{"numero_id": "bm-bmtnaai-1907-02-01", "volume": "bmtnaai_1907-02_01", "ocr_sha256": "efcc1d20520060883c7c98d9693148c9d80a92d9d66bca45bb97c555c62091df", "source_tei": "https://github.com/Princeton-CDH/bluemountain-transcriptions/blob/main/periodicals/bmtnaai/issues/1907/02_01/bmtnaai_1907-02_01.tei.xml", "source_mets": "https://github.com/pulibrary/BlueMountain/blob/main/metadata/periodicals/bmtnaai/issues/1907/02_01/bmtnaai_1907-02_01.mets.xml", "url_numero": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01", "articles": [{"article_id": "bm-bmtnaai-1907-02-01-c003", "article_bluemountain": "bmtnaai_1907-02_01#c003", "volume": "bmtnaai_1907-02_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "[2]", "page_fin": "[2]", "image_debut": 4, "image_fin": 4, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.2.3", "titre_corps": "{PubInfo}\"POESIA\"", "titre_sommaire": "{PubInfo}\"POESIA\"", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 4, "page_imprimee": "[2]", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.4", "debut_caractere": 2778, "fin_caractere_exclue": 3324, "texte": "« POESIA „\nUNICA RASSEGNA INTERNAZIONALE DI POESIA\nDIRETTA DA\nF. T. MARI-NETTI\nha pubblicato nei suoi 28 primi numeri versi inediti di Gabriele D'Annunzio, Giovanni Pascoli, Mistral,\nPaul Adam, Gustave Kahn, Henri de Regnier, Mauclair,\nAda Negri, Hélène Vacaresco, Comtesse de Noailles, Paul Fort, Verhceren, Rachilde, Neera, Déhémel, Arno\nHolz, Arthur Symons, W. B. Yeats, Moreas, Salvator Rueda, Marquina, De Bosis, M. A. Butti,\nBdouard Schuré, F. Viélé Griffin, Jules Bois, G. 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E, in\nvero, la sua Trilogia sembra scritta con la rigida fermezza che,\nnelle imagini greche, la Musa manifesta puntando lo stilo fanta-\nsioso sulla tavoletta e tenendo, nella mano altra, la tromba guer-\nriera: anche, come nella pittura d'Ercolano, serbando il rotolo dove\nla storia degli uomini e delle città è conclusa. « La Cattedrale »\nche s'inspira ad uno dei monumenti storici lontani in cui l'Uomo,\nriponendo minor fede nella propria potenza individuale e mag-\ngiore, quindi, nella Divinità, meno si è sentito principe e più\n(Suddito («il medioevo»): «la Reggia» che s'inspira a quella,\nfra le età prossime, in cui l'Uomp si è sentito più sicuro di se\nstesso, più libero d'ogni esterna coercizione, più potente e de-\nsideroso di conquista («il rinascimento»): «la Città» che s'in-\nspira ai tempi nostri, che ne è il Poema specifico, che entrambi\nquei sentimenti conferma, certe forme della nuova vita lumeg-\ngiando come segni ed effetti del sentimento di dominio e certe\naltre come conseguenze e trasfigurazioni del sentimento di reli-\ngione («l'oggi»). Ecco il Poema.\nOgnuna delle tre parti hà il suo carattere tipico cui la unifor-\nmità assai apparente del « sonetto » non gìunge affatto a confon-\ndere e nemmeno ad alterare. Si potrebbe, tuttavia, con un Poeta\nquale Francesco Chiesa, ragionare alquanto di questa rigorosa\ne, oserei dire, trappistica sua elezione formale.\nA parte considerazioni di stretto ordine tecnico, uixa catte-\ndrale gotica in genere, quella di Milano in ispecie, può legitti-\nmamente apparire strano sia cantata a mezzo del «sonetto»,\nforma di canto che, per quanto virtuosa, non è la più propria, ad\nun consecutivo disfreno dell'impeto psichico verso altitudini din-\nfinito.\nBisogna riconoscere che l'Autore sia un ben consumato arte-\nfice se per ognuno dei sessanta sonetti, onde si compone la prima\nparte del Poema, abbia saputo dire, con modi quasi sempre sciolti\ned alati, ciò che la miriade marmorea di. elementi profondi od ec-\ncelsi del Tempio Visconteo canta, in mille guise vocali, ai nostri\nvagabondi spiriti di scettici trasognati. Non nascondo —t e tengo a\ndirlo su queste colorine di «Poesia» — che, ancora entusiasta\ndella rima per sè e per le sue risorse creative in rapporto al-\nl'originalità delle trovate di musica e di pensiero nella poesia\nitaliana, con un soggetto cojme questo avrei adottato metri e\nstrofi diverse, per non dire, adirittura, che mi sarei abbando-\nnato, liberamente, al verso libero od alla prosa. In fine nel Poema\ndi Francesco Chiesa non è che un solo prepotente anelito di li-\nberazione spirituale : è il Poema della civiltà che è divenuta e\nche vuole divenire: è il Poema che crede alla grandezza delle\nrovine di Roma perchè crede alla grandezza che, un giorno\navra:nno le rovine delle nostre città di ferro: è il Poema che\nama i barbari perchè essi stroincanp la pianta quando le radici\ncontengono ancora forza di germogliare. Vorrebbe essere il più\nantico e il più 'moderno dei Poemi : il Poema classico del passato\ne dell'avvenire. Avrebbe potuto sorgere architettonico senza ap-\nparire trigonometrico, così.\nCo' suoi difetti, il «Laus Vitae» d'annunziano, a parer mio,\nsa appunto dare, nel disegno e nel processo, quella « statica in-\ntegrale dell'anima» tanto giustamente cara al Poeta di Lugano.\n« Calliope », con tutti i suoi pregi, non darebbe, in vece, secondo\nme, che la formula, sia pure esatta, d'una bellissima fissazione\nideale.\n«La Cattedrale» è, del Poema, ancora, la parte che più fa-\ncilmente incatenata di sua bellezza lo spirito del lettore. 11 Chiesa\nrende spesso con magnifioeiizai e spesso con virtù d'artefice la\nbianchezza vaga, leggiera e pur possente, degli archi a sesto»\nacuto, delle colonne, dei trafori, delle merlettature, delle statue,\ndegli ornati botajnici e zoologici di quella prodigiosa minuta e\ncomplessa architettura gotica che sembra, veramente, simboleg-\n\n(1) CALLIOPE, poema di Francesco Chiesa. — Società Editr. u Avan-\nguardia » - Lugano."}, {"page_pdf": 7, "page_imprimee": "5", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.7", "debut_caractere": 8, "fin_caractere_exclue": 5612, "texte": "giare la selva ideale rampollante agli astri, lo slancio della mente\numana verso la Divinità. Ma, nel complesso, il forte canto ap-\npare freddo.\nLa fiamma sale veemente e, in vece di ardere, gela. Il Duomo\nò di ghiàccio. Chi di noi non ha sognato, almeno una volta, un\nDuomo di brace? I pirotecnici tentarono darcelo in rare sere\nmemorabili della nostra infanzia. Francesco Chiesa, anche a costo\ndi rompere la linea del suo schema etico, avrebbe potuto, per\nesempio, far levare uno sòapigliamento di sonetti d'amore, d'a-\n«iQglia ad aguglia, su, verso la Dominati te. La Cattedrale avrebbe\npreso fuoco. Quale meraviglia e quanto perdono per i suoi\nmetri chiusi I\nIn vece, nessuna imagine risolutamente erotica, nessun epi-\nsodio di passione ha provocato, alla artifiziosa fantasia del Poeta,\nquella straordinaria scena del Paradiso in terra che tutti cono-\nsciamo. La Donna -d'oro, altissima, se potesse parlare, assai pro-\nbàbilmente si lagnerebbe col Poeta Chiesa di non averle egli\nsaputo fare abbastanza bene la corte. La Cattedrale metafisica,\nda Maleholge all'Empireo, ebbe Dante architetto : Milton costruì\nle musculature arboree dell'Eden: Goethe le tremende venosita\n[ossili del Brocken : Hugo, Nòtre Dame.\nE si tratta di opere nelle quali il miracolo architettonico è,\nsovratutto, incendiato dalle faville prodigiosamente fertili dell'a-\nmorosa eterna istoria umaina. Francesco Chiesa è troppo alto\nspirito per non comprendere come egli, pur che avesse un poco\nmeno pensato e più sognato, ci avrebbe offerta, solo in questa\nprima parte di « Calliope », un'opera degna di porlo fra i titani\ndella Poesia. Mi piace memorare, di questa prelogìa, fra i so-1\nnetti più ammirevoli, il XXV, il XXVI, il XXXII, il XXXVII, il L,\nil LI, il LII, il LVII d'un evidentissimo sapore leopardiano), il\nLIX ed il LX.\n«La Reggia», che costituisce l'elemento secondo del Poema,\nè composta di cinquanta sonetti i quali meglio non potrebbero\nrendere con la loro metronomica semplicità e potenza, il gioco\nmassiccio e, insieme, leggiadro delle muraglie, dei pozzi, delle\ncinte, delle torri, delle torri celi e, dei mastii, dei bastioni, dei\nfossi, dei giardini, ideile saracinesche, dei ponti levatoi e dei\nterraggi onde il Castello della Rinascita erge la mole complessa\nai venti dell'avvenire. La Reggia solida e gentile, ha, in Fran-\ncesco Chiesa, un Ricostruttore maestro. E, veramente, sembra,\ndall'opaco fondo del mattone e del1 a pietra, balzino innanzi, cor-\nporei, i fantasmi dei Principi e delle Corti, che, in essi tempi,\nhanno animato.di chissà mai qual fremito ritmico quegli edifizi\no:a taciturni come sepolcreti. La meditazione poetica prende, qui,\nun volo più proprio e più-capace.\nVi sono versi che allacciano l'anima d'un'invincibile malìa.\nEd è a notarsi la dearellazione magnifica dei sonetti i quali,\npure procedendo da una certa cronica nebulosità di attacchi, ar-\nrivano a diffondersi in un'amalgama d'onde assolutamente sinfo-\nniale. Taluni si direbbero effettivamente scolpiti nella materia del\nbugno o plasmati in quella medesima del cotto. L'artefice è più\nche mai signore delle sue risorse e le profonde con una prodi-\ngalità deliziosa. Le rime folleggiano in una ridda dalle virtuosità\nincomparabili. E qui sono a notarsi atteggiamenti continui di\nquartine e di terzine che richiamano le più squisite perenni es-\nsenze del classicismo poetico italiano. A parer mio, i sonetti XIV,\nXXI, XXIII, XXV, XXVII, XXX, XXXV, XLIV, XLVIII, XXXI,\nhanno ben diritto di essere memorati Irai più degni — nella\nletteratura nostra moderna — di figurare posteri a quelli di Gio-\nsuè Carducci.\n«La Città», che costituisce il terzo ultimo quadro del Poema\n(e veri quadri fa che appaiano, i singoli elementi della Trilogia,\nl'arte pittorica fraterna di Pietro Chiesa che adornò il volume\ndi tre disegni superbamente belli e suggestivi) rende l'architet-\ntura brutale ma voluttuosamente procace della vita moderna che\nil Poeta vede multiforme, tumultuosa, mirabile più per la sua am-\npiezza anzi che per la sua concentrazione, potente non tanto per\nil predominio delle energie singole, quanto per il concorrere di\ntutte in un conato immane. Novanta sonetti che elevano e di-\nstendono ed affondano, per lo spazio ideale, la immensa mole\ninconchiusa, il maremagno dove seicentomila polmoni anelanti\nlevano l'onda della vita; dove la legge è quella che governa\nl'architettura delle foreste e delle montagne; dove la forza è\nnel marmo dei templi, nel cemento delle case, nel ferro delle\nmacchine, nel fango delle anime e delle vie ; dove la lotta è tra\nil palazzo ed il covile; dove la vita è per gli uomini che sono\neroi e la gloria è l'Idea portata innanzi dal nugolo dei mantici\ne delle ciminiere, portata in alto dall'odio che i neri muscoli\numani scagliano, sudano, in gocciole amare, alle divine ignude\nlascivie dell'azzurro dalle dolcezze d'ambrosia quasi nauseabonde.\nQuesta, terza parte sente tutta la valorosa maturità alla quale\nè giunto l'ingegno del Poeta.) I sonetti, squisiti di grazia e bron-\nzei di forza, si succedono in una catena pressoché ininterrotta.\nAnnovero il III, il IV, il VII, 1' v ili, l'XI, il XV\\ il XXII, ii\nXXXII, il XLIV, il XLIX, il LII, il LUI, il LXXIV, il LXXV, il\nLXXX, il LXXXVI, il XCI, il XCII,il XCIII, il XCIV,LXXXIV, il\nil CVIII, il CX, dei quali taluni (cito quelli descrittivi sull'in-\ncendio) toccano le cime vergini della perfezione.\nIl Poema, che, a tutta prima, sembrerebbe non poter più oggi\navere la ragione d'esistere, esiste ed è tale da imporsi ali ammi-\nrazione di quanti ancora credono nei poteri psicologici ed este-\ntici della Poesia civile. 1 . , , ."}, {"page_pdf": 8, "page_imprimee": "6", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.8", "debut_caractere": 8, "fin_caractere_exclue": 1655, "texte": "Questa grandiosa inspirazione epica che, come in un sogno\ndei tempi, libra i suoi voli constretti ma gagliardi sulle gotiche\naguglie della. Cattedrale Viscontea, sulle torri bugnato della Reg-\ngia Sforzesca e li inabissa, d'un repentino risveglio eroico, ai\nmeandri meccanici ed agoniaci delle case e delle folle onde la\nCittà moderna appare, ai nuovi Mitologi, il nuovo Laberinto for-\nmidabile, credo sia, lealmente considerando, ciò che di più\nnobile e di più conciso potesse oggi esprimere la non ancora\nmorta anima della Poesia italiana. E che Milano mia ciò abbia\ninspirato all'Italia, grande esultanza al cuore mi reca.\nFrancesco Chiesa Ha dato opera che altamente onora le\nlettere patrie e la giovane generazione di trovatori alla quale ap-\npartiene. Egli è un. maestro del vero ed un atleta del pensiero.\nLa sua poesia è sempre aristocratica ed originale. E, oggi, una\ndelle pochissime «poesie» veramente «personali» del nostro\n>• : 1 *\nIn «Calliope» è la forma adottata del ca,nto quella che ha\nle maggiori responsabilità imputabili. Nella sostanza, gemme ed\nori della più pura acqua nuocente, del più sincero valore.\nPotessi avere gran spazio per diffóndermi, come vorrebbe\nl'anima, sull'elemento e sulla portata etica di questo prezioso\nlavoro ! Esso dice una grande parola nel Campo della Filosofia;\ndella Storia e del Presagio futuro.\nPjer chi appartiene alla scuola che esige, nel Poeta, il Filo-\nsofo ed il Musicista, Francesco Chiesa è quindi 1 Uomo degno\ndi tutte le simpatie a(njche sfe le sue orchestre non sono ancora\nquelle dalle quali si ppfe'sa ajttejndere l'incanto prima di morire.\nVincitore del I Concors \" „\n\nPaolo Buzzi"}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1907-02-01-c007", "article_bluemountain": "bmtnaai_1907-02_01#c007", "volume": "bmtnaai_1907-02_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "6", "page_fin": "6", "image_debut": 8, "image_fin": 8, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.2.6", "titre_corps": "{PubInfo}EDIZIONI DI \"POESIA,,", "titre_sommaire": "{PubInfo}EDIZIONI DI \"POESIA,,", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 8, "page_imprimee": "6", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.8", "debut_caractere": 1657, "fin_caractere_exclue": 1760, "texte": "EDIZIONI DI \"POESIA,,\nDi prossima pubblicazione:\nIL VERSO LIBERO\nstudio critico di\n%\nGIAN PIETRO LUCINI"}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1907-02-01-c008", "article_bluemountain": "bmtnaai_1907-02_01#c008", "volume": "bmtnaai_1907-02_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "7", "page_fin": "7", "image_debut": 9, "image_fin": 9, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.2.7", "titre_corps": "{PubInfo}L'ABBONAMENTO A \"POESIA,, RIMBORSATO", "titre_sommaire": "{PubInfo}L'ABBONAMENTO A \"POESIA,, RIMBORSATO", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 9, "page_imprimee": "7", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.9", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 1422, "texte": "L'ABBONAMENTO A \"POESIA,, RIMBORSATO\nL'abbonamento annuo a \"Poesia,, (lire 10 per l'Italia, 15 per l'Estero) è\ninteramente rimborsato dai doni seguenti :\nL ' ESILIO - Prima Parte: VERSO IL BALENO romanzo di Paolo Buzzi, Yin»\ncitore del I.° ©oncorso di \"Poesia,, (elegantissimo volume di 300 pagine con copertina a colori di\nEnrico Sacchetti — Edizioni di \"Poesia,,) !*• 2.—\nL' ESILIO - Parte Seconda: SU L'ALI DEL NEMBO (elegantissimo volume\ndi 300 pagine con copertina a colori di Enrico Sacchetti — Edizioni di \"Poesia,,) L. 2. —\nL' ESILIO - Parte Terza: VERSO LA FOLGORE (elegantissimo volume di\n500 pagine con copertina a colori di Enrico Sacchetti — Edizioni di \"Poesia,,) L. 2.—\nL ' 1N C U B 0 V E L A T 0 versi di Enrico ©avacchioli, Vincitore del II.° Con»\ncorso di \" Poesia „ (elegantissimo volume stampato su carta di Fabriano, con copertina a colori di Romolo\nRomani — Edizioni di \" Poesia\n9 * § • • • • • 9 • • • • • • • # *\nL. 3.50\nBIANCO AMORE - poema di Guido Verona (elegantissimo volume stampato su\ncarta di Fabriano — Edizioni di \"Poesia,,) . . L. 3.50\nD'ANNUNZIO INTIMO di F. T. Marinetti traduzione di Lorenzo Perotti (elegan-\ntissimo volume stampato su carta di lusso) — Edizioni di \"Poesia,, L. 0.50\nè\nD' IMMINEN TE PU\nGIOVANNI PASCOLI - studio critico di Emilio Zanette, Vincitore del IH.® Con*\ncorso di \"Poesia,, (elegantissimo volume stampato su carta di Fabriano — Edizioni- dì \"Poesia,,) L. 3.50"}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1907-02-01-c009", "article_bluemountain": "bmtnaai_1907-02_01#c009", "volume": "bmtnaai_1907-02_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "8", "page_fin": "8", "image_debut": 10, "image_fin": 10, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.2.8", "titre_corps": "FRATELLI TREVES, EDITORI - MILANO", "titre_sommaire": "FRATELLI TREVES, EDITORI - MILANO", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 10, "page_imprimee": "8", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.10", "debut_caractere": 0, "fin_caractere_exclue": 158, "texte": "FRATELLI TREVES, EDITORI - MILANO\n*\n«\nDi prossimapubblicajione :\nRE BALDORIA\nV.\ntraduzione italiana di\nLE ROI BOMBANCE\ns\ntragedie satirique de\nF. T. 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Union des artistes russes, 25, boulevard Montparnasse, H. FLOURY,\nBoulevard des Capucines, HACHETTE, 79, Boulevard St. Germe in.\nLe prix d'abonnoment pour 1' étranger : 55 francs.\nPrix du numéro: 6 fr.s Le Directeur: NICOLAS RIABOUCHINSKY."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1907-02-01-c015", "article_bluemountain": "bmtnaai_1907-02_01#c015", "volume": "bmtnaai_1907-02_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "couv. 3", "page_fin": "couv. 3", "image_debut": 45, "image_fin": 45, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.2.14", "titre_corps": "[Publicité]", "titre_sommaire": "[Publicité]", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 45, "page_imprimee": "couv. 3", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.45", "debut_caractere": 757, "fin_caractere_exclue": 828, "texte": "POLIT1C-L1TERAR-KELIGIOS\nRED A CTI A siADMINISTRA TI A :\nSTRADA LUCACI,"}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1907-02-01-c016", "article_bluemountain": "bmtnaai_1907-02_01#c016", "volume": "bmtnaai_1907-02_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "couv. 3", "page_fin": "couv. 3", "image_debut": 45, "image_fin": 45, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.2.15", "titre_corps": "[Publicité]", "titre_sommaire": "[Publicité]", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 45, "page_imprimee": "couv. 3", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.45", "debut_caractere": 830, "fin_caractere_exclue": 947, "texte": "LE\nNS\n■H\ncPoh'tiqbe £ittéraire\nDirecteur: J.-ERNEST CHARLES\n43, Rue des Belles-reuilles, P3RIS\nABONNEMENT: IO FKANCS."}]}, {"article_id": "bm-bmtnaai-1907-02-01-c017", "article_bluemountain": "bmtnaai_1907-02_01#c017", "volume": "bmtnaai_1907-02_01", "ocr_source": "OCR Blue Mountain (ALTO), transcription TEI : lignes lb/@facs", "texte_sans_correction": true, "page_debut": "couv. 3", "page_fin": "couv. 3", "image_debut": 45, "image_fin": 45, "pages_selon": "pagination imprimée relevée dans le METS Blue Mountain (ORDERLABEL) ; [n] = page sans folio restituée", "url_article": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.2.16", "titre_corps": "[Publicité]", "titre_sommaire": "[Publicité]", "signature_source": "", "controle": "bornes données par la structure logique METS/ALTO de Blue Mountain (blocs ALTO de chaque constituant)", "pages": [{"page_pdf": 45, "page_imprimee": "couv. 3", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.45", "debut_caractere": 949, "fin_caractere_exclue": 1162, "texte": "LES MARGES\nGazette Littérair e\npubliée par M. 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Je ne suis pas de ces derniers, Dieu merci! car une violente\nsympathie personelle m'oblige toujours à admirer en lui le sé-\ndu;cteur prestigieux, l'inejfjfable descenda,nd de Casanova et de\nCagliostro et de tant d'autres aventuriers italiens dont la finesse,\nle courage victorieux et l'infatigable stratégie diplomatique de-\nmieurelnt légendaires. Je (ne puis guère saluer l'a.uteur du «Fen»\nsarxs humer avec volupté le mysterieux parfum de veine et de\nroublardise que répand son geste féminin.\nDès ma première rencontre avec lui, j'ai subi le charme pé-\nnétrant que dégage son corps vibrant et onduleux aux souplesses\nenfantines de jeune arbuste printanier, ce corps acide d'éternel\nadolescente que son étincelante calvitie, le teint roussi de ses\njoues desséchées, les six poils de ses moustaches et les trois\ncrins fauves de sa barbiche ne parviendront jarnais a vieillir.«\nCar il a toujours le plus frais sourire du monde, un sourire\nplaintif de chevreau qu|i bèle vers sa mère, si bien que l'on\névoque involo,ntairement les clochettes des troupe aux aériens,\nsuspendus très haut sur les pàturages alpestres.\nOh! ce n'est pas là un portait définitif, et je tàtonne giù\nhasard pour fixer Jes traits essentiels de cet homme impressio-\nna,nt. Mais vòilà que, tout à coup, en regardant le buste gran-\n- diose de Giosuè Carducci, puissamment modelé par le sculpteur\nButti, et dont la imposante et neigeuse creusée d'ombres\nirritées éclate sur le fond rouge de la scène, j'ai enfin entrevu\nIdansi lai {mignonne figure de Gabriele d'Annunzio la plus fa-\nscinante et inoubliable des courtisanes parisiennes. N'y avait-il\npas, en effet, dans la grande salle du théàtre Lirico, rinnombrable\nfroufrou d'une somptueuse robe sortie de chez Paquin, de Mada-\nme la Gioire en personne portait avec une élégance surnaturelle ?\nC'était un de ces merveilleux ;nuages de soie, de brume, de\ndésir et de rève, qui, déferlant sur le corps de l'invisible et pré-\nsente déesse, se prolongeait magiquement dans des remous de\ndentelles écumajntes et de fleuits dont rayonjiaient les femmès du\nparterre et des loges.\nDes amas de roses vivantes et de violettes émues qui applau-\ndissaient. de tous leurs parfums et de toutes leurs couleurs, voilà\noe que charriait la traine bruissante de la Gioire d'Annunzienne.\nMais j'oubliais un instant les dessous affriolants de cette\nrobe illustre et leurs succès historiques pour étudier d'un coup\nd'oeil de couturier savant l'agrafe qui retenait l'étoffe royalement\ndrapée sur les épaules un peu lasses, mais non courbées, du\npoète. Car le mirage s'évanouit et c'est bien Gabriele d'Annun-\nzio sanglò dans son inpeccable redingote qui s'avanzai t vers la\nrampe còte à còte avee le marquis Ponti, maire de Milan, dont\nla parole claire et le geste élégant proclamèrent à la foule l'im-\nportance exceptionnelle de cette cérémonie nationale.\nUn applaudissem'ent aussi affectueux qu'enthousiaste cou-\nronna le discours de ce citoyen éminent qui jouit justement d'une\nsympathie universelle.\nC'est alors que parmi l'anxiété aiguisée, Gabriele d'Annun-\nzio, oubliant tout à coup le nom fulgurant de Carducci, se prit à\nfaire un magnifique éloge de la ville de Milan, avec la désinvol-\nture d'un dauphin qui piqué un plongeon à des profondeurs in-\ncalculables, pour se garer des rayons trop violents du soleil.\nLa salle, absolument bourrée, engoncée de monde, interrom-\npit de bravos frénétiques cet exorde inspirò sur la richesse gran-\ndissante de la Lombardie et sur la fièvre véhémente de ses foyers\nindustriels.\nLes couloirs desservant la scène et le parterre, tous remplis\n— comme des boudins — d'une foule qui ne voyait rien et enten-\ndait peu, exprimaient taint bien que mal leur reconnaissance,\nen giclant hors des trous des loges, des flots pressés de jolies\nfemmes, telle une farce appétissante.\nQue ces images gastronomiques me soient pardonnées ! Son-\ngez que l'atmospliére du Lirico ètait on ne peut plus savoureu-\nse.... tout y était piquant et rehaussé de goùt, et l'oratour en-\nduit du miei dorò de l'Hymette, était vraiment à croquer, près de\nsa lampe électrique, abat-jourrée d'un coquillage de soie!\nLes Milanais, qui ont l'esprit très positif, murmuraient ironi-\nquement que ces éloges étaient, au fond, un hors d'oeuvre dans\nune oommémoration de Carducci. Et d'Annunzio, qui le savait\nbien, déployait une finesse diabolique pour démontrer quo le\ngrand poète des « Odes barbares » n'avait vraiment chanté dans\nses poèmes que la grandeur de la capitale industrielle de l'Italie,\ndu moment qu'iì avait parlò de Milan dans la « Canzone di Le-\ngnano ». i > .\nN'était-ce pas suffisant?\nIl fallait aussi que les examinateurs fussent bien sévères pour"}, {"page_pdf": 3, "page_imprimee": "n. p.", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.3", "texte": "POESIA\n\ncoller un étudiant qui sortait avec autant d'ingéniosité de la re-\ndoutable question posée, et racontai t avec autant de gràce, ce\nqu'il jugeait tout simplemeilt utile au succès de son examen.\nEt cependand, de grands papillons bleuis, peut-ètre égarés\nsur l'haleine que le printemps soufflé déjà sur la ville de Milan,\nvoletaient ironiquement dans la salle pour évoquer sans doute\n1 ame agreste de Virgile sur la tète de l'éloquent et légitime suc-\ncesseur du Dante. Le froufrou de leurs ailes durant les pauses de\nsilence, lutta avec le grignottement des plumes que menaien't\nsans fin les journalistes attablós au fond de la scène, derrière\nun rideau de verdure.\nOh! presque rien, une grande feuille de vigne sur l'impu-\ndeur de NotrerDamo la Reclame, car Gabriele avait dit, sans\ndoute: «Pouah!... vite cette fernmie nue.»\nMaiheureusement, le froissement nerveux de ces petites ailés\ndésespérées s'éteignit peu à peu, sous la voùte, et le crissement\ndes plumes immortalisantes continua seul à ènerver l'orateur qui\ns'agitait de plus en plus sur son siège, accélérant sa lecture.\nSi bien que les journalistes, abrités à l'ombre de leurs pal-\nmiers, travaillaient fièvreuisement le sable fuyant de leur copie,\noù Gabriele d'Annunzio a, dit-on, jeté les fondements de son\noeuvre.\n— «\nJe ne partage pas oette opinion malveillante, car voici quo\nje bondis tout à coup d'enthousiasme et j'applaudis chaleureu-\nsement Tadmirabìe description de l'agonie de Giosuè Carducci.\nMais cet écolier de génie ne possédait vraiment pas son sujet;\nd'aucuiis prétendent mème qu'il voulait le faire oubler àses exa-\nminateurs.\nLe fait est qu' il làcha une seconde fois Carducci pour nous\ninstruire sur la grandeur de TEurope.\n« L'Europe n'est pas décrépite, déclara-t-il... en voulez-vous\nun exemple V, doaic son intelligence multi-\nforme, ses innombrables usines.... les chapeaux de ses femmes....\nses chemins de fer... les moustaches de son empereur etc. »\nAhi non vraiment je ne in'attendais pas à cet éloge de la\npuissance tudesque, en ce moment où la Triple-Alliance est quel-\nque peu relàchée.