viene\nespresso con una ingenuità, o con una raffinatezza, in quel modo\nnativo e sonoro su cui la gamma risuoni e la plastica informi;\nciò che rende un concetto ed un pensiero poetico in tutte le\nloro sfumature, in quel suono, ed in quel colore per cui hanno\nvita e vibrano personalmente le idee presentate; ciò, in cui\nsi identifica l'indole personale ed agisce libero e cosciente il\ncarattere del Poeta, svolgendo la sua manifestazione.\nMa nel far ciò, nel pensarlo e nello scriverlo, nel tentare\nun rinnovamento di tale valore estetico, non era mosso, nè per\nmoda, nè per singolare mania, nè per inquieto dilettantismo.\nIo sentiva di cooperare, colla mia opera e colla mia volontà,\nal bisogno che promanava dal tempo, alla necessità della mia\naspirazione. Certo, in qualche modo era obbligato ad espri-\nmere parole che riguardavano al divenire, non al presente im-\nmediato; ma colui che vuol essere attuale in qualche punto\ndi vita, non può essere il contemporaneo, perchè, nel mo-\nmento stesso, nel quale egli pronuncia la sillaba, il fatto è già\ncompiuto; e sta cadendo nel passato chi vuol essere semplice-\nmente ligio ad una verità, oggi brillante, domani, già annu-\nllata, dopo domani tramontata per sempre. Io amo la verità,\nche, come le stelle, nascoste tuttora al telescopio e ricercate\ndal suo obbiettivo, esistono ma non sono ancora disegnate sulle\ncarte del planisfero. Sarà prossimo il giorno in cui sorge-\nranno sull'orizzonte: e con più tardano a salire, con più du-\nratura la loro permanenza.\nCosì, dalla adolescenza in poi, mentre bizzarramente mi\nerudiva da me stesso e mi rivolgeva alla sanzione ufficiale\ndelli esami governativi, più per averne un documento, che\nper valermene poi, sin dal 1885, una specie di verso libero mi\nsi presentò successivamente nelle ricerche e nell'ondeggiare delle\nmie inquietudini, formandosi e sviluppandosi lentamente, sotto\nuna fatica di lima, sotto la costanza del mio richiedere. Mi\nreggeva una sottile coscienza poetica: dopo di aver sperimen-\ntato tutti i mezzi prosodici, cui la traduzione e la retorica mi\nporgevano, molteplici e nobilissimi, non mi sentiva abbastanza\nrivestita da quei paludamenti d'apparato e rifiutava d'uscire\ncon quelli, abiti, improvvisamente mascherata. E se ciò ch'io"}, {"page_pdf": 66, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.66", "texte": "voleva e sospettava nell'indole stessa della nostra lingua e se-\ncondo l'abitudine della nostra poetica, veniva allora trovato ed\nesercitato già presso di noi singolarmente, od oltr'Alpe, per\nidentico sentimento, non seppi : dopo appresi e paragonai.\nQuando, infatti, nel 1888 uscivano i « Semiritmi » di Luigi Ca-\npuana, a cui ben volontieri accordo la priorità, io aveva già\ncomposto, in parte, ciò che in quel tempo chiamava « Armonie\nsinfoniche », ignorando il nome di « Semiritmi » e di « Rythmes\npittoresques » (Maria Krysinska).\nSimilmente, non mi era nota l'ultima appellazione di « Verso\nLibero», che oggi addotto per maggior chiarezza; ma aveva\nprodotto, in massima, quel mezzo letterario che si riconosce\nsotto questi diversi nomi, a volta a volta, e che rappresen-\ntava il piio rude primo sforzo di liberazione contro la prosodia\nconsuetudinaria.\nSe il ricordo non mi inganna, poco dopo, Ada Negri nel-\nl'altro volume di versi «Tempeste», tentò una volta sola col\n« Senza Ritmo » una dolcissima sinfonia armonica di parole e\ndi pensieri, con un risultato cosi perspicuo, che, nè prima, nò\ndopo, la sua poesia baldanzosa e selvaggia, ottenne mai più;\ne,, nei 1892, Alberto Sorniani, troppo giovane pianto dalla cri-\ntica dell'arte nostra, novissimo filosofo di integrazione moderna,\ncantava un'«Ultima Passeggiata»: ed ancora risuona:\nu Mi è dolce e triste prima di partire,\nprima di andare lontano,\nin una giornata così desolatamente melanconica,\ndi ripassare, a passo lento e pensieroso,\ni luoghi del dolore immenso, i luoghi dei ricordi,\ninfinitamente angosciosi n.\nIn. seguito, prima che comparissero le « Laudi » d'annun-\nziane, un completo e pregevole volume di versi liberi si affer-\nmava, coi «Dialoghi d'Esteta» (1899) di Romolo Quaglino; dove\nsenza smancerie, senza irritamenti, senza caprioleggiare funam-\nbolico, la nuova prosodia aveva già raggiunto un tale grado di\nsicurezza quali altrove invano lo si cercherebbe nei tentativi.