\nLes dames milanaises s'ennuyaient ferme dans la salle de-\nvant ce déballage de pacotilles historiques, d'autant plus que l'é-\ncolier n'avait pas trop l'air convaincu, ayant toujours tout ignoré\nde 1'Histoire, sauf qu'elle est à genoux pour lui préparer un pié-\ndestal.\nLes professeurs qui tiennent toujours à ce que l'on soit bien\ndans le sujet, commencèrent à agiter convulsivement leurs tètes\nchauves, ce qui produisit sur la scène un prodigieux effet de pois-\nsons frétillants et désespérés dans une bordigue; et rirritation se\nserait sans doute propagée avec rapidi té, sans le nom de Trieste\nqui mit tout à coup le feu aux poudres de l'enthousiasme, écla-\ntant devant la coubette enfantine de Gabriele d'Annunzio. Celui-\nci satisfail, reprit d'une voix monotone, son cours sur la politique\nétrangère, nous ajnnoncant pompeusement l'immortalité de la\nrace, la force des ancétres et de la terre, et autres idées que\nj'avais déjà goùtées dans Maurice Barrès. Puis il nous tissa l'é-\nloge de la renaissance actuelle de l'Italie, qu' il déclara très im-\nportante étant donnée l'ineptie de ses gouvernants, ce qui fit un\nvif plaisir au peuple entassé dans les hautes galeries.\nAu fond, japprouve sans restriction Gabriele d'Annunzio de\nne pas s'ètre départi de son habituelle souplesse diplomatique.\n11 y a deux mois, dépité par des critiques acerbes, l'auteur de\n«Plus que l'Amour», avait déchaìné un orage d'injures jupité-\nriennes sur la tòte du public et de la presse; mais ce ne fut là\n(lue l'emportement passager d'une jolie courtisane qui a des cors\naux pieds.\nL'Italie ne se souciant guère de ses invectives, 1* infatigable\nanguille de son esprit parut un instant prisonnière des varechs...\nLe voilà remonté à la surfaoe gràce aux éloges qu'il décerna\nà la ville de Milan et qui lui seront un brevet valable pour le\nsuccés de ses pièces futures. Chiose probable, car les spectateui-s\nitaliens empètrés dans l'ennui, l'auteur de «La Fille de Jorio»\nsera toujours leur providence.\nQui, mieux que lui, peut leur offrir un résumé aussi savou-\nreux de toutes les littératures européennes d'avant-garde et les\ntenir au courant des imperceptibles mouvements de la sensibilité\nmondiale ? D'autant plu,s qu' il harmonise soiigneusement les tons\nles plus divers et que, pour avoir accueilli dans son seirt tant de\nfleuves étrangers, la mer de son oeuvre poètique n'en est pas\nrrìoins transparente |et profonde. Ce qui resplendissait à mes\nyeux, sur la scène 'du Lirico, c' était la volonté infatigable\nde ce travailleur acharné, pour lequel Buffon a peut-ètrei écrit: «Le\ngénie est une longue patience». Je ne lui reprocherai donc pas\nd'avoir, en parlant de Carducci, comme partout ailleurs, accueilli\ndans la vaste hòtellerie de son style les pensées et les imagès\ndes autres. Il les a non comme des hòtes de hasard, mais\ncomme des clients riches et sérieux que l'on soigne de toute fa<;on\net dont on bourre la note. Qu'importe si la voix gréle et chevro-\ntante dont il appelle son public, dénonce un peu l'épuisement\nde son gosier rapè jusqu'à l'usure par la saveur forte des litté-\nratures ingurgitées ?\nCe dont je me plains, c'est qu'il ait oublié dans son discours\nde nous dire en quoi consiste exactement la grandeur immortelle\nde Giosuè Cajrdncci, à sa,voir la force d'un génie qui sut reforger\nla langue italienne et l'assouplir pour dresser jusqu'au ciel lub"}, {"page_pdf": 4, "page_imprimee": "[2]", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.4", "texte": "POESIA\n\nvaillantes architectures de certains poèmes qu'on dirait, creusés\ndans Je granii, tels les temples persans sur les hauts plateaux\nasiatiques. Durant tout son discours, le poète des «Odes barba-\nres» n'était pas là; et l'angoisse enthousiaste de la foule attendi!\nvainement que d'Annunzio lui parlàt des grands vers sonores,\nbrandis jadis comme des lances sur la tour degli Asinelli, et\ntour à tour tendus cornine des catapultes ou soulevés à la ma-\nnière des antiques bèliers de bronze devant la rauraille du pé-\ndantisme làche et de rhypocrisie. Ah! je suis donc bien jenne,\nmoi, puisque au seul souvenir de ces belles strophes le sang me\nbat au cou et le coeur me sauté dans le gorge !\nFeint-il donc de ne pas admirer l'allure cadencée et dansante\nde ces chansons printanières que le grand Carducci lancjait dans\nles prairies de nos àmes tels des poulains éblouis de joie, pé-\nnétrés de soleil et de pariums végétaux?\nN'a-t-il pas goùté ces vers puissants dont les rimes, soudain\nalourdies de tendresse, se mèlent et se fondent comme les om-\nbres de deux fiancés dans la suavité du crépuscule?... Voilà des\nlaeunes très gra*ves; mais on lui pjardonnera tout et toujours, et\nl'on cadencera de bravos son allure jeune et fière quand on le\nverrà passer sur sa célébrité avec le seul rayonnement de • sa\ncalvitie, comme sur un pont dont les rampes de bois plein mon-\ntent jusqu'aux épaules.\nTous savent quii eut longtemps, cet arriviste acharné, le\nrampjemetit sinneux dune ohenille entre les pierrés.... Qu'im-\nporte, puisque son geste enseigne aujourd'hui a,u monde qu'il\nfaut, selon le mot de Léonard, empoigner la fortune aux che-\nveux, face à face, car son cràne est chauvre par derrière.\nC'est pourquoi oet homme qui ne gaspilla jamais ses chances\net qui fut toujoùrs avare de son temps, se trouvant enfin satisfait\nidu succès, leva la séance en disarit, en guise rie conclusion:\n« Mais il y a des aurores qui ne sojit pas encore nées ».\nGabriele d'Annunzio veut peut-ètre dire par là qu'il ne voit\npas autour de lui un rivai cu un remplacant vraiment digne d'ex-\nprimer l'amie chantante de la péninsule italique. Il oubliait Gio-\nvanni Pascoli, l1' immortel genie des « Poemi conviviali », Giò-<\nvanni Pascoli, le plus grand poète italien vivant, qui ne tarderà\npas à ètre consacrò poète nati on al de l'Italie contemporaine\nQui sait?... Car Giovanni Pascoli n'a pas le charme de Ga-\nbriele d'Annunzio. C'est un pu,r poète dont le style n'est guère\nhospitalier aux images des autres et son oeuvre n'est, cortes, pas,\ncornine l'oeuvre dù di;vin Gabriele, le faiscinant Montecarlo des\nlittératures I Giovanili Pascoli, qui ne sait pa,s sourire aux crou-\npier, aura-t-il une c[hancie aju$si durable au, trente et-quarante de\nl'iimmortalité?.... ; ;\n\nF. T. Marinetti.\n\n« POESIA „\nUNICA RASSEGNA INTERNAZIONALE DI POESIA\nDIRETTA DA\nF. T. MARI-NETTI\nha pubblicato nei suoi 28 primi numeri versi inediti di Gabriele D'Annunzio, Giovanni Pascoli, Mistral,\nPaul Adam, Gustave Kahn, Henri de Regnier, Mauclair,\nAda Negri, Hélène Vacaresco, Comtesse de Noailles, Paul Fort, Verhceren, Rachilde, Neera, Déhémel, Arno\nHolz, Arthur Symons, W. B. Yeats, Moreas, Salvator Rueda, Marquina, De Bosis, M. A. Butti,\nBdouard Schuré, F. Viélé Griffin, Jules Bois, G. P. bucini, Francesco Chiesa, Domenico Tumiati, Gio-\nvanni Barelli."}, {"page_pdf": 5, "page_imprimee": "[3]", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.5", "texte": "IL NUOVO GRANDE CONCORSO DI “POESIA„\n• *\nLa nostra rivista, considerando la poesia come elemento essenziale di ogni\ncreazione letteraria, à deciso di attribuire un premio di\nIvire 3000\n%\nad un ROMANZO ITALIANO INEDITO.\n1. - -è lasciata ai concorrenti la più assoluta libertà circa il soggetto e il gemere del ronjanzo.\n2. - 31 ronjanzo premiato sarà pubblicato e diffuso per cura ed a spese di POESIA qelle proprie edizioni.\n3. -j£w/ guadagno rjetto clje darà la vendita l'autore\n4. - 31 resto sarà devoluto al fondo premi per i succ POESIA.\n5. - Ogrji manoscritto potrà essere firmato col rjome\ngnato dalla bolletta d'abbonamento 1907.\n<S\\ - 31 prezzo d'abbonanjento a POESIA e di X. 10, e deve essere mandato direttamente alla nostra\namnjinistra$tot] e (\"Via Senato 2, JVfilarjoJ mediante cartolina vaglia.\n7. - o Ca chiusura del Concorso è fissata improrogabilmente"}, {"page_pdf": 6, "page_imprimee": "4", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.6", "texte": "POESIA\n\nOCHI MONTANI\nCALLIOPE\nPoema di Francesco Chiesa\n\n(1>\nAffrontare con un esame critico il Poema civile di France-\nsco < Chiesa non è facile compito se critica debba intendersi, qual-\nche volta, in Italia, non cronaca — o meglio — di\nmetri e di sillabe dittatoriamente ansimata da spiriti contumaci\nai Tribunali della Poesia, bensì indagine serena e, possibilmente,\ncompleta delle ragioni e dei valori etioo-iestetici che l'Opera chiude\nnella sua sostanza profonda.\nFrancesco Chiesa lo ha ta1nto preveduto che ha scritto, al\nPoema suo, una prefazione la quale è veramente ammirabile per\nagilità di tono e splendore di coscienza, per vigoria di analisi\ne giustezza di sintesi e che, sovratutto, riesce grandeinentei\nutile al lettore perchè, come un preludio di Wagner, prepara,\ncol pensiero, il senso alla perfetta penetrazione dell'Opera di\nidee e di suoni.\nL'Autore, intitolando « Calliope » il Poema definitivo, ha vo-\nluto dargli T intonazione epica propria della poesia civile. E, in\nvero, la sua Trilogia sembra scritta con la rigida fermezza che,\nnelle imagini greche, la Musa manifesta puntando lo stilo fanta-\nsioso sulla tavoletta e tenendo, nella mano altra, la tromba guer-\nriera: anche, come nella pittura d'Ercolano, serbando il rotolo dove\nla storia degli uomini e delle città è conclusa. « La Cattedrale »\nche s'inspira ad uno dei monumenti storici lontani in cui l'Uomo,\nriponendo minor fede nella propria potenza individuale e mag-\ngiore, quindi, nella Divinità, meno si è sentito principe e più\n(Suddito («il medioevo»): «la Reggia» che s'inspira a quella,\nfra le età prossime, in cui l'Uomp si è sentito più sicuro di se\nstesso, più libero d'ogni esterna coercizione, più potente e de-\nsideroso di conquista («il rinascimento»): «la Città» che s'in-\nspira ai tempi nostri, che ne è il Poema specifico, che entrambi\nquei sentimenti conferma, certe forme della nuova vita lumeg-\ngiando come segni ed effetti del sentimento di dominio e certe\naltre come conseguenze e trasfigurazioni del sentimento di reli-\ngione («l'oggi»). Ecco il Poema.\nOgnuna delle tre parti hà il suo carattere tipico cui la unifor-\nmità assai apparente del « sonetto » non gìunge affatto a confon-\ndere e nemmeno ad alterare. Si potrebbe, tuttavia, con un Poeta\nquale Francesco Chiesa, ragionare alquanto di questa rigorosa\ne, oserei dire, trappistica sua elezione formale.\nA parte considerazioni di stretto ordine tecnico, uixa catte-\ndrale gotica in genere, quella di Milano in ispecie, può legitti-\nmamente apparire strano sia cantata a mezzo del «sonetto»,\nforma di canto che, per quanto virtuosa, non è la più propria, ad\nun consecutivo disfreno dell'impeto psichico verso altitudini din-\nfinito.\nBisogna riconoscere che l'Autore sia un ben consumato arte-\nfice se per ognuno dei sessanta sonetti, onde si compone la prima\nparte del Poema, abbia saputo dire, con modi quasi sempre sciolti\ned alati, ciò che la miriade marmorea di. elementi profondi od ec-\ncelsi del Tempio Visconteo canta, in mille guise vocali, ai nostri\nvagabondi spiriti di scettici trasognati. Non nascondo —t e tengo a\ndirlo su queste colorine di «Poesia» — che, ancora entusiasta\ndella rima per sè e per le sue risorse creative in rapporto al-\nl'originalità delle trovate di musica e di pensiero nella poesia\nitaliana, con un soggetto cojme questo avrei adottato metri e\nstrofi diverse, per non dire, adirittura, che mi sarei abbando-\nnato, liberamente, al verso libero od alla prosa. In fine nel Poema\ndi Francesco Chiesa non è che un solo prepotente anelito di li-\nberazione spirituale : è il Poema della civiltà che è divenuta e\nche vuole divenire: è il Poema che crede alla grandezza delle\nrovine di Roma perchè crede alla grandezza che, un giorno\navra:nno le rovine delle nostre città di ferro: è il Poema che\nama i barbari perchè essi stroincanp la pianta quando le radici\ncontengono ancora forza di germogliare. Vorrebbe essere il più\nantico e il più 'moderno dei Poemi : il Poema classico del passato\ne dell'avvenire. Avrebbe potuto sorgere architettonico senza ap-\nparire trigonometrico, così.\nCo' suoi difetti, il «Laus Vitae» d'annunziano, a parer mio,\nsa appunto dare, nel disegno e nel processo, quella « statica in-\ntegrale dell'anima» tanto giustamente cara al Poeta di Lugano.\n« Calliope », con tutti i suoi pregi, non darebbe, in vece, secondo\nme, che la formula, sia pure esatta, d'una bellissima fissazione\nideale.\n«La Cattedrale» è, del Poema, ancora, la parte che più fa-\ncilmente incatenata di sua bellezza lo spirito del lettore. 11 Chiesa\nrende spesso con magnifioeiizai e spesso con virtù d'artefice la\nbianchezza vaga, leggiera e pur possente, degli archi a sesto»\nacuto, delle colonne, dei trafori, delle merlettature, delle statue,\ndegli ornati botajnici e zoologici di quella prodigiosa minuta e\ncomplessa architettura gotica che sembra, veramente, simboleg-\n\n(1) CALLIOPE, poema di Francesco Chiesa. — Società Editr. u Avan-\nguardia » - Lugano."}, {"page_pdf": 7, "page_imprimee": "5", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.7", "texte": "POESIA\n\ngiare la selva ideale rampollante agli astri, lo slancio della mente\numana verso la Divinità. Ma, nel complesso, il forte canto ap-\npare freddo.\nLa fiamma sale veemente e, in vece di ardere, gela. Il Duomo\nò di ghiàccio. Chi di noi non ha sognato, almeno una volta, un\nDuomo di brace? I pirotecnici tentarono darcelo in rare sere\nmemorabili della nostra infanzia. Francesco Chiesa, anche a costo\ndi rompere la linea del suo schema etico, avrebbe potuto, per\nesempio, far levare uno sòapigliamento di sonetti d'amore, d'a-\n«iQglia ad aguglia, su, verso la Dominati te. La Cattedrale avrebbe\npreso fuoco. Quale meraviglia e quanto perdono per i suoi\nmetri chiusi I\nIn vece, nessuna imagine risolutamente erotica, nessun epi-\nsodio di passione ha provocato, alla artifiziosa fantasia del Poeta,\nquella straordinaria scena del Paradiso in terra che tutti cono-\nsciamo. La Donna -d'oro, altissima, se potesse parlare, assai pro-\nbàbilmente si lagnerebbe col Poeta Chiesa di non averle egli\nsaputo fare abbastanza bene la corte. La Cattedrale metafisica,\nda Maleholge all'Empireo, ebbe Dante architetto : Milton costruì\nle musculature arboree dell'Eden: Goethe le tremende venosita\n[ossili del Brocken : Hugo, Nòtre Dame.\nE si tratta di opere nelle quali il miracolo architettonico è,\nsovratutto, incendiato dalle faville prodigiosamente fertili dell'a-\nmorosa eterna istoria umaina. Francesco Chiesa è troppo alto\nspirito per non comprendere come egli, pur che avesse un poco\nmeno pensato e più sognato, ci avrebbe offerta, solo in questa\nprima parte di « Calliope », un'opera degna di porlo fra i titani\ndella Poesia. Mi piace memorare, di questa prelogìa, fra i so-1\nnetti più ammirevoli, il XXV, il XXVI, il XXXII, il XXXVII, il L,\nil LI, il LII, il LVII d'un evidentissimo sapore leopardiano), il\nLIX ed il LX.\n«La Reggia», che costituisce l'elemento secondo del Poema,\nè composta di cinquanta sonetti i quali meglio non potrebbero\nrendere con la loro metronomica semplicità e potenza, il gioco\nmassiccio e, insieme, leggiadro delle muraglie, dei pozzi, delle\ncinte, delle torri, delle torri celi e, dei mastii, dei bastioni, dei\nfossi, dei giardini, ideile saracinesche, dei ponti levatoi e dei\nterraggi onde il Castello della Rinascita erge la mole complessa\nai venti dell'avvenire. La Reggia solida e gentile, ha, in Fran-\ncesco Chiesa, un Ricostruttore maestro. E, veramente, sembra,\ndall'opaco fondo del mattone e del1 a pietra, balzino innanzi, cor-\nporei, i fantasmi dei Principi e delle Corti, che, in essi tempi,\nhanno animato.di chissà mai qual fremito ritmico quegli edifizi\no:a taciturni come sepolcreti. La meditazione poetica prende, qui,\nun volo più proprio e più-capace.\nVi sono versi che allacciano l'anima d'un'invincibile malìa.\nEd è a notarsi la dearellazione magnifica dei sonetti i quali,\npure procedendo da una certa cronica nebulosità di attacchi, ar-\nrivano a diffondersi in un'amalgama d'onde assolutamente sinfo-\nniale. Taluni si direbbero effettivamente scolpiti nella materia del\nbugno o plasmati in quella medesima del cotto. L'artefice è più\nche mai signore delle sue risorse e le profonde con una prodi-\ngalità deliziosa. Le rime folleggiano in una ridda dalle virtuosità\nincomparabili. E qui sono a notarsi atteggiamenti continui di\nquartine e di terzine che richiamano le più squisite perenni es-\nsenze del classicismo poetico italiano. A parer mio, i sonetti XIV,\nXXI, XXIII, XXV, XXVII, XXX, XXXV, XLIV, XLVIII, XXXI,\nhanno ben diritto di essere memorati Irai più degni — nella\nletteratura nostra moderna — di figurare posteri a quelli di Gio-\nsuè Carducci.\n«La Città», che costituisce il terzo ultimo quadro del Poema\n(e veri quadri fa che appaiano, i singoli elementi della Trilogia,\nl'arte pittorica fraterna di Pietro Chiesa che adornò il volume\ndi tre disegni superbamente belli e suggestivi) rende l'architet-\ntura brutale ma voluttuosamente procace della vita moderna che\nil Poeta vede multiforme, tumultuosa, mirabile più per la sua am-\npiezza anzi che per la sua concentrazione, potente non tanto per\nil predominio delle energie singole, quanto per il concorrere di\ntutte in un conato immane. Novanta sonetti che elevano e di-\nstendono ed affondano, per lo spazio ideale, la immensa mole\ninconchiusa, il maremagno dove seicentomila polmoni anelanti\nlevano l'onda della vita; dove la legge è quella che governa\nl'architettura delle foreste e delle montagne; dove la forza è\nnel marmo dei templi, nel cemento delle case, nel ferro delle\nmacchine, nel fango delle anime e delle vie ; dove la lotta è tra\nil palazzo ed il covile; dove la vita è per gli uomini che sono\neroi e la gloria è l'Idea portata innanzi dal nugolo dei mantici\ne delle ciminiere, portata in alto dall'odio che i neri muscoli\numani scagliano, sudano, in gocciole amare, alle divine ignude\nlascivie dell'azzurro dalle dolcezze d'ambrosia quasi nauseabonde.\nQuesta, terza parte sente tutta la valorosa maturità alla quale\nè giunto l'ingegno del Poeta.) I sonetti, squisiti di grazia e bron-\nzei di forza, si succedono in una catena pressoché ininterrotta.\nAnnovero il III, il IV, il VII, 1' v ili, l'XI, il XV\\ il XXII, ii\nXXXII, il XLIV, il XLIX, il LII, il LUI, il LXXIV, il LXXV, il\nLXXX, il LXXXVI, il XCI, il XCII,il XCIII, il XCIV,LXXXIV, il\nil CVIII, il CX, dei quali taluni (cito quelli descrittivi sull'in-\ncendio) toccano le cime vergini della perfezione.\nIl Poema, che, a tutta prima, sembrerebbe non poter più oggi\navere la ragione d'esistere, esiste ed è tale da imporsi ali ammi-\nrazione di quanti ancora credono nei poteri psicologici ed este-\ntici della Poesia civile. 1 . , , ."}, {"page_pdf": 8, "page_imprimee": "6", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.8", "texte": "POESIA\n\nQuesta grandiosa inspirazione epica che, come in un sogno\ndei tempi, libra i suoi voli constretti ma gagliardi sulle gotiche\naguglie della. Cattedrale Viscontea, sulle torri bugnato della Reg-\ngia Sforzesca e li inabissa, d'un repentino risveglio eroico, ai\nmeandri meccanici ed agoniaci delle case e delle folle onde la\nCittà moderna appare, ai nuovi Mitologi, il nuovo Laberinto for-\nmidabile, credo sia, lealmente considerando, ciò che di più\nnobile e di più conciso potesse oggi esprimere la non ancora\nmorta anima della Poesia italiana. E che Milano mia ciò abbia\ninspirato all'Italia, grande esultanza al cuore mi reca.\nFrancesco Chiesa Ha dato opera che altamente onora le\nlettere patrie e la giovane generazione di trovatori alla quale ap-\npartiene. Egli è un. maestro del vero ed un atleta del pensiero.\nLa sua poesia è sempre aristocratica ed originale. E, oggi, una\ndelle pochissime «poesie» veramente «personali» del nostro\n>• : 1 *\nIn «Calliope» è la forma adottata del ca,nto quella che ha\nle maggiori responsabilità imputabili. Nella sostanza, gemme ed\nori della più pura acqua nuocente, del più sincero valore.\nPotessi avere gran spazio per diffóndermi, come vorrebbe\nl'anima, sull'elemento e sulla portata etica di questo prezioso\nlavoro ! Esso dice una grande parola nel Campo della Filosofia;\ndella Storia e del Presagio futuro.\nPjer chi appartiene alla scuola che esige, nel Poeta, il Filo-\nsofo ed il Musicista, Francesco Chiesa è quindi 1 Uomo degno\ndi tutte le simpatie a(njche sfe le sue orchestre non sono ancora\nquelle dalle quali si ppfe'sa ajttejndere l'incanto prima di morire.\nVincitore del I Concors \" „\n\nPaolo Buzzi\n\nEDIZIONI DI \"POESIA,,\nDi prossima pubblicazione:\nIL VERSO LIBERO\nstudio critico di\n%\nGIAN PIETRO LUCINI"}, {"page_pdf": 9, "page_imprimee": "7", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.9", "texte": "L'ABBONAMENTO A \"POESIA,, RIMBORSATO\nL'abbonamento annuo a \"Poesia,, (lire 10 per l'Italia, 15 per l'Estero) è\ninteramente rimborsato dai doni seguenti :\nL ' ESILIO - Prima Parte: VERSO IL BALENO romanzo di Paolo Buzzi, Yin»\ncitore del I.° ©oncorso di \"Poesia,, (elegantissimo volume di 300 pagine con copertina a colori di\nEnrico Sacchetti — Edizioni di \"Poesia,,) !*• 2.—\nL' ESILIO - Parte Seconda: SU L'ALI DEL NEMBO (elegantissimo volume\ndi 300 pagine con copertina a colori di Enrico Sacchetti — Edizioni di \"Poesia,,) L. 2. —\nL' ESILIO - Parte Terza: VERSO LA FOLGORE (elegantissimo volume di\n500 pagine con copertina a colori di Enrico Sacchetti — Edizioni di \"Poesia,,) L. 2.—\nL ' 1N C U B 0 V E L A T 0 versi di Enrico ©avacchioli, Vincitore del II.° Con»\ncorso di \" Poesia „ (elegantissimo volume stampato su carta di Fabriano, con copertina a colori di Romolo\nRomani — Edizioni di \" Poesia\n9 * § • • • • • 9 • • • • • • • # *\nL. 3.50\nBIANCO AMORE - poema di Guido Verona (elegantissimo volume stampato su\ncarta di Fabriano — Edizioni di \"Poesia,,) . . L. 3.50\nD'ANNUNZIO INTIMO di F. T. Marinetti traduzione di Lorenzo Perotti (elegan-\ntissimo volume stampato su carta di lusso) — Edizioni di \"Poesia,, L. 0.50\nè\nD' IMMINEN TE PU\nGIOVANNI PASCOLI - studio critico di Emilio Zanette, Vincitore del IH.® Con*\ncorso di \"Poesia,, (elegantissimo volume stampato su carta di Fabriano — Edizioni- dì \"Poesia,,) L. 3.50"}, {"page_pdf": 10, "page_imprimee": "8", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.10", "texte": "FRATELLI TREVES, EDITORI - MILANO\n*\n«\nDi prossimapubblicajione :\nRE BALDORIA\nV.\ntraduzione italiana di\nLE ROI BOMBANCE\ns\ntragedie satirique de\nF. T. MARINETTI"}, {"page_pdf": 11, "page_imprimee": "9", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.11", "texte": "HISTOIRE DE LA PETITE MARGARETHE\nET DE LA PRINCESSE SITA\ndi GUSTAVE KAHN.\n\nCHAPITRE PREMIER.\n1)\nà ma Alle LUCIENNE.\nLa princesse Sita jaillit hors des feuillefcs rlu gros livre\nqu'elle referma avec soia de tout un grand effort de sa petite per-\nsonne et d'une voix de perle s'écria :\n— Coddrukum, Goddrukum, fais attention, tu vas encore\nrenverser la théière sur le bel habit blanc.\nEt le petit tailleur, corame arraché à une contemplation pro-\nfonde, décroisa ses jambes, essuya ses lunettes et souleva la\nthéière du dessus de la bouilloire qui lui chanta aussitòt d'une\nvoix ronronnante:\nAmsterdam, Ro\ni Goddrukum est\nIl a mis sa culotte neave\nEt parfumé son dme veave.\nAmsterdam, Rotterdam!\nGoddrukum est amoureux.\net. les pctites salamandres de la lampe se mirent à rire comme\ndes folles, en répétant comme sur une berceuse de cloches:\nAmsterdam, Rotterdam !\nGoddrukum est amoureux.\n— Veux-tu rentrer dans ton livre, maudite sorcière, s'écria\nle petit vieux; mais le menue princesse Sita avait déjà sauté sur\nun Mannequin revètu d'un bel habit ouvragé et dorè; ce Manne-\nquin en sign'e de joie se mit à battre des bra£ efri hurlant à\nperte d'haleine:\nAmsterdam, Rotterdam !\nGoddrukum est amoureux.\net commenda de pivoter gaucliement en un style de danse an-\ncienne autour du bori petit tailleur. Et celui-ci allait se fàcher,\nlorsque la sonnette de sa porte tinta, et la bonne du notaire se\nprecipita en s'écriant:\n— Monsieur Godldrukum, 011 a besoin de vous pour témoi-\ngner; venez vite, venez vite, venez tout de suite.\n— Que tout le monde soit sage, le tailleur, en regar-\ndant sévèrement son magasin, et il partit majestueusement en\nfermant avec soin la porte; mais à peine eut-il tourné le dos,\n\n(l) L'Illustre poeta francese ha scritto espressamente per \"POESIA.,, questo mirabile rac-\nconto fantastico."}, {"page_pdf": 12, "page_imprimee": "10", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.12", "texte": "POESIA\n\nqu'un éclat de rire parti t du ciseau, de l'aiguille, parcourut les\npièces de drap, et que le Mannequin se remit à danser, accom-\npagnò en choeur, par un tas de voix immobiles :\nA msterdam, Rotterdam !\nGoddrukum est amoureux.\nAlors la princesse Sita frappa des mains et appela:\n— Margarethe, Margarethe !\nUne petit fillette d'une quinzaijie d'années déboula le long\nde l'escalier tournant, du de bois tout tendu de serge\nverte, et dit en riant : !\n— Me voici !\n— Te voici ! eh bien, on va te faire ta toilette. Et la menue\nprincesse Sita frappa du talon sur le gros livre en criant: «Ac-\ncourez tous ! » Alors des esclaves noires apparurent, toutes noires\net toutes nues, saut aux bras et aux chevilles des perles d'ambre,\net elle prirent dans un petit coffre, une longue robe couleur d'aube\net la passèrent à Margarethe. Une petite femme poupine parée d'un\nbeau casque d'or a la Frisonne, dont l'éclat s'amortissait de den-\ntelles, vint et, en quelques minutes, lui tordit les cheveux, et y\npianta un éventail de grandes aiguilles ornées de topazes. Un for-\nban basané répandit à ses pieds les trésors de Golconde, que les\nesclaves noires, sur les ordres de Sita, s'empressèrent d'accrocher\nà sa jeune beauté, et puis un petit Amour, tout nu, tout rond,\ntout rose, tout blond, s'abattit du plafond, et tendit a la pe-\ntite Margarethe une ombrelle.\n— Là, nous sommes prètes, dit Sita, allons nous promener.\nMannequin, fais avancer la voiture.\nGelui-ci tira de l'arrière-boutique, un équipage complet dont\nles chevaux blancs s'év.eillèrent en s'ébrouant et en piaffajit.\n— Tout beau, ne cassez rien, leur dit le sage Mannequin, et\nla petite voiture, à qui il avait ouvert cérémonieusement la porte,\ndans le rue. Alors la vieille Agathina, qui de la fenètre\nd'en face, derrière son écran bleu, épiait tout ce qui se passait\nchez le tailleur, se signa en s'écriant:\n— Les joutes d'enfent sont fous ! la petite folle va tout casser !\narrètez I\nMais déjà le carrosse avait tourné le coin de la rue. Il y avait,\nde cela, a peine cinq minutes, que le vieux Goddrukum rentra, et\nreprit sur l'établi un ouvrage commencè, recroisa ses jambes,\ns'arma de l'aiguille et du dé.\n— Goddrukum, Goddrukum, tu as prèté un faux serment,\nmurmura le Mannequin; tu as prète un faupc serment! Gontiiiueras-\ntu à perdre ton àme, en prètant chez le notaire, un tas de faux\nserments, pour deux florins par mois? Veille à ton salut éternel,\nGoddrukum!\nMais le petit tailleur ne se préoccupait pas de lui; il observait\nattentivement la fenètre d'eri face, où la vieille Agathina, derrière\nson écran bleu, cousait avec une application constante ; il essayait\nd'attirer ses regards, mais en vain; telle une belle cruelle, la\nvieille Agathina tirait l'aiguille; on voyait bien qu'elle ourlait un\nbeau mouchoir rouge.\nEnfin Goddrukum souleva sa fenètre à guillotine et susurra :\n— Voisine! Voisine!\nRien, pas de réponse.\n— Pour qui est ce beau mouchoir rouge?\nRien, pas de résponse.\n— Voisine! Agathina!\nRien, pas de réponse.\nAlors, le petit tailleur lassé, repoussa son ouvrage, et mélan-\ncoliquement saisit, sa guitare ; il y exhala en quelques mesures\nles soupirs d'une àme qui pleure dans la maison du trottoir de\ndroite de la rue aux Epices, tandis que l'àme-soeur s'absorbe à\nourler un mouchoir rouge, dans la maison du trottoir de gauche,\net c'était d'une mélodie triste, si triste, si intense et si poignante,\nque le Mannequin qui agitait les bras comiquement, en mesure,\nles croisa sur sa poi trine d'un air charitablement angoissé.\nAlors Agathina posa son mouchoir rouge, et, de ses yeux\nronds, regarda le soupirant...\n— Ah! vous vous décidez à faire attention à votre serviteur?\n— Non! seulement j'ai fini... je vais chez vous.\nE11 effet, sa porte s'ouvrit, et à l'aide d'une forte\ncanne, elle traversa la cheussèe et vint s'asseoir àcòté du tailleur.\n— Ma déesse, dit celui-ci...\n— Il ne s'agit pas de fadeurs, vieux Goddrukum, lui répartit-\nelle durement; comment voulez-vous que je donne me main à\nun vieux bonhomme fou, qui ne sait pas ce qui se passe chez\nlui, qui est la risée de ses pièces de drap et de son Mannequin !\nSais-tu où est Margarethe?\n— Elle est là-haut!\n4\n— Non, elle est en voiture, elle se promène, elle n'en fait\nqu'à sa tète ; elle est sortie avec la petite fée du livre ; et qu'en\nrésultera-t-il ? Qu'elle rencontrera quelque godelureau, et que notre\nmariage en sera retardé, car, retiens-le bien, tu n'auras pas ma\nmain avant que tu n'aies marié Margarethe au petit Nicklaus,\nmon neveu. C'est dit, et redit!\nLe petit tailleur soupira.\n— Agathina, quand s'adoucira ton humeur querelleuse? Tu\nes toujours àcrier, à tempèter, à gronder. Nous serions si heureux\nensemble; je gagne, à mettre de coté, au bout de l'an, quelques\ncentaines de florins, avec de bons habits.\n— De mauvais habits, s'écria le Mannequin."}, {"page_pdf": 13, "page_imprimee": "11", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.13", "texte": "— Avec de beaux et bons habits, bien faits, bien doublés.\n— Mal coupés, affirma le Mannequin.\nAvec de merveilleux habits de luxe et de bons costumes\npour les jours non fériés, reprit Goddrukum, sans parattre en-\ntendre le Mannequin.\n— Et avec de faux serments, reprit le Mannequin.\nGoddrukum impetienté se retourna, et, d'un coup de pied,\nenvoya rouler à terre le Mannequin. '\n— Ah ! bien, maitre Goddrukum, c'est ainsi que vous traitez\nmes habits?\nGoddrukum pétrifié, beat, devant le vieux bourgmetre qui pas-\nsait sa téte à la fenètrje.\n— Ne vous gènez pas, qu'est-ce qui vous prend?\n— Goddrukum est amoureux, murmura par terre le Manne-\nquin.\n— Et qu'est-ce qui vous prend de parler de vous, à la troi-\nsième personne?\n— Je ne parie pas.\n— Goddrukum est amoureux de la vieille Agathina qui est\nfolle de lui! •\n— Maitre Goddrukum, dit le bourgmestre, on ne peut pas étre\nù la fois botti tailleur et bion ventriloque; je vous retire ma\nclientèle I\n— Ah ! monsieur le bourgmestre, je deviens fou ; ils me font\nmourir. La princesse s'est échappée du livre; elle est sortie avec\nla petite Margarethe, le Mannequin me fait mille misères, mes ci-\nseaux me font la nique, et mon dé s'en va toujours.\n— Ah! Goddrukum, vous passez la rnesure; ou vous étes\nfou, ou vous vous moquez de moi'; et vous, dame Agathina, vous\nm'avez tout l'air d'affolier ekicore ce pauVre d'esprit, par des\nhistoires blasphématoireìs. Feites attention, tous deux! J'aurai\nl'ceil sur vous.\nIl se retira majestueusement. Goddrukum à sa suite\npour lui continuer ses explications, tellement accaparé par le souci\nde se rebadigeonner dans l'estime du bourgmestre, qu'il ne\npas mème la sensation d'un grand coup de pied que lui\navait décoché au bas des chausses le Mannequin, qui, pour ce\nfaire, s'était rernis debout. !\n—- Mauva;is gaitnement, Kliosroè's de malheur, je vais t'étril-.\nler d'importance, s'écria Agathi,na. Elle leva la main, mais déjà\nle Mannequin l'avait entourée de ses bras et la tenait enlacée,\nen lui disant:\n■— Qu'elle est belle! ta dent, qui se prélasse seule à ta mà-\nchoire supérieure, comrae un juge, dans le prétoire, richement\niendu de pourprel Qu'ils sont beaux, tes cheveux, où il y a au-\ntant d'argent que dans les caves de la banque, et que ton pied\ndroit a de bonté qui attend si longtemps l'arrivée indolente de tori\npied gauche, et que tes orci! les, sont fines qui per<joivent un can-\ncan depuis les lointains du monde colonial, et épient les médisan-\nces qu'échangent le soir les petites étoiles, et tes yeux sont-ils\n•clairs qui découvriraient un «cent» tombe au fond du grand ca,-\nhall... Agatliiha, je t'ajjme, mais Ni'cklaus n'aura pais Margarethe.\n— Et pourquoi? polisson!\n— Parce que tu ne m'aimes pas; je traverserai tes projets;\nregarde-la revenir de la promenade la petite Margarethe, et vois\nsi c'est un morceau pour ton bedeau de neveu.\nEn effet, la petite Margarethe sautait joliment de voiture en\ndisant: «Merci, Féel» Sa petite figure commencait à s'ovaliser,\nses yeux bruns caressaient les objets quelle fixait. Elle avait,\nd'une main un beau bouquet de lotus, de l'autre elle ramassait\nles plis de sa robe couleur d'aube. Elle rentra, et dit à Sita:\n— Tién,s, Fée, reprends vite tout cela, parce que l'oncle va\nrerftrer; il ne saurait étre loin.\nElle remonta vite, tandis que le Mannequin rentrait la voiture,\net redescendit bien vite, ses cheveux bouclés sur son dos, en une\npetite robe de coton écarlate et une chemisette bianche sur la\nquelle il y avait, brodées, des étoiles vertes, tenant sur son bras\nsa robe de féerie, dans les mains un soleil d'épingles et de\ncolliers.\n— Nous remettrons tout cela demain, dit la Princesse Sita.\nAu revoir, je rentre dans raon livre.\nElle rouvrit le lourd tome qui se referma sur elle ; le Manne-\nquin se remit en sa position immobile, et la petite, d'un air dé-\ntaché, prit le gros livre, et se m]it à regarder les images, les escla-\nves, nues, le forban basané, et la princesse Sita qui dormait en\nune belle robe d'or et de pierreries.\nLe coucou faisait tic-tac; Agathina, à sa fenètre, cousait en\nune rigidité de statue; tout était tranquille dans la petite bou-\ntique de la rue aux Epices; tout était sage, réglé, méticuleux et\nles mouches qui tournaient autour de la jacinthe de la fenètre,\navaient l'air, influencées par ce calme charmant, de danser une\npavane.\nCHAPITRE II.\nC'était un joli soir d'été, quoiqu'un peu orageux; les bour-\ngeois de la ville se prélassaient au long du canal, s'accoudaient\naux légers parapets des ponts bombés comme des ponts japonais.\nGoddrukum ét, à son bras, la vieille Agathina, avaient quitte la\nrue aux Epices et marchaient avec lenteur, devisant avec sagesse,\nà cinq pas du bouclier Liefskron de sa dame, qui s'étaient avan,-\nccs hors la rue aux Epices, cinq minutes avant eux. Le boucher\n\nPOESIA"}, {"page_pdf": 14, "page_imprimee": "12", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.14", "texte": "POESIA\n\nLiefskron pouvait voir à dix pas devant lui la courbe majestueuse\ndu dos de «frau» Jacobsz l'épicière, qui tenait, pendu à son bras\nfort, comme un panier léger, un petit mari qu'elle avait et de sa\nsenestre garantissait et affermissait contre ses jupes rondes le pe-\ntit Jacobsz que hantait une peur effrénée des chiens. Elle aper-\ncevait, bien assez pour en dire du mal, la jeune et svelte femme\ndu professeur de beau latin qui, à coté du pédagogue, son époux,\nsemblait une jolie flute à champagne près d'un broc à pansé con-,\nsidérable, et aussi loin que dans la rue Lucas de Leyde, la vue\npouvait s'étendre, les habitaints de la rue aux Kpices pouvaient\nse dénigrer ou s'admiier doucement, car aucun, jamais, ne coni\nmettait le geste déshonnéte de se retourner. Ils sortaient en mème\ntemps, ils ne sortaient pas ensemble.\nAprès un canal dormant, et le raccourci d'une petite ruelle où\nl'on entendait de la musique, ils furent dans la Grand'Rue et admi-\nrèrent, comme tous les soir, les grandes barres de tabac d Ex-\ntrème-Orient, et les boìtes à thè, où des Chinoises d'étoffe jolie,\nmontrent leurs petits pied à des Chinois d etoffe émerveillée, et\nles sacs entr'ouverts et semplis de café. Puis ils se pàmèrent sans\nmesure, devant de petites maisons de leur pays, exposées là, pour\ntenter la bourse des étrangers, et qui étaient tout à fait, comme\nleurs petites maisons à eux, avec des meubles du méme bois, et\ndes draperies de mème couleur, et de petits bonshommes bien\ncopiés sur eux..\nEt ce fut le tour des botiques d'orfèvrerie, avec les petites\ncuillers, en forme de pelles les grandes bagues hautes, les cas-\nques, les frontails et les grandes boucles d'argent comme ils en\navaient tous à leur ceinture. Puis au bout de la Grand Rue le péda-\ngogue poussa la porte d'une brasserie et tous furent s'asseoir cha-\ncun à leure table, et commencèrent à boire de la saine et fraìche\nbiere blonde, prenant ainsi des forces pour bien dormir.\nIls étaient là depuis quelque temps; le pédagogue critiquait\nla chaleur, tout en fumant la longue pipe en terre qui portali son\nnom en lettres d'émail, et à lui réservée dans ce paradis de la\nbière, vrai paradis, car la bière provenait directement d'Amster-\ndam, au lieu d'ètre brassée simpleinent et mème vulgairement\ndans la cité. Le pédagogue avait poussé la condescendance ju-\nsqu'à se plaindre de cette température élevée au boucher Liefs-\nkron, qui lui avait répondu, la rougeur au front: « Faites comme\nmoi», et ce disant, avait, d'un coup, vidé toute sa chope, et alort,\nGoddrukum avait crié: «C'est bien, c'est bien», et en avait fait\nlargement. autant, lorsqu'entrèrent deux chanteurs qui prièrent\nqu'on leur per*mit d'exefroer leur art; le pédagogue calma la caba-\nretière, qui, déja rogue, voulait faire respecter l'atmosphère pu\nrement contemplative de sa taverne, ;\n— Laissez-les..., «sinite parvulos... » !\nAprès quoi, le boucher affirma :\n— Laissez faire, laissez chanter...\n— Et de la bière, s'écria Goddrukum, qu'on les entende a\nl'aise* \\\nEt les chanteurs chantaient :\nSur les bords fteuris de V Y\nDroit comme un J,\nLe beau jeune homme s a vance ;\n« 0 sais-tu, jeune homme charmant,\nQue ìa Sirène Vati end\nA Vauherge de la Hanse P\nQue près d'un ver re de Xères\nEt non loin d'un verre rf advocat,\nLe bonheur qu'eìle Vévoqua\nVa flamber comme un verre de punch,\nTandis que tu bois comme éponge\nLe charme de ses yeux de braise ?\nSache, beau jeune homme charmant,\nQue le punch ne dure qu'un ins 'ant,\nC'est le feu follet d'un réve!\nC'esl le soupir de la vague à la grève!\nTandis que la Mère a bon coeur\nE donne rèconfort aux douleurs,\nComme un bon poèle de la Hollande\nOH la ptus douce houppelande.\nRetoume, beau jeune homme charmant,\nRetour ne, tandis qu il en est temps,\nVers où ta compagne t'attend.\nLe myosotis est sa fleur,\nIJ office du dimanche sa langueur.\nElle est fraiche comme la bonne Mère,\nLa fourrure de lontre et la vraie prière ».\n— Bien ! s'écria le pédagogue, dommage qu'ils ne sembient\npas t rop croi re à ce qu'ils disenll\nGoddrukum déclara, sentencieux :\n— N' imporle, renseigaement est bon.... de la bière, encore de\nla bière!\nEt comme l'ceil d.'Agathina se fixait sévèrement sur lui :\n— Encore un peu de bière.\nMais le cabaretier comprit sa pensée et lui apporta une des\nplus nobles doubles-pintes dont 011 eùt, gravé le couvercle d'étain\naux armes de sa distinguée taverne: le KORENBEURS.\nMais les chanteurs de reprendre:\nLe galani petit tailleur\nEst parti polir faire la guerre;\nA sa ceinture une cu"}, {"page_pdf": 15, "page_imprimee": "13", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.15", "texte": "POESIA\n\nUne grande aiguille à son còte;\nEt encore pour arme meilleure\nIl a ses ciseaux cVacier,\nEt pour casque il a un clé,\nEt pour casque il a un clé.\nDevant, d erri ère, il est bordò\nDe larges plaques de cuir\nOii s'émousse le fer étr anger.\nAh! il pour r ai t en cuir e\nA Vadversaire —\nA V adversaire\nDa terrible petit tailleur,\nil se bat pour une Hélène,\nTonte vètue de pure laine\nEt qui porte turquoise à son doigt:\n« Ma belle d'abord et puis mon roi »\nTeli e est sa devise.\nIl la coud sans aucune reprise\nAux habits dont il a Ventreprise.\nA son établi, le tailleur est roi.\nUno pinte s'en alla, ellipsoidale, couvrir de mousse et de li-\nquide un des chanteurs, et Goddrukum encore qu'assez\nbrandit sa pipe et hurla : ;\n— Respect aux tailleurs! > 5\nMais le pédagogue intervint:\n— Goddrukum, pouah! Vous en ètes déja à votre dixième\ndouble-pinte, et en si peu detemps, pouah! pouah!...\nEt la mère Jacobsz, ajouta séTOrement:\n— Goddrukum, pourtant ce n'est pas votre anniversaire pour\nètre ivre ainsi.\n— Il boit, le jour de son anniversaire, dit d'un ton pince,\nle pédagogue.\n— Oui, je bois, parce que ce jour-là, il y a quinze ans, il\nm'arriva la chose la plus extraordinaire.\n— Eh! quoi donc?\n— Voyons, Goddrukum, dit Agathina, soyez sage, ou je m'en\nvais.\nj • , - i\n— Restez ou partez, je n'en ai cure.... de la bière, encore un\npeu, mi petit peu de bière. La double-pinte revint, et Goddrukum\ncommenQa :\n— Eh bien! oui, c'était le soir; j'étais allé aux Armes d'O-\nrange, et j'avais bu, cornine aujourd'hui, un verre de bière, oui,\nun verre de bière, boucher, oui, ma chère voisine, un petit verro\nde bière; j'étais revenu et j'aliais fermer mes volets; j'étais dc-\nhors, tòte nue, pour fermer mes volets; il faisait assez beau,\nmais pas très clair; j'avais du mal à trouver la cliquette, lor-\nsqu'un honime que je n'avais pas vu, me dit obligeamment :\n«Mynher Goddrukum, voici de la lumière»; et, en effet, il y eri\neut de lumière! toute la rue aux Epices flambait cornine un\nbrasier.\n— A quelle heure? interrompit le pédagogue.\n— A dis heures et demie du soir.\n— Ce n'est jamais arrivò rue aux Epices !\n— Pas avant dix heures et demie, mais à dix heures et\ndemie, cette nuit-là, foi de Goddrukum, c'était vrai.\n— Non, dit le pédagogue; à cette heure parfois j'ouvre mon\nVirgile et, par les méandres de la rue aux Epices, où la lune\ncherche vainement le reflet d'une autre lampe que la mienne,\nje jure que jamais entre le trottoir de droite et colui de gauche,\nn'apparut nul falot. Notre rue paisible, le veilleur de nuit lui-\nmème ne la traverse qu'en dormant... «Per amica silentia...»\n— Et moi, je dis, monsieur le professeur, qu'alors vous dor-\nrniez sur votre Virgile, car il se passe dans la rue aux Epices\nplus de choses que n'en contient votre philosophie.\n— Ah ! ah ! ah ! ah ! hurla le boucher Liefskron, veux-tu dire\nqu'on y vend la viande à faux poids, ciron d'établi !\n— Assez, carré de veau, hurla Goddrukum, écoute.\n— Non; s'écria Agathina, ne l'écoutez pas; il a trop bu.\n— Laissez., reprit le pédagogue; qu'il parie, je le réfuterai\ns'il y a lieu.\n— Eh bien ! cet homme qui avait une lumière, suivi de beau-\ncoup d'autres qui portaient des lumières, et qui étaient coiffés\nde turbans, et qui avaient de longues robes, couleur d'or, couleur\nde pourpre, couleur de sang, me dit: «Seigneur Goddrukum, Dieu,\nnotre maitre à tous, te donne cette poupée. Aies-en. bien som,\nbien soin, c'est la previdence de ta maison, et c'est ton de-\nstili ».\nJe pris la poupée et je l etendis proprement sur une pièce de\ndrap. Elle y resta bien quinze jours, màis voici où commencc\nl'extraordinire; un jour, j'eus besoin de cette pièce de drap\npour vous tailler un habit, monsieur le professeur, et je mis\nla poupée sur un gros livre, qu'une espèce d'aventurier, une sorte\nde méprisable chanteur ambulant, m'avait laissé pour tout pa-\niement d'un très bel habit, tailladé, à crevés, pourpoint, etc...,\nqu' il avait levé pour une représentatio|n au grand théàtre, et\nalors voici la petite poupée qui s'anime, qui geint, qui crie, et\npensez quel eùt été mon ennui, si ma bonne voisine Agathina\nh'avait eu une chèvre.\n— Oh! oh! hurla le boucher. Jamais M.me iVgathina n'a eu\nde chèvre, n'est-ce pas M.me Agathina?\n— Jamais je n'ai eu de chèvre.\n— Et moi, je dis que vous aviez une chèvre, vous l'avez eue\nun ou deux jours, le temps que je confie la poupée à une"}, {"page_pdf": 16, "page_imprimee": "14", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.16", "texte": "POESIA\n\nnourrice, et depuis ce temps-là, la poupée a tété, vécu, et c'est\nla petite Margarethe; voilà l'histoire de mon anniversaire.\n— Eh bien ! dit Agatliina, je dis que c'est piteux que douze\ndoubles-pintes réduisent un ho(mme, à eet état. Mon neveu\nNicklaus, qui est bon chrétien, et, de plus, le fiancé de Margare-\nthe, ferait pas mal de vous épousseter la tète avec son bàton de\ncornouiller.\n— Je me moque de Nicklaus comme de ma première couture,\nmais si je retrouvais un de ces maudits Egyptiens, de ces maudits\nchanteurs de Bohème, ou de n'importe où, qui vous laissent des\nlivres en paiement de beaux et bons habits...\n— Mal coupés, dit. une voix.\n— De beaux habits bien taillés\n— Mal cousus, reprit un des chanteurs. Goddrukum, vous in-\nsultez tous les chanteurs, oseriez-vous affirmer que c'est de moi\nque vous avez à, vous plaindre ?\n— Peut-ètre oui, peu-ètre non; j'aime mieux ne pas appro\nfondi r.\n— Tant mieux, j'ai le devoir, vous le comprendrez, monsieur,\nde prendre parti pour ma corporation.\nGoddrukum marmonna quel que cliose; mais le chanteur, un\ngrand diable basané, n'y apporta plus nulle attention. Il s'en alla\navec son confrère, et ils avaient à peine passé la porte qu'on\nentendit, comme un chant triomphal :\nAmsterdam, R\nGoddrukum est amoureux.\nLe petit et belliqueux tailleur s'élanpa à la poursuite des\nmauvais plaisants, mais comme il y avait un pas, il se fit une\nbosse au front.\nEt, comme sonnaient dix heures, tout le monde s'en fut en\nfile pour retrouver la rue aux Epices; tout ce monde faisait un\npeu froide mine à cet ivrogne de Goddrukum, mais le boucher\nLiefskron, qui était bonne àme, l'empoigna d'un bras solide et\nle remit dans sa boutique où, sous les auspices de la voisine Aga-\nthina, il l'étendit sur son lit, en proie a un sommeil plutót kjpaque.\nCHAPITRE III.\nSi les bonnes résolutions duraient., la vieille Agathina serait\nenoore à veiller au som mei 1 da Goddrukuni, mais la bonne ré-\nsolution n est rien, sans la clairvoyance, et la clayrvoyance n'est\nrien si elle n'est générale et aboridarnment avertie; le danger\nest biotti partout. Sans doute en proie à V idée fixe. Agathina\ns'occupait simplement de veiller son vieil ami, et elle ne s'a-\nperQiit pas que le Mannequin la comblait de passes magnétiques,\nauxquelles elle ne tarda pas à succomber. Quand elle fut endor-\nmie, il la prit, la roula sous l'établi et, avec un geste solennel de\ndanse rythmique, il frappa dans ses mains, et s'écria:\n— C'est notre tour. Mademoiselle Margarethe, la Princesse\nSita a quelque chose à vous comuniquer de très important.\n— Demain, risposta brièvement, de sa soupente, la petite\nMargarethe.\n— Pas demain, ce soir; d'ailleurs vous ne dormirez pas, vo-\ntre onde ronfle trop fort.\n— Je ne l'entends pas.\n— Une fillette est un ange qui n'entend pas ronfler son on-\nde... Ah! Dieu! Ah! Dieu!\n— Qu'est-ce qu'il y a?\n— Votre onde vient., en rèvant, de donner un coup de pied\ndans votre livre d'images.\n— Ciel, òtez-le.\n— Je n'y puis toucher. i\n— Pourquoi?\n— Je suis immobile, je suis un pauvre Mannequin.\n— Je viens.\nEt quatre à quatre, par le colimagon drapé de serge verte,\nla petite fille se precipita sur le livre.\n— Sita, Sita, tu n'as pas eu de mal?\n— Non, dit la princesse Sita, qui jaillit du livre. Bonne petite\nenfant! et elle caressait les cheveux de Margarethe 1 Ahi tu sais,\nce soir, nous allons en soirée.\n— Je n'ose pas.\n— Si, il faut venir, as-tu rien à craindre avec moi?\n— Non, certes.\n— Eh bien! chère enfant, il faut venir. Allons, vous autres,\ndépèchez-vqus ! et, elle secoua brusquejnent le livre, au grand\ndésespoir de Margarethe qui criait:\n— Mon livre ! mon livre !\nEt il en sortit des gens que Margarethe n'avait jamais vus,\nun roi de carreau tout endiamanté, des chambellans avec des\nventres d'or, et des clefs de diamant dans le dos, des piquers, et\nune jolie fée que Sita prit par la main, en lui disant:\n— Bon réveil, comment vas-tu? comment trouves-tu la petite\nMargarethe; jolie, n'est-ce pas?\nEt un homrne qui fit des cabrioles sur les mains et qui s'ap-\npelait Protée. Il eut en un instant, pour amuser la petite fille, des\nyeux de toutes les couleurs de l'arc-en-ciel.\n— Allons, tout le monde est prét.\n— Tu ne m'habilles pas ? dit Margarethe.\n— Non, pas ce soir, et pas de voi tu re; nous allons à pied.\nKhosroès, ouvre la marche..."}, {"page_pdf": 17, "page_imprimee": "15", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.17", "texte": "POESIA\n\nEt tous se trouvèrent dans la rue aux Epices qui flamboya de\ntorches; certainement ce soirlà, le pédagógue ne lisait pas son\nVi r gilè.\n— Faisoris le grand tour, la ville est à nous.\nEn effet, il était onze heures, toutes les consciences dor-\nma,ient, béates en des bennets de colon. Khosroès qui était farceur\navisa uii veilleur de nuit qui donnait contre une porte et lui cria:\n— Je te fais pape. /\n—- Bien, merci, repartit le veilleur de nuit qui se rendormit et\ncommenda à voir défiler dans son rève, des mìtres, des crosses\net des revenus. Ils passèrent au long des étroits canaux et les\npetites ondines qui chevauchent des cygnes leur grisollaient :\n— Bonjour, les Fées, où alloz-vous?\n— Nous nous occupons de la petite Margarethe.\n— Ah! c'est très bien, enfili, tout a son tour, comment est-\nelle?... Ahi la voiù...\n— Mais elle est bien jolie... Princesse Sita, vous devez ètre\ncontente... oh! bien contente!\n— Oui, très contente!...\nEt le Gambrinus qui servait d'enseigne au Korenbeurs, leur\njeta da haut:\n— Entrez donc, nous prendrons une pirite de ma vraie bière.\nMais la princesse Sita répondit:\n— Pas aujourd'hui, demain ! nous avons avec nous la petite\nMargarethe, nous ne pouvons pas la conduire à la Brasserie...\nEt le bon géant de rire.\n— Elle y viendra, elle y viendra, vous me l'amènerez quand\nce sera une belle dame.\nLe Javanais sculpté et polychrome descendit de Penseignè\ndu marchand de tabac et offrit un bon cigare à Khosroès. Celui-ci\nprit le Javana1's bras brajs dessous, et tous ensemble)\narrivèrent à la boutique de Fantiquaire; là Sita dit, de sa voix\nde perle:\n— C'est moi! et l'huis s'ouvrit. Rentrez, vous autres de la\nmenuaille, adre|ssa-!t-elle jau cortège, nojus reiviendro.ns à pied,\ncomme nous sommes venus.\nTous s'en allaient sous la direction du Javanais à qui Kho-\nsroès communi qua quelques instructions sur la facon d'ouvrir la\nporte et de refermer le livre. Sita, Margarethe et Khosroès entrè-\nrent seuls d4ns le magasin qui rutilait de feux inerveilleux.\nCHAPITRE IV.\n— Comment allez-vous, princesse? A quoi dois-je l'hon-\nneur?...\n— Mais tout va très bien, mon cher David, nous venons pas-\nser la soirée chez toi.\n— Alors, on va s'amuser, s'écria un beau Bouddha tout dorè,\nen éployant ses immenses ailes.\n— Canaille, murmura le vieux David. Il me coùte, retour de\nl'Inde, cinq oents florins, Je l'ai fait instruire, je l'ai fait redorer,\nj'ai tout fait; pas moyen de le faire tenir tranquille!\n— Petit peuple, j'e|n appelle à vous, s'écria le Bouddha,\nvoilà huit jours, pour le moins, qu'on s'ennuie. Ah c;,a ! pére David,\ncroyez-vous que ce soit un divertissement suffisant de voir les\ntrognes de vos amateurs?\n— Je vous méne dans le monde !\n— Misérel il appelle r;a nous mener dans le monde, s'écria\nune ravissante marquise de SaXe ; il nous met dans une boite,\nnous fait jurer que nous y serons sages, et nous méne chez des\nbelles madames bien dédaigneuses, des femmes de banqùiers.\nOu bien, il nous prète pour une soirée, et alors que de recomman-\nidations insul tantes... «Mettez bien <;;i de coté. C'est le pére David\nqui le prète pour un soir et pas pour rien, et quel vacarme nous\nentendrons si on lui endommage sa mijaurée de porcelaine ».\nAh ! non, pour amusante, la vie ne l'est pas tous les jours.\n— Eh bien! dit David, c'est congé, soit, mais ne vous cas-\nsez pas.\nEt de toutes les étagères, en poussant, piaillant, pouffant,\nvoilà un tas de pe.tites porcelaines qui dégringolent, qui font des\nronds de jupe, qui viennent s'asseoir... et dire: bonjour, Princesse\nSita. Un petit gentilhomme sauta d'une chaise à porteurs et vint\nau baise main.\n— Oh! Princesse! depuis les temps... j'éprouvais la disgràce\nde ne vous point voir.'.. Oui, depuis la première de Dardanus...\nvous étiez incognito,... voilà de la musique comme on n'en fait\nplus aujourd'hui...\n— Mais si..., cher comte, je vous assure...\n— Et ce vieux Khosroès, qu'ètes-vous devenu?\n— Hélas! un mannequin!...\n— Et par quelle infortune?...\n— Ce petit mot si complet serait bien long à développer\npour moi; je vous conterai cela...\n— Un peu de musique, s'écria une petite femme que Glouet\navait peinte de son mieux.\nAlors un bon Kobold de terre cuite se saisit d'un violon de\nfaience et joua la Silénienne, la vraie, la complète avec ses trois\nvariations sur le vin blanc, le vin rouge, le vin muscat, et la cor-\ndialité commenda à régner^\n— David, dit la princesse Sita, je t'amène Margarethe."}, {"page_pdf": 18, "page_imprimee": "16", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.18", "texte": "POESIA\n\n— Pourquoi faire? La porcelainiser, la mettre en un rubis?\nMademoiselle, un rubis-balai voici qui est une belle enveloppe\npour une fillette pas pressée.\n— T.u ris, David... Je t'amène ma filleule Margarethe.\n— Et puis!\n— Pour la fiancer à ton fils.\n— Absurde!\n— Et pourquoi?\n— Elle n'a pas le sou, branche ruinée, et puis je ne veux pas.\n— Préfères-tu qu'elle devienne la femme de Nicklaus, le be-\ndeau ?