\nE questi esempi sono, a mio parere, oggi, capitali, nello sta-\nbilire fin d'allora una esistenza vitale e longeva a quanto i\nsuperficiali gratificano di un candido disprezzo alla Homais.\nFu dunque anche per me questa forma: anzi, se non ap-\nparve pubblicamente prima (« Domenica Letteraria ») del 1396,\nchi mi conobbe, sapeva che, per lunghi anni, dubitoso del suo\nvalore, l'aveva secretamente elaborata, coprendomi in prece-\ndenza, come di uno schermo, coi «Libro delle Figurazioni ideali»,\nin giusti versi tradizionali, per non incorrere nella tacile accusa\nd'ignorare la prosodia.\nQuindi, padrone di altro metro complicato e sottile, che\npretende maestria d'uso, di osservazione, di traduzione imme-\ndiata, quasi cinematografa, ho potuto tentare, coi «Dadi e le\nMaschere», «La Pifferata», e col resto, l'aperto esperimento e\npubblico del mio verso libero. Oggi ne conosco il valore ef-\nfettivo, le ambagi e le equivoche promesse ; rie so i secreti e\nìe difficoltà e l'arte per cui, se non vi stancate, lo raggiun-\ngete dominandolo. Il verso libero deve ondeggiare, seguendo\ntutte le emozioni del poeta, apportandovi quelle diversità di\nritmo e d'armonia le quali meglio convengono ai diversi con-\ncetti che manifesta. Nessuna regola rigorosa gli deve impedire lo\nsviluppo, nessuna barriera arrestarlo nell'onda sonora, nel pla-\nstico movimento. Idealmente, il verso libero si realizzerà per-\nfetto in una lingua dove la cadenza delle parole sarà forte-\nmente segnata dall'accento tonico, dove l'accento logico del pe-\nriodo coinciderà coli'accento verbale. Ed è il caso della lingua\nitaliana, tra le altre d'Europa: per cui, nello sviluppo della\nsua lirica accettò, d'istinto, nativamente, questa forma proso-\ndica, senza darne il nome, passando dalia metrica latina, gra-\ndatamente, ancora alla prisca accentuazione del « Carmen Fra-\ntram Arvalium », delle comedie plautiane e del « verso saturnio »,\nper ricongiungersi colle strofe del latino mistico, ripresentatisi\nnelle «Laudi» trecentesche e nelle «Farse Cavajole», dopo l'in-\ntermezzo provenzaleggiato romanico e longobardico dei nostri\ntrovatori, Sordello e Bertrando in sino a Dante.\nTutto ciò ò dato dalla natura stessa della lingua italiana,\ndalla sua essenza costante, sì che ha forza d'espansione e di vi-\ntalità senza pari, ritemprandosi alle fonti vive del popolo, della\ntradizione e della dottrina, arricchendosi di organismi nuovi e\nfreschi, fossero pure stranieri, colladattarli a sè in un fervido\nprocesso d'assimilazione. Carducci, nel presentare la prima volta\nle sue «Odi barbare», nel 1877, avvisava: «Che se a Catullo e\nad Orazio fu lecito dedurre i metri della lirica eolia nella lingua\nromana, se Dante potè arricchire di care rime provenzali la poesia\ntoscana: se di strofe francesi la arricchiscono il Chiabrera ed il\nRinuccini, io dovrei, secondo ragione, poter sperare, che, di\nciò che a quei grandi poeti ed a quei miniatori citati fu lode,\na me si desse almeno il perdono ».\nE sono il Frugoni ed il Metastasio, che ritornano ai Greci\nper imitarne i ritmi composti e polimorfi; è ancora l'Ugolino\nSucciola faentino, che canta « Le Ricoglitnci di Fiori ». È Nic-\ncolò Soldoniere da Firenze, che rima «I Cacciatori della Volpe»,\nmirabile esempio di snellezza, di vivacità, di conseguita e lo-\ngica, armonia, dove il buon gusto non si cura di strofe, di quan-\ntità di versi, di genere di versi, ma aggiunge verso a verso, come\nsembra alla ragion poetica di quel poema ed incomincia quella,\nforma che i pedanti chia.mano «selva», il Redi volle «ditirambo»,\nillustrandola da principe munifico col «Bacco in Toscana» e colla\n« Arianna ».\nVi è inoltre un' altra necessità fisiologica : i nostri sensi,\nche sono acutissimi e sensibilissimi, che accettano tutte le\nluci e vibrano allo più leggiere sfumature delle ombre, ac-\ncolgono pure tutti i suoni delle gamme, e i più acuti ed i più\nprofondi, ed i più morbidi e i più secchi, e i semitoni ed i\nsoffii del suono: hanno acquistato una maggiore resistenza al-"}, {"page_pdf": 67, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.67", "texte": "l'urto delle sensazioni. Chi prima sentiva a disagio il crescendo\nrossiniano della « Calunnia », oggi applaude alla « Marcia fune-\nbre» del «Siegfrid», alle sonorità eccezionali delle «Walkyrie».