\n— (la, je m'en fiche; non, mademoiselle, voulez-vous choi-\nsir une perle, un diamant, une topaze? Prenez ce que vous vou-\ndrez; mais pour mon fils, j'ai mes intentions; voyons, mademoi-\nselle, acceptez un beau • \\\n— Mais, monsieur, je ne vous demando rien, pas mème vo-\ntre fils qui doit ètre bien laid s'il ressemble à son pére!\n— Pour sur, dit un doublé ducati en roulant par terre.\n— Qu'est-oe que tu fais là, ivrogne d'or, doù sors-tu?\n— Faites pas attention, vieux David, c'est inoi qui lui ai\ndonne la liberté.\n— Eh bien ! Khosroès, si tu te donnes et si tu donnes aux\nautres encore un peu de liberté, je prendrai, moi, la liberté de te\npiacer mon pied quel que part. Amusez-vous, puisque vous venez\nm embèter chez moi, mais ne gàtez rien. Vous avez une heure\npour épuiser les joieisi dte la vie, et puis vous me ficherez la\npaix. Princesse Sita, cest tout ce que je puis faire pour vous.\n— Ingrati\n— Ingrat, soit! mais charbonnier est maitre chez lui.\n— Hi, hi, hi, hi, s'écria une merveilleuse pelle à charbon.\n— En tout cas, reprit la princesse, vous me feriez plaisir en\nreprenant vos aixciennes fagons qui étaient d'assez bon tolti,,\nalors que vous étiez mon banquier en mori Empire de Mysapore,\net d'abandonner vos allures nouvelles de gargotier en curio-\nsitès.\n— Soit, vous ètes la maitresse, faites ce que vous voulez !\n— Une cavalcale, hurla Khoosroès.\n— C'est pour perdre des bijoux, et des créatures cu-\nri euses!\n— Qui te les prendra? les bourgeois sont couchés, nous som-\nmes à cette heure les maìtres de la ville.\n— Suffitl il y a parmi ces porcelaines quelques petites aven-\nturières.\n— Un mot de plus, s'écria une petite personne en robe à pa-\nniere, aux yeux de myosotis, et je me jette de mon étagère, la\ntè te la première.\n— Et nous aussi ! plutót le suicide que cette tyrannie !\n— Non, pas de cavalcade, dit la princesse Sita; causons sé-\nrieusement; où est ton fils?\n— J'allais vous le demander? >\n— Et pourquoi ?\n— Il y a dix ans que je n'en ai eu de nouvelles et je pense\nbien qu'il est au diable. li..\nA ce moment, Khosroès poussa un cri de douleur.\n— Eh bien! qu'est-ce qu'il y a?\nKhosroès, avec la modestie (et aussi l'indifférenoe) qui sied\nà un Mannequin, s'était assis sur une souche de bois dur.\n— Mais, dit-il, c'est nitoiti fauteuil qui se frotte à moi, et\ncornine je suis actuellemelnt de bois blanc, il a falli me mettre le\nfeu. Voyons doncl\nIl empoigna la souche et la regarda de près; il y avait sur\nle bois corame des linéaments de figure humaine, et Khosroès\ntapa dessus à petits coups sourds, ausculta et puis, d'un ton ca-\npable :\n— Je m'y connais, il y a une créature humaine là-dedans.\n— Vas-y voir, ricana le vieux David.\nA ce moment, une petite perle tomba du plafond entre les\nmains de Margarethe qui s'écria:\n— Ah! la jolie perle!\n— Un rien, s'écria David, mais Sita s'était placée entre lui\net Margarethe; elle prit la perle, et David marmottait toujours:\n— C'est un petit rien, j'en ai de beaucoup plus belles.\nEt Sita dit à Khosroès :\n— Alors la voici retrouvèe, je la reconnais bien; qu'en avais-\ntu fait? Comment est-elle ici? Répondras-tu, vaurien? et elle le\nsecouait.\n— Vous me faites craquer, dit Khosroès, maintenant qu elle\nest retrouvèe, laissez-moi faire, j'ai une idée. •\nSita embrassa nerveusement Margarethe.\n— Petite, c'est ta perle de destinée, je crois!\nKhosroès avait pris la perle, la maniajt; il la mit au chaton\nvide d'une bague de cuivre qu'il avait au doigt., et brusquement\nle Mannequin s'éclaira, grandit; un pectoral de pierreries l'irradia\net il s'écria :\n— Sarah, toi qui fus la compagne et l'amie de cet homme,\néville-toi, où que tu sois, et viens nous dire où est son fils, et\nsi, comme je le crois, il l'à entermé dans cette souche de bois de\nfer, délivre-le de cette étroite prison, ou indique nous, si tu es là,\ncomment ce sera possible.\nEt le vieux David ricanait.\n— Cherche, mon petit, cherche!"}, {"page_pdf": 19, "page_imprimee": "17", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.19", "texte": "Alors une petite lueur trembla, trembla; le vieux David pàlit\net s'écria :\n— Tu étais pourtant bien dans le coffret des vieilles lettres,\ntoutes parfumées de notre vieil amour, celles où tu me parlais\ncelles où je te parlais; ne dis rien; notre repos à tous deux...\nMais le coffret éclata; il en sortit une lueur opaline qui gran-\ndit, grandit et se concréta en une femme encore jeune, lout de\nvert habillée, qui prit, la souclie entre ses bras en disant:\n— Mon ontani, mon enfant! et le bois éclata et un jeune\nhomme en sortit qui regarda le vieux David et lui dit:\n— Vieux fou, à quoi t'a servi ta malice ?\n— Et la tienne, à quoi? hurla le vieux David, car il venait\nde reprendre la perle talismanique, de l'arracher du cliaton de\nla bague, pendant que Kliosroès demeurait en un grand geste\nbénisseur, et alors la forme féminine et le jeune homme s'éva-\nnouirent, et la souche de bois de fer se referma.\nEt David remit simplement la perle dans son goussel, en\ndisant bonnement:\n— Yoilà corame je suis.\n— Un rustre, affirma Margarethe.\n— C'est possible, mademoiselle, mais vous voyez, il n'y a\nrien à faire pour vous, ici.\n•— Imbécile, reprit Margarethe.\n— Imbécile, ajouta Sita.\n— Dis-m'en donc autant, Kliosroès, sourit finement le vieux\nDavid.\nf— Hélas ! non I c'est moi l'imbécile, mais pourquoi ne veux-tu\npas, David? Tu sais bien que ces jeunes gens seraient parfaite-\nment heureux ensemble.\n— Je ne demanderais pas mieux; mais vraiment, je ne peux\npas, je ne peux pas, je ne peux pas.\n— Et si tu pouvais?\n— Je n'y tiendrais pas.\n— Enfin, on verrà, dit la princesse Sita; au revoir, David.\n— Olii une absence un peu longue...\n— Je te retrouverai, vieux matou, dit Khosroès. Pour ce soir,\nje vais ramener ces damieis chez elles, faire un tour chez le roi\nGambrinus, et, demain, tu auras de mes nouvelles.\nCHAPITRE V.\nAprès avoir reconduit son persorxnel, Khosroès s'eri retourria\nde son lent et solenixel mjouvemejnt, retrouver le Javanais du\njnarchand de cigares, et le bon géant Gambrinus, et ces braves\ngens se mirent à boire. Auparavant l'excellent Gambrinus ren-\nversa rapidement quelques chaiscs, ouvrit et referma una fenètre\navec fracas.\n— Là,nous sommes tranquilles; je ne vous ai pas diti Le\nbrasseur a une peur épouvantable des voleurs. Il suffit de faire\nquelque brait pour qu'il se rencogne dans ses couvertures et se\nroule dans une véhémente surdité... Comme <ja, on empèche les\ncancans; il n'irà pas raconter que nous lui buvons sa bière. As-\nséchons-en quelques grands verres et puis nous irons un peu par\nla ville; elle est agréable à cette beare ci; mème les géniés soni\n•couchés 1\n— C'est ca, applaudit le Javanais, qui était, par nuance d'e-\nsprit, grand dépendeur d'andouilles, et bientót les trois bonshom-\nmes s'en allèrent processionnellement par les rues; ils avaient\ndéjà graissé le marteau de porte à l'intention de la gracieuse lai-\ntière, et quelques menues farces étaient préparóes, lorsqu'à leur\ngrande surprise, ils virent, sur un quai, s'avancer deux person-\nnes, et Gambrinus donna les signes les plus violent de stupé-\nfaction; ce ne furent pas les écailles qui lui tombèrent des yeux,\nmais bien un petit moroeau de sourcil en plàtre noirci. Le Java-\nnais le ramassa et le lui remit.\n— Bah! Qa regarde le brasseur, dit Gambrinus, mais qu'est\nce que c'est que ces gens-là?\nDu plus près ils y découvrirent les deux chanteurs de la\nbrasserie.\n— Eh bien! camarades, cria Gambrinus, que faites-Vous ici?\n— Nous ailions vous voir, sire!\n— Ah! très bien, allons-nous boire un peu?\n— Mais volontiers, sire mais auparavant, je ne serais pas\nfàché de me tappeler à votre royal souvenir. Jean XXVII d'Egy-\npte, que vous voulùtes bien recevoir autrefois dans votre beau\npalais de Gand; vous souvient-il? Ahi la bière y était bonne,\net pas chère, ce qui ne gate rien.\n— Au contraire, monseigneurl\n— Il y avait là des cliopes comme on n'en refera plus!\n— Et des pintes d'étain d'un poids de...\n— Oh! d'un poids de?...\n— Comme on n'en soulévera plus.\n— Et nous sommes allés chez Saint-Christophe.\n— Qui nous a soulevé des tonneaux.\n— Et on buvait à la régalade.\n— Des fùts de Nuits.\n—- Des fùts de Mouton-Rothschild à cent francs la bouteille.\n— Comme il n'y en a que là.\n— Oui, comme il n'y en a que là.\n— Ahll!\n— Ah! Il\n\nPOESIA"}, {"page_pdf": 20, "page_imprimee": "18", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.20", "texte": "POESIA\n\nKrosroès hurla soudain:\n— Qa me démange horriblement dans les tibias ; il y a du\nfeu! en plein été! mais où, mais où?\n— Mon compagnon vous le dira, dit Jean XXVII; il est de\npremier ordre à ce jeu, il a été parfumeur de la reine de Saba;\n<;a été une notoriété dans son tempsl... Eh bien! trouves-tu?\n— Pas encore.\n— Ceci ne t'aiderait-il pas? Et. Jean XXVII détacha à son\ncompagnon une chiquenaude sur le nez.\nAlors Khosroès déclara très net:\n— Ce n'est pas une question de parfum; ce n'est. pas non plus\nune question de feu. Il y a quelque part, par ici, un endroit où\non a fait des copeaux; je crois bien que nous trouverons assez\nvite où cela gìt.\nIl se mit à flairer une piste, qui le mena jusqu'à la maison\nde l'antiquaire. Elle était dose, ils frappèrenl à la porte sans\nobtenir aucune réponse.\n— Attendez, dit Khosroès, faisons le tour.\nIls enfilèrent une petite ruelle.\n— Nous escaladerons le mur ! il est assez haut. ! déclara Jean\nd'Egypte.\n— Attendez, dit le Javanais, ces choses-là me connaissent. Il\ngrimpa quelques aspérités, descendit la créte du mur, et ouvrit du\ndedans une petite porte par où passa la caravane.\n— Et maintenant, glissons-nous en silence, recommanda Kho-\nsroès.\nA ce moment, mèmie il craqua comme un mannequin mal\nhuilé et Gambrinus croyant qu'il avait éternué, le gratifia d'un\n«Dieu te bénisse » et ne mème temps d'une tape dans le dos,\nun dos excellent en bois de hét.re qui résonna au contaet de la\npaume du géant,, comme les peaux d'ànes d un régiment. de gar-\ndes civiques.\nA ce bruit, le sieur David s'élanca hors d une sorte d atelier\nvitré, une hache à la main et l'air terrible, en s écriant.\n— Que me veut-on?\nEt à ce moment de l'établi, de l'escalier, on entendit partir\nune voix plaintive qui s'écrait:\n— Seigneur Khosroès, est-ce vous? venez à notre secours.\nUne odeur de rèsine éplorée s'écheppait. de 1 atelier où tous\nentrèrent en bousculant le vieux David.\n— Ah! seigneur Khosroès, s'écria la mème voix plaintive,\nne nous abandonnez pas. C'est lieureux, seigneur Khosroès, quo\nvous ayez des amis sùrs, sans cela mon pauvre fils était frit, at-\ntendez-moi, j'arrive.\nEt Sarah fit éclater le couvercle de sa cassette et vint s'asseoir\ndes visiteurs auxquels elle parla ainsi :\n— Seigneur Khosroès, et vous, messieurs nos visiteurs, ex-\ncusez David; il est bon, très boa; j e le savais bien de nion vi-\nvant; et surtout tant qu'il fut pauvre, ce fut le plus excellent des\nhommes; mais comment voulez-vous que le brave homme n ait\npas la tète un peu tournée ? d'abord maintenaint il a perdu 1 ha-\nbitude de l'obéissance passiVe à laquelle je l'avais soumis, depuis\nles temps les plus reculés. Aller rappeler à un homme ce qu il\nvous promit, à la fontaine de Siloé, alors qu'on a vingt ans tous\nles deux. Dans ce temps-là, vous étiez amoureux de moi, moncher.\n— C'est bon, c'est. bon, dit David, abrégé ou je te fourre\ndans ta boìtè.\n— Jase toujours, tu sais bien que tu ne teras pas ce que\ntu veux de la boìte pendant que le seigneur Khosroès sera là,\net puis, je sais trop toji respect de l'opinion publique pour croi re\nque tu vas te montrer brutal devant cinq honorables personnes...\n— De bois, de plàtre, et de cuir gaufré, les plaisants sei-\ngneurs: et ces (leux guitares ambulantes, qu'est-ce que c'est quo\nca? dit David, en désignant peu civilernient les gens d'Egypte.\n— Tu le sauras à temps, murmura Jean XXVII. Continuez,\nmadame l'ombre.\n— Eh bien ! je continue. Mon pauvre David qui n'a jamais eu\nbeaucoup d'esprit s'est trouvé brusquiement investi de trop de\npuissance. D'ajbord ca 1 enivre un peu, d avoir acheté a beaux\ndeniers comptants tou)s ces dieux, ces bouddhais, et ces marquises\net ces talismans dont j'ignore le compte depuis que je ne tiens\nplus les livres. Il en veut à son fils, et le punit d avoir été quo-\nque peu léger et de l'avoir appelé plusieurs fois : vieux fon !\nCornine vous le savez, il l'a enfermé dans cette buche en bois de\nfer, et tout à l'heure, après votre départ, il a voulu le bruler,\nmais alors; seigneur Khosroès, les morceaux de bois blanc du bu-\ncher se sont révoltés: «Jamais, se sont-ils écriés, nous ne brule-\nrons un jeune homme de bois de fer pour qui le seigneur Khosroès\na eu des bontés et qu'il nous recommanderait s'il était là». Dé-\ngouté, David a voulu fendre son fils, mais voila où le vieux mé-\ncréant a été pris à son propre piège; il l'a entermé dans du bois\ntrop dur, il a essayé de le varloper; la buche lui a résisté.\n— E1 c'est bien ce que je trouve ridicule, grommela David,\nc'est que ce garnement m'oppose cette impertinente résistance:\nje le jetterai au fond du canal, il y pourrira; je suis maitre chez\nmoi, je pense.\n— Je n'ai pas de cons-qil à vous donner, reprit Khosroès, mais\nsi vous avez un petit peu d'àme encore, vous ne le ferez pas.\n— Je n'en ferai qu'à ma tète, il m'a fallu l'encager pour obte-\nnir un peu de tranquillité ; je ne veux pas qu' il me bianchisse en-\ncore les quelques cheveux qui me restent. Enfin, par considé-"}, {"page_pdf": 21, "page_imprimee": "19", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.21", "texte": "ration pour vous, je vais le mettre dans un coin, sous clef ; comme\ncela, il ne fera de mal à personne.\nEt David prit la buche en bois de fer, et l'enferma très pro-\nprement, et dit à Sarah:\n— Maintenant, ma vieille, va te coucher.\nLa forme se fondit et rentra dans sa boite.\n— Et vous, messieurs, excusez-moi si je ne vous retiens pas,\nmais j'aurais vif plaisir à vous voir les talons, j'ose espérer que\nvous ne me contraindrez pas à appeler la police.\n— Nous nous en fichons un peu de la police, s'écria Gambri-\nnus, malgré les signes que lui faisaient Khosroès et le Javanais.\n— Sans doute, vieux pot, bedaine de cristal, cervelle d'étain\nobtus, mais ces deux garnements (il désigna les chanteurs) pour-\nraient avoir à en craindre quelque chose.\n— Non dit Khosroès, je les connais; nous partons parce que\nvoici l'heure des hommes et le matin qui s'éveille; mais tu auras\nabondamment notre visite la nuit prochaine. Au revoir, tirelire,\nescarcelle !\n— Au revoir! Rira bien qui rira le derniei;'\n— Au revoir! Bois-blanc.\nEt que se passait-il chez notre ami le bon Godarukum?\nLe bon Goddrukum dormait en son àme et conscience.\nLa vieille Agathina était toujours roulée en une serge; sous\nl'établi.\nLa petite Margarethe s'était endormie dans son lit; par la\nfenètre aux petis carreaux losangés, des clariés de lune venaient\nla voir, éclairaient le bout de son nez, puis une coulée de che-\nveux blcnds, puis ses petites mains . qu' elle avait croisées\nsur sa poitrine. Une sorte de prètre cingalais sur la ehe-\nminée faisait tourner comme un petit moulin à prières, et c'é-\ntaient des rèves qui s'en élevaient, qui frissonaient, baillaient\net s'évanouissaient pour revenir; uji joli papillon dansa dans toute\nla pièce et ses ailes de lapis brillaient dans une atrnosphère pho-\nsporée.\n— Oh! le beau papillon, pensa Fàme de l'enfant, je voudrais\nle toucher.\nLe papillon vint un instant se poser sur les ma-rns croisées,\npuis s'enfuit; l'oiseau d'or qui imite si bien le bruit de la ca-\nscade, de la rosée, de la grosse pluie, apparili un instant. Puis\nl'atmosphère devint plus lourde. Un rève de la veille Agathina\nmontait épais, vacillant; la face de la vieille Agathina se projeta\nun instant sur le sommeil de l'enfant qui prit pear et se réveilla,\nmais déjà Sita était dans la chambre. Elle chassa la gauche image,\net l'enfant se rendormit, tandis que le moni in à rèves commen-\ndai t l'amusante suite de l'arrivée du Prince Charmant.\nLa princesse Sita redescendit.\n— Si ce sac à bière de Khosroès n'allait pas boire toute la\nnuit, nous aurions déjà remis chez elle, la vieille femme.\nLa princesse Sita ouvrit la porte et regarda; le bon Manne-\nquin rentrait de son pas le plus solennel, et Sita lui dit:\n— Il est un peu tard.\n— Que voulez-vous? Princesse, je m'ennuie un peu tout le\njour, et je n'ai que mes soirées.\n— Eh bien! je vais te dèlivrer prochainement. Ecoute ce\nque j'ai à te dire. i\nLe Mannequin s'accota contre le mur, et la voix de la prin-\ncesse Sita se mit à bruire mystériusement.\nCHAPITRE VI.\nUn grand concours de peuple acclama les chanteurs; Jean\nXXVII et son acclyte faisaient gracieusement, le chapeau à la\nmain, le tour de la société; lorsque ces personnages arrivèrent\nen face do la vieille Agathina, celle-ci poussa un cri et s'évanouit;\nle boucher Liefskron la saisit entre ses brav vigoureux et la porta\ncontre une des bornes qui défendaient le trottoir en belles pier-\nres de la rue aux Epices, et sans désemparer lui lanca au vi-\nsage quelquejs gobelets d'e&u pureL Agatliina rouvrit les yeux\net remercia faiblement. Jean XXVII s'était approché.\n— Madame, pardonnez-nous ! les chanteurs qui passent par\nles rues et qui enchantent de leurs lieds les faubourgs et les\ngrand'places devraient n'offrir aux yeux des belles que les plus\nparfaits visages, puisqu'ils sont les liórauts de toute la beauté;\nmais, madame, on dit que le sage Esope et le sagace Socrate\nn'étaieni rien moins que des parangons de joliesse; on nous af-\nfirme que la correction athénienne du nez n'embellisait pas la\nface intelligente de Verlaine; je ne saehe point qu'Aristophane\netìt été beau, et l'on m'assure que Pulcinella avait deux bosses.\nC'est pourquoi, et forts de ces grands exemples, nous offrons à\nl'humide et claire lumière, les lignes quelconques en lesquelles,\ntìous a délimités la nature, moi et mon sénéchal Boribo, ex-par-\nfumeur de la reine de Saba. Dites-moi si c'est lui, dites-nous si\nc'est moi, ou tous deux ensemble qui, patibulaires et nauséeux,\navons chassé les roses de leur jardin accoutumé, soit vos joues,\net pour è tre compie t, votre nez.\n— Ce n''est rien, faraud d'Egypte, retorqua Agatliina. C'est\nla fraìcheur, non, la chaleur, enfin quelque chose d'extérieur et\nd'ambiant, de damnable et de condamnable, de nomade avec un\nrevenez-y de fritures d'enfer, qui m'a saisi. Votre sénéchal,\nrnonsieur, m'a rappelé d'une manière fugitive, mais désagréable,\nl'aspect de Master Grodwohl, mon èpoux qui, ving ans de sa vie\ntous les soirs et tous les matins, me versa l'amertume de deux\n\nPOESIA"}, {"page_pdf": 22, "page_imprimee": "20", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.22", "texte": "POESIA\n\nquotidiennes ràclées. Il a fui un beau jour, un jour clair, un\njour libre, un jour, dirai-jie, d'avant-garde, et en voyant des\ntraits semblables quelque peu aux siens, j'ai tressailli, je l'avone,\nde quelque chose de semblable à la trousse.\n— Erreur, madame, mon ami Boribo est un homme parfai-\ntement recommandable, et le Pape l'a décoré de son Esperon d'or,\nordre déconsidéré à tori on en a orné en cour de Rome les\n/ i\nplus nobles poitrines de chaiiatans, banquiers en muscade, cou-\nturiers pour vampires et fardeurs de goules qu'on ait cru devoir\nhonorer. Et puisque l'indisposition de madame s'est calmée, nous\nallons, messieurs, Boribo «et moi, moi et Boribo reconduire ma-\ndame en musique. Forrnez le cortège.\nEt le cortège se forma et l'on reconduisit Agathina sur Fair\nfameux et toujours frais du bon Roi Dagobert. C'est alors que\nGoddrukum exaspéré s'élanca hors de sa boutique et mettant le\npoing sous le nez d'Agathina s'écria:\n— Sorcière, carogne, femme de peu, coquette, coquette, co-\nquette, car la coquetterie qui fait vivre le tailleur quand elle-met\nson empreinte aimable sur le coeur des jeunes gentils hommes, la\ncoquetterie détruit le tailleur et lui crève les yeux avec des griffes\nde mégère, quand elle vient danser parmi les sentiments pieux et\ncasaniers qu'il prise si haut, parmi les qualités1 de la femme\nqu'il adore. 0 Agathina, tu vivais dans ma veille et tu dormais\ndans mon sommeil, je t'avais parée d'etoffes légères aux couleurs\ntendres, une chambre dans l'aile la plus claire du palais de mon\nc-oeur. Je ne terminais pas une manche, pas un pourpoint, pas\nune boutonnière, sans me dire: qu'en penserà Agathina? Je t'ai-\nmais tant que, lorsque tu me disais: «Goddrukum, vous finirez\nsur la paille», je revais en souriant d'y finir avec toi... lorsque\nvous disiez : «Goddrukum, vous finirez sur la paille, vous faites\nles manches trop longues et vous perdez des rognures considé-\nrables de drap, à l'ourlet»... ta loucherie mème avait, pour moi\nle charme sevère d'une aurore glacée sur le grand canal, et... tu\nrentres chez toi, maintenant, à moln nez et à ma barbe, escortóe\nd'une sérénade, et quelle sérénade, outrageante au possible ; on\ninsinue que j'ai quelque chose de commun avec la culotte du Roi\nDagobert. Est-ce moi qui l'ai faite, cette culotte, et qu'y puis-je?\n— Goddrakum, assertionna Liefskron, qu'est-ce que vous\navez bu aujourd'hui?\n— Rentrez en moi, soupirs, ferme-toi, piale, étanchez-vous,\nlarmes, et vous laves du désespoir, calmez vous. Goddrukum a\ntrop souffert, Goddrukum ne s'exposera plus a tant de sotte rail-\nlerie! Dégonfle-toi, mon cceur; expulse de toi-mème ce coeur éna-\nmouré. Ah! Sirène, je t'ai assez vue, adieu éternel, Agathina,\nSirène... et pourtant je t'aimais!\n— Eh bien! renlre chez toi, inconslant écoìier d'amour; j'au-\nrais pu te confondre d'un mot, ce mot, «je ne le dirai pas».\nMessieurs les chanteurs, veuillez accepter quelque rafraichisse-\nment chez la pauvre veuve.\nEt on. laissa Goddrukum à sa douleur.\nElle était de grand teirvt et de solidité parfaite. Goddrukum\neffondré près de son étabii pleurait à grarids glouglous; il était\nen traili de supputer combien d'aimées il lui siérait de demeurer\ninconsolable, lorsqu'il se sentit toucher l'épaule; il se retourna\net murmura languissamment:\n— Mannequin, que me veux-tu?\n— Je veux te sauver !\n— Et comment? -\n— Ecoute, approche l'oreille.\nGoddrukum écouta puis effectua un brusque entrechat en\ns'écriant : «Victoire» et .nu-tète, sans chapeau, courut tout d'une\ntraite jusque chez David où il arriva tout courant, ainsi qu'il\nétait parti, sauf qu'un roquet) soulevé de terre, se pendait avec\nune noble ardeur à la basque de son habit et qu'il était poursuivi\npar une bonne femme armée d'un baiai, négociante malheureuse\nà la porte de laquelle il vena.it de faire choir un petit barillet de\nharengs.\n— David, vieux David, j'ai une commande extraordinaire ;\nc'est pour chez le bourgmestre un grand bai costumò pour dans\nhuit jours... plusieurs habits... Apporte-moi. tes plus beaux man-\nteaux, tes plus ri che s étoffe;s et surtout des gilets... il me faut\nquatre gilets dorés et florés; du meilìeur gout... on n'épargnera\nrien ! - —\n— Et bien! je vais te montier cela ici.\n— Ici, tu es fou, comment me rendrais-je compte; pour l'é-\ntoffe, je la verrais, mais pour des choses coupées ! non! Viens chez\nmoi. L'affaire, d'ailleurs, ne peut se conclure autrement; si tu\nne veux pas te déranger, je prenderai demain le coche d'eau pour\nAmsterdam et ie trouverai de tout.\nV\n— C'est bien, c'est bien, j'arrive.\nEn effet, une demi-heure apres, le vieux David entrait dans\nle magasin.\n— Voi ci.\n— Bien, dit Goddrukum, le gilet est la base mème de l'ha-\nbit ; il renferme le coeur et l'estomac; essayons les gilets, tous,\npasse-les sur le Mannequin,\n— Tiens, boujour Khosroès, dit David, on dirait que tu as\ndu mal à vivre, ton métter n'est pas des plus relevés, mori garcon.\n— Ca vaut mieux que de s'enrichir, comme tu l'as fait, vieux\nDavid.\n— Je fais mon métter, ne m'insulte pas.\n— Oui, David, passe lui les gilets."}, {"page_pdf": 23, "page_imprimee": "21", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.23", "texte": "— Celui-ci est joli, rose et écarlate avec de petites palmettes.\n— Qa ne va pas, <?a ne drape pas.\n— Et celui-ci?\n— Non plus.\n— Ah! cher Goddrukum, il y a là-dedans de la mauvaise\nvolontè de votre Mannequin; il se rentre le ventre. Tenez, vous\nallez voir, et David se dévètit rapidement, et passa le gilet en\nquestion.\n— Tiens <ja, dit-il à Khosroòs en lui jetant dessus son pro-\npre gilet, à lui, en revètant le beau gilet à vendre qui, en effét,\nétait une frierveille ; sur un velours ras de couleur violette un paon\néployait des ocellures de perles de couleur. Qa va-t-il, ga ! heinl\n— Pas mal et toi? riposta Khosroès qui s'étira et apparut\nmagnifiquement paré et sacerdotalement ; gràoe à toi, vieux Da-\nvid, je vais changer de métier!\n— La Perle, la Perle! imbécile que je suis!\nEn effet, la Perle ! elle était dans ton gousset, et maintenant\nelle est à moi; je ne suis plus à votre service, Goddrukum; le\ntalisman est retrouvé, mais je vous achète tout de suite un bel\nhabit à la mode du jour, pour pouvoir me promener dans la rue,\nnon plus comme un Mannequin en bordée, mais comme un bon\nbourgeois.\nEt toi! David, je t'achète tous les gilets que tu as apportés.\n— Paye.\n— Laisse-les ici, tu feras encaisser demain.\n— Non, pas d'argent, pas de gilet.\nPose le beau gilet que tu as sous le bras, mon gilet à moi.\n— Le voici.\n— Il y manque une chose, un rien, une perle qui était dans\nun gousset; filou! je vais te mener chez le bourgmestre!\n— Tout beau, dit Goddrukum, monsieur est eneo re àimon ser-\nvice, et c'est moi qui t'achète tes marchandises, à trente jours,\nselon nos habitudes coimmerciales.\n— Eh bien, soit ! mais je vous revaudrai <;a. Au revoir! Au\nrevoir !\n— Ce vieux-là, dit Goddrukum, m'a tout l'air de machiner un\nmauvais coup.\n— Oh! il ne peut plus grand chose contre nous.\nA ce moment, le due \"d'Egypte ouvrit la porte.\n— Monsieur Goddrukum, j'ai besoin de vous entretenir des\nplus grands sujets...\n— Asseyez-vous, monsieur.\n— Mais ce monsieur m'intimide un peu, et je crois qu'il\nn'est pas nécessaire à notre entretien.\n— Prètez-moi une houppelande, Goddrukum, j'irais volon-\ntiers me promener. ,\n— Noin, non, monsieur Khosroès, vous ètes trop de me®\namis; je vois bien, maintenant, le talisman retrouvé, que je vais\nvous perdre et je ne songe pas sans attendrissement aux quelques\nvingt ans que nous avons passés ensemble. Je vous aime, Kho-\nsroès, comme Rembrandt savait aimer ses palettes.\n— C'est bien; Goddrukum, en revanche, je verrai à vous atta-\ncher à ma personne.