\nTra l'Arcadelte quattrocentesco ed il Wagner vi è tutta\nuna serie di aumenti sonori nella musica. Il clavicembalo so-\nspira a presso il piano-forte di ultima fattura berlinese; le\ngavotte di Jomelli vengono cantate in piena orchestra, non sul\nquartetto d'archi classico. Anticamente, la musica stava alla\npoesia, come la rima alla melopea; il sonetto alle cadenze;\nla strofe ad una precisa, esatta, matematica melodia: attual-\nmente la musica è armonia; armonia la lirica. Il poeta deve\nintendere la ragione del verso come i Rosa-Croce l'ordine del\ncosmos, istituito sopra una grande armonica diffusa nell'immenso\nequilibrio. Ne esce uno sviluppo possente, una fuga fonalizzata\ndal genio stesso. I gorgheggi zuccherati, i trilli delle rime, i\ncapricci delle fioriture, che sacrificano pensieri e stile non fanno\npiù per lui. Egli detta a sè stesso la regola che serve per\nquesto poema, che non può servire per l'altro. Giambi, epodi,\ndattili, spondei, le catalessi, sono forinole scolastiche da do-\nversi imparare, da sapersi usare, come il musicista si vale dei\ntempi, delle sue divisioni, delle figure, delli sviluppi scientifici\nma non è detto che tutta la poesia sia qui in queste forme,,\ncome la musica non consiste nel saper scrivere grammaticalmente\nbene un rondò. Vi sono delle unità, parole, accenti, cadenze,\nnote invariate; ma queste a secondo del loro posto si influen-'\nzano ed acquistano delle armonie speciali. Nel poeta nascono\nqueste armonie col pensiero di cui rappresentano l'essenza. Il\npensiero è il corpo nudo, l'armonia lo ricopre nel nodo logico,,\nindividuo, assolutamente.\nIl bisogno di libertà indiscussa e di integrazione continua.\nIl poeta deve foggiane a sè stesso uno strumento che non lo tra-\ndisca : limpido e come nasce, il pensiero, deve essere nella\nforma che lo fa evidente ; bisogna cercare un mezzo in cui non\nsi disperda, nè si confonda: bisogna che la veste, la tangi-\nbilità, non infagotti, non renda pesante, non faccia o troppo\npiccolo o troppo grande la nostra sensazione. La sensazione\ndeve essere tradotta ingenuamente, perfettamente. Per non altri\nperchè Leopardi si costrusse la sua «canzone»; Foscolo re-\nclamò il «carme». Non sono bizzarrie d'artisti, ma necessità: a\nqueste necessità l'organismo della lingua italiana si è prestato\negregiaimente, anzi se ne avvantaggiò; poco fa accolse ad en-\ncomio l'impronta carducciana; e le sue saffiche minori, le sue\nalcaiche, i suoi asclepiadei, i distici, li troviamo parte egregia\ndella prosodia nostra. Per quale ragione rifiuterà il verso li-\nbero? L'evoluzione della lirica deve giungere a questo risul-\ntato : i pedanti debbono inchinarsi davanti alla vita operosa e\nricchissima del linguaggio, che i loro impedimenti retorici e dog-\nmatici non potranno mai arrestare; dovranno accettare anche\nil verso libero. L'iniziale, il più nobile ed anche tenuto calcolo\ndel tempo il più perfetto tentativo di questo genere, ce lo mo-\nstrava Niccolò Tommaseo, pedante anch'egli a richiesta, ma di\ngrande ingegno, di profonda coltura, di sottilissimo buon gusto.\nNel 1842, stampando per la prima volta una raccolta di « Canti\npopolari greci », tradotti, egli ne disponeva la traduzione in-\nterlineare, cercando un'armonia italiana corrispondente all'ori-\nginale e non usando versi classici : avemmo per mirabile risul-\ntato, colli altri, questo esempio :\n« Nanna! verrà la tua mamma,\ndagli allori del fiume\ne dalla dolce onda:\nti porterà fiori\nfior di rosa\ne soavi garofali n.\nEd egli stesso annotava ! « Raccoglie imagini degne della\ninfante innocenza: allori, dolce acquje e fiori. 11 suono è un in-\ncanto ». — E si riflette nella traduzione.\nSu quest'orma perchè non rimettere i piedi? Perchè le co-\nsidette antologie non riportano questa viva parte dell'arte lette-\nraria nostra? — Oggi, poi, a che volerci proibire la ventura\ndi un verso libero? E quale è quella legge di natura che ce\nlo vieta? E perchè rime, endecasillabi, ed il resto? E perchè\nnon la libertà del ritmo?) I pedanti non rispondono, o rispon-\ndono male.\nIl verso libero, questa «lunga parola poetica», è l'ultimo\nanello aggiunto alla catena dell'evoluzione lirica: l'ai timo e prov-\nvisorio anello, perchè nulla è definitivo e l'aver finito, il cre-\ndere d'essere nella perfezione, per tutto ciò che è umano, non\nesiste; tutto è divenire ndvxa — Il verso libero è autorizzato\ndalla tradizione e dalla natura italiana; non deriva minima-\nmente, come credono i superficiali, dal «Vers libre» francese;\nè « lui » distinto, personalizzato, nazionale. In ogni allinea rap-\npresenta un'unità di misura armonica speciale; concorre nella\nstrofe (o periodo poetico) di un numero irregolare di allinee,\nper racchiudere un concetto pieno, intero, definito, idea infor-\nmata ed espressa nel suo tono musicale; e nel suo reale o virtuale\naspetto plastico e cinetico. Il fondamento di tale musica verbale\nrimane sempre l'«accento» italiano, foneticamente battuto so-\npra parole italiane; e qui la «metrica» non prende il posto\ndella « prosodia », nè tenta di soverchiarla colla semplice ed\nesteriore superficialità dell'aspetto grafico, come appare nelle\nbarbare carducciane. Sfuggirà quanto lo può rendere povero\ned amorfo.\nTutti i mezzi passati e presenti di sonorità, di differenza-\nzione, deve accogliere. Dalle «Farse Cavajole», la rima d'e-\nmistichio; dalle Ballate i falsi ottonari; le rime; le assonanze\ndalla poesia popolare; il contratempo, la dissonanza del gusto\npersonale dell'artista. Il suo apparire non significa povertà di\nsentimento musicale; come il contrapunto wagneriano raccoglie\ntutti i mezzi e tutti i motivi, per poter tutto dire, per risuonare\ncome un'orchestra; è ingenuo e squisitissimo, scientifico e"}, {"page_pdf": 68, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.68", "texte": "plebeo; entusiasmo e riflessione. Il suo accento, «Farsi e la\ntesi», rispondono alla logica; si flette con un accordo completo\nin una cadenza normale dove termina il pensiero espresso; sarà\ndi difficile lettura; non tutti lo sapranno svolgere e scandere;\nFoscolo ha detto: «La natura fa i poeti ed i lettori dei poeti.»\nSu questo verso poetarono l'anima complessa dei popoli\ncolla Bibbia, colla Hedda; da questo verso raccolsero i gramw\nmatici l'esametro epico delli aedi vaganti del Odysseo e d'Illio;\nrisuonò il vario canzoniere millenario del folk-lore; Walt Whit-\nman, Heine, Laforgue, Gustave Kahn vi infusero l'anima loro.\nLi imitatori, li istrioni della poesia, vi hanno costrutto i più\nridicoli grotteschi ch'io conosca. Così si sostiene non con mot-\ntetti e scambietti di parole, ricciolini petrarcheschi e mari-\nnisti; ma sul muscolo e sullo scheletro di pensieri grandi, no-\nbili personali, non oziosi. Non può convenire ai piccolini ri-\nmeggiatoli di ballatelle sentimentali, di quartine erotiche e pas-\nsionate; alli scolari di qualunque scuola. Per ciò non può ve-\nnire accolto anche dai più giovani dalla facile rima, quando si\ntrovano davanti a questo corsiero non facile a governarsi, di\nlunga lena, infido, non ligio al numero snelletto e lascivetto,\nma fedele alle idee. È così facile scrivere in versi ! La retorica\naggiunge tutto quanto manca alla mente: assegna accenti pre-\nstabiliti, indica rime, quantità di linee, ed il rimario sugge-\nrisce i concetti. Con qualche abilità melodica si potrà riuscire\na cosettine piacevoli, piacevolmente udite a cantare con voce\ndi baritono tenorile nelle radunate intelettuali. Ed è logico che\nlo si chiami sbrigliatura, anarchia d'anarchici insofferenti in\ntutto, l'ultimo strazio della nostra poesia nazionale, quando\ndei poveretti non hanno il piacere, per mancanza d'organi ma-\nschili di far veramente all'amore colle Muse e si acconten-\ntano di carezze anodine che ingannano, ma che saranno sempre\nistierili. ,\nÈ forse troppo presto il parlar oggi in Italia di verso li-\nbero e l'usarlo: ripeto, manca la partecipazione di un pub-\nblico, non dico numeroso ma esiguo, però intelligente per suf-\nfragarlo, non colla voga, ma colla sincera educazione. Vi\nmanca quell' atmosfera d'arte liberata e di liberi reggimenti\nsenza i quali il tentativo, per quanto egregio, cade a vuoto.