\n— Vous étes bon, Khosroès, larmoya le petit tailleur, en fai-\nsant craquer les phalanges de son ligneux ami. Parlez, monsieur.\nLe due d'Egypte s'inclina et commenda:\n— Monsieur Goddrukum, vous ètes amoureux de la belle A-\ngathina ?\n— Je le fus, monsieur.\n— Alors, vous ne l'ètes plus?\n— Si, monsieur.\n— Votre passion est sans espoir!\n— Pourquoi, monsieur?\n— C'est. qu'Agathina est mariée.\n— Oui, un hornme qui s'est enfui, qui a fait de tout, qui\nl'a battu pendant vingt années.\n— Et si elle aimait étre battue.\n— C'est tout différent, aifirma Khosroès.\n— En tout cas, s'écria Goddrukum, ce n'est pas à son mari\nque j'en veux et je ne vois pas pourquoi je m'en souviens, mais\nvous et l'autre espèce de soudard qui l'avez accompagnée en sé-\nrénadant, je vais vous régler votre affaire; je vais aller me plain-\ndre au bourgmestre.\n— Je vous 'dirai confidentiellement que son mari est en ce\nmoment-ci auprès d'elle; voyez plutòt.\nEn effet, oar vpyait deux tètes derrière l'écran bleu.\n— Oui, dit Jean d'Egypte, mon ami Boribo a repris la place\nqu' il avait quittée, il y a longtemps, le jour où le Korenbeurs\nprodigua gratuitenaent, les perles lumineuses d'une bière de Mars\ndésintéressémient, artiistejment brassée, et sertie des pintes hi-\nstoriques qu'on garde au musée de cet établissement. Le Koren-\nbeurs fètait son enfant. Oncques persoame ne vit semblable\nbière?\n— Le Gambrinus de renseigne y avait travaillé lui-mème.\n(C'était Khosroès qui faisait circuler obligeamment ce ce rensei-\ngnement).\n— Oui, Boribo est là, il a repris sa chaìne ; voyez, il a repris\nla vieille tasse familiale.\n— J'y ai bu, dit sardoniquement Goddrukum.\n— Il daignera l'oublier; soyez aussi un galant homme.\n— Non, de par tous les diables, j'irai chez le bourgmestre\net je lui dirai...\n\nPOESIA"}, {"page_pdf": 24, "page_imprimee": "22", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.24", "texte": "POESIA\n\n— Et moi aussi, j'irai chez le bourgmestre et je lui dirai que\nvous avez chez vous, des livres enchantés, que vous faites un\npeu de soroellerie.\n— Jamais je n'ai été sorcier.\n— Evidentement, dit Khosroès, mais ètre exempt de sorcel-\nlerie, <;a ne veut pas dire: ètre innocenté de soroellerie, et pui-\nsque y as trempè un peu, mème innocemment, ne t'expose pas\nà la vindicte des gens du jour, des bourgeois; reste aveo nous et,\nfoi de Khosroès, si tu nous aides, si tu renonces à Agathina pour\ncomplaire à nos amis d'Egypte ! ce Boribo doit tenir à sa femme...\n— Il est reste trente ans...\n— Mais tu vois qu'il revient, c'est évidemment qu'il a été\ntrente ans empéché... je te marierai, moi, si tu es sage à la cou-\nturière de la princesse Sita; nous partirons tous ensemble pour\nson royaune de Mysapore.\n— Comment est-elle cette couturière ?\n— C'est la dernière image du livre de Margarethe. Tiens, re-\ngarde. Ne fais pas attention qu'elle a un peu de bleu sur la joue;\nc'est la faute du coloriste; le bleu de cette joue appartient à la\nrobe, la main a fourché au coloriste. Ce soir, nous vous fianoe-\n,rons4 1\nGoddrukum regarda l'image et adhéra.\n— Soit, et pour vous montrer, homme d'Egypte, que je ne\nsuis pas mècontent, je vous invite, ce soir, à boire un peu de\nde bière au Korenbeurs.\n— Non, dit Khosroès, j'ai une autre idée; nous irons à onze\nheures au Rollmopshuis. v\n— Onze heures, ce n'est pas une heure de bourgeois.\n— Tu ne seras plus un bourgeois.\n— Eh bien! soit, par tous les feux de l'enfer, j'accepte; hom-\nme d'Egypte dont je ne sais pas le noni.\n— Jean XXVII, due d'Egypte.\n— Eh bien ! sire, je t'invi te, et ton compagnon pourra y venir,\net aussi Agathina.\n— En effet, dit Goddrukum en s'approchant de la fenètre, Qa\npeut faire un bong ménage; au fond, je pouvais espérer mieux,\nbien mieux qu'Agathina. Tu peux rire, ma vieille; mais qu'est-\nce qu'elle a qu'est-c que je lui vois dans la bouche ?\n— Trente-deux dents, affirma Khosroès.\n—- Oui, trente-deux dents, reprit Jean d'Egypte, que Boribo\nlui a rapportées, trophée d'un hippopotame qu il a tué lui-mème.\n— Ah ! dit Goddrukum.\n— Tu vois, reprit Khosroès, est-ce que tu peux lutter contre\nde pareils moyens de sèduction.\n— Hélas non ! enfin tout va bien, je vais boire dès à pré-\nsent une libre pinte de bière. Khosroès, consentenz-vous a garder\nla boutique encore aujourd'hui?\n— Mais parfaitement.\n— Eh bien, alors je m'en vais.\nEt le sémillant petit tailleur de s'éloigner en sautillant et en\nchantant lui-mème.\nAmsterdam, Rotterdam !\nGoddrukum est amoureux.\n— Pouah, Tinoorrigibile ivrogne, murmura le pédagogue, qui\nr entrai t chez lui.\nCHAPITRE VII.\n— Oh la belle soirée, soupira Goddrukum, confortablement\nassis devant un verro d'advocat. Ah ma mie, dit-il à la couturière\nde la princesse Sita, vous étes belle comme le jour ; garderez-vous\ntoujours cette robe bleu? Elle est un peu légère pour le soir, je\nvous ferai un de ces costumes genre anglais, comme les Anglais\nsavent les réussir à Paris ; vous allez inspirer mon aiguille. Gràce\nà vous, des coupes nouvelles, des plis inédits naitront; le peplum\nde ma Muse n'a pas froncé son dernier mot.\n— Mais je n'en doute pas, repartit la petite couturière toute\nguillerette ; je me flatte d'avoir fait la conquète d'un vrai, dun ro-\nbuste tailleur.\n— D'un tailleur sain et vigoureux, ma chère, en tout cas; un\npeu chassique, c'est possible! mais pour vous je me jetterai dans\nle moderne et mème si vous l'exigez, je friserai l'aventure.\n— Ce sera charmant!\n— Que pensez-vous d'un tortil de perles dans les cheveux,\net d'un collier de velours rehaussé également de perles, comme ac-\ncompagnement à une robe de soirée qu'on pourrait dénommer:\nles Luttes de la Tulipe : un essaim de tulipes au bas de la jupe,\npartant d'une parterre bien dessiné et se disputant en groupes\nharmonieux sur la jupe, avec une mèlée de couleurs radieuses à\nl'étroit canal de la taille, et votre couleur préférée, que vous vou-\ndrez bien me dire, serait celle de la Tulipe victorieuse qui vien-\ndrait, parmi des palmes de gioire, triompher sur votre robe à la\niplace du cceur !\n— J'aimerais mieux alors que cette couleur fut de vòtre choix.\n— Je préfère m'annihiler devant votre gout!\n— No;n, oe sera selon vòtre gré; seulement je vous dirai que\nsi vous me faites un costume trop radieux, je ne pourrai pas le\nporter trés librement, car la princesse Sita, c'est son seul point\nfaible, ne tolère pas autour d'elle de trop belles toilettes.\nMais voici Khosroès!"}, {"page_pdf": 25, "page_imprimee": "23", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.25", "texte": "POESIA\n\nEn. effet Khosroès arrivait et le bon Gambrinus qui portait\ndans ses bras Margarethe endormie.\n— Qu'est-ce qu'il y a ? pourquoi apportez-vous Margarethe ? ce\nn'est pas une heure pour sortir la petite personne.\n— Ne la réveillez pas, dit Khosroès; vous savez que votre\npièce doit épouserle fils de David.\n— Mais non, mais non, je l'ai promise à Nicklaus.\n— Un bedeau, cornine gendre du tailleur général de la prin-\ncipale de Mysapore I Vous riez, Goddmkum.\n— C'est vrai, je n'avais pas réfléchi.\n— Eh bien ! je veux lui faire épouser le fils de David, qui est\nun poète, un excellent poète,, que la princesse Sita affectionne...\nje veux dire qu'elle le lit avec la plus aimable indulgence... Seule-\nment...\n— Ah! il y a un seulement! Mot atroce, mot bas, mot répu-\ngnant! où est-il ce fils de David, que je lui donne mon consente-\nment et que je lui prenne mesure pour un de ces fracs qui font\népoque. Khosroès, pourquoi n'est-il pas de mes clients?\n— Voilà le hic; il est actuellement en bois.\n— Vous aussi, <;a ne vous empèche pas de porter le frac.\n— Mais, moi, je suis articulé.\n— Et lui ?\n— Il est engangué; je comptais, gràce à la perle, le dégager;\nnous nous sommes introduits chez David, nous n'avons pas pu\ndénicher la pianelle où ce jeune homme est captif; qu'est-ce\nqu'elle est devenue ? Mystère ! Qa ne se passera pas comme ?a,\nmais j'aurais voulu montrer à Margarethe, son fiancé, en bel équi-\npage, en noble tenue;. La princesse Sita veut qu'elle se réveille\npour le voir et l'admirer; elle soigne le coup de foudre.\n— Eh bonjour la coterie, à boire, à boire, à boire! C'était\nle Javanais du marchand de cigares.\n— Javanais, tu es pompette, déclara sévèrement Khosroès.\n— Flùte, bois-blanc, si j'ai bu, c'est que j'avais soif... et de-\nvine un peu ce que je t'apporte?\n— Non, montre.\n— Javanais, hàtez-vous, dit une voix, hàtez-vouz, je souffre,\nje souffre!\n— Voilà, madame! s'écria le Javanais. C'est une botte de\ncigares vide qui était chez; mon patron; quand j'allais sortir,\nje l'ai entendue se plaindre. Comment était-elle descendue d'une\nénorme pile de boìtes à cigares vides? Comment ne s'est-elle\npas fraca'ssóe ep cognant contre la porte? à petits bonds, je n'en\nsais rien! Elle s'usait, elle s'écorchait, elle s'échardait, mais les\nfejmrnes c'est enragé. Elle m'a dit: Il faut absolument que je\nvoie, sans délai, le seigneur Khosroès; portez-moi; et me voici\net voici la boìte. ,\nLa botte s'ouvrit, Sarah en sortit, s'opalisa, la robe verte de-\nvint visible et le turban et les yeux de tendresse.\n— Dépèchons-nous, dit-elle, car je crois que je n'en ai plus\npour longtemps, et que je vais encore mourir, et je voudrais re-\nvoir mon fils. David est sorti cet après-midi ; il avait mon fils\nsous le bras, et il a dit : « Ah ! ils veulent en faire quel que chose,\neh bien! moi! je le ficherai dans le canal; je suis sure qu'à cette\nheure mon fils est dans le canal!\n— Qu'y faire?\n— Y alter!\n— Mais, dit Khosroès, je vais surnager.\n— J'irai, dit Gambrinus, et il ótait sa couronne.\n— Mais tu es en plàtre, mon ami, et celui-là de cuir gauffré.\n— Moi, j'y vais, dit Goddrukum.\n— Attendez!\n— La princesse Sita entrait, escortée de quelques-unes de\nses femmes; on la mit au cmirant.\n— Attendez ! je réfléchisl.. je ne vois rien.\n— Et moi, je vois que j'y vais, clama Goddrukum.\n— Ah! Goddrukum, Goddrukum, mon maitre, mon époux,\nc'est la congestioni et la couturière embarrassait tous ses mou-\nvements.\n— Allez-y, bon Goddrukum, reprit la princesse Sita.\nElle n'avait pas fini de parler, que le petit homme bondissait\net l'on entendit son plongeon.\nCHAPITRE VIII.\nL'entrée du Rollmopshuis donnait dans une belle rue d'au\nmoins deux mètres de large, aussi spacieuse et confortable qu'une\nbonne petite rue de n'importe quelle petite ville, où tout se passe,\ncamme en la petite ville où nous sornmes, tranquillement et\ncojmme à l'habitude; mais, après la sialle commune, qui était\ncomme toutes les salles communes des bonnes brasseries de\nHollande, propre, elaire; joliette avec un portrait de la reine Ré-\ngente, et un portrait de la petite reine, puis diverses effigies po-\nlychromes de la petite reine sur les affiches multicolores de thès,\nde chocolats, et de bonbons qui se recommandaient de lui avoir,\npiù, après cette salle commune, il y avait non pas un jardin, mais\nune belle terrasse vitrée. C'était extérieurement comme un beau\npavillon chinois avec de belles clochettes tintinnabulantes tout\nle long de son toit de bois ouvragé, et cela donnait, immédiate-\nment, non pas sur un simple canal, mais bien sur quelque chose\nde plus beau qu'un étang; car c'était, pleine d'eau vive, et les\nétoiles s'y miraient en courant, une maitresse place d'eau, réser-\nvoir pour les petits canaux d7i-<còt/é, est il y avait là une foule de"}, {"page_pdf": 26, "page_imprimee": "24", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.26", "texte": "POESIA\n\nbeaux poissons, dont le cyprin pourtant si superbe, n'était que le\nplus dépenaillé.\nEt c'était en face de ce beau carré de moire et d'or que God-\ndrukum rafraìchissait ses amis, c'était de cette belle terrasse qu'il\nvenait de se jeter héroi'quement, c'était de cette eau limpide et\nlimoneuse qu'il sortait à cet instant méme, non point comme tout\nà l'heure, pimpant, fringant, héro'ique et tant soit peu fanfaron,\nmais roide, décoloré, les cheveux collés, ruisselants, et droit com-\nme une règie, au bout du poing d'une autre forme noire et lon-\ngue, qui le posa contre le rebord intérieur de la terrasse d'où le\npetit homme tomba sur le sol comme un épi fauché.\nEl la voix de la grande forme qui venait de déposer commo-\ndément Goddrukum se fit entendre.\n— Vous avez l'air de gens respectables et bien mis; c'est\nvraiment folie à vous de jeter à l'eau un homme qui ne sait pas\nnager, à moins que vous espérassiez ne le point voir revenir, au-\nquel cas je ne vous adresse point mes compliments. Je replonge.\n— Monsieur, monsieur, s'écria la petite couturière, entrez un\ninstant; monsieur, vous avez sauvé Goddrukum, entrez boire quel-\nque chose ; je vous en prie, monsieur le sauveteur, entrez vous\nrafratchir.\n— Vous ètes bien bonne, mais je suis tout rafraichi.\n— Forme issue des eaux profondes, articula le Javanais, tu\nne refuseras pas un cigare, un cigare de la firme Zilcken et Arts;\nun havane de Zilken et Aarts tu ne dois pas' en fumer tous les\njours?\n— Ah! certes non, s'écria la Forme, où est le cigare? vieux\nfrère I\nLe sauveur de Goddrukum était une magnifique Otarie qui\nsauta d'un bond vers le Javanais, prit le cigare, l'alluma et s'é-\ntendit à terre avec un soupir de délices, comme s'il y avait eu\nlà le plus moelleux des tapis.\n— Mais dites donc, objecta Khosroès :\n— Minute I il me semble que je perds mon porte-monnaie.\nEn effet, en un mouvement un peu gauche, il avait laissé\nsortir de sa poche un tas de petits goujons qui déjà se rigolaient\nsur le parquet; il les ràfia d'un revers de main, les remit dans\nsa poche et s'assit sur sa queue; il avait ainsi l'aspect d'un homme\nassis a la turque, ou d'un tailleur, et c'est cette particularité qui\nrappela au souvenir des assistants, le bon petit Goddrukum.\n— Il faudrait faire revenir ce brave, dit Sita tuot émue.\n— Ca me connait, r<'i connaìt le vieux Gambrinus; mon po-\nteau, une bonne vieille pinte, hein qu'en dis-tu ?\nRien, pas de réponse.\nGambrinus soupira:\n— Allons ! à un plus fort que moi, (il agrippa une bouteille)\nGoddrukum un petit schiedam?\nRien et pourtant le bon géant s'était baissé, il avait débouché\nla bouteille et la faisait respirer au noyé.\nRien.\nAlors Khosroès: ;\n— Permettez ! mais un peu de silence !\nGoddrukum, les meilleurs habits se fond dans les maisons\nde confections!\n— Quel est le menteur qui a dit cela, hurla Goddrukum, où\nest-il que je le crève, óte ta veste, je jette la mienne et on peut\nvérifier les coutures, et toi jette la tienile que je te montre les\nstoppages, les brùlures du drap et que je te prouve que c'est un\nsale drap qui garde toutes les odeurs, qui a été mal lavé, de\nlaine mal peignée.\nAlors Gambrinus, conciliant, intercala:\n— Goddrukum, calme-toi, prends une bonne pinte.\n— Oui, une bonne double-pinte, oui, c'est vrai, où suis-je!\nJe reviens d'un pays de merveilles où tout danse, où tout chante,\nmais ma belle n'y était pas. Ah ! te voici ! et il se précipita dans\nles bras de la petite couturière.\n— C'est si gai que <?a chez vous, dit la princesse Sita à\nl'Otarie.\n— Gai ! c'est une fasori de parler. Aujour-d'hui Ils s'amusent,\nIls disent des vers, Ils font de la musique, Ils sont très gais, parce\nqu'Ils ont trouvé tout à l'heure, au fond de l'eau, une buche.\n— C'est mon fils, s'écria Sarah d'une voix déchirante, c'est\nmon fils, r°nds-le moi, va le chercher.\n— J' peux pas, dit l'Otarie.\n— Et pourquoi ! Aie pitié d'une mère.\n— J' peux pas, j' suis pas d'une condition très relevée, j'ai\neu des malheurs; j' suis là comme cordonnier et cornine scaphan-\ndrier. Si j'allais les déranger à cette heure-ci, Ils me ficheraient\nà la porte. •'\n— Qui, Ils?\n— Les Ondins et les Ondines.\nAlors Sita, d'un ton doux :\n— Mon ami, allez chercher la buche, le sort de cet enfant en\ndépend. (Elle lui montrait Margarethe endormie), il serait trop\nlong de vous raconter, mais je m'adresse à votre bon coeur.\n— Oui, dit Khosroès, vas-tu faire mentir l'immémoriale lé-\ngende. Tous les poèmes, toutes les religions, toutes les cathédra-\nles de giace, toutes ces: tours de lumière bianche qui descendent\ndu póle vers nous, et les grossiere habitants de ces hautes lati-\ntudes, que parfois on vient nous montrer dans les foires, tout cela,"}, {"page_pdf": 27, "page_imprimee": "25", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.27", "texte": "POESIA\n\net aussi l'histoire des savants célèbres, faussement attribuée à\nBacon, dit, répète, ciani© et chante la bonté des Otaries.\n— Possible, mais j' peux pas risquer ma place.\n— Veux-tu un cent? dit le Javanais.\n— Un florin, reprit Gambrinus.\n— Un bel habit, susurra Goddrukum.\n— Merci, moi c'est en cuir que je me décore.\n— Veux-tu un autre cigare, enchérit le Javanais.\n— Oui, merci bien!\n— Tiens, prends-le.\n— Merci, je le fumerai tout à l'heure.\n— Mais va chercher la buche.\n— J' peux pas, et d'ailleurs ce n'est plus une buche.\n— Oh ! mon fils, mon fils n'est plus une buche, s'écria Sarah,\nò joie, ò joie éternelle; Otarie, je suis à tes genoux.\n— Non, madame, vous ètes sur les vòtres et c'est bien diffé-\nrent.\n— Eh, eh! notre ami est spirituel, tenta Khosroès.\nIl est inutile d'affirmer que si quelqu'un avait la mine d'un\ncondamné à ,mort, l'aspect d'un homme piétiné par des syntagmes\nde malheurs, lardò de toutes les épées d'Amalec, frappé par l'àne\nde Balaam, c'était le vieux David, qui venait d'entrer sur la pointe\ndes pieds.\n— David, dit Khosroès sévèrement, tu as fourré ton fils dans\nle canal.\n— Est-ce j' sais, répondit David qui reprenait son\naplomb, est-ce que je sais ce que vous me chantez; je ne peux\npas venir boire honnètement un verre de bière, sans entendre\nparler de ce chenapan. Salut à la compagnie. Patron, un verre de\nbière.\nC'était. pour se donner une contenance, et assurément il al-\niai t filer; mais sur un signo de Khosroès, Gambrinus se plaga\ndans l'encadrement de la porte, et comme David faisait mine de\nse ;rebeller, le géant lui dit:\n— Quand tu voudras .sortir, tu passeras par là, et il lui mon-\ntrait la belle et commodie verrière, ouverte sur la grande place\nd'eau ; et puis, tu sais, nous sommes en nombre.\n— Oh! tout ga m'est bien égal; Sarah aussi a trouvé le\nmoyen de partir. Je l'avais mise, par mégarde, dans une bolte à\ncigares, je ne sais plus où elle s'est fourrée !\n— Begarde par ici, mécréajnt. Oui, tu m'avais cachée dans\nune boìte à cigares vide, mais le maitre du Javanais est venu en\nton absence chercher les boites à cigares vides et m'a emportée\navec lui, et maintenant je suis libre, libre, libre !\n— Eh bien, je vais aller chercher ton fils dans le canal!\n— Ne le laissez pas aller, ne le laissez pas aller, il sait nager,\nil lui fera du mal.\n— Soyez tranquille, je veille, dit le géant Gambrinus, et de\nsa forte main, il retint le vieux David, car celui-ci ayant vu la\nporte du fond s'entrùvrir, s'était précipitamment levé et avait\nété précipitamment rassis ; le Javanais filait sur une indication\nde la princesse Sita.\n— Voyons, monsieur l'Otarie, dit Goddrukum, un bon mou-\nvement !\n— C'est curieux qu' il soit si méchant, dit la petite couturière,\nil a de si bons yeux. , ; t\n.— Et la moustache vraiment imperiale, dit Sita.\n— Vous trouvez, dit l'Otarie.\n— Oui, oui, affirmérent les fesmmes de la princesse, de beaux\nyeux et une belle moustache.\nL'Otarie se levait.\nEt quelle démarche, quel port de souverain, s'exclamaient\nles petifces femmes.\n— Allons ! vous faites de moi ce que vous voulez ! Je vais\nvoir à fvoir, et d'un bond il plongea.\nH:s nto veulent rieln sa voir, s'écria-t-il a a bout d'une mi-\nnute, et il replongea.\nSarah pleurait. Sita pleurait et Margarethe s'éveillant, dit:\n— Qu'est-oe iqu'il y a?\nPrécisément. le Javanais rentrait, et pas seul; il amenait avec\nlui quatre petites clochettes, avec un joli torse d'émail, les tètes\nde perle, et des jupes de verre violàtre, et elles sautaient sur\nleurs battans d'argent de la la plus gracieuse.\n— On a un peu chaud quand on a couru, dit la plus jolie\nd'entre elles à la princesse Sita (et elle s'essuya le front qu'elle\navait très hyalin sous deux bandeaux de lapis-lazuli), mais trop\nenchantées, princesse, Ide vous ètre 1\nAh gà ! grogna David, vous n'avez pas fini de me tara-\nbuster; vous ètes allé chez moi, chercher des clochettes à moi;\nv ous dévastez des choses à 'moi, et tout <ja pour un garnement de\nfils, qui était insupportable memo en bois, qui va devenir plus\ninsupportable encore, si on le tire du canal où je l'avais fichu, un\ndròle qui, à moli sens, devait ètre en deux heures au plus, sur\nles còtes d'Angleterre.\nTu as pris le bois trop lourd, vieux David, et il est allé\nau fond, dit Sarah. Tu 1 as fait exprès, tu as choisi le bois die\nteck pour qu' il ne s'abime pas.\nNon, pas du tout! une pinte de bière, patron! s'il vous\nplaìt !\nTu as fait une bètise de prendre le bois de teck, vieux\nDavid, argua Khosroès."}, {"page_pdf": 28, "page_imprimee": "26", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.28", "texte": "POESIA\n\n— Me prends-tu pour ùn vieux maton comme toi, qui se taille\ndans un hètre sans valeur; le fils de David devrait ètre du bois\nle plus précieux; il me venait directement de....\nA ce moment, les yeux de David s'ouvrirent, fixes.\n! — Imbecille! s'écrait-il, je suis perdu, et par ma faùte, ahi\nsot orgueil! Je voulais qu'on dise: le vieux David est fastueux\njusque dans sa colere. A voir le bois où il enferme son fils, on\ndevine celui dont il se chauffe; je suis fichu.\n— Tu parles, ajouta Khosroés.\n— Je ne parie plus; un petit schiedam, patron; aujord'hui,\nvotre bière m'est un peu amère.\nLes quatre clochettes s'étaient placées devant la terrasse,\net elles s'étaient mises à danser d'une facon presque hiératique,\nlente, graieuse, sollennelle. La petite Margarethe ouvrait *des veux\némerveillés et disait à Sita:\n— Elles ne sont pas dans mon livre.\n— Non, dit la princesse, elles sont du tome IL\nEt David hurla de frayeur:\nIls ont le tome I, je suis perdu.\nMais Sarah s'était approchée.\n— David, mon David, rappelle-toi les temps anciens. Quand\ntu ne pouvais pas me voir, tu traversais toute la plaine en chantant\nà tue-téte, et tout le monade s'écrait: «Q'uest-ce qu'il a David,\nil a fa.it une bonne affaire », et moi je savais que c'était pour\nmoi que tu chantais, et je m'enorgueillissais. Et quand nous avons\nété mariés, j'étais la mieux mise des femmes qui allaient à Jé-\nrusalem pour la fète des prémisses; et quand nous nous sommes\nretrouvés, après tant dje iniorts accumuléés, quand nous nous\nsommes retrouvés dans ce pays-ci, souviens-toi de la petite maison\nbasse, enrubannée de chèvrefeuille, et comme tu dis à mon pèrè :\n«je viens chercher mon bien», et qu'il te répondit: «tu en as\nsi bien usé pendant tant d'incarnations que je ne saurais te le\nrefuser pour la première fois » et il t'a donné six cuillers d'ar-\ngent, et une traite sur la banque Rothschild, que tu ne connais-\nisais pas,, et il te mit au courant et tu m'as dit le soir memo:\n«L'Eternité a du boni » et tu alas chanté, tu sais, notre chant tra-\nditionnel, le Lecho Daudi, et toute la rue s'est mise à la fenètre.\n— Tout (ja ne m'explique pas où est passé le tome I. Si on\nne m'avait pas volé le tome I, rien de tout cela ne serait arrivé.\njSarah, qu'as-tu fait du tome I, c'est parce que tu avais perdu\nle tome I jque... Enfin, j'ai fait ce que j'ai voulu, et tu n'as pas\nà te plaindrel\n— Je ne me plains pas, mon ami, tu es bon, tu es juste, mais\nce n'est pas de ma faut,e si tu n'as plus le tome I.\n•— Je vais tout vous dire, s'exclama Goddrukum; mais Kho-\nsroés le fit taire:\n— Ecoutez la musique.\nLes quatre clochettes avaient repris comme une très douce\nchanson, et voici les petites clochettes du toit qui se mirent à\nfaire chorus, et c'était toute une gracieuse musique et delicate;\nquand elles eurent fini leur morceau, des applaudissements écla-\ntèrent du fond de la grande place d'eau; on se précipita, à temps\npour voir plonger un cygne, et ce fut tout.\n— Ce n'est pas un résultat, dit la princesse Sita.\n— Attendons, marmonna Khosroès, elles vont recommercer.\n. — Qu'est devenu le tome I, reprit David, qu'on me le dise,\nje verrai après ce que j'aurai à faire.\n— Parie, Goddrukum, dit Khosroès.\n— Je serai bref. Tu ne peux pas dire, David, que tu n'aies\nété toute la vie, au moins celle que je te connais, puisqu'on a\nun peu embrouillé mes idées sur ce point, ce soir, il faut te dire\nque je suis un honnète homme, que j'ai l'habitude de me cou-\ncher à dix heures, et mème, le bourgmestre, M. van Svuermuf,\nun homme qui serait charmant, s'il n'exigeait pour sa houppe-\nlande deux poches de plus que l'ordonnance, deux poches de coté\nqui font saillie, que diable, un homme a assez pour ses gants\n•et son mouchoir et sa pipe et son pàquet de Varillas ou de Kna-\nster, ca dépend du gout, et aussi de la pipe, mais le bourgmestre\nne fumé pas la pipe de porcelaine qui voudrait du Knàster, sauf\nchez lui peut-ètre en buvant du vin de groseille...\n— A la questioni hurla Gambrinus.\n— La question est là; sans ces deux poches, le bourgmestre\nserait aussi bien bàti qu'un autre. Il a été pontonnier au He-\nrengracht à Amsterdam où ils ont fait un si beau travail.\n— A la question, Goddrukum, dit Khosroès.\n— J'y suis en plein; si le bourgmestre ne m'avait pas farci\nla tète de propos dans le genre de ceux-ci : « Goddrukum, vous\n•etes un bon artiste, mais vou's ne valez pas les artistes dn bon\nvieux temps, consultez un pe|u les livres d'estampes », eh bien,\nune fois j'avais encore la viejle Iveth, qu'Agathina m'a £ait renvo-\nyer parce qu'elle avait trois dents, et que rautre l'humiliait par\nses perpétuelles forfajiteries à ce sujet..,\n— Je me suis rattrapée deppuis, hein, Goddrukum; et tout\nrhippopota,me éclata de rire sans modestie.\n— On perd un bon os à moelle, on ne sait pas ce qu'on re-\n(trouve, avec autant de dents qu'on peut.\n— Goddrukum,, à la question, dit d'un air sévère la petite cou-\nturière.\n— Ah! pardon, ma reine; oui, dit-il, comme machinalement,\nmon àme est un poèle à deux étages; dans celui du bas des cen-\ndres refroidissent; mais dans celui du haut, ò ma bien aimée! la\nfiamme sauté et bondit, vers toi."}, {"page_pdf": 29, "page_imprimee": "27", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.29", "texte": "— Bien, Goddrukum, dit David, mais ton histoire, mon\ntome I.\n— Eh bien, David, tu ne peux pas nier que tu aies toujours\nété un peu serré?\n— Ah! ah! hurla David, parie, ou je te donne un coup d'é-\npingle, et si tu godes, je te repasse.\n— Ne te fàcile pas, voisin; eh bien, tu as tou-jours été un\npeu serré ? I\n— Humph!