\nDa noi vi sono generi commerciali non letteratura; ricalcatori\nnon poeti; permane l'ossequio alla classe che paga e compra;\nquindi si adula al grosso mal gusto ;non vi sono buone co-\nnoscenze, ma soggezione alla ferula del professore; non animo\nper rompere in battaglia contro la consuetudine. Noi tolleriamo\nl'abituale oziosità della critica, la freddissima indifferenza, l'i-\ngnoranza ridicola, il piccolo successo mercantile. E le voci, che\ninalzano ai fastigi effimeri or questo or quello colle smodate\nvariazioni della rinomea, sono l'indice di un contagio morale,\ntanto più maligno in quanto è ben coltivato dai pochi che se\nne valgono. Il verso libero, per fortuna sua, non è ancora ve-\nnuto di moda, nè lo diventerà facilmente.\nu Sbocciano i ritmi dalla frase densa dell'armonia del mondo,\ngerminano colla idea; svolgansi li inni in faccia all'avvenire.\nPer la grande dolcezza della vita, e per il pianto,\ne pel riposo, e per la morte, e per l'anima nostra, e per la carne,\ndal cuor gonfio ed intento, ecco, il mio canto nuovo.\nSfugge, per sua natura, dallo scandere, un dì, perpetuato\ndal genio italico, sopra la rima antica,\npuro e nativo; oh, inconsciamente puro!\nper sgranarsi, di sotto alle volte del cielo immenso della Patria,\ngià deviato dalle consuetudini oziose,\nper altre armonie,\nunico e posseduto dalla mia volontà n.\nDomanda troppo alla facoltà d'inventare. Integra un «Ars\npoetica » Vielè Griffin nei « Cygnes » :\nu Au chant perpétue vers lui de ce doux mètre,\nNé de mes doigts iuconscients et qui dévie,\nMalgré le vaste bruit des siècles, pour soumettre\nAu rève de mon coeur le rève de ma vie rt.\nPer lui è l'estasi che Isolda anelante singhiozza:\nu Nel flutto ondeggiante\ndi un oceano di beatitudini,\nnell'armonia sovrana\ndell'onde e dei vapori imbalsamati,\nnella tormenta infinita\ndel soffio del mondo,\nsommergersi, — disperdersi.\nincosciente — gioia suprema r>.\nTutti i Beckmesser, come un giorno ad Hans Sasch, hanno\ntentato di riderci in faccia, accostumati al facile canone fon-\ndamentale e cercando di allontanare da loro il rinnovamento.\nÈ come se avessero tentato di impedire in Aprile la Primavera.\nEssi hanno avuto la prescienza di una prossima fine inglo-\nriosa. 11 verso libero «elimina dalla letteratura li eccellenti poeti\nmediocri, troppo ripullulati sulle facili pendici del Parnaso»,\nripete Vielè Griffin; si che oggi è necessario aver ingegno o\nnon esistere come poeta. E il Morèas, alli intervistatori della\n«Littérature contemporaine » (1905), insisteva come vent'aimi\nprima: «Ciò che legittima il verso libero è il cattivo uso che\nmolti dei nostri poeti anteriori hanno fatto prima del verso\ntradizionale»; ed Henri de Règnier li informava: «Credo che\noggi il verso libero sia costituito come strumento. Il suo avvenire\ndipende dai poeti». E non saranno li «snobs» dell'ultima ora\nche lo metteranno a male; non si piega alla violenza od al\ncapriccio delli impudenti brutali, nè alle flacide carezze delli\nimitatori. Poggia su cima acuta, vi si bilancia. La brezza leg-\ngiera di un volo di colomba gli turba l'equilibrio. Trabocca\ndall'uno o dall'altra parte, scoscende e precipita verso il ri-\ndicolo o verso la deformità. Ciò che temeva Luigi Capuana:\na Perchè gli scimiottini dell'arte\nnon san distinguere il bene dal male\ne vorran, forse, ora svagolarsi\nsemiritmicamente ! n"}, {"page_pdf": 69, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.69", "texte": "non fu ancora permesso. I piccoli scrittorelli si esercitano in\naltro campo. Hanno spento di presta morte il bozzetto rusticano\ndilagato, di sotto ad un calco spugnoso, dall'arte grande e se-\nvera del Verga: poi, riscompisciarono la pornografia senza scopo\ndi una Argia Sbolenfi, dopo d'aver risciacquato dozzinalmente\n« Postuma ». Quindi sul verso barbaro si esperimentarono va-\nriazioni scolastiche, che più hanno infastidito il nobile raplpre-\nsentante di una generazione più generosa dell'ultima, che non\nl'inettitudine delle critiche. E vi furono dei farmacisti senza\ndiploma, che ci apprestarono delle tisane oppiate e nauseose\ncopiando, colla solita ipocrisia, uno svampato Fogazzaro: come\nl'eretismo inquieto ed istabile del D'Annunzio, eccitò la foja\na farci sciorinare iperuomini da un soldo, che han trombettato\nda Dostojewsky a Nietzsche, senza sapersi da contradirsi. Più\nrecenti sono i pulcini nati jeri, che corrono dietro la chioccia,\nche ruzzola lontano e chiama; i Pascoliani, colle lagrime fa-\nmigliari non mai asciutte all'angolo dell'occhio; arcadi di cam-\npagne corrotte dal miasma e dalla pellagra, intenti ad udire\ngorgheggio di fringuello, gracidar di rana, speranze covate dalla\nprecoce senilità in cerca di un vago ideale egoistico di pace,\ndi amore e di benessere mediocre, che è una vigliaccheria.