\n— Et un jour, dit très vite Goddrukum, ton fils est venu me\nvoir, et il m'a offert. de me vendre un bouquin d'estampes; je\nn'en voulus pas d'abord, parce qu'il n'y avait pas là beaucoup\nde costumes hollandais; mais il y en avait. d'autres, encore d'au-\ntres! j'allais tout de mème refuser l'affaire, lorsque Khosroès\nme toucha l'épaule et me conseilla l'achat; il est très persuasi!,\nKhosroès !\n— Et d'où ais-tu ce merveilleux conseiller?\nI\n— Tu as la mémoire troublée; c'est. toi-mème qui me l'as\nvendu.\n— Ah! s'écria David, de plus en plus illuminé, je l'avais a-\ncheté dans le mème lot quje le livre. J'aurais dù les séparer.\n— Tu l'avais fait, je les ai réunis. Enfin, j'ai payé le livre\nà ton fils, deux florins.\n— Ecoute, Goddrukum, rends-le moi, et je te rembourse\navec bénéfioe, tu auras quatre florins, si le livre est en bon état,\nbien ientendu!\n— Je crois qu'il y mainque des pages que Margarethe a\ndéchirées.\n— Et pourquoi, mademoiselle!\n— Mais, monsieur David, pour les envoyer faire les commis\nsions de la princesse Sita, mon amie.\n— Et elles sont loin.\n— Qui\n— Les pages... Goddrukum, je te le reprends tei quel à six\nflorins.\n— Mais, mon pauvre ami, je n'en ai plus que la reliure; de-\npuis que j'ai ton livre, je ne suis plus le maitre chez moi ; Mar-\ngarethe, à qui je l'ai donné, parce que vraiment, il ne contenait\nrien d'utile pour moi, en a fait des choux et des raves des sor-\njiettes et des cornets. .\n— Je me suis bien amusée, affirma Margarethe.\n— C'est un dròle d'amusement, permettez-moi de...\n— David, supplia Sarah, ne dis rien à ta future bru.\n— Jamais, s'écria David, Goddrukum, je vais jusqu'à cent\nflorins.\n— Eb! ehi dit Goddrukum.\nAlors Agathina glissa d'une Voix basse mais perceptible à\nson cher Boribo :\n— Je te l'avais bien dit qu'il était prodigieusement interessé.\nGoddrukum entendit et répliqua :\n— Non, monsieur, on n'offre pas cent florins au tailleur gé-\nnéral reconnu d'utilité publique, et. subventionné de la reine de\nMysapore.\n— Si c'est à ce dignitaire que j'ai l'honneur de parler, ré-\npondit David, je préfére m'en aller, il est très tard.\n— Davidi David! s'écria Sarah, pardonne, pardon ne tous\nles torts que tu as eus; je t'en supplie, sois charitable, sois bon,\noublie tout ce que tu as fait aux autres....\n— Et ce qu'on me fait à moi-mème, sans vergogne ; oh ! toi !\npour ton sacripant de fils! <\n— David ! David ! crois-tu que c'est une vie que d'ètre en-\nfermée tout le jour dajis une botte, et le soir de ne pouvoir\nsortir, à cause de la singularité de mon costume... As-tu quelque\nichose à me reprocher, n'ai-je pas été n(n modèle d'obéissance\njpassive ?\n— Tu m'as coùte plus de cent florins de serrures, à casser\ntes boìtes pour venir me parler de ton chenapan de fils...\n— Eh bien, pardonne-moi, pardonne à ta vietile Sarah; je\npleure, je pleure à tes pieds; si mon petit Ismael, qui est,- quoi-\nque tu en dises, poète... 1\n— Je ne dis pas le contraire...\n— Et moi, je vais tout dire, si ton petit Ismael avait consenti\nà t'accompagner tous les jours, pendant que tu sonfflais dans ta\nflùte l'ouverture du « Barbier de Séville », et les « Rendez-vous\nde noble compagnie», tu n'aurais pas été si dur.\n— Pourquoi n'y a-t-il pas consenti?\n— Il l'a fait durant sept ans.\n— Eh bien, c'était le premier pas, il n'avait qu'à continuer.\n— Mais ces jeunes gens, tu sais, avec leur Wagner, leur Grieg,\nleur Fauré! ca n'entend rien à la musiqne, à la bonne musique!\nD'ailleurs, ton fils ne débestait pas la finte; il m'a dit souvent.:\nla flùte, c'était l'instrument de Marsyas.\n— Connais pas...\n— Il ajoutait: Mais Marsyas en jouait. mieux que mon pére,\net si Marsyas n'avait pas si bien joué de la fiate, on ne l'aurait\npas écorché tout vif... C'était peut-ètre dans ton intérèt... tu faisais\ntrop de progrès...\n— Il y a des contribuables qu'on n'écorche pas tout vifs; ce\nn'est pas comme moi de ce monent-ci.\n— David, dit Sita, si tu veux venir avec nous à Mysapore,\ntu ne paieras plus jamais d'impòts. *\n— Ah! vous retournez à Mysapore?\n\nPOESIA"}, {"page_pdf": 30, "page_imprimee": "28", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.30", "texte": "POESIA\n\n— Aussitót ton fils à nous rendu; je le marierai à Marga-\nrethe; il sera poète officiel de ma cour; comprends-tu cette al-\nliance de mots ? le poète officiel de la cour.\n— Pas du tout.\n— Eh bien, il me fera une fois par an une cantate, et moi\nje lui assurerai par contrat trois mille roupies par an.\n— C'esl une somme... Mais moi, qu'est-ce que je ferai, car\nvous avez mis sens dessus dessous tout mori magasin; les fai'en-\nces se sont sauvées, les porcelaines sont en insurrection.\n— Et voici les diamants, s'écria triomphalement le Javanais.\nMille belles personnes toutes pet.il.es seintillaient aux pieds\nde la sultane de Mysapore, pépiaient, se bousculaient pour former\ndes groupes un peu intéressants, et Khosroès les regardait d'un\npeil attendri.\n«V\n— C'est ?a, dit David, c'est la débàcle. Ah ! Sarah ! ce que tu\nme coùtesl\n— Mais, vieux David, je te nomme ministre des finaces,\nton fils fera de bornes cantates, tàche de me faire de bonlies fi-\nnances!\n— Avec quoi? Qu'est-ce que vous avez dans votre porte-\nfeuille?\nKhosroès grave:\n— Des valeurs de mines.\n— Boni\n!\n— Des plantations de curacao.\n— Boni\n— Vingt-deux champs de palmiers intarissables à escarbou-\ncles életriques. ,\n— Un peu baissé !\n— Cent cocotiers, à noix de coco auto-sculptées, qui donnent\nnalurellement des physionomies d'hommes illustres par la seule\nlecture au premier jour du printemps d'un dictionnaire biogra-\nphique ou d'un article de journal... Trente mille arbres d'essences\ndiverses, bouleaux, hétres...\n— Il y a là le hètre dqnt on t'a fait?\n— Oui, monsieur, et la forèt de teck d'où vient la souche où\ntu as mis ton fils. Cette souche porte ce timbre: garanti contre\nles enchanteurs, ti tre de rente de bois, inaliénable, convertissa-\nble, ce qui fait que ton fils t'échappe.\n— Nous avons du temps.\n— Il y a trois ans qu'il y est, n'est-ce pas, et c'est en chiffres\narabes.\n— Eh bien! c'est bon pour cinq ans.\n— Produis un peu la pièce.\n— Je ne peu.; pas.\n— Alors quoil\n— Eh bien! il y resterà encore deux ans.\n— David, David, s'écria Sarah, pardonne-moi.\n— Qu'est-ce que tu as encore fait?\n— J'ai fait gratter le cinq et mettre un trois.\n— Par qui?\n— Par des souris.\n— J'achèterai un chat.\n— David, dit Khosroòs, ne t'arrète pas aux bagatelles de la\nporte. 11 y a encore polir vingt-trois millions de l'Extérieure de Sa-\nni andai.\n— Ah' ah! à quel taux?\n— Au dernier cours.\n— Je vous les achète deux millions.\n— N'achète rien, puisque tu vas gérer...\n— Eh! bien, David interrompit Sita, ne chicanons pas sur\nles détails, rends-nous ton fils, consens à son mariage avec la\npetite Margarethe, et ces titres je te les donne; tu me feras rat-\ntraper cette perte par ta sage gestion.\n— Bon, cela, c'est entendu; alors je veux bien me préter\nà vos intentions. Il est convenu: 1.° Que tous les diamants, por-\ncelaines, objets d'art évadés de mon magasin, ou soustraits, me\nseront rendus?\n— Non, dit Sita, mais en qualité de contribuables particu-\nliers, ils te paieront chaque année trois pour cent de leur valeur.\nJe te donnerai bon sur ma cassette royale.\n— Soit, il y a une chosìe qui me gène encore, c'est Sarah;\nelle pccasionne des frais de transport.\n— Je les paie.\n— Vous voudrez bien aussi assurer à vos dépens, sa réin-\ncarnation par votre dieu Vichnou?\n— Je m'y engagé.\n— Sans mème me compter le port de sa boìte?\n— On affranchira. Kliosroès est ministre des cultes et des\ncolis postaux, il arrangerà cela.\n— Alors je suis tout convaincu... Sarah, c'est pour toi ce\nque j'en fais. Allez, la musique! qu'on me rapporte ma buche\nde fils.\nEt les clochettes de repartir, de rechanter et de redire le\nplus joli des lieds, les ondins applaudirent, et l'on vit un tas de\njolis petits yeux ,sur la face de l'eau; mais ce fut tout.\nAlors David ricana:\n— On a encore besoin du vieux, David.\nEt Sarah:\n— Tu le sais, mon ami, et tout le monde le sait, tu es une\nlumière !\n— Alors, Bois-blanc, mon collègue, fais demander du papier"}, {"page_pdf": 31, "page_imprimee": "29", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.31", "texte": "POESIA\n\ntimbré, et enregistre bien toutes mes conditions, la promesse qui\nm'est fai te de ministère des finances, et de la présidence du\nconseil.\n— Mais non, dit Khosroès.\n— Accordò, dit Sita.\n— Inventorie bien et complètement le oontenu du portefeuille\nà moi confié, les mines, etc...\n— Bien, attends cinq minutes.\n— Un peu de musique, allez donc, clama David.\nEt la musique dfes clochettes de recommencer, et durant que\ns egrenait la mélodie, Khosroès avait écrit et signé, et le mème\na,pplaudisse;ment ironique d'égayer la place d'eau.\nL'Otarie grimpa et dit:\n— Où est le Javanais ?\n— lei méme.\n— As-tu encore un cigare ?\n— Oui, en voici un très bon, mais tu ine donneras des nou-\n•velles.\nL'Otarie tira quelques bouffées.\n— Quand je l'aurai fini, je t'en domierai des nouvelles; et\nil disparut en pouffant.\n— Le salaud, hurla Goddrukum.\n— Soyez sage, reprit David, vous allez voir ce que peut un\nhomme qui connaìt le maniement des valeurs ; laissez-moi seu-\nlement arriver au perron. ■\n— Oui, mais entre Gambrinus et Goddrukum.\n— Soit... David se fit de ses deux mains un porte-voix:\n— Je vends du Samandal à 30.\n— C'est du Samandal volé, émit l'Otarie, Qa fait 60 à Bagdad !\n— Profitez de l'arbitrage, je vends du Samandal à 30.\n— Faites-vous des primes, grésilla une voix dans les va-\nguettes.\n— Non, je vends au comptant du Samandal à 30, à condi-\ntion qu'on me rende ma buche. Le Samandal fait 60 à Bagdad,\npendant dix minutes je le vends à trente, à condition qu on me\nrende mon fils, ma buche, je veux dire, mon fils, si vous voulez.\nLa ferrasse se remplissait d'Ondins.\n— Bas les pattes, dit David. Khosroès, prends les ordres!\n— Pour qui me prends-tu?\n— Pour une table, un manche de porte-piume ; mais paiement\navant livraison des titres, mon filsl\nIl y eut dans l'eau un grand bouillonnement, et l'Otarie ar-\nriva en disant: voilà, et déposa un jeune homme un peu éber-\nlué, qui, à la vue de son pére vibrant et agité, énonga :\n— Te vqilà, vieux foul as-tu un cigare?\n— Ah ! s'écria Da,vid, courroucé, ajoutez un mot au trai té :\nchaque fois que mon fils traitera de vieux fou son pére, M. le\nministre des fi narice de Sa Majesté de Mysapore, on lui retiendra,\nau bènèfioe de monsieur le ministre, cent roupies sur le montant\ndes honoraires de ses cantates; au surplus, il sera alloué à mon-\nsieur le poète officici, fils du ministre des finances, un droit de\nprélèvement sur les sitaloutados, s'élevant à 20 par jour; ou bien\n(et il s'inclina devant la princesse), voulez-vous le nommer di-\nirecteur de votre règie des tabacs ; il fait de mauvais vers, mais\nil fumé, je ne dirai pas bien, mais beaucoup.\n— Une règie, chez nous, ce ne serait pas convenable !\n— Ahi donnez-moi le droit de fonder une règie, j'en ai be-\nsoin pour mes finances.\n— Soit.\n— Et toi, garnement, tu en seras dégustateur; fé voilà casé,\ndis que je ne suis pas un bon pére.\n— Ne lui dis rien, dit Sarah ò son fils ne le contrarie pas,\nprofite qu'il est de bonne humour, il a tout fait rater chaque fois\nqu'il s'en est occupò; pour une fois que Qa va bien, ne lui dis\nfren. Mais ma boìte est un peu fragile, tu n'asi rien de solide\nsur toi?\n— Attecds.\nEt le fils de David se précipita vers le balcon, et cria :\n— Kellner!\n— Voilà!\n— Montez-moi une boìte en bois de teck; et d'une voix ca-\nressante, il dit à sa mère : je t'y mettrai dans cinq minutes et je\nte jporterai.\n— Ce sera moi, affirma Margarethe.\n— Non, mademoiselle, ce sera moi.\nKhosroès intervint:\n— Je vais tàcher de vous mettre d'accord. Allo, Allo, la\ncommunication, bien, Orio, Orio, mon cousin Orio... Allo... peux-\ntu tèlègraphier : Mysapore, à représentant Vichnou, rèincarner de\nsuite Madame Sarah David, frais garantis sur nos douanes; et\naprès viens un peu ici, à Rollrnopshuis, il y a longtemps qu'on\nne s'est pas vu. \\\nI - . - i ; 1\n1 1 ir I\nCHAPITRE IX.\n— Alors, monsieur, dit Margaretlie au fils de David, c'est\nvous qui vous disposez à devenir ma poupée.\n— Non, mademoiselle, votre époux, oe qui est bien différent.\n— C'est dommage, monsieur, vous n'ètes pas le Prinoe Char-\nmant ?\n— Pas absolument; mais je puis...\n— Quoi?"}, {"page_pdf": 32, "page_imprimee": "30", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.32", "texte": "POESIA\n\n— Vous raconter très bien l'histoire du Prince Charmant.\n— Et comment?\n— 11 faudrai t du loisir, mais c'est quel quo ch'ose cornine ceci:\nIl y |avait une fois une belle petite lille avec des boucles blon-\ndes comme de l'or et un joli vi sago très clair, qui regardait à sa\nfenètre. Elle était à son rouet; le rouet ne faisait pas de bruit,\ntout en filant beaucoup, beaucoup, parce que la petite lille l'avait\ngrondé. «Rouet, tu genes mes rèveries et tu m'empèches de me\nfigurer le Prince Charmant qui va passer; je l'attends à toute\nheure»; et la petite fille ne se rendait pas compie que c'était elle,\nen altondant, avec son petit air sage, ses gestes vils et mème un\npeu pétulants, qui était la Princesse Charmante; et quel-qu'im vint\nprès de la petite fenétre qui dit: «Je suis le Prince Charmant»,\n« et la preuve ? » répliqua la pelile fille qui, sans le savoir, était\nrationaliste; l'incomiu lui présenta un.mjroir, où elle vit son\nclair visage et ses boucles blondes.\n— Alorsl...\n— Taisez-vous un peu, mes enfants, on appelle au téléphone.\n' C'etait une jolie sonnerie qui tintait, grèle, claire, rhytmée, si\nmusicale que Jes petites clochettes dansantes et les petites clo-\nchettes du toit, se mi reni à l'accompagner, et Gambrinus, do-\ndelinait de la tòte, et Khosroès se mit àdanser de son mou-\nvement lent et solennel ; mais David, de son ton bourru :\n— Les affaires sont les affaires, sachez ce qu'on nous ré-\npond.\nEt voici qu'on répétait mot à mot par le téléphone, ce qu'a-\nvait càblé à son correspondant d'Amsterdam le dieu Vichnou.\n« Salut à la princesse Sita! Nous la prions de regagner le\nplus tòt possible, pour ètre le plus tòt possible très près de notre\ndroite bienveillante, son royaume de Mysapore. Nous lui accor-\ndons pour elle et sa suite, toutes les réincarnations qu'elle dé-\nsirera; nous l'autorisons à les exécuter à titre provisoire et ne les\ninlirmerons qu'au cas d'indigni té personelle et d'impiété bien\nconstatée, ce qui veut dire, étant donnée notre sincère admiration\npour le bon goùt de la princesse Sita, qu'il n'y aura lieu de ra-\ndier personne, et ne mettons ici cette restriction que pour la forme\net la validité de l'ordonnance.\n« Pour obtenir la réincarnation immédiate, il suffit de tour-\nner le commutateur du téléphone, sur le téléfluide qui l'avoisine ;\nprière de se hàter, le téléfluide ne fonctionnant que de minuit à\ntrois heures, il serait trop tard si l'on attendait le petit jour et il\nfaudrait remettre la chose à demain.\n« Le dieu Vichnou pince amicaleinent l'oreille à la princesse\nSita, et la prie, puisqu'elle est de passage en Hollande, de dire au\nconservateur des musées des antiques, à Leyde, que ce dieu en\na assez d'avoir perpétuellement des marques de mouches pres-\nsées sur le nez de son effigie cataloguée n.° 1234, et qu'il [aut por-\nter comme indication au «Schaì'bar», pièce unique que ce musée\ndétient :« Transformation Thibétaine de l'idée de Vichnou» et\nnon «Transformation Tartare du mythe de Vichnou»; ce savant\néchappera ainsi à une inexactitude et à une impolitesse.\n« Si la chose est faite en diligence par les autorités compé-\ntóntes, le dieu Vichnou réincarnera volontiers une de ces momies\négyptiennes qu'elles cultivent si bien. >\n« De Batambang, Fan toujours nouveau de noi re règne divin.\n. «VICHNOU».\n— 11 n'y a qu'à tourner le commutateur, ah ?a! patron, où\nest le commutateur ? dit Khosroès.\n— Que personne ne sorte, s'écria le vieux David, où est le\ncommutateur? montrez tous vos mains; et il comrnenca sa tour-\nnée d'inspection; il tournait, tournait et ne trouvait rien, lorsque\nle Javanais, qui était malin cornine un singe, avisa un joyau bi\nzarre à la eravate de l'Otarie.\n— Qu'est-ce que c'est que <ja?\n— Une manière d'épingle, dit l'Otarie.\n— Farceur, et le Javanais lui prestidigita entre les pattes\ndéfensives qu'il portait devant sa eravate, un bibelot a tè te d'é-\nbonite et à oorps de cuivre que l'aimable marin avait simplement.\nsubtilisé.\n— Imbécile, dit le Javanais, tu pouvais mettre le feu partout.\n— Alors, je l'aurais éteint, dit l'Otarie, j'ai de quoi.\nKhosroès, sévère, lui affirma:\n— En chàtiment, tu ne seras point réincarné.\n— Tant, p:s, répliqua l'Otarie, d'un ton vexé, et il allait plon-\nger dans le canal, lorsque le Javanais l'arrota.\n— Ecoute, tu as eu tort, mais tu es un bon diable, je vais\nfaire quelque chose pour toi; puisque, crapule enracinée, pourvu\nencore des plus déplorables instinets, de ceux que l'homme réus-\nsit à étouffer chez ses plus barbares échantillons, tu es ichtyo-\nphage et manges ton semblable....\n— Ah! pardon! je ne suis ni chair ni poisson!\n— Tu es amphiblie, tu es frère du poisson!\n— Oui.\n— Et tu en manges?\n— Oui.\n— Ce n'est pas le crime, ca n'est pas non plus la délicatesse.\nEh bien! je vais faire quelque chose pour toi. As-tu jamais mangé\n%\ndu thon marine ?\n— Non.\n— Eh bien, en voilà (il lui dépiota fort tranquillement une"}, {"page_pdf": 33, "page_imprimee": "31", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.33", "texte": "POESIA\n\nboite) ; voici le thon, et avec la botte, je vais te faire une belle\népingle de eravate; tu vois, le nom du fabricant luit comtne l'or,\ndés qu'on le frotte un peu; c'est joli, <ja !\n— Oui, dit l'Otarie, je suis content.\n— Et pou le reste, tu es content de ton sort?\n— Oui.\n— Alors tu n'as pas besoin d'ètre réincarné?\nEt le petit Javanais sauta devant l'appareil, absorba pour son\ncompte du fluide, et cria, d'un ton de camelot:\n— Tout le monde a pris son numéro.\nSarah, tout à fait belle en sa robe verte, avec un beau col-\nlie) tout scinti]lant qui était de larmes revivifiées, et un turban\nsurmonté d'une belle aigrette aux feux surnaturels, qui étaient\ndes pensées de tendresse crista.llisées, serrait convulsivement\nMargarethe dans ses bras, et son fils, et les blottissait en elle,\nrépétant :\n— Combien nous allons ótre heureux!\n— Et moi, dit David, je ne compte plus.\n— Toi aussi, vieux fou ! répondit son fils.\nVieux fou!! vieux fou! je ne suis pas un vieux fou, je\nsuis un ministre, j'ai droit au titre d'Exoellence, chenapan!\n— Eh bien ! trouve-moi un autre titre que chenapan, et je te\ndonnerai de l'Excellence.\n/\n— Je t'appellerai Sa Prépotence monsieur le Poète officici,\net comprends bien pré-potence, celui qui est tout près de la po-\ntence, de la belle poutre en trapèze.\nQuei est l'imbécile qui parie de bois ici, s'écria Khosroès.\nEst-ce qu' il y a des choses en bois ; ne ferais-tu pas mieux de\nrégler tes affaires avec lieis Ondinsi?\nC'est fait, ma besogne est toujours fa-ite avec promptitude\net exactitude. J'ai souvent attendu mon fils à déjeuner, mais le\ndéjeuner l'attendait toujours à heure fixe.\n— Ah £a! as-tu fini, Excellence, lui reparti! son fils, fa i s\nencore des affaires, si tu n'as rien d'autre à faire.\nSarah, mon cher fils, ma chère bru, il serait bon, nous en\navons le Ioisir, de remercier les ondins qui t'ont si gentiment dè-\nli vré.\n— J'attendais cette borine parole, s'écria le roi des Ondins,\nen escaladant le balcon, mais je n'ai fait qu'obéir, et trouvant dans\nmes domaines, ce bois de teck, venant des forèts de Mysapore, moi\nvassal de Saman'dal, empire marin dont Mysapore est allié, j'ai\nobéi à rinjonction écrite dessus, en caractères Kawis: « Prióre\naux amis de Mysapore d'ouvrìr ce colis s ii s egare», signé Kho-\nsroès, mon noble ami Khosroès à qui je suis heureux de serrer\nla main.\n— Ah! si j'avais pu te varloper, chenapan grogna David.\nTant pis, Excellence!\nKhosróès avait overt ses bras à l'olndm.\n— Et commenta depuis le temps qu'on ne s'est vu... qu'est-ce\nque tu fais ici? •\n— Mais, n'ayant qu'un tout petit royaume, j'ai accepté d'ètre\nl'arnbassadeur de Samandal, en Hollande; à ton service, une\nfois rentré; mais c'est vrai, vous autres d'À fleur de rner, YOUS\nètes pays de protectorat.; pa ne fait rien, tu peux avoir besoin...\nen tout cas a ton servioe.\nA ce moment, Margarethe se mit à pleurer ; et se jetant dans\nles bras de Sita:\n— Sita, Sita, Gambrinus est encore en plàtre?\n— Gambrinus!\nLe géant ne dit rien.\n— Gambrinus.\nLe géant ne répondit rien, mais une larme coula de sa forte\npaupière à sa forte pinte.\n— Gambrinus, dit Margarethe, vous ne voulez pas venir avec\nnous?\n— Mademoiselle, je voudrais bien; mais ma place est ici;\nvous aJlez au pays de l'Arack, un vilain compagnon, du Limon,\nde la Mangue, d'un tas d'ennemjls à moi. On m'a toujours prédit\nque là-bas, je deviendrais pale, jaune, souffreteux. J'ai, une fois,\nenvoye un de mes fils en Provence, c'était un charmant,\nd une intelligence claire et Ils l'ojit noyé, mademoi-\nselle, avec de la limonadeL. Non, n'insistez pas, mademoiselle,\nil me faut mori ciel gris, ma pipe, mon ami Jan Steen, qui ne se dé-\nplacerait pas pour les meilleurs jambons, pas mème pour moi ; il\nme faut des places proprettes et les petites femmes en®forme de\ngrosses pintes, et mes bons sujets qui me boivent tout le jour et\nrè veni de moi la nuit.\n— Mais ils vous suivront, Gambrinus !\n— Gambrinus, ajouta Khosroès, tu reviendras si tu ne te plais\npas, mais viens faire un simple voyage ! je te promets à Mysapore,\nmieux qu'un palais, un tempie immense, mieux qu'une cave, car\nlà, des éléphants de deux cents coudées ont les pieds adhérents\naux solides fondations d'une carrière de marbré qui se perpé-\ntue par les Antipodes, de Mysapore à Pilsen, bloc de marbré en-\ncore vierge.\n— Blanc ?\n— Non, du marbré de couleur, jaune et éclatant cornute de\nla bière pale.\n— Bori, j'aime mieux <ja.\n— Et au-dessus, des coloan.es, qui sont les capara<jons des\néléphants, soutiennent à deux cents mètres d'immenses terrasses\nd'où partent des jardins enchantés, des fcaobabs géants qui sont"}, {"page_pdf": 34, "page_imprimee": "32", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.34", "texte": "POESIA\n\nti eux seuls, une b ras se ri e ei au dessus à mille mètres, une voute,\nde montagnes, car tout cela est une grotte fai te d'escarboucles'\nd émeraudes et de diamants verts, et la mei' vient mourir languis-\nsamment à l'ouverture de cette grotte inconnue. Ce sera ton\ninconnue. Ce sera ton tempie.\nMais je suis un peu lourdement vètu pour les pays chauds.\n— Je suis là, Sire, dit Goddrukum.\nEh bien ! va pour une promenade, mais commeiit revien-\ndrai-je ?\n— Sire, dit l'Ondin, trop heureux de mettre au service de\nVotre Majesté, mon yacht particulier.\n— Eh bien, soit! je ferai cornine les autres, mais.... atten-\nder !...\n— Prenez du fluide toujours.\n— Il y a le temps.., je suis ici par charte constitutionnelle,\nil laut que je previenile le bourgmestre.... que diront mes sujels\ns iis ne me trouvent pas à ma place ordinaire? Il faut au moins\nque je rédige une proclamation; franchement, si je quitte le Ko-\nrenbeurs, j amasserai sur ma dynastie un discréditi ils diront\nquo je suis un coureur; et mème, si je me maintiens au-dessus de\n1 opinion publique, que feront-ils, mes chers sujels, je vous le de-\nmande ?...\nIls prendront le Gambrinus d'en face, celui de l'hotel Bri-\ntannia....\n— Un usurpateur, le due de Stout et Pale-Ale, misérable !\n<■! (lambrinus allongea à Goddrukum, le malencontreux i 11 ternij>\nteur, un coup de pied qui le fit sauter cornine une grenouille;\nil allait dispaiartre dans le canal lorsque l'Ot<irie le happa au pas-\nsage. *\nEh ! doucement, dit le Javanais, en retirant de la bouche\nde 1 Otarie le petit tailleur; et l'examinant, il dit: Il faudra un\nforid; Otarie, tu es un peu brute.\nGoddrukum se mit dans un coin et bouda; la petite couturière\nalla lui tenir compagnie.\n— Eh bien ! dit Gambrinus, faites chercher le bourgmestre.\nJy vais, dit Javanais, il me connalt un peu, c'est un fu-\nmeur, qu est-oe qu il faut lui dire: que tu t'en vas?\n— Non pas, $a le tuerait.\n— Alors?\nDis lui que le feu czlau tóléfluide. Au fait, il va te pren-\ndre pour un personnage de cuir gaufré, envoie-lui le patron.\nPatroni patron! patroni tout s'exlama en chceur: Patron!\npatron! patron!\nLe Patron ! éleva une voix sèche, rèche, cri arde, une voix\nde haut de tète, d une tète très mince, durcie par suite du parci-\nmonieux abri de cheveux chanvre un peu pauvres. — le Patron,\nil est alle prevenir les autorités, il est allé protestar; ah! ah! je\nveux bien, et je ne sais pas si rnon mari n'y a pas perdu som\nàme, héberger jusqu'à miriliijt de(S mécréants eie coiites de fée,\nimais jusqu'à trois heures, holà! jamais; voici bientòt le petit\njour, tas de canailles.\nAh! pardon, imadame, s*interrompit-elle, eri apercevant la\nprincesse Sita, mais vraiment je m'étonne, qu'urie personne aussi\nbien mise que vous, et qui a l'air si convenable, soit encore au\ncafé à cetfce heure-ci, et cette chòre enfant à qui 011 donnerait le\nbon Dieu sans confession !\n— Eh ! si je te faisais saisir demain !\n— Quoi, vous aussi, monsieur David?\nOui, mon àme, je vais te coller l'huissier aux trousses !\n— Ma maison est bornie, monsieur, mon mari...\n— CerteLJ, mais toi, tu me dois encore cinq cents mòtres de\nrubans, quatre paquets d'épingles à cheveux; je ne sais pas ce\nque tu en fais.\n— Monsieur, vous insultez une femme !\n— Eh bien! dis, où est-il ton mari?\nII est allé chercher le bourgmestre, morsieur; il était d'a-\n])ord content de savoir que vous emportiez le Gambrinus du Ko-\nJ1enbeurs ; c'eùt été une bénédiction pour le Bollmopshuis, un\netablissement bien commode pour messieurs les Génies et les On-\nci ins, mais il a jentendu que le yacht particulier du roi des Ondins\nallait vous servir à voyager, et (ja, c'était une forte déperdition\nde clientèle à cause du Schiedam qui a bien son prix aussi, sire\nGambrinus.\nAllez-vous coucher, femme, dit sévèrement Gambrinus;\nj entends les autorités, je vais les recevoir... Groupez-vous !\nMinute, dit le roi des Ondins, que j'aiIle revètir mon co-\nstume d ambassadeur; il santa dans l'eau, et revint au bout de\nneuf secondes, en un frac brodé très correct.