\nErmerson, che fu molta parte di pensiero nell'opera del\nWhitman, si doleva : « I nostri poeti sono delli uomini di in-\ngegno che cantano; non; figli della natura. Per essi l'argomento\nè cosa secondaria; è la finitezza del verso la principale. —\nNon imitate mai — siate voi stesso». Onde l'altro, nelle «Foglie\nd'Erba » : '«Il grande poeta non fa parte del coro.... non è\nfuorviato da regole, governa. L'universo ha un solo grande\namante perfetto. È il grande poeta. — Il grande poeta non\nmoralizza — non applica dogmi — non fa scuola, perchè co-\nnosce ottimamente l'animo umano. Il quale ha l'immenso or-\ngoglio di non accettar mai lezioni da chi si sia, o deduzione\nalcuna, se non gli sgorghino, per loro stesse, dentro ».\nCon ciò non chiamatemi, e con lui, che ne avrei piacere,\nparadossale, nè nemico di un dogmatismo per rifabbricarne un\naltro, subito dopo. Viva il verso libero, colla rima e l'ottava\ned il sonetto; la fine di una forma letteraria non è data dal\ndotto sedentario, ma dalla disoccupazione nella quale il popolo\nla lascia cadere obliata. Carducci ne addottrina: «A certi ter-\nmini di civiltà, a certe età dei popoli, in tutti i paesi, certe\nproduzioni cessano, certe facoltà organiche non operano più ».\nNoi avremo delli organi parassitarii senza funzione, un puro\nlusso, una pura ricchezza fastosa e pesante : con questi palu-\ndamenti d'apparato nOn andremo più per le vie. Ma, d'altra:\nparte, non è il glottologo, il sapiente, od il critico che possa\ndire : « arrestati 1 » alla tensione di un muscolo, alla funzione\ndi una lingua. La decadenza non si impone per sillogismo;\ncome il delitto o le virtù non si fanno abortire, nè si solleci-\ntano nell'uomo per disposizion di legge. I nostri verdetti, le\nnostre sanzioni s'aggirano arbitrariamente, per lusso ideologico,\nsul vivo, sulla carne, sulla energia della natura. Il nostro pro-\ngresso è nell'avvicinarsi ad essa, nel camminare con lei, nel\nconoscerla e nel sentirsi una sua emanazione: per l'artista, la\nperfezione della forma è l'aspetto conoscibile del mistero ar-\nmonico del mondoj; è l'attestazione della sua scoperta, è l'espres-\nsione del suo amore. Il progresso, che non ammette i dogmi,\nma una scala di verità una all'altra superiore per posizione,\nnon ci può pervertire. In fondo, colla dimostrazione che il Co-\ndice, qualunque codice e la Bibbia, qualunque bibbia sono delli\nelementi « sociali antinaturali », il progresso ci libera dalla per-\nversità, che non è data dall'essere noi animali, ma dalla falsa\npersuasione nel non volerlo essere. Così la lirica è la più alta\nespressione dell'uomo, dell'uomo senz'altro: — s'egli si ag-\ngiunge delli aggettivi, si diminuisce. Il suo grido d'amore,\nd'angoscia, di meraviglia, di pietà è la partecipazione canora\ndi passione della sua vita, alla vita del mondo.\nSu questo non consiglio, nè condanno. Per vent'anni ho\nproseguito, senza debolezze, senza rimpianti, senza defezioni,\nla strada aspra ch'io mi era segnato a traverso la foresta sel-\nvaggia; e, per il mio bisogno* se non vi ho tracciato una via\nimperiale, serpeggia comodamente per me, un ameno sentiero\ndi montagna. Oggi torno a professare li stessi principii, come\nquando incominciai ed ho l'orgoglio di una coscienza intatta\ne ter ma e la superbia di aver preveduto. Delle voci giovani sento\nvicino ripetere, con altre parole, lo stesso motivo, ancora em-\nbrionale, ma sincero ed intenso. L'altra generazione che ci segue\nè più alacre, pretende di più, ci incalza e ci vuol sorpassare;\nha fretta di mettersi in mostra, ma confonde volontieri, perchè\nè più facile, il successo col merito. Svampato l'impeto, sa-\nziato l'appetito, si fermerà a meditare: dopo, colle forze rin-\nnovate ed allenate dalla avventura, potrà scoprire e divulgare\naltre verità forse opposte alle nostre e più utili. Non me ne\ndolgo: l'opera loro non può distruggere la nostra: la conti-\nnuerà.\nAlcuni adolescenti generosi si sono accostumati a chiamarmi\n«maestro»: ed ho paura di questo onore, perchè, tra noi ita-\nliani, si fregiano calvizie e barbe canute, ed io mi sorprendo\ntuttora nello specchio, che raramente mi consiglia, con barba\ne capelli oscuri e pieni. Il mio vezzo di guardare avanti sempre,\nmi svia le occhiate da quanto mi seguita; e la speranza mi\nsostiene oltre il merito. Però, non ho mai pronunciato verdetto\ndefinitivo, che lascio ai preti ed ai legislatori. Tutto quanto si\ndice e si spera, non può essere che provvisorio; è nella attua-\nlità un anello di congiunzione a ricollegare il trascorso, col\ndivenire. Altri, ch'io osteggio, furono jeri combattuti sull'ini-\nziare di una loro verità, che sembrò eresia ed è oggi sor-\npassata; domani avrò io stesso torto. E tutte le volgari contin-\ngenze di supremazia e di stabilità, che formano il fondamento\ne la delizia delle religioni e delle scienze metafisiche, non en-\ntrano nelle mie persuasioni. L'ideale umano d'arte è nel cam-"}, {"page_pdf": 70, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.70", "texte": "mino indefinito. Nessuno può gridare l'ultima parola di «Fine»:\ne se credete che vi siano una dottrina ed un sistema perfetti ed\nassoluti, le troverete nell'assurdo, che è un modo negativo di\nvivere.\nOggi, quando le dinamo sono gonfie di energia elettrica,\ntrasformazione della forza di una cascata, e danno luce, fon-\ndono mettalli ; e vi è un entelekeja tangibile nell'atomo del ra-\ndium, che è la condensazione delli elettroni irradianti ; oggi,\nal fumo delle officine! e delle vaporiere, alle idealità libertarie,\nallo sforzo generoso delle ricchezze della mente e dei forzieri,\nalla gEande inquietudine egoistica ed imperialista dei popoli ed\nalla cosciente generosità, al sacrificio divino del singolo per\nuna conquista di scienza e di libertà; oggi, risuona, consuona\ne dà il metro il verso libero.\nDomani, conquistata e sicura la viabilità aerea, confusa la\nmorte colia vita, fusi in una grande famiglia li uomini in\npienissima libertà, l'espressione della liricìa sarà la semplice\nparola comune e flamigliare d'affetto e d'amore, la sicura pa-\nrola mistica, riconfortata dalla simpatia universale; perchè\nl'uomo avrà consacrato a sè stesso la sua eterna divinità e\nnon potrà più temere di sè, dei fratelli, di quanto sta sopra\nil firmamento e sotto dentro le viscere fucinanti della Terra.\nLa poesia sarà imperialmente sovrana, l'accento consueto della\nfamiglia redente dalla ossessione del dio e dei padroni per\nsè ed al proprio destino.\nEcco, in breve, troppo in breve per la vastità del soggetto e\nper la sua importanza, qualche periodo di risposta alla vostra\ninchiesta. Compiacetevi, caro ed ottimo Marinetti, di aggiun-\ngerla, per quanto valore abbia, alle altre che uomini letterati\nillustri e più noti di me si sono affrettati di darvi sull'argo-\nmento. Se vi ho parlato un po' troppo di me, incolpatene la\nmateria. Desidero, nella grande ignoranza, forse da me meri-\ntata, che molti hanno sulle cose mie, ch'essi sappiano come\nio abbia preceduto anche in questo chi va per la maggiore.\nNon domando ostentazioni d'etichetta a mio riguardo, perchè\ni motivi araldici del protocollo male consuonano in casa mia;\nnon ho maggiordomo, lacchè, diplomattico, che me li faceva va-\nlere, nè lo vorrei. Ma è bene, qualche volta, svestire la mo-\ndestia, che è una cattiva maschera all'orgoglio e lo immiserisce\nsenza ragione : così il tacere od il sorridere non vengono presi dai\nsuperficiali senza quel condimento d'ironia che tonalizza espres-\nsivamente il sorriso ed il silenzio. — A voi, mio buon amico,\nsalute ed augurii. Vostro.\nIL VIJ di ottobre CMVJ.\nG. F>. JLuoini.\nSMlA.FiA. risponde :\nCher Monsieur Marinetti,\nLe vers libre est la planche de salut, le moyen le plus\nfacile pour ceux qui veulent produire à la lumière un travail\nd'effet ordinaire (quotidien) et assister à leur enterrement, mais\nnon à leur immortalité comme poètes.