\nTout le mond se mit en rang; on avait improvisé avec quel-\nques tonneaux vides un tròne pour Gambrinus; un jupon rouge\nde la maitresse de céans habillait de pourpre les barils, et les\ntopazes du colleir de Gambrinus et l'or de sa couronne ètince-\nlaient comme des soleils.\nGependant le tambour résonnait; le bourmestre Van Svuer-\nmuf s à la tète de la compagnie des arquebusiers du\nvieux temps. Il les disposa en bordure du canal; les Ondins s'è-\ntaient alignés et s espacaient sur les vaguettes de la pièce d'eau,\nleurs lances à eau si redoutées.\nDevant ces préparatifs de résistance, Van Svuermuf tira de sa\npoche ,mi mouchoir blanc très propre et par habitude, commenca\nle geste de se moucher, mais, se ravisant, et se rappelant la si-\ntuation, l'agita en parlementaire."}, {"page_pdf": 35, "page_imprimee": "33", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.35", "texte": "POESIA\n\nLe roi des Ondias fit flotter sur la terrasse une très belle\nétoffe, moire verte et or, et Khosroès attacha solidement à coté\nun grand pennon couleur de feu, et Gambrinus, tirant de l'ar-\nmoire de la salle commujie le drapeau hollandais, le pianta en-\ntre les deux autres. Van Svuermuf était un peu étonné; le Java-\nnais passant entre les drapeaux et les jambes pendantes sur la\ntpièce d'eau, lui dit :\n— Monsieur le bourgmestre I\n— Homme de cuir gaufré!\n—- Si vous prenez l'engagement de ne pas dé piacer un vos\nhojmmes, ava,ni. qite loyales explicatioìns aient été échangées, je\nvous indiquerai un moyen pratique d'arriver à rious, non\nconimi pariementaire, mais cornine un ami, à qui on n'arrachera\npas les yeux.\n— Je in'y engagé, dit le bourgmestre.\n— Eh bien! tournez à droite; vous verrez clair, voilà\nle petit jour, et passez par la porte de la rue.\n— Soit! dit le bourgmestre. Capitarne des arquebusiers, vous\nauriez pu penser que toute maison a une porte sur la ruel\n— On ne pense pas à tout, monsieur le bourgmestre.\n— D'ailleurs, je le reconnais, je n'y pensais pas non plus.\nLe bourgmestre entra, on le mena à la terrasse, et quand il\nvit Gambrinus en une telle majesté, entouré d'ambassadeurs, de\nprinces, d'Ondines, de clochettes parlantes, dansantes et de dia-\nmants animés, il écouta avec respect toutes les explications qu'on\nvoulut bien lui donner.\n— Vous partez, c'est bien, articula-t-il ; je vous regretterai.\nJe profiterai de vostre départ pour situer une curieuse expériencè\nà savoir: si les veilleurs de nuit qui dormaient si bien pendant\nque vous faisiez toutes vos frasques, dormiront aussi bien quand\nvous serez tous partis; les Ondins, je n'ai pas à les surveiller,\nils sont sous pavilion diplomatique. Aussi pour la princesse Sita,\nsa suite, monsieur le ministre Khosroès, le vieux David qui était\nvenu et qui s'eri va et son poète de fils, je n'ai rin à dire; pour\nle roi Gambrinus, je m'en. fie à sa parole de revenir et à son\nvieux fond de sentiments nationaux; mais Goddrukum, qui n'est\nni Ondin, ni Genie, ni quoi que ce soit d'étranger ou de phéno-\nménal, je ne puis lui délivrer de passeport et crains de devoir\nl'admonester sévèrement, pour son désir de quitter la ville, où il\nremi des services, à la véri té, peu considérables...\n— Monsieur le bourgmestre, je vous ai toujours bien servi...\n— Moi, oui, mais les autres.\n— Mais, dit Khosroès, vous oubliez que Mysapore est un\npays de protectorat hollandais, et que Goddnikum n'a qu'à vous\nfaire une demando contresignée par deux notables pour avoir de\nvous son certificat d'identité et par conséquent le droit de pas-\nseport.\n— Oui, mais nous ne le lai donnerons pas; il n'y aura pas\ndans le ville deux citoyens qui voudront aider à la dépopulation...\n— Pardon, coupa Goddrukum, j'ai deux concurrents...\n— Vous m'en direz tant... je n'ai plus aucune objection à\nvous faire. Quand partez-vous pour Mysapore?\n— Tout de suite, pour disposer d'une journée à Amsterdam,\npour nos emplettes et, le soir, nous aurons le paquebot.\n— Soit! messieurs, alors vous pouvez prendre le premier\nbateau, celai où il n'y ia jamais personne, qu'on fait partir seu-\nlemerit pour s'asseur qu'il y a toujours assez d'eau dans le ca-\nnal, que la machine fonctionne bì-en, que l'équipage est bieln\néveillé. Il viendra tout à l'heure à l'appontement.\nEt Gambrinus dit:\n— Mes amis, mes freres, vous noliserez sans moi les erra-\nbondes espérances; sans moi, vous verrez les nuits violettes et\nles lunes d'or pur; sans moi, vous rèverez sur les parfums de\nforèts sombres et silencieuses, qui émanent sous l'étrave du na-\nvire, des fonds endormis de la mer de Merveilles. Je vous enver\nrai mon portrait, c'est tout ce que vous pourrez avoir de moi\navec mon affection, mon bon souvenir et la certitude que vous\nempoitez, que quoi qu'il se fasse, se passe ou se défasse, vous\nserez toujours les bienvenus au Korenbeurs, où j'ai mes habitu-\ndes. Brasserie de la terre natale, j'aime mieux tes solives clai-\nreis que les voùtes de diamants. A tous, au revoir, et si c'est\nvotre faute, ou de la faute de votre bonheur sous les climats\nd'ombre incandescente, que vuos ne reVeniez point, adieu !\nEt toi, Margarethe, notre petite concitoyenne, qui t'en vas\nvivre au pays des fées, emporte mes meilleurs voeux et la certitude\nde ma vive admiration; en retour de tout.es les bienveillances que\nje te garde, laisse le fils de David tranquille, quand il boit sa\nbière ou quand il fumé son cigare, ce qui l'incite à mieux boire\nsa bière. Il sera ainsi le symbole de cette union de l'Orient et\nde l'Occident, du boublon et de la solanée qui sont. la caractéristi-\nque mème de notre époque.\nAu revoir, Margarethe; voici le bateau ! Je vais, mon cher Van\nSvuermuf, si vous le permettez, commander à votre place les\nhonneurs militaires dus à nos hòtes de distinction.\nPour la première double-pinte d'adieu, ouvrez le ban !\nEt les tambours battirent et les arquebusiers saisirent leurs\npoires à bière et les portièrent à leurs lèvres.\nEt les seivantes du Rollmopshuis réveillées, portèrent des\ndoubles-pintes à tous les assistants.\nGoddrukum pleurail d'attendrissement.\nAu commandement d'attentionl toutes les pintes, touteS les"}, {"page_pdf": 36, "page_imprimee": "34", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.36", "texte": "POESIA\n\nche è fra la terzina bucolica del quattrocento e cinquecento\ne quella del Pascoli, avendo egli saputo evitarne la mo-\nnotonia con lo spezzarne la prolissità tradizionale: i bu-\ncolici del nostro cinquecento « oh miseras hominum rnentes,\noh pectora caeca!» filano per sessanta settanta terzetti ed è\nun' amaritudine aspettare quella benedetta chiave che ce\nne liberi — il Pascoli chiude generalmente il suo giro\nmetrico «commodus et patiens» al quinto terzetto. Gli sap-\npiamo grado come di una liberazione dal dominio bar-\nbarico, e crediamo di poter affermare tale innovazione\nè stata in lui riforma inconscia derivatagli non da propo-\nsiti intellettuali ma dal suo modo d'intuire, il naturale\nadagiarsi della sua rappresentazione nel ritmo che le è\nomogeneo. Con lo stesso fatto si spiega la tendenza ad in-\ntrodurre in altri metri versi molto brevi, trisillabi, bisillabi,\nmonosillabi eh'è un continuo spezzare; i quali non danno\nsempre il loro effetto (perchè quando il poeta ha incon-\nsciamente prodotto un proprio atteggiamento artistico, può\nriflessivamente ripeterlo e non riuscirgli, imporre cioè sè\na sè medesimo) ma pure spesso determinato un rilievo\nparticolarmente coi graziosi servigi della rima. Poiché essa\nsebbene a Teodoro de Banville, ohe ne confuse il difetto\ncon l'essenza, paresse una vilissima chiave mnemonica,\npuò fare l'ufficio che il chiaroscuro nella pittura:\nE l'alba il suo cielo rischiara,\ncui spruzzola prima di brina,\ncosì come tu la tua cara\ncasina. ♦\nDà o no un'impressione di raccoglimento domestico più\nintimo, di piccolo luogo caro quel «Casina» messo là?\nFatelo montare di uno scalino e, aggiungendolo al verso\nprecedente con la soppressione della rima togliete la pausa\nche lo precede e n'è l'effetto — avete perduto il rilievo.\nTanto è vero che ogni nulla, in arte, può valer tutto;\ntanto avevate torto, o Teodoro di Banville, a prendervela\ncon una donna!\n*\n**\ni— ' \"'ii\nIl Pascoli dunque ha lasciato i «grandi soggetti»; egli\nsi chiama volentieri «poeta contadino», e sotto questo\naspetto in cui spicca particolarmente, devo ora, oltre quanto\nne ho già scritto, considerarlo di proposito. Certo, dicen-\ndosi « poeta contadino » il forte artista non ha completa-\nmente definito sè stesso, perchè l'appellativo non esaurisce\nil sostantivo; ma bisogna riconoscere che tale appellativo\nabbraccia la massima parte della facoltà estetica di lui\nperchè non v'è quasi espressione pascoliana che in qualche\nmodo non pi richiami alla campagna. Perciò è subito da\navvertire che .la sua georgica non ò tutta nei Primi Poe-\nmetti ; essa si trova in Myricae, nei Canti di Castel vecchio\ne qua e là nei Poemi Conviviali come in Odi ed Inni.\nEccoci dunque con Virgilio. Siamo avvezzi a mettere\ninsieme nella nostra immaginazione con tutta facilità questi\npoeti, e per ragioni che hanno tutta la tenacità del pregiu-\ndizio. Intanto è noto anche ai barbieri che Virgilio scrisse\ndella bucolica e della georgica; poi il Pascoli, forse un\npoco illudendosi sulla sua parentela con il poeta di Pietola\n(il quale dice così volentieri «arma virumque cano» e fa\nnon pochi divincolamenti quando deve parlare di pecore\ne di erpici), mette in capo ad ogni suo volume, non senza\nintenzione, dei motti virgiliani : « arbusta iuvant umilesque\nmyricae; », «paulo malora», «canamus » — tutte cose le\nquali, congiunte con l'abitudine mentale dei raggruppa-\nmenti letterari, fanno e hanno fatto parlare i critici, del\nPascoli, come appunto di un pronipote del Marone in linea\ndiretta. Ora io so che egli ha studiato, come forse nessuno,\nVirgilio e lo conosce come si possono conoscere le cose\nadorate ; io non discuto certa misteriosa efficacia che l'arte\nvirgiliana possa aver avuta sull'arte del nostro: faccio\nun semplice confronto tra i due poeti, o, meglio, tra le loro\ngeorgiche — espongo quello che a me pare; cioè che esiste\nfra esse una profonda differenza estetica ed affettiva.\nVirgilio, ammoniscono con insistenza gli storici della let-\nteratura latina, ha scritto la sua opera stimolato con fre-\nquenti pungelli da Mecenate, che gli mise, quindi, per forza\ntra le mani il vincastro e la zappa. Non c'è bisogno di prove\ncosì dubbie e così estrinseche : si deve trovare proprio in\nessa l'indizio della poca «sincerità campagnuola» di lui.\nCon questa frase virgolata non intendo di negare alla geor-\ngica virgiliana un grande Calore poetico, che, anzi, avrò\nmodo più avanti di mettere in evidenza; voglio invece si-\ngnificare che Virgilio non sente una perfetta fratellanza,\ncoerenza, omogeneità fra la sua anima d'artista e la viti,\ndella campagna. Nella campagna egli non è, si può dir, mai;\nnon lascia mai il suo alto stile per confondere la sua voce\ne quindi sè stesso con le coste e con gli esseri che de-\nscrive; c'è, appunto, un continuo distacco tra la sua arte e\nl'ambiente ch'egli s'è proposto di ritrarre. Come il suo stile,\ncosì il suo cuore stesso è lontano dai campi — egli ha bi-\nsogno di darsi, di quando in quando, coraggio, perchè l'o-\npera intrapresa è «umile» per il suo carme, trova, cioè,\nconfrontandoli intellettualmente, una sproporzione tra que-\nsto e quella, ossia, come credo, una eterogeneità; sente il"}, {"page_pdf": 37, "page_imprimee": "35", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.37", "texte": "POESIA\n\nbisogno di ripensare ad opere epiche, narra la morte di\nGiulio Cesare, accenna al poema con cui celebrerà Augu-\nsto, immagini eroiche di soldati, di legioni, di guerre co ru-\npe net rann e quasi intonano la rappresentazione campestre;\nlà proprio dove il poeta, pare più sinceramente innamorato\ndella campagna, gli balza grande, incoercibile, nella fanta-\nsia l'immagine della sua Roma:\nsic fortis Etruria crevit\nscilicet, et rerum facta est pulcherrima Roma\nseptemque una sibi muro circumdedit arces.\nLo stesso « salve, saturnia tellus» col relativo «inciprici\nparens frugum» (che forse non sperava di diventare una\nvolta il luogo comune dei comizi agrari italiani) è una dimo-\nstrazione di quanto io sostengo; quel suo «viva l'ItaliaI»\nnon è (di contadino, ma tutt'aJ più di soldato quarantottista\no di politico giobertiano. La sua stessa complessiva visione\ngeorgica è cosmopolitica cioè essenzialmente epico-romana,\nmancandole quel carattere di limitazione, quella\nsiepe del mio Campetto utile e pia\n'ch'esprime l'amore georgicale del contadino per la proprietà :\nla campagna virgiliana è grande come l'impero di Augusto.\nDicevo che non intendo di negare il valore all'opera la-\ntina tutt'altro! Credo dunque che Virgilio abbia una con-\ncezione sua propria, ma sostengo ch'essa è profondamente\ndifferente da quella del Pascoli. Oltre quanto già ne ho\nscritto, osserverò che la concezione virgiliana è profonda-\nmente pessimistica: l'uomo vi si rappresenta nell'aspetto\netico più sinistro; «noi se la buona umanità» esclama il\nPascoli tutt'altro! «Homines durimi genus», «impia sae-\ncula», ecco che cosa sono gli uomini;; e il contadino — quel\ncontadino che nella georgica nostrana dirà all'ospite:\nciò che avanza per sei basta per sette...\nbevi il mio vino e siedi tra' miei cari...\ne che ci viene presentato nel capoccio come la modera-\nzione ideale è nel poeta augusteo l'«avarus agricola»,\n1' «iratus arator», il «durus agrestis», e il poeta pare par-\nteciparne la durezza: davanti alle selve recise per ridurle a\ncampo, c è l'espressione dell'avarizia esultante nella sua vio-\nlenza :\nat rudis enituit impulso vomere campus ;\ne degli uccelli rimasti senza tetto ci si ricorda appena per\nrappresentarcene il volo con la frase\naltum nidis petiere relictis,\nche il Pascoli riprenderà teneramente così :\nnell'aria, un pianto... d'una capinera\nche cerca il nido che non trovérà,\nE nella rappresentazione del semplice sensibile c'è in\nVirgilio qualche contatto col Pascoli, contatto s'intende ac-\ncidentale, ma oltre la sincerità campagnuola, manca in esso\nlatino la tenerezza jpasfejoliaina per la djifferejnza appunto\ndella Concezione etica. L'uomo, il «durum genu », nella sua\navidità ha e vede nemici ovunque: quegli uccelli che dànno\nil tono affettivo a tutta la poesia del poeta romagnolo, ap-\npariscono qui come nemici dell'uomio e cosi è di altri ani-\nmali e di erbe: «variae pestes», «importunae volucres»,\n« improba cornix», «improbus anser» sono pure virgiliani;\ne dove la Rosa del Pascoli dice :\nPovere ci nei e! Poveri uccelletti;\nnon hanno ove posare le zampine\nnude! coperti campi, alberi, tetti!\nNon hanno che beccar queste mattine:\nnè un vippolo ne un becio: ecco, e costoro\ntendono.... oh! babbo è troppo buono, infine!,\nè pure Virgilio che insegna ripetutamente «insidias avibus\nmoliri » anche di festa — poiché «inulla religio vetuit», non\ncè impaccio di scrupoli. Ora leggete il «The hammerless\ngun» e cercate l'anima virgiliana nel Pascoli! Nemici dun-\nque ali uomo gli animali, nemiche le piante, nemica la terra:\nla terra che si è concessa in così poca parte all'aratro,\nche produce solo forzata dai lavoro, che fa degenerare per\nin esplica bile fatalità i semi gettativi dall'agricoltore, nono-\nstante la sua cura. Da questi particolari etici e naturali sca-\nturisce una visione georgica tutta di lotta e il contadino, che\npur vi apparisce così di rado, ha in essa,, per il forte p ram-\nmassino che vi domina, qualche cosa di selvaggiamente atle-\ntico e 'bellico.\n★\n* *\nMolto diversamente i! Pascoli. Il quale in primo luogo\nsente molto più sinceramente la 'georgica per l'omogeneità\ndella sua facoltà intuitiva con la vita campagnuola che ne è\nla materia. Parecchi fatti dimostrano tale omogeneità: il\npoeta, intanto, non esce mai nelle sue rappresentazioni dalla\ncampagna e tìa quella determinata campagna; la visuale del\nsuo occhio, come quella dell'occhio di un vero colono, è ben\ndefinita: l'azzurra vision [di S. Marino, la Paiiia, Castel-\nnuoto; non sente bisogno di reminiscenze storiche nè geo-\ngrafiche che lo distraggano, come Virgilio, dal suo sito, dal\nCampetto cori siepe e con fossetto : la solatia Romagna e\nle gentili terre lucchesi sono sempre così presenti al suo\nspirito che gli stessi concetti filosofici gli vengono espressi\nper immagini derivate di là :\nmentre noi, il mondo va per la sua strada^"}, {"page_pdf": 38, "page_imprimee": "36", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.38", "texte": "POESIA\n\nnoi ci rodiamo, e ili cuor doppio è l'affanno,\ne perchè vada e perchè lento vada.\nTal quando passa il greve carro avanti\ndel casolare, che il rozzon normanno\nstampa il suolo con zoccoli sonanti,\nsbuca il can dalla fratta, come il vento;\n10 precorre, rincorre; uggiola, abbaia.\n11 carro è dilungato lento lento ;\nil cane torna sternutando all'aia.\nProprio l'opposto di Virgilio, che, come s'è notato, le im-\nmagine epiche, geografiche e storiche) e Ja sua « pulcherrima\nRoma» sente il bisogno di far penetrare nella georgica\nLa più grande meditazione cosmologica del Pascoli, dov'è\nrappresentata? in campagna: ad una veglia agreste, fra ca-\npocci e massaie, il poeta, vedendo sul ceppo bruciarsi delle\nformiche è condotto a meditare la distruzione del mondo,\nl'immortalità dell'anima, il problema della vita. Come l'Im-\npero, e Jloma sono sempre in vista nella georgica di Virgilio,\ncosì la città è totalmente assente dalla visione pascoliana;\ncerti momenti vien fatto anzi di attribuire al nostro poeta\nuna specie di sentimento apocalittico», una sottintesa maledi-\nzione lanciata a Babilonia.\nRilevo un altro lato dell'omogeneità che dicevo. Il Pa-\nscoli può servire come esempio perspicuo della vittoria che\nl'arte, quando è tale, ha in un poeta, sull'abito artistico,\ncioè sulla preformazione della cultura di lui. La cultura in-\nfatti intesa veramente come una collezione e una riprodu-\nzione meccanica di espressioni artistiche altrui, va conside-\nrata nella sua natura come una più o meno palliata tendenza\nall'imitare e al ripetere, ciò che rivela in essa un ca-\nrattere prevalentemente mnemonico — l'arte è proprio la\nnegazione di tale tendenza cioè il superamento definitivo di\ntutte l'espressioni esistenti. Il Pascoli dunque, affezionatis-\nsimo figliuolo di Virgilio, imbevuto intellettualmente di clas-\nsicismo quanto, a così dire, ce ne sta, divenendo, quando\ngli tocca, artista, separa nettamente il suo da quello degli\naltri e lo dimostra tagliando corto col formalismo tradizio-\nnale. Virgilio è particolarmente famoso per l'epiteto, modo\nsuo di condensare le rappresentazioni divenuto abitudinario\nini moltissimi poeti ed esprimente un indirizzo aristocratico\n— il Pascoli lo lascia quasi del tutto». E si capisce; nion lo\ntrova coerente con la sua parola così poco scolastica, così\nparlata, così rurale: tutto ciò che di stilizzato può esservi\nnel narrare, nel descrivere, nel discorrere cade necessaria,-\nmente come la pelle vecchia alla biscia in primavera; quando\nci resta, stride come una bestemmia in bocca di una mo-\nnaca, stride più che in qualunque altro poeta tanta è la ete-\nrogeneità delle forine classiche dall'arte pascoliana. Nel quat-\ntrocento e nel cinquecento, quando niente di proprio si do-\nveva diro, il formulario virgiliano o, in genere, classico stava\na posto — si faceva allora di tal pasta gnocchi; ma in un\nsonetto (per portar degli esempi) dove con tanto realismo\nnuovo il poeta parla di un cavolo... oh sentiamolo!\n.... nobil vite, alcuna gloria è spesso\npur di quel gramo, se per lui l'oscuro\npaiol borbotta con suo lieve scrollo;\ne il core allegra al pio villan, che d'esso\ntrova odorato il tiepido abituro,\nmentre a7 fumanti buoi libera il collo ;\ndove c'è, dicevo, tanta realtà di cose percepite immediata-\nmente, come può starci la « pampinea vite » ripetuta per gra-\nzioso dono due volte e il «puniceo strascico di foglie»? Si\nsente anzi un po' di stentato anche in quel «per lui» delle\ndue terzine e in quel «con suo lieve» che ci richiamano al\nformalismo poetico tradizionale fatto di vocaboli «eletti» e\ndi ommissioni di articoli determinativi. Il Pascoli infine dov'è\nlui è così lui che il non luji si riconosce subito e si mette\ncon una boccaccia alla porta. Perciò steisso sbuffo peg-\ngio di un mantice quando leggo il «Rosa dalle bianche\nbraccia» trovando appunto troppo stridente contrasto traj\nuna vera forosetta contemporanea eh'è il «Rosai» e una dea\nomerica eh'è il «dalle bianche braccia»; m'incomodano cor-\ndialmente per la stessa ragione il «vivace aglio» il «facile\nolio» dove si presenta un soffritto e il «mia pastorella\nbruna» romantico rottame e il «frutto penduto» e i «ci-\nliegi popolosi» in bocca di un modesto capoccio — a tutto\nciò io faccio, come Vangili Fucci, le fiche.\nMa, così, mentre rilevo tali mende, forse meglio che in\naltro modo, ho potuto mostrare la spontaneità agreste dell'im-\npressione, che c'è nella georgica pascoliana: parla di conta-\ndini come un contadino; non solo non c'è storia costì, ma\nnon c'è neanche lingua storica — non solo non vi si trovano!\nmatrone, ma neppure parlare illustre — nè poltrone, in-\nsomma, nè stil sublime! Questo non è poco, anzi è moltis-\nsimo. Moltissimo è che per rappresentare la campagna la\nlingua sia campagnuola, poiché essa ne è elemento princi-\nlissimo raccogliendo, fissando, perennando, a così dire, nelle\nnostre fantasie l'ambiente rappresentato.\nRipetiamo, ora. Il poeta parla come i suoi contadini —\nSegno evidente che è tra loro :\no Valentino, vestito di nuovo\ncome le brocche dei biancospini :\nnon è col lettore, come si vede, è veramente con Valentino."}, {"page_pdf": 39, "page_imprimee": "37", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.39", "texte": "POESIA\n\nDove? a Castelnuovio) o a Bafga in una, viottola o sulla piaz-\nzuola.\nIo dissi: — brucia la capanna a gente!\ne i vegliatori, col bicchiere in mano,\ntutti volsero gli occhi alla finestra....\neccolo il poeta che fa la veglia con i suoi buoni villani di\nlassù. Ancora una cosa: chi fa il maestro, come Virgilio, si\ne tacca già per ciò stesso da quello che insegna e da coloro\nche istruisce ; ma al Pascoli non casca mai dalla penna il\ndidascalico «iubebo»; i paesani che la sanno più lunga di\nlui espongono per conto proprio il loro « de re rustica,» con\nla scioltezza, con la rapidità, con l'efficacia che ha un dia-\nlogo realmente parlajtoj e non stilizzato tutto 1 elemento di-\ndascalico si .dissolve vitalmente nella tenue e vivace elo-\nquenza del proverbio :\nil tempo è fido, gli dicea, compare...\nSai, per il grano, che spicciarsi è bene;\npresto è talora, tardi è sempre male !\n★\n* *\nHa visto il Pascoli la necessità estetica di tale atteggia-\nmento linguistico? Pare di sì; ad ogni modo con essa si\nSpiega '© jsi giustifica il suo criterio rispetto ai vocaboli. Non\nposso differire di trattare questo argomento.\nIl Pascoli che in arte è, come tutti i veri artisti, un in-\ndipendente e un (sincerone, in retorica si è mostrato davvero\nquello che stranamente parve in politica al governo del no-\nvantotto — un soggetto pericoloso 1 Chi legge le sue note nel-\nl'Antalogia «Fior da fiore» lo vede preferire forme popo-\nlari a forme ufficiali della grammatica, e del vocabolario, e\nlo sente ammonire i fanciulli, con quel suo tono tra di o\\ i-\ncula e di paterfamilias, di mettersi in testa vocaboli qua-\nlunque ne sia la provenienza e di creare addirittura quei lì\nche non ci sono pur di potersi esprimere. In questo eccita-\nmento blandamente anarcoide alla libertà del vocabolario c <k\nun riflesso delle sue tendenze artistiche: il vocabolario uf-\nficiale non poteva bastare alla sua espressione, egli doveva\nsuperarlo e (valersi quindi di elementi che la servissero pie-\nnamente. Da ciò la cesarea liberalità con cui concede cittadi\nnanza agli idiotismi del contado lucchese, da ciò quell uso\ncosì originale dei vocaboli inglesi messi nelle bocche dei con-\ntadini reduci dall'America settentrionale. Contro questo di-\nsprezzo dei riguardi dovuti per una parte alla Ciusca e pei\nl'altra «a quello che i capi-comici chiamano il rispettabile\npubblico» insorgono i critici — Dino Mantovani fra questi.\n— Salvo pochi casi hanno torto — osserva Vittorio\nClan; io vorrei dire che hanno torto senza riserva perchè\nnon contro un fatto o contro una serie di fatti, ma contro\nun principio — e contro i principi il torto si ha sempre o non\nmai. Se ogni artista che ha qualche cosa da dire., e qualche\ncosa, s'intende, di nuovo cioè di suo, dovesse prendere il\nvocabolario quale si trova nella memoria d'un supposto pub-\nblico medio, egli starebbe fresco 1\n— Ma non scrive per farsi capire?\nSiamo alle solite. Torniamo a quella benedetta conce-\nzione dell'arte popolare. No — il poeta non è un apostolo\nnè un propagandista nè un conferenziere dalla canora voce,\nche dev i adattare la propria eloquenza alla piatta capacità\ndei neofiti e delle signore; egli non scrive per un pubblico\nqualunque ma per sè stesso poiché l'arte, funzione, come\ndisse il Croce, teoretica, non ha quello scopo banalmente\npratico ch'è il battimano', e perciò nessuno scrupolo di leggi\nesteriori gli può togliere di attuare le sue rappresentazioni\ncome una speciale natura creatrice richiede. Si vede così\ncome la questione del vocabolario — come quella della chia-\nrezza, che la involge — non può imporsi ad un artista; la\nquale chiarezza; è abitudine considerarla una qualità tra den-\ntro e fuori di lui, una virtù di adattamento, dirò così, al-\nl'ambiente intellettivo in cui l'opera dovrà diffondersi, men-\ntre è qualità intimissima che si attua e si consuma tutta\nnella fantasia del poeta: il poeta riesce chiaro se chiaro\nvede perchè allora chiaro esprime — chiaro dunque a sè\nstesso non ad altrui. Fuori di questo concetto della chia-\nrezza nessun altro, credo, può tenersi sulle ginocchia.\nIn tal caso, gli elementi di essa chi può numerarli al\npoeta? il vocabolario (dico quello della Crusca, o il parlato,,\no quel tanto di vocaboli che ogni lettore sa) è limitazione che\negli deve superare, come supera quella che più propriamente\nchiamano «lingua» pur di arrivare a una espressione più in-\ntera : così fece il Pascoli per esempio nel poemetto « Italy »\nil quale anche con il suo titolo forestiero dice già tanto più\nche se il vocabolo fosse nostrano.\nIl critico dunque ha torto perchè impugna il principio.