\nCe genre de versificateurs, de snobs sans inspiration et\nsans patienoe remplit le monde; mais ces poètes sont semblables\nà des étoiles filantes, tels sont les poètes sécessionnistes (déca-\ndents).\nLe genre sécession, mèrne en poésiel... De tels écrits sont\nl'expression fidèle de générations volages qui n'ont ni le temps,\nni la patienoe «d'ouvrager leur métter» et de ciseler leurs vers\nIls font des vers kilométriques d'après leur fantaisie, sans ju-\ngement et sans inspiration.\nExpliquons-nous : Un tei ouvrage fait dans de telles condi-\ntions est-il capable de durer et de défier les sfècles? Est-il capa-\nble de rester toujours comme exemple et modèle à suivre?\nAyez l'obligeance d'écrire en prose, Messieurs, qui fuyez\nles difficultés de l'harmonie ryt.hmique rimée, barbouillez du\npapier tant que vous voudrez, mais laissez de coté la\nqui est un chant harmonieux et ordoixnéL.. Laissez La Divine\ncomme l'ont écrite Dant, Pétrarque, le Tasse, l'Arioste; si vous\nvoulez que vos oeuvres passent aux générations futures, qu'on\nbrulé de Tencens et qu'on se prosterne à vos pieds.\nCe sujet est très grave pour ceux qui suivent le courant de\nla littérature en France et voient ce qui se passe avec la plèiade\ndes poètes « décadents » dont les vers libres ressemblent au\nchant monotone de la caille sur les sillons mais ne s'élèvent pas\ndans l'empyrée, comme celui de l'alouette.\nLa manière d'écrire en vers libres est « le flirt», fa<jon pauvre,\nbourgeoise et malade; ce n'est pas l'art noble et sain; songez\nqu'une telle liberté dans la j)oésie francjaise entraìnera après soi;\ndans la littérature, une révolution plus terrible, plus stèrile que\ncelle de la Russie. L'art nouveau orne l'esprit, mais ne le charme\npas, n'élève pas l'àme comme l'art ancien; le vers libre lui\nnessemble.\nConcluons: Toutes les mosa'iques modernes (poteries artis-\ntiques, émaux, camées), je les donnerais pour un Lucca de\nla Robia ; toutes les Madones du Panthéon de Puvis de Cha-\nvannes pour la Madone de la Chapelle Sixtine, de Raphael ; tous\nles Mallarmé, Verlaine du monde, je les donnerais pour un sonnet\nde Pétrarque, pour une poésie de Carducci. Je désire que l'Italie\nreste sérieuse dans sa littérature poètique, comme elle est restée\ndans «l'Art», pour le prestige de la poésie, qui comprend et\nqui anime tout ce qui se rapporte a elle.\nSmara.\n•(La continuazione al prossimo fascicolo)."}, {"page_pdf": 71, "page_imprimee": "couv. 3", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.71", "texte": "L'ABBONAMENTO A \"POE\nL'abbonamento annuo a \"Poesìa„ (lire 10 per 1' Italia, 15 per l'Estero) è\nI\ninteramente rimborsato dai doni seguenti :\nL'ESILI© - Prima Parte: VERSO IL BALENO romanzo di Paolo Buzzi, Vin*\ncitore del I.\" Concorso di \"Poesia,, (elegantissimo volume di 300 pagine con copertina a colori di\nEnrico Sacchetti — Edizioni di \"Poesia,,) L. 2. -\n/\nL'ESILI© - Parte Seconda: SU L'ALI DEL NEMBO (elegantissimo volume\ndi 300 pagine con copertina a colori di Enrico Sacchetti — Edizioni di \"Poesia,,) L. 2. —\nL'ESILI© - Parte Terza: VERSO LA FOLGORE (elegantissimo volume di\n500 pagine con copertina a colori di Enrico Sacchetti — Edizioni di \"Poesia,,) L. 2.—\nL'INCUB© VELHT© versi di Enrico Cavacchioli, Vincitore del II.° 6on«\ncorso di \" Poesia „ (elegantissimo volume stampato su carta di Fabriano, con copertina a colori di Romolo\nRomani -- Edizioni di \"Poesia,,) L. 3.50\nD'IMMINEN TE PUBBLICAZIONE :\n- . - /\nGIOVANNI PASCOLI - studio critico di Emilio Zanetie, Vincitore del III.® Con»\ncorso di \"Poesia,, (elegantissimo volume stampato su carta di Fabriano — Edizioni di \"Poesia,,) L. 3.50\nBIANCO AMORE - poema di Guido Verona (elegantissimo volume stampato su\ncarta di Fabriano — Edizioni di \"Poesia,,) . . L. 3.50"}, {"page_pdf": 72, "page_imprimee": "couv. 4", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190610-01.1.72", "texte": "Prezzo del presente fascicolo L. 3.\nStabilimento Tipografico della SOCIETÀ EDITRICE ROMA. - Llovisio (Milano), 1906.\nCalinosi Alfredo, gerente responsabile.\n\nSOCIETÉ DU \" MERCVRE DEFRJNCE,, -• -\nA\n//J\nVJ3\ny\nVi\n£\n/\n/\n\\\n«\n/\nm\nR©I BOMBANTE\ntragèdie satirique de F. T. MARINETT1"}]}