\nNessuno poi nega che possa sotto un tutt'altro aspetto aver\nragione; ragione cioè di credere inutile fatica per il lettore\nl'andar braccando sui vocabolari, o sui prontuari offerti dal\npoeta, significati di vocaboli ignoti, quando questi, invece\ndi rappresentaie, restino elementi informi. E al Pascoli av-\nviene d'innamorarsi del vocabolo più di qualche volta, come\ncapita al D'Annunzio, come capitò al Giusti e... non andiamo\npiù indietro, per carità! Occorrono per esempio i prontuari"}, {"page_pdf": 40, "page_imprimee": "38", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.40", "texte": "POESIA\n\nper il seguente passo che prendo dai Poemi Conviviali e de-\ndico agli ammiragli italiani :\nEi dalla scassa l'albero d'abete\nlevò, lo scongegnò dentro la mastra,\ne con drizze di cuoio alzò la vela,\nben torto, e saldi avvinse alle caviglie\ndi prua gli stragli, ma di poppa i bracci.\nQui i vocaboli se suonano non esprimono — il poeta poteva\nrisparmiare i termini nautici e il passo conditone, per suo\nmeglio e per nostro. Ma l'abuso di una facoltà non può pio-\nvare contro l'uso di essa legittimo; chi non capisce o non ha\npazienza, peggio per lui : l'arte non è e non dev essere un\nmezzo facile e divertente per passare le ore, come il giuoco\ndell'oca.\nUn'altra accusa che si riattacca alla precedente fanno an-\ncora al Pascoli : pronto a crearsi un vocabolario per conto\nproprio, e dovrebbe parerci un gran signore, lo si coglie\npoi (osservano) a ripetere con insistenza una certa serie di\nidee e quindi di vocaboli. C' è dunque chi ha fatto il computo\ndelle «ombre» ed «orme» dei «sogni; palpiti; brividi; triti»\nche si trovano nei versi di lui? Gente che ha buon tempo. In\negual modo si potrebbe andar cercando nei Salmi, che di\npoesia possono dar lezione a parecchi, quante volte vi si\nnomini o «Deus» o «justitia» o «misericordia» o «pecca-\nto!» o che so io con l'intento di dare a David re patente di\nstenterello; e Quante volte nell'Iliade s incontri o il «podas\nocys» o il «glaucopis» o il «leucolenos », e quante nel De-\ncamerone siano ripetuti nomi di cose galeote come 1 autore\ndi esso e così via : si mostrerebbe cioè d ignorare un fatto\npsichico elementarissimo che ogni opera, presentando un\ncerto ordine d'idee, porta seco il relativo ordne dei vocaboli\nessenziali, e gli uni e le altre vi capitano più spesso, resi,\ncome sono, elementi essenziali di quel dato modo di arte.\n*\n* *\nTorno alla georgica. Dicevo che Virgilio concepisce la\nvita di campagna come una vera lotta per 1 esistenza, man-\ncando quindi totalmente in essa il sentimento di affetto sotto\nqualunque forma; l'uomo duro ed avaro non vede attorno a\nsè che nemici, nella terra ritrosa al frutto, nella semente che\ndegenera caparbia, nelle parassitarie che allignano prospe-\nrose a suo dispetto* tra i frumenti, negli uccelli che gl' insi-\ndiano i ricolti, negli assilli, nei serpenti, nelle pesti che gli\nminacciano, gli tormentano, gli distruggono greggi ed ar-\nmenti. S'indovina ormai un'altra capitale differenza tra que-\nsta georgica e la pascoliana: nella pascoliana insomma do-\nmina quella, eli' io ho altrove chiamata la « concezione euca-\nristica» della campagna. Chi con tutto ciò che Virgilio de-\nscrive in quattro libri, escluso qualche momento solitario,\nchi si sente attratto a vivere nella campagna? un impres-\nsione intensa di vita ma di vita dolorosa ce ne dissuade e le\nlodi che il poeta ne fa, con le loro tinte tradizionali, coi loro\nqua e là non sinceri ri chi ami all'età saturnia, hanno, più che\naltro, il valore di un gabol 1 amento. Se ho da farmi campii\ngnuolo, opto senz'altro per il Pascoli. Il Pascoli ha distrutto\ndal suo mondo la lotta sostituendovi la concordia fra tutti gli\nesseri razionali ed irrazionali : la terraj è buona, di una bontà\nquasi materna;, e il contadino tutto innamorato del suo Cam-\npetto, del suo grano, del suo vino, del suo olio, quando la\nnomina lo fa con tenerezza riconoscente non è più il ne-\nmico ma il marito :\neh' io pur ti sono florido marito,\no bruna terra obbediente, che ami\nchi ti piagò col vomere brunito.\nEgli gode, per essa, di un benessere oltre cui non va il\nsuo desiderio:\n— vino ho nel tino, olio nel coppo ! —\npuò esclamare esultando, e questo benessere lo rende ap-\npunto netto di quella avidità che abbrutisce l«arator» vir-\ngiliano; la siepe, con gentile pensiero, egli.fa servire per\ndar\nricetto ai nidi e pascolo agli sciami\ne per dissetare co' suoi chicchi il passeggero; nella mode-\nrazione dei desideri, cava la letizia dalla sua stessa povertà:\ncrebbi famiglia a mano a mano\npiù lieto sempre e non più ricco mai ;\ne l'animo modesto lo rende gentile di ospite vivanda al li-\ngliuolo dell'amico:\nciò che avanza per sei basta per sette...\nbevi il mio vino e siedi tra' miei cari !\nSi sente in ogni poesia che tutte le creature sono fatte per\namarsi e per giovarsi scambievolmente ; l'anima candida di\nRosa deplora la caccia agli uccelli; 1 ulivo non deve pian-\ntarsi solo per l'uomo: piantate e raccogliete\nla bacca ch'è cibo e cli'è luce\nma « che alcuna ne resti »\npel tordo sassello...\nNiella pace che viene dall'obbedienza amorosa della terra,\ndal favore delle piogge cadute quando attese, il contadino\nmena la sua vita fra le gioie del raccolto che possiede e le"}, {"page_pdf": 41, "page_imprimee": "39", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.41", "texte": "POESIA\n\nSperanze non mentitrici di quello che verrà, in mezzo a una\nmoglie saggia e figliuoli belli ed operosi. Entro questo\nambiente si intravede il formarsi di una nuova famiglia che\nperpetui la patriarcalità della, casa : Rosa, la figlia maggiore\ndel capoccio, ama un bravo cacciatore en'è riamata. Niente\ndi arcadico, in questo amore — cioè niente di quel conven-\nzionalismo che da Virgilio, attraverso i bucolici nostrani\ndel quattro e cinque cento si trasmise al seicento e di qui\nall'Arcadia nostrana... ed estera, rimanendo co' suoi difetti\nd'origine anche nel Gessner che pure parve una fenice e\nsi meritò le gioiose versioni di un rinomato cavaliere italiano.\nNon si tratta di pastori e pastorelle, si tratta d'un amore rea-\nlissimo quale può nascer oggidì fra due giovani campagnuoli,\ne tuttavia casto (che non guasta) come quello di Renzo e\nLucia — senza che, di Lucia, Rosa, senta l'indole fredda e\nquasi monastica.\nTutto questo modo d'intuire la vita di campagna è dun-\nque squisitamente eucaristico e perciò ottimistico, onde quel-\nl'attrattiva irresistibile che la campagna pascoliana, come\nsito e come vita, esercita sui nostri spiriti e la differenza\nprofonda di questo sentimento da quello che suscita la geor-\ngica virgiliana. E si noti : fuori dello speciale poema in cui\npiù propriamente si svolge la vita di una famiglia agricola,\nc' è qualche rappresentazione differente) :\n« Italy », per esempio, è tutto triste, rappresenta miserie e\ndolori di emigranti ; qua e là c' è il tono accorato pessimi-\nstico del poeta stesso; numerosi vi sonoimorti e i cimiteri...\n(eppure in questa campagna non ci si trova male, eppure ila si\nama, tanta serenità, tanta pace si trova ancora sui volti che\npure recano le stimine della sventura! tanto l'amore alletta\ncon la sua Voci© e con i suoi moniti a questa vita e\nsiti. L'amore vera nota individuante del nostro poeta.\n★\n* *\nMa. dunque è più vera la campagna virgiliana o quella\ndel Pascoli ? Giova, non ostante tutto quello che ne ho detto,\nproporre la questione per non lasciare correre errore sul\nconto del nostro : una terra che obbedisce e un'atmosfera\nche compiace ; un contadino che raccoglie regolarmente bene\ned ha tutti i connotati del galantuomo; una massaia mo-\ndello; un amore puro, a così dire, come il battesimo, pos-\nsono a molti parer elementi di idealismo e ad alcuni anche\ndi una vera arcadia trapiantata nel contado lucchese del no-\nstro tempo — tutti possono obiettare: la campagna non è\ncosì. La campag'na può essere e non essere così, io rispondo ;\nci possono essere ancora i contadini virgiliani avari e do-\nloranti ; anche nel Pascoli ci sono quelli che maledicono :\n©scono, poi fuggono, poi : — sii male...\nsia, cioè, maledetta l'Italia — eccovi del realismo; ma niente\nimpedisce di credere che ci sia, viceversa, un capoccio be-\nnedicente. Ci può essere, e il Pascoli la ricorda,\nl'annata trista © tribolata,\nma ci sono anche le annate buone che mettono*l'allegria; ci\nsono certo molti amori sconci fra i villani, dei quali non par-\nlano le muse al poeta verecondo :\ncasta placent superis !\nma niente proibisce a lui di rievocarci un amor puro, senza\nch'esso per ciò diventi una rifrittura romantica. Tra due pos-\nsibìili il poeta) è (padrone di scegliere uno piuttosto che l'altro ;\nse non che quello che si suppone meno possibile dei due si\nsuol chiamare, senza troppa ragione, idealismo e il poeta\nche lo preferisce diventa poeta idealista.\nNoi non possiamo giudicare il valore di un poeta alla\nstregua di questa distinzione empirica fra realismo e idea-\nlismo con una tacita ma evidente tendenza a favorire il\nprimo, ciò che ci porterebbe probabilmente sotto certi aspetti\na concludere: Virgilio ha ragione e Pascoli ha torto. No:\nessi hanno tutti due ragione nello stesso modo quando fanno\narte e torto tutti e due in ogni altro caso. Realismo e ideali-\nsmo, esistenti in vero come concetti, non hanno, rispetto alla\nfantasia creatrice, alcun valore: il Farinata dantesco può\nnon essere un Farinata storico, mia esso resta una conce-\nzione artistica realissima, pur se uno storico pontando il\npiede sopra montagne di documenti riesìca a dimostrare che\nè una costruzione «ideale» del poeta, cioè non rispondente\nalla realtà del vincitore di Monteaperti; così posso credere\nche certi elementi della georgica pascoliana non rispondano\nalla realtà oggettiva, ma poi nella intuizione del poeta li\ntrovo tutti d'una irrefrenabile realtà. Concesso dunque a\nchicchessia di pensare e affermare l'« idealismo» pascoli ano,\npurché non intenda con ciò di negarne il valore artistico, pur-\nché conceda alla sua volta che tale idealismo (così chiamato\nconfrontandolo con una data formazione storico-sociale eh' è\nil contadino contemporaneo) è, come intuizione estetica, rea-\nlissimo, cioè ha .tutta la vita della realtà. Questo che noi\nchiamiamo idealismo non è dunquje se non il modo parti-\ncolare con cui la fantasia del poeta modifica il suo oggetto:\ntale fantasia è, in arte, la sola e vera realtà; la georgica\nnon è fuori di lei, mai in lei, e per essa, irreale è appunto"}, {"page_pdf": 42, "page_imprimee": "40", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.42", "texte": "POESIA\n\nanche ciò che, chiamalo da noi reale, non le si presenta\ncome esprimibile.\nAl Pascoli, per esempio, non sono esprimibili la vio-\nlenza, la bassezza, la sconcezza di qualunque specie — tutto\nciò per lui è irreale; sono esprimibili invece la gentilezza, la\ncastità, la bontà mansueta ed umile — ed ecco il suo reale ;\nanche, ecco la sua georgica.\nPortiamo qualche esempio. Se idealismo significa rap-\npresentare le cose pulite invece che le immondizie, eccovi\ndunque dell' idealismo :\nMamma coglie, con qualche sua parola,\ni suoi mazzetti, e voi sul greppo liete\nstirate le schioccanti ampie lenzuola.\nHi passerete il tutto e riporrete,\ntroppo per l'ago e poco pel bisogno,\ndentro il comune canterai d'abete;\ndove poi dorme, e sempre vede in sogno\nla soave domenica, piegato\nin odore di spigo e di cotogno...\nSicuro che tra le cose reali c' è anche i panni sudici,\nma per il Pascoli essi non sono una realtà, per lui la realtà\nè il bucato e bisogna concedere.... che non è di pessimo gu-\nsto. Perchè dunque non rappresentarci lo sporco? perchè,\nrispondo, non lo vede, nè più nè meno — cioè perchè per lui\nnon esiste. In decine di figurine puerili ch'egli vi mostra,\ntrovate mai nè dei capelli arruffati, nè dei nasetti mocciosi,\nnè dei vestiti con zacchere o brandelli ? Degli scalzi sì :\nsolo ai piedini provati dal rovo\nporti la pelle de' tuoi piedini ;\nma non sporchi — e quanto al vestito, esso è nuovo:\no Valentino « vestito di nuovo\nE dei deformi ne trovate ? e dei brutti ceffi e delle facce da\npatibolo ? di tutte queste « realtà » ve ne dà alcuna il poeta\nche con un miracolo di penetrazione ha tolto dall' inosser-\nvato le sue- psichi di nonne, di mamme, di fanciulli? di que-\nste « realtà » che il D'Annunzio, per esempio, coglie ad ogni\nsvolto di strada? Nessuna poich'egli è, come ogni artista,\nl'Argo bendato, perchè il reale non lo ha fuori ma dentro\ndi lui e quel reale che noi gli opponiamo e gli apponiamo\n(mi ripeto) per lui non esiste.\nCon ciò riesce psicologicamente dimostrato che un a-\nmore al Pascoli doveva presentarsi in forma affettiva\nomogenea alla sua fantasia, un amore che non fosse pas-\nsione ma, a così esprimerei, affezione; perchè l'agitato, il\nviolento eh'è l'essenza della passione, il sensuale che ne\nè l'esplicazione più ovvia, non entrano assolutamente nel do-\nminio dov'egli domina, non cadono, si direbbe, sotto la vi-\nsuale della sua arte.\nCi sono invece tutti gli elementi costitutivi, già ampia-*\nmente esaminati, dell'arte pascoliana. Anche l'amore qui è\nfatto di silenzio; si rivela nella tranquilla ombra del sogno\nmentre cade la piova :\ne Rosa rifu sola.\nPensava i licci della tela, il grano\ndella sementa, il cacciatore.... e Rosa\nlo ricercava. Dove mai ? Lontano.\nIn una reggia. E risognò... Che cosa?\nLa sorellina minore, Viola, dorme « pascendo i timi giù per\nla Pianaccia » ;\nma gli occhi aperti, Rosa, la sorella\nbionda, teneva. Ella tra sè romita\nfaceva e disfaceva una mannella.\nSembravano un veloce aspro le dita\nsilenziose. Enrico s'era fatto\npiù presso: Ed ora, sola è la mia vita!\nS'udiva solo quel parlare. Un gatto\nronfava. La lucerna ora dimessa\nsfriggeva, ora guizzava alto d'un tratto,\ncome in un sogno : che dormiva anch'elsa.\nCi si vede interamente anche quel disegnare a rilievo che\ndicevo, perchè senza quasi parlarne, senza mai nominarlo,\nquesto amore, il poeta ce lo fa vedere in tutto il suo svil-\nluppo ; le scene amorose si compendiano in due frasi :\n.... Ed ora sola è la mia vita! —\nS'udiva solo quel parlare. Un gatto\nronfava....\nUn fuggevole accenno, una forma interrogativa, dei pun-\ntini (che hanno anche il loro valore) spiegano un intero stato\npsichico di questi personaggi :\n... e Rosa\nlo ricercava. Dove mai ? Lontano.\nIn una reggia. E risognò... Che cosa?\nÈ il cuore che veglia nel sonno e riconduce alla fantasia il\nmotivo prediletto; la fanciulla che non ha ancora pronun-\nziato un «ti amo», sogna tutta notte tutto ciò che il gio-\nvane cacciatore ha raccontato al mezzodì: senza che il\npoeta lo dita, si sente nell'animo di lei cotesto\namor che appena nato\ngià grande vola e già trionfa armato.\nPei quell'idealismo riconosciutogli, da ultimo, si spiega\nanche l'atteggiamento del poeta di fronte alla religione. La\nsua Romagna ereditariamente repubblicana ed anticlericale\nnon ha voluto sentire all'unisono con la propria, la voce del"}, {"page_pdf": 43, "page_imprimee": "41", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.43", "texte": "POESIA\n\nPascoli. Come altri poeti hanno istituito la Chiesa soltanto\ncome una bottega con relativi «prezzi di fabbrica» e nelle\norecchie hanno avuto solo « raglio » di salmi, e sotto il\nnaso puzzo di smoccolatoio, il Pascoli che sente la realtà\ndel suo passato, cioè della sua fanciullezza, eh e più vicino,\nmolto più vicino (com'egli afferma) a sè fanciullo che HOA\na sè uomo maturo, dà della. Chiesa quella figurazione che\npiù è 'normale ed omogenea a questa età in cui ognuno di\nnoi ha fatto (i fanciulloni d'oggi non se ne degnano) l'aba-\ntino nella sua chiesuola. Ritorna perciò in lui l'indirizzo e-\ntico romantico puro: Padre Cristoforo senza don Abbondio;\nle cose tutte gli appariscono nell'aspetto di venerabilità che\nle fa amare — le campane invitano dolcemente alla Messa :\nla squilla sonava l'entrata.\nDiceva con voce affrettata:\nNon entri? non entri? perchè?\nC'è un rito con fiori, con ceri,\ncon fiocchi d'incenso leggieri...\nRidiventano cose belle e buone i fiori, l'incenso, i ceri;\n«buon odor di cera» è quello che per Olindo Guerrini sa-\nrebbe appunto puzzo di moccoli ; il prete che fa nei « Po-\nstuma» il bottegaio e in «Nuova Polemica» raglia salmi,\nè un vecchio che mormora stanco\ncon tutto un suo tremolìo bianco\nparole di felicità...\nL'ombra mite della Chiesa accoglie rimmagine della madre\npia:\nla panca vedrai dove un giorno\nveniva coi piccoli intorno\ntua mamma: venivi anche tu...;\ne invita, pietosa, promettendo con irresistibilità dei ricordi\nla gioia del pianto :\nma il piangere è buono, lo sai !\nTutto ciò gli anticlericali chiamjaaio « idealismo », come i\ncredenti possono chiamare «idealismo» le rappresentazioni\nptecchettiane, e avrebbero anzi hanno torto gli uni e gli al-\ntri poiché e l'uno e l'altro poeta è sincero — sincero, in-\ntendo, nel rispetto estetico, cioè soggettivamente, non nel\nrispetto logico e storico sotto il quale possono anche aver\ntorto, per esclusione di fatti tutti due.\nDagli accenni sparsi qua e là nel presente lavoro sui\nsentimenti di perdono propri al poeta ed a' suoi morti, sullo\nspirito eucaristico, nel senso etimologico e in parte cristiano\ndel vocabolo, che anima dall'uomo al bruco, dal castagno\nal lumicino, tutti gii esseri del suo mondo, sui suoi atteg-\ngiamenti di fronte alla Chiesa, veniamo naturalmente con-\ndotti a domandarci quale sia il «pensiero» di lui. Non oc-\ncorre spiegare il senso in cui tale vocabolo si prende —\n(basta ricordare cbei non va confuso con l'arte, che può\nessere cioè considerato nel poeta indipendentemente dall'è-\nispre,ssi|one; bisogna inviece aggiungere che in questo la-\nvoro lo si esamina appunto per rilevare la espressione ar-\ntistica cui ha servito.\nDella vita e quindi del mondo che concetto ha il no-\nstro? è pessimista od ottimista? A Maurizio Muret pare,\nsenza dubbio, uin pessimista, che non solo continua, ma\ncompleta il Leopardi : vigorosi, egli osserva, e sani ambi-\ndue questi pessimisti, ma più quello del Pascoli. — Se\nnon che dove il Pascoli attribuisce spesso al dolore un'alta\nfunzione individuale e sociale e riconosce quindi nell'uomo\nuna finalità etica, tutto il sistema leopardiano è appunto\nnel togliere alla vita la finalità. Il critico francese ha a-\nvuto, secondo me, un gran torto — quello di voler pre-\nmere il pensiero del poeta nello strettoio della formula:\ncome è poìssibile trovare nel Pascoli tutto e solo pessi-\nmismo, se, per portare un solo argomento di fatto, la sua\ngeorgica è jin inno continuo ed un invito alla vita? Capisco\ninvece il Cian, il quale, pur attribuendogli una visione ot-\ntimistica; avverte che taluna volta gli balza dal petto l'onda\namara di un grave pessimismo.\nMolto meglio davvero. Il Muret sbaglia appunto fin da\nprincipio, attribuendo al Pascoli «intuito filosofico pari al-\nl'i jigegno poetico », che è un far torto al poeta. Ch'egli\nabbia molti, e talvolta anchie troppi, aforismi, non si può\nnegare, ma gli aforismi non formano il filosofo e povero\npoeta, se la sua facoltà creatrice non superasse i suoi ra-\nziocini ! Si provi l'illustre critico a raccoglierne i concetti\ne a metterli in prosa per vedere a che si riducano; oltre i\nversi ne legga le prefazioni che in ciascun volume li com-\nmentano e vedrà ancor meglio come si rivela la loro po-\nchezza; e poi legga qualche altra prefazione, per esempio\nquella alle due alntologiie scolasti die e legga i dscorsi per\nMons. BonomelJi e per la Dante Allighieri, e racimoli di-\nligentemente qua e là, si troverà sempre con quel certo nu-\nmero che torna e non muta. Concetti pochini e non nuovi\ne tutt'altro che coerenti in un organismo logico, tanto poco\nsi può parlare d' « intelligence philosophique » ! E non sono\ncoerenti appunto perchè, come poeta, il Pascoli ha còlto S3\nmedesimo sotto impressioni non diverse soio, ma opposte.\nLa sua unica coerenza è quella estetica; non è un logico,\n. ma un sincero.\nVediamo. La sua vita?"}, {"page_pdf": 44, "page_imprimee": "42", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.44", "texte": "P OE SIA\n\nla vita\nche tu mi desti — o madre, tu ! — non l'amo !\nquesto in un sonet to della collana « colloquio » ; in un altro\ndella stessa:\nma sì: la vita mia — non piangere, ora\nnon è poi tanto sola e tanto nera.\nLa coerenza qui è nel sentimento, non nel concetto. E la\nvita umana?\nBen fa chi fa — sol chi non fa, fa male :\necco un'affermazione ottimistica a cui è lucido commento\ntutta la georgica con la sua giocondità; ma la concezione\nrisolutamente negativa contengono molti altri componimenti :\nil «Bordone», la «Felicità», T«Ultimo Viaggio», i quali\nnon tanto dimostrano quanto fanno sentire l'inutilità della\nvita con un accoramento così profondo in .certi punti da\ntrovarsi appena in Leopardi. Sicché niente di definitivo;\nnon concetti, ma sentimenti anche qui — sorrisi e sospiri\negualmente sentiti: incoerenze coerenti. E la verità?\nsosta... Trovò? Non gemono le porte\npiù: tutto oscilla in un silenzio austero.\nLegge ?... Un istante ; e volta le contorte\npagine, e torna ad inseguire il vero.\nQuesto lettore, questo scettico, è l'uomo\nche sfoglia, avanti indietro, indietro avanti,\nsotto le stelle, il libro del mistero.\nE di mistero egli, il poeta, parla sovente presentandolo\ncon forte intuizione, come alcun che sensibile fatto di om-\nbra e di silenzio (i soliti elementi pasoolianj):\npensate a l'ombra del destino ignoto\ncho ne circonda ed a' silenzi cupi\nche regnano oltre il breve suon il moto\nvostro e il fragore della vostra guerra,\nronzìo d'un'ape dentro il bugno vuoto...\nD'altra parte egli crede — crede nella scienza e nelle sue\nconclusioni, in poche o in molte, non importa, ma ci crede ;\ne i suoi stessi atteggiamenti di umiltà dinanzi al cosmo in-\nfinito sono, filosoficamente s'intende, identici a quelli di un\npensatore, mettiamo, positivista ch'è sicuro di essere atomo\nimpercettibile, quantità trascurabile nell'universo: egli raf-\nfigura l'umanità in una famiglia di formiche che si trova\na caso sopra un ciocco, inconscia del tutto, ignota al tutto e\nche si sfa senza che il mondo nemmeno se ne addìa — con\nche, dell'universo e della vita è già data una spiegazione.\nUno scetticismo dunque ed una fede.\nTorniamo un po' indietro: concetto fondamentale nel\npensiero del Pascoli è certamente il bene; se c'è vocabolo\nsempre presente nella sua poesia e nel nostro cuore leggén-\nclol a, esso è proprio l'aggettivo « buono » ; ma cotesto con-\ncetto da quale altre logicamente dipende e scaturisce? —\ndov'è la logica dell'etica? L'uomo sappiamo,\nsfoglia avanti indietro, indietro avanti\nJ( *\nil libro del misteroj e la verità non si raggiunge; l'aggettivo\n« buono » non è figlio del pensiero ma del cuore e dove pare\ndi poterlo renderlo razionale con un argomento, questo ci\nvanisce in sentimento; perchè iti fatto si dovrebbe esser\nbuoni? ecco un gran perchè, se non Lutto il perchè:\nsulla prona terra\ntroppo è il mistero e solo chi procaccia\nd'aver compagni in suo timor non erra ;\ninsomma la paura. 11 mistero è il babau dell'anima umana,\ndi questo\nfanciulletto mesto\nnostro buono malato fanciulletto....\nfio adoperato apposta il vocabolo « babau » perchè serve\na fissare il sentimento fanciullesco del poeta che anche qui ò\nimmensamente più vicino a sè fanciullo che non a sè uomo.\nAnima e jumanità, si noti, tornano spesso figurate in questo\natteggiarne# to : « i due fanciulli » e « i due orfani » si amano\ne si sentono « buoni » per la paura, eh' è buio, eh' è mistero :\nvia via fece più grosse onde e più rare\nil lor singhiozzo, per non so che nero\nche nel silenzio si sentìa passare.\nIl «non so che nero» è la paura conciliatrice di bontà; torna\nla madre '\nu e buoni oltre il costume »\ndormir li vide Puno all'altro stretto ;\ncosì i due orfani nel loro tettuccio avvolto 'dajle tenebre si di-\ncono, temendo, , !\nstammi vicino: stiamo in pace: buoni:\n— uomini ! — ammonisce il poeta uscendo dal simbolo,\nsolo chi procaccia\nd'aver compagni in suo timor non erra.\nSi, concludendo: pace e bontà per ovviare alla paura.\n[Continuazione e fine al prossimo fascicolo).\n\nEmilio Zanette."}, {"page_pdf": 45, "page_imprimee": "couv. 3", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.45", "texte": "MERCURE DE FRÀNGE\nPARIS - 26, ime de Condé - PARIS\nSKIZIEME ANNÉE - Paraìt le I« et le 15 de chaque mois - SEIZIÌME ANNlE\nDirecteur : Alfr\n\n«3\nè ir\n(Deuxiéme année)\nSEULE REVUE D'ART RÉDIGÉE PAR DES PEINTRES\nParaissant le premier de chaque inois sur 56 pages imprimées\navec luxe, formant par an deux magnifìques volumes de 336 pages.\nABONNEMENT: France et Etranger, 10 francs par an\n12, RUE CORTOT, PARIS (XVIII6).\n\nLA TOISON D'OR\n2e ANNÈE\nON SOUSCRIT a la Redachon : Norvvisky boulevard, maison Rogo-\njine ; PARIS. Union des artistes russes, 25, boulevard Montparnasse, H. FLOURY,\nBoulevard des Capucines, HACHETTE, 79, Boulevard St. Germe in.\nLe prix d'abonnoment pour 1' étranger : 55 francs.\nPrix du numéro: 6 fr.s Le Directeur: NICOLAS RIABOUCHINSKY.\n\nPOLIT1C-L1TERAR-KELIGIOS\nRED A CTI A siADMINISTRA TI A :\nSTRADA LUCACI,\n\nLE\nNS\n■H\ncPoh'tiqbe £ittéraire\nDirecteur: J.-ERNEST CHARLES\n43, Rue des Belles-reuilles, P3RIS\nABONNEMENT: IO FKANCS.\n\nLES MARGES\nGazette Littérair e\npubliée par M. EUGÈNE MONTFORT\nSe numero orò/naire: ò fr. 5Ù - X'aòonnemerjt à 6 numeros: 3 francs\nSe premier volume est eri ver]te aux prix de 5 francs.\n5, Rue Chaptal, PARIS (IX*)'\n\nVERS ET PROSE\nPAR.IS - 18, R-ue Boissonade\nDirecteur: P\n\nLE BEFFROI\nNOUVELLE SÈRIE\nART ET LETTERATURE MODERNES\nReyue du Nord do la Frane© & d© la Belgiqu©\nPARÀISSANT LE 15 DE CHAQUE MOIS\nLÉON BOCQUET, Directeur - Rue de la Rondelle, 4 - ROUBAIX\n\nLA BA LANCE\n(VIESSY)\nREVUE RUSSE I)p; I.1TTÉR VTURE ET D'ART\n1007. - QUATRIÈME ANNÉE\nPrix d'abonnement pour l'Union Postale: fr. par an.\nDirecteur: SERGE POLIAKCFF.\nBureaux: Moscou, Place citi Thé&tre, Métropole, 23.\n\nDIRETTORE: MARIO MARIA /MARTINI\nGENOVA - SALITA S. GIROLAMO, 2\n\nA N T E E\nRevue Mensuelle editée par ARTHUR HERBERT\nPorte Sainte-Chaterine - BRUGES\nABONNEMENT: 6 FRANCS.\n\nRENACI JMIENTO\nDirector: G. MARTINEZ SIERRA\nVej6 -"}, {"page_pdf": 46, "page_imprimee": "couv. 4", "url_page": "https://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/?a=d&d=bmtnaai190702-01.1.46", "texte": "Prezzo del presente fascicolo L. 3.\nStabilimento Tipografico della SOCIETÀ EDITRICE ROMA. — Boyisio (Milano), 1907.\nw $\nCalinosi Alfredo, gerente responsabile.\n\nSOCIETÉ DU \"MERCVRE DE -\nfj/À\ny\nVi\n/\n/\n\\\nl\nr\n*\n/\n*\nI\n4\nWH\nB0MBHN6E\nR0I\ntragèdie satirique de F